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La nebbia democratica libica

Tonino D’Orazio (24 gennaio 2020)

A nessuno viene in mente che proprio gli “assassini” e i distruttori della Libia siedono oggi a un tavolo a Berlino per sistemare la “loro” mediatica pace? Francia, Gran Bretagna e Usa sono semplicemente andati a rubare il petrolio libico. Come hanno fatto con tutti i paesi che ne possedevano. Indubbiamente, salvo mala fede di troppi, continuano imperterriti con tutti i mezzi proibiti dalla Carta Onu.

La Libia ha le none riserve petrolifere più grandi del mondo, circa 48 miliardi di barili. La National Oil Corporation (NOC) libica, che controlla tutte le riserve del paese, ha registrato una produzione media di 1,2 milioni di barili al giorno nel 2018 e un fatturato medio di 24,4 miliardi di dollari con un aumento del 78% su base annua. Non potevano sfuggire a lungo. Troppa ricchezza per un popolo nord africano poveraccio e non ancora giustamente democraticizzato.

Ma i proventi energetici vanno alla Banca centrale libica che Haftar non controlla. Ecco perché Noc e Banca centrale libica sono i veri nodi del dissidio fra il premier Sarraj e il capo della Cirenaica che ora punta a conquistare Tripoli, in realtà non chiudendo i “rubinetti” all’occidente, che pur si scalda per una “perdita” non necessariamente dovuta, ma alla Noc.

Ora, data la premessa, facciamo finta di parlare di pace e democrazia al tavolo di Berlino, tutti insieme.

Breve memo dei fatti ufficiali. L’intervento militare internazionale in Libia del 2011 iniziò il 19 marzo ad opera d’alcuni paesi aderenti all’Organizzazione delle Nazioni Unite, secondo loro autorizzati dalla risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza che aveva istituito una zona d’interdizione al volo sul Paese nordafricano, 40 anni prima, ufficialmente per tutelare l’incolumità della popolazione civile dai combattimenti tra le forze lealiste a Mu’ammar Gheddafi e le forze ribelli della terza tribù nell’ambito della prima guerra civile libica. L’intervento frettoloso fu inaugurato dalla Francia con un attacco aereo diretto contro le forze terrestri di Gheddafi attorno a Bengasi, attacco seguito, qualche ora più tardi, dal lancio di missili da crociera tipo “Tomahawk” da navi militari statunitensi e britanniche, che ovviamente passavano lì per caso, su obiettivi strategici in tutta la Libia. Gli attacchi, inizialmente portati avanti autonomamente dai soliti paesi giustizialisti che intendevano far rispettare il divieto di sorvolo, furono unificati il 25 marzo, perché soli era troppo vergognoso, sotto il cappello Operazione Unified Protector adesso a guida NATO. I combattimenti sul suolo libico tra il Consiglio nazionale di transizione (abituale fantoccio immediatamente armato, sostenuto e messo in piedi dagli occupanti democratici) e le forze di Gheddafi cessarono nell’ottobre 2011, in seguito all’assassinio a sangue freddo del Ra’is. Nessuno può dimenticare la foto con il ghigno, le dita a V e il sorriso folle della H. Clinton davanti all’omicidio. Tutta l’operazione era andata molto bene.

Oggi, a Berlino, di chi fidarsi?

