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Alessandro Visalli: Una rilettura de “Il capitale monopolistico” di Paul Baran e Paul Sweezy.

di Alessandro Visalli

Il libro del 1966, “Il capitale monopolistico” è il punto culminante della riflessione teorica di Paul Baran, che sfortunatamente muore improvvisamente a soli 55 anni nel 1964, e di Paul Sweezy, che gli sopravviverà quasi quaranta anni, continuandone il lavoro e portandolo avanti. Sweezy è stato fino al 2004, l’anno della morte, un grande punto di riferimento degli studi marxisti, soprattutto attraverso il suo lavoro con Leo Huberman nella rivista “Montly Review”. Si trovò ad esempio a dire, in una intervista a Chistopher Phelps in occasione dei suoi novanta anni, e quindi a metà 2000:

“Stiamo registrando un nuovo esercizio di tendenza del capitale a trasferirsi non tanto verso la produzione di beni e servizi utili, quanto verso la manipolazione del denaro, della speculazione, naturalmente per produrre altro denaro senza l’intermediazione del processo di produzione. Il che conduce direttamente ad una crescita incredibile del debito, allo sviluppo sfrenato dei mercati finanziari e delle bolle speculative. Stupefacenti i limiti raggiunti dal fenomeno, che appare destinato a provocare una sua propria forma di crollo, ma che sarà di tipo completamente nuovo rispetto alle crisi del passato”.

E, ancora, e prima, nel 1989, anno cruciale, disse direttamente ad un perplesso Achille Occhetto:

“L’eurocomunismo è l’abbandono totale di tutte le intuizioni più importanti, di tutti i principi dell’analisi marxista del capitalismo. Ecco perché il Pc italiano sta andando in pezzi. Non so neppure se all’interno di questo partito c’è una corrente che aderisca ancora all’analisi marxista, al di là di pochi individui che conosco bene. Il compromesso storico avrebbe dovuto essere la grande innovazione italiana. Compromesso con che cosa? Con la Democrazia Cristiana, con il capitalismo, e poi vanno ancora più avanti, vogliono avere il compromesso con gli Stati Uniti, con la nazione guida dell’imperialismo. Di questo si tratta, di un compromesso storico con l’imperialismo”.

La lettura del marxismo che i due studiosi americani, sulla linea aperta dalla riflessione più avanzata della generazione precedente, compiono è contemporaneamente rispettosa della tradizione metodologica marxiana e innovativa. Sweezy, in particolare, è autore nel 1942 di una delle migliori sintesi introduttive del maestro, nel suo “La teoria dello sviluppo capitalistico”. Del marxismo (ma si sa, Marx si disse non marxista) riconoscevano valore e limiti, in particolare svolgendo la sua critica intorno alla ‘teoria del valore’ marxiana[1]. Tra questi ultimi bisogna segnalare la difficoltà a comprendere le caratteristiche della società “opulenta” e una sorta di residuo del tempo nel quale la teoria era stata pensata. Ovvero il semplice fatto che “l’analisi marxista del capitalismo, in fondo, riposa ancora sul presupposto di una economia concorrenziale”. Riguardo il primo limite, la questione è che i marxisti ortodossi spesso non sono in grado di dare un senso all’enorme capacità di generare sprechi pubblici e privati del capitalismo monopolista, di individuarne, cioè, la funzione e di comprenderne le conseguenze. Se c’è una missione che questo libro si pone è quella di indagare questa funzione e individuarne le conseguenze.

Riguardo alla dipendenza dall’economia concorrenziale è pur vero che Lenin dichiarò di essere, il capitalismo, ormai in una “fase monopolistica”, ma secondo gli autori non ne indagò completamente le conseguenze economiche e non sviluppò quindi i cenni pur presenti ne “Il capitale”. In esso, infatti, il fenomeno dei monopoli era presente, ma veniva considerato una sorta di residuo del passato e non una tendenza del futuro. Il primo organico tentativo di fare i conti con quella che ormai è chiaramente una tendenza e non un residuo si ha con Rudolf Hilferding (incontrato peraltro da un giovane Baran in Germania).

Una teoria che nasce tra il 1980 ed il 1880, del resto non può che avere dei limiti dovuti al tempo nel quale è pensata. È normale ma bisogna andare oltre, e l’intero lavoro dei due studiosi che firmano il libro è diretto in tal senso.

