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Dal luglio 1960 al 12 dicembre 1969. La lunga incubazione della strategia della tensione.

di Saverio Ferrari

Si è soliti dire che la “strategia della tensione” ebbe inizio con la strage di piazza Fontana. In realtà la volontà di colpire a morte gente inerme partì ben prima. Già tra l’8 e il 9 agosto 1969 ben dieci bombe, seppur artigianali, erano state collocate su altrettanti treni lungo la penisola. Ne scoppiarono otto ferendo leggermente dodici persone. Il 25 Aprile altri due ordigni erano stati piazzati a Milano al padiglione della Fiat, a Fiera Campionaria aperta, e alla Stazione Centrale. Nel primo caso venti persone riportarono ferite, nel secondo ci furono solo danni.

Le stesse mani avevano costruito e innescato le bombe. Tutti i congegni a tempo collocati sui treni risultarono assolutamente identici, prodotti dalle stesse ditte e con le medesime caratteristiche tecniche. Ma l’episodio più grave si registrò il 4 ottobre 1969, quando furono deposti a Trieste, in una cassetta portamunizioni militare, su un davanzale dei bagni della scuola materna slovena, 5,7 chilogrammi di gelignite, con una potenza doppia rispetto all’ordigno di piazza Fontana. Il contatto era stato predisposto per le 12. Solo un difetto tecnico impedì la deflagrazione che avrebbe investito i bambini dell’asilo. L’attentato fu tenuto segreto e solo nel gennaio 1971 se ne ebbe notizia. Molti anni dopo, nel 1996, furono individuati i quattro autori, tutti neofascisti di Ordine nuovo. Tra loro Delfo Zorzi.

La “strategia della tensione” si configurò dunque fin da subito come una “politica della strage” […]

 

I fascisti e l’ora X

Questo progetto eversivo ebbe una lunga incubazione. Il luglio 1960 rappresentò una data fondamentale, con la mobilitazione popolare che fece dimettere il governo monocolore democristiano guidato da Fernando Tambroni, costituitosi grazie al sostegno determinante dei deputati e dei senatori dell’Msi, a prezzo di duri scontri di piazza con morti e feriti. Cinque furono i manifestanti uccisi solo a Reggio Emilia, il 7 luglio, dove la polizia esplose 182 colpi di mitra e 39 di pistola, e quattro tra Licata, Palermo e Catania.

Per il neofascismo fu una sconfitta pesantissima, con il naufragio delle sue velleità di condizionamento da destra della Dc e di “inserimento” nell’area di governo. Da qui una riflessione strategica sul contrasto al “comunismo” che attraversò in particolare la sua parte più radicale. A ispirarla fu Julius Evola che dopo i fatti di Genova delineò l’esigenza di un golpe di destra. Già nell’agosto 1960, scrivendo su “L’Italiano” di Pino Romualdi sotto lo pseudonimo “Arthos”, affermò che per fermare “il comunismo come forza sovversiva organizzata” e “cancrena ormai ramificata nel nostro Paese”, bisognava preparare il “colpo decisivo”, “l’ora X”, così la definì, da attuare mediante l’esercito, con il sostegno della Nato e l’appoggio del Vaticano. Da qui, a cavallo degli anni Sessanta, l’avvio da parte delle organizzazioni neofasciste cosiddette extraparlamentari, formalmente esterne all’Msi, in realtà in un rapporto di collaborazione a volte assai stretto, di una nuova stagione con la raccolta di armi e la formazione di nuclei clandestini […]

 

La politica come continuazione della guerra

Il luglio 1960 ebbe un forte impatto anche fra le gerarchie militari […]

Si fecero strada nuove teorizzazioni, mutuate anche dalla riflessione di altri stati maggiori, in primis quello francese reduce dalla sconfitta d’Algeria, incentrate sull’esistenza ormai di un nuovo tipo di guerra, non più condotta unicamente sul piano della forza militare, ma attraverso il condizionamento delle masse. Il “nemico” era ormai all’interno del nostro paese.

In questo quadro il Centro alti studi militari elaborò in successione, nel 1962 e nel 1963, testi di indirizzo su come fronteggiare il pericolo comunista, firmato dai rappresentanti di tutte le tre armi (a quello del 1963 aderì anche l’Arma dei carabinieri), in cui si prevedeva, tra l’altro, di reclutare forze civili irregolari. Seguì nella primavera del 1964, a cura del Nucleo di guerra non ortodossa del Sifar, un nuovo elaborato dal titolo “Guerra non ortodossa”, suddiviso in tre fascicoli. Il secondo, “La parata e la risposta”, giungeva a delineare in modo assai concreto l’ipotesi di un colpo di Stato […]