Del presidente francese Macron? Che nella dinamica istituzionale ha seguito il guerrafondaio e corrotto Sarkozy? I francesi, che hanno bombardato molto frettolosamente e sospettosamente la Libia nel 2011 su un’autorizzazione Onu di 40 anni prima. Solo per una spartizione di petrolio? No, c’è sempre un altro argomento che decide i genocidi nel mondo: le armi. Ormai i militari libici preferivano le armi russe e non volevano le mediocre armi francesi. Era quindi in ballo anche un “mancato acquisto di armi francesi da parte di Tripoli per 4 miliardi di dollari”. Ancora in questi giorni, al conta gocce, escono le notizie sulle pressioni e le minacce, oltre che da Sarkozy, anche da A. Juppé e D. de Villepin suoi ministri. Facciamo finta che rimane ancora da capire il furto di tonnellate di oro e miliardi di dollari sequestrati dai vincitori invasori e divisi tra Francia, Usa e GB. E’ noto ormai, oggi, il sostegno, anche militare, che la Francia dà a Haftar per occupare la zona petrolifera a influenza italiana rimasta e difesa dai Touareg. L’Italia sostiene il governo nazionale di Fayez Al Sarraj, riconosciuto dall’Onu, e in realtà in guerra segreta con la Francia. Le forze del generale Haftar sembrano appoggiate anche da Russia, Egitto ed Emirati ma avversate dalla Turchia. A Mosca il tavolo di Putin non è andato bene, gli è stata scippata un’opportunità di essere paciere internazionale. Meglio spostarsi verso la Nato e Berlino.

Haftar?

Si presenta come il “salvatore” della Libia dal caos e dai gruppi integralisti islamici, ma non tutti hanno fiducia in lui. Generale in pensione, 71 anni ammalato, si è formato nell’allora Unione Sovietica e ha partecipato al colpo di stato del 1969 che portò al potere Muammar Gheddafi. Durante la guerra tra Libia e Ciad (1978-1987) Haftar, viene fatto prigioniero dall’esercito di N’djamena e sconfessato dal Colonnello. A questo punto la pedina diventa interessante e entrano in campo gli Stati Uniti. Lo liberano con un’operazione dai contorni poco chiari e gli concedono asilo politico. Negli Usa si unisce ai ranghi della diaspora libica, mentre sono in molti, a partire da Gheddafi, ad accusarlo di essere un agente della Cia. Dopo vent’anni di esilio, rientra (lo fanno rientrare) a Bengasi nel marzo 2011, non a caso poco dopo lo scoppio della rivolta contro il Colonnello, e viene nominato immediatamente capo delle forze di terra dal Consiglio nazionale di transizione (Cnt), braccio politico della ribellione fomentata dai predatori internazionali di petrolio che adorano le guerre civili. Ai suoi ordini ci sono molti ufficiali del regime che hanno abbandonato Gheddafi. Ambizioso, avido di potere temono tutti che punti alla leadership di una nuova dittatura militare, con il sostegno di cui Haftar gode tra i militari (150) dell’ex regime.

Nella capitale tedesca si allunga la lista degli invitati al tavolo di “cessate il fuoco”. Presenti anche il Segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, (ci mancherebbe) e la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen. Anche la presidente della Bce, ex Fmi, Lagarde, chissà perché. Ah, già, gli affari! Il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha già fatto sapere che “la Russia sostiene la conferenza di Berlino. Più paesi prendono parte al processo di soluzione della crisi libica, meglio è: i documenti sono stati quasi tutti negoziati, sono in linea con la risoluzione dell’Onu e noi ci aspettiamo che il consiglio di sicurezza dell’Onu sostenga le conclusioni della conferenza“. Atene è infuriata per il memorandum firmato tra Tripoli e Ankara sulle trivellazioni nel Mediterraneo. Il Cairo condanna l’invio di truppe turche nel Paese. “Un rischio per la situazione interna“. La Merkel scappa ad Ankara ad ammorbidire Erdogan. Ovviamente presente l’ambiguo Macron che giura: “Su Libia tutti impegnati per una soluzione“. Ormai il neocolonialismo passa anche per la pace imposta dagli invasori e la ovvia spartizione militare. In fondo, se non sono capaci di mettersi d’accordo fra loro … inutile ricorrere alla matrigna mammà. Tra l’altro la pace che segue la guerra è sempre foriera di grandi e rinnovati affari. Meglio essere tutti presenti e “scurdàmmece u passate”.

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