Infatti scrivono:

“oggi l’unità economica tipica del mondo capitalistico non è la piccola impresa che produce una frazione trascurabile di un prodotto omogeneo per un mercato anonimo, ma un’impresa di grandi dimensioni che produce una parte importante del prodotto di un’industria, o addirittura di parecchie industrie, ed è in grado di controllarne i prezzi, il volume della produzione nonché i tipi ed il volume degli investimenti” (p.7)

È quindi dalla creazione ed assorbimento del surplus che il capitalismo monopolistico riceve la sua fondamentale unità.

Al contempo è accaduta una seconda cosa, effetto della società opulenta come della polarizzazione che porta con sé: “la lotta di classe si è completamente internazionalizzata”, e quindi “l’iniziativa rivoluzionaria contro il capitalismo, che all’epoca di Marx apparteneva al proletariato dei paesi avanzati, è passata alle masse diseredate dei paesi sottosviluppati che stanno lottando per liberarsi dal dominio e dallo sfruttamento imperialistico”. Entro i paesi sviluppati, invece, è il problema razziale (ancora un problema di liberazione delle periferie dal centro dominante) che lega la lotta di classe internazionale con l’equilibrio interno delle forze sociali negli Stati Uniti.

Questo è lo schema generale.

Il principale descrittore teorico è, invece, come abbiamo visto[2] la nozione di “surplus economico”, che viene presentato in modo semplificato come “la differenza tra ciò che la società produce e i costi necessari per produrla”; una quantità che assume varie forme e travestimenti, e non è immediatamente ricavabile dalle normali rilevazioni e statistiche, ma richiede un confronto con il modello di società in atto ed in potenza. Gli autori si discostano in questo importante punto dal lessico marxista, richiamandone uno antecedente, perché non fanno uso della nozione di “plusvalore”, in quanto viene di solito automaticamente e senza adeguata riflessione[3] identificata con la somma di profitto, l’interesse e la rendita. Il fatto è che subentrano ormai fattori che erano stati sottovalutati e nella fase del welfare state, della terziarizzazione e della cetomedizzazione del capitalismo monopolistico non sono più affatto marginali. Ciò che è accaduto è che, nelle condizioni presenti al libro, ovvero nei primi anni sessanta negli Usa, il “surplus” è stimabile in circa il 56% del Prodotto nazionale lordo, mentre al contempo quella parte del surplus che corrisponde al “plusvalore” (ovvero il profitto + l’interesse + la rendita derivante dalla proprietà) è diminuita, portandosi in una ventina di anni dal 57 al 31 %. La compresenza di una riduzione tendenziale del saggio di profitto (che accelererà ancora fino agli anni ottanta) e di una tendenza irresistibile alla crescita di ceti “improduttivi”, di duplicazioni e “sprechi”, di investimenti non finalizzati direttamente alla produzione, è il fenomeno sul quale si concentra l’attenzione degli autori.

L’elemento di maggiore novità in questo periodo (tra poco prima della grande depressione degli anni trenta e gli anni sessanta), è, secondo la ricostruzione di Baran e Sweezy, l’enorme affermazione delle “società per azioni giganti”, ovvero monopolistiche. Le loro caratteristiche essenziali sono:

1-     Il controllo in mano alla direzione,

2-     Che si esprime come gruppo autoperpetuantesi e non controllato dagli azionisti,

3-     Il cui obiettivo è la piena indipendenza finanziaria della azienda stessa.

Si indeboliscono in tal modo i rapporti esterni e le grandi aziende monopolistiche “sono determinate non dai legami con dei centri di controllo esterno, ma da calcoli razionali delle direzioni interne” (p.19). Facendo riferimento alla discussione tra Simon e Earley, gli autori concludono che “l’economia delle grandi società per azioni è dominata dalla logica del profitto più, e non meno, di quanto lo sia mai stata l’economia dei piccoli imprenditori”. Le direzioni societarie sono gestite infatti da funzionari il cui obiettivo è, in sostanza, far salire l’azienda nelle gerarchie e fare carriera in esse. Due obiettivi sinergici, di fatto indistinguibili.

In un certo senso è una specie di gara, uno “sport”.

“Gli affari sono un sistema ordinato che seleziona e premia secondo criteri ben precisi. Il principio informatore è di salire più in alto possibile all’interno di una società per azioni che sia il più in alto possibile nella gerarchia delle società. Di qui l’esigenza di destinare i profitti una volta conseguiti ad aumentare la forza finanziaria e ad accelerare lo sviluppo” (p.37).

Sono queste cose che diventano i fini e i valori soggettivi del mondo economico, perché sono le esigenze obiettive del sistema e si impongono su tutti e da tutto. La natura del sistema determina, insomma, per gli autori la psicologia dei suoi componenti “e non viceversa”. In conseguenza, malgrado l’opinione di alcuni, l’acquisizione e l’accumulazione di capitali occupa una posizione dominante come non ha mai avuto nel passato. L’evoluzione successiva, con la cosiddetta “finanziarizzazione” finirà per dargli ragione.

Ci sono però alcune differenze importanti, rispetto alla fase precedente del capitalismo: le società per azioni hanno un orizzonte temporale più esteso e compiono i calcoli in modo più razionale. Esiste, dunque, una tendenza all’incremento della produttività e alla creazione di maggiore ricchezza.

Ciò determina alcuni modi di agire caratteristici: il sistematico tentativo di evitare l’assunzione di rischi e l’atteggiamento “vivi e lascia vivere” nei riguardi delle altre società di pari rango. Si tratta di un mutuo rispetto che si estende alla “comunità” delle grandi imprese industriali che è “numericamente esigua – comprendendo si e no diecimila persone in tutto il paese – e i suoi membri sono legati da una complessa rete di rapporti sociali oltre che economici”. Queste dinamiche generano una sorta di etica di gruppo.

Insomma, il sistema delle società monopoliste ha tratti aristocratici.

Il sistema economico si sta dunque dualizzando, si divide in poche imprese giganti, di tipo monopolista e multinazionale, e una grande quantità di imprese minori che seguono. Perché il motore primo sono le grandi. Le imprese minori si limitano a reagire, ma non hanno una iniziativa propria e sono come parte dell’ambiente delle maggiori.

La cosa si può dire in modo semplice:

“La differenza fondamentale tra i sue sistemi è ben nota e si può riassumere nella proposizione che nel capitalismo concorrenziale l’impresa individuale ‘riceve i prezzi’, mentre nel capitalismo monopolistico la grande società per azioni ‘fa i prezzi’” (p.46)

Ma, bisogna capirlo bene: “quando diciamo che le società per azioni giganti ‘fanno i prezzi’ intendiamo che esse possono scegliere e in effetti scelgono i prezzi da fissare per i loro prodotti. Naturalmente vi sono dei limiti alla loro libertà di scelta: al di sopra e al di sotto di certi prezzi sarebbe preferibile interrompere completamente la produzione. Ma normalmente la gamma di scelta è ampia”. La teoria del monopolio si forma intorno a questo fatto, che è determinato dalla collusione occulta, che si realizza a livello di ecosistema, delle direzioni e quindi di forme di oligopolio spontaneamente create.

La concorrenza naturalmente esiste, ma si muove oltre i prezzi; per lo più si rifugia nell’arena della “promozione delle vendite”. Infatti, se la spinta alla riduzione dei costi (e quindi alla riduzione dei salari e della domanda in ultima analisi), si scaricasse tutta nella riduzione dei prezzi potrebbe essere considerata complessivamente produttiva[4]; ma poiché questa avviene solo a causa della spinta all’appropriazione dei profitti e la struttura monopolistica dei mercati consente proprio alle società di prendersi la parte più grossa dei frutti della crescita della produttività. Di fatto nel capitalismo monopolistico “i costi decrescenti implicano margini di profitto continuamente crescenti”, e, da ultimo, i margini che crescono continuamente “comportano a loro volta profitti globali che aumentano non solo in cifra assoluta ma anche come quota del prodotto nazionale”.

Questa è la “legge della crescita del surplus” che, nelle intenzioni degli autori, aggiorna, in funzione del cambiamento intervenuto, la “legge della caduta tendenziale del saggio di profitto”, la quale presumeva un’economia concorrenziale[5].

Contro la “legge dell’aumento tendenziale del surplus” si potrebbe usare l’argomento schumpeteriano (di cui, peraltro, Sweezy era assistente) della “bufera perenne di distruzione creativa”. Si tratta, precisamente del tipo di argomento che, nel garantire il suo sostegno al capitalismo monopolistico, mise a punto la “Scuola di Chicago”, ovvero quelli che chiamano “gli ideologi del capitalismo monopolistico”: sostiene che nel lungo periodo la concorrenza dei prezzi sarebbe marginale. La concorrenza della nuova merce, la nuova tecnica, sarebbe più efficace della competizione di prezzo