Grande importanza veniva data in questi elaborati all’“azione psicologica” e alla penetrazione nelle classi popolari delle idee politiche e sociali, al ruolo della cultura e dell’informazione. I combattenti, se volevano prevalere, dovevano trasformarsi in agitatori politici […]

Venne coniato dai militari il concetto di “guerra totale” o “rivoluzionaria”, abolendo il confine stesso fra pace e guerra. Scaturì l’idea di combattere il “pericolo comunista” individuato come “fattore bellico” mettendo insieme militari di professione e civili specializzati, ponendosi, come necessità, l’obiettivo di costituire nel caso regimi autoritari in grado di competere con l’Urss sul piano delle decisioni rapide e centralizzate. Una nuova teoria che si riteneva valida per l’intero Occidente. L’Italia non era altro che uno dei campi di battaglia nel contrasto Est-Ovest, il principale, dato il radicamento del più forte Partito comunista fuori dal Patto di Varsavia.

Si organizzò più di un convegno da parte delle alte gerarchie militari. Il primo, dal titolo “La minaccia comunista sul mondo”, si tenne a Roma, tra il 18 e il 22 novembre 1961, finanziato direttamente dal “fondo di propaganda” della Nato. Tra i presenti numerosi ministri dei maggiori paesi occidentali, alti ufficiali della Nato e numerosi fascisti come Giano Accame e Mario Tedeschi.

Seguirà il famoso convegno su “La guerra rivoluzionaria” del 3-5 maggio 1965 all’Hotel Parco dei Principi di Roma, promosso sempre dai vertici militari attraverso l’Istituto Alberto Pollio […]

A dirigere i lavori fu chiamato il tenente-colonnello Adriano Magi Braschi responsabile del Nucleo guerra non ortodossa dello Stato maggiore dell’esercito. Tra i relatori: Ivan Matteo Lombardo, socialdemocratico legato a Edgardo Sogno, Pino Rauti di Ordine nuovo, Fausto Gianfranceschi, ex Fasci d’azione rivoluzionaria, Giorgio Pisanò, Enrico De Boccard, ex Guardia nazionale repubblicana, Guido Giannettini, agente dei servizi segreti, Pio Filippani Ronconi, ex ufficiale delle SS italiane, e Alfredo Cattabiani, tra i massimi esponenti dell’integralismo cattolico. Ad assistere ai lavori furono invitati anche una ventina di esponenti di Avanguardia nazionale, in prima fila Mario Merlino e Stefano Delle Chiaie. Tra il pubblico anche Carlo Maria Maggi, il reggente di Ordine nuovo nel Triveneto, che sarà poi condannato per la strage del 1974 di piazza della Loggia a Brescia. I convenuti poterono anche disporre di documentazioni curate dal Centro alti studi militari e dello Stato maggiore difesa […]

Furono dunque i vertici militari italiani a trasmettere la cultura della “guerra non ortodossa” ai gruppi neofascisti. Non trascurabile fu il ruolo dell’Istituto Pollio, che non si limitò a organizzare convegni, svolgendo una funzione di collegamento dello Stato maggiore dell’esercito con l’estrema destra nel quadro di una cooperazione civili-militari in chiave anticomunista. Una cooperazione che, alla metà degli anni Sessanta, usciva dal piano delle mere elaborazioni teoriche per passare a quello delle realizzazioni pratiche.

 

Da Giacarta ad Atene

Il colpo di Stato in Indonesia, nell’ottobre 1965, pochi mesi dopo il convegno all’Hotel Parco dei Principi, con cinquecentomila comunisti passati per le armi, suscitò l’entusiasmo nelle fila dell’estrema destra, e non solo. Ma soprattutto lo sferragliare in Grecia, per le vie di Atene, nella notte fra il 20 e il 21 aprile 1967, dei carri armati mossi dai colonnelli per troncare la democrazia, convinse lo schieramento golpista che anche nel cuore dell’Europa si poteva fare altrettanto […]

 

Da picchiatori a terroristi

La strada verso la stagione delle bombe e delle stragi era ormai aperta. A guidarla, un ampio schieramento reazionario composto da militari, da apparati di intelligence e di polizia, da settori del mondo economico e politico, con i fascisti sussunti in veste di manovali. Appena quattro giorni prima della strage di piazza Fontana, l’8 dicembre del 1969, il segretario nazionale dell’Msi, Giorgio Almirante, in un’intervista al settimanale tedesco “Der Spiegel”, dichiarò: “Le organizzazioni giovanili fasciste si preparano alla guerra civile […] tutti i mezzi sono giustificati per combattere i comunisti […] misure politiche e militari non sono più distinguibili”.

I “vinti” del secondo conflitto mondiale furono in conclusione reclutati in chiave anticomunista dai “vincitori”, sotto l’egida degli Stati Uniti.

 

 

FONTE: http://www.sinistrasindacale.it/

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