CRISIS, Diritti sociali diritti umani, Europa, Politica

La Bce ai tempi del Coronavirus

di Stefano Fassina

Il Coronavirus ha già determinato uno scenario drammatico sul terreno economico e sociale. Non sono soltanto effetti congiunturali. Ha brutalmente accelerato il passaggio di fase in corso da anni, illuminato dal referendum sulla Brexit e dall’elezione del Presidente Trump nel 2016: dalla insostenibile regolazione liberista dei mercati globali e europei di capitali, merci, servizi e persone, alla necessità e urgenza di interventi di protezione sociale e identitaria da parte dello Stato.

La guerra al Coronavirus deve affrontare sia il breve periodo, sia la rideterminazione del quadro. In tale contesto, è evidente anche al Ministro dell’Economia il diverso ordine di grandezza dei provvedimenti necessari rispetto ai 6,3 miliardi di euro, soltanto per il 2020, conquistati a Bruxelles e previsti nella richiesta di scostamento dal deficit di bilancio programmato nell’ultima Nadef. È evidente anche al Mef che confermare gli obiettivi di indebitamento per il 2021 e 2022 è completamente irrealistico: vorrebbe dire
preparare una manovra recessiva dell’ordine almeno di un punto di Pil, oltre ai tagli di spesa o aumenti di tasse per disinnescare le clausole di salvaguardia su Iva e accise. Si riattiverebbe la spirale sperimentata con i governi Berlusconi e Monti con conseguente innalzamento del debito pubblico. Insomma, è una fiction la conferma, fatta ieri dal Consiglio dei Ministri, di obiettivi di deficit così restrittivi per il prossimo biennio. Tuttavia, rischia di determinare effetti reali poiché depotenzia quasi totalmente l’impatto positivo dell’allentamento per l’anno in corso: le aspettative degli animal spirits, già negative, si consolidano e frenano consumi e investimenti privati.

È altrettanto evidente che, anche al netto dello scostamento richiesto per il 2020, il nostro debito pubblico aumenta in rapporto ad un Pil sempre più anemico, sia in termini reali, sia a causa dell’assenza di inflazione. Pertanto, l’aumento del debito pubblico per generare le risorse adeguate a affrontare il passaggio di fase sarebbe oggettivamente un problema serio, nonostante gli effetti positivi sull’attività produttiva delle misure finanziate in deficit.

Allora che fare? Rassegnarsi a un’ulteriore lunga recessione e alla ristrutturazione del debito pubblico in un Paese già provato da tre decenni di “ordinario” soffocamento della domanda interna, oltre che dalle conseguenze delle politiche post fallimento Lehman Brothers? Avventurarsi su una traiettoria di precaria sopravvivenza puntellata dagli zero virgola di maggior deficit e comunque zavorrata dall’aumento del debito pubblico?

Un’altra strada è possibile. Lo scenario eccezionale richiede interventi eccezionali di politica economica. In un contesto di tassi di interesse nulli o negativi, la politica monetaria, per quanto super allentata, non incide. Diventa decisiva, invece, in sinergia con una politica di bilancio doverosamente espansiva, al fine di sterilizzare effetti di quest’ultima sul debito pubblico. Per dare agli Stati le risorse necessarie alla “svolta”, la politica di bilancio va alimentata direttamente, per un periodo di tempo limitato, dalla Bce attraverso l’acquisto diretto di “Perpetuity”, ossia titoli di debito emessi dallo Stato senza scadenza per la restituzione del prestito, a tasso zero. Le contro-indicazioni dottrinarie scagliate verso tale strumento non rilevano. Non è necessario affidarsi alla MMT (Modern Monetary Theory) per riconoscerlo, dato lo scenario di cronicizzata assenza di inflazione e di enorme capacità produttiva inutilizzata o sotto-utilizzata, sia in termini di lavoro che di capitali.

Le Perpetuity, ovviamente, dovrebbero essere utilizzate per finanziarie, in ciascuno Stato dell’eurozona in misura coordinata da Bruxelles, esclusivamente programmi di investimento, legati al green deal e alla ricostruzione di un adeguato Servizio Sanitario Nazionale e, fino al consolidamento della ripresa dell’economia e dell’occupazione, spesa corrente per il sostegno al reddito di lavoratori e lavoratrici, per la cancellazione di imposte dovute, per le contribuzioni previdenziali figurative, per il pagamento di rate di mutui dovute da famiglie e imprese. Gli effetti delle Perpetuity sull’economia reale eviterebbero, altro aspetto di primaria rilevanza, conseguenze esiziali sulle “sofferenze” delle banche per le quali andrebbe comunque rallentato il ritmo assurdo imposto dalla Bce per lo smaltimento di Npl ancora ingenti ovunque.

Lo statuto della Bce non prevede l’acquisto diretto di titoli di Stato e i “Trattati” non lo consentono. È una strada radicalmente contraddittoria con la dominante ideologia ordoliberista. Vero. Ma a Francoforte, si dovrebbe prevedere come deroga circoscritta alla fase emergenziale, non correzione di un impianto che pur andrebbe corretto. Sarebbe una soluzione win-win. Certo, sarebbe meno impervio imboccare l’unica strada sensata se avessimo ancora una Banca d’Italia “sovrana”, benché “divorziata” dal Tesoro. Potremmo richiedere un connubio a tempo determinato. Nelle emergenze, come è chiaro ora anche per la regionalizzazione e i tagli fatti al SSN, si vedono gli errori compiuti. Purtroppo, non si può rimettere il dentifricio nel tubetto.

Il Governo italiano dovrebbe portare al più presto tale soluzione all’attenzione della Commissione europea e del Consiglio. Tutti gli Stati Ue ne hanno disperatamente bisogno, anche la “virtuosa” Germania avviata alla recessione. Nessuna compagine nazionale pagherebbe per altri Paesi. Al contrario, ne beneficerebbero tutti. Per il bilancio della Bce non vi sarebbero sostanziali differenze, dato che verrebbe comunque gonfiato dal prolungamento e dall’innalzamento, inevitabile, del Quantitative easing.

In fine, la misura eccezionale, quindi temporanea, consentirebbe di ridimensionare la dipendenza dell’eurozona dalle esportazioni, impraticabili nella misura dell’ultimo quarto di secolo per ragioni strutturali aggravate dal Coronavirus. Si affermerebbe gradualmente il primato della domanda interna. Si convoglierebbero così risorse consistenti ed effettive verso la transizione ecologica e si getterebbero le basi per l’autonomia economica della nostra Unione, sempre più sfidata dai cambiamenti geo-politici, oltre che demografici, migratori, tecnologici e ambientali. Si eviterebbero acute sofferenze sociali e le prevedibili, regressive, conseguenze politiche. Insomma, si potrebbe estrarre ex malo, bonum. Ma, scriveva amaramente J. M. Keynes, “La saggezza del mondo insegna che è cosa migliore per la reputazione fallire in modo convenzionale, anziché riuscire in modo anticonvenzionale.”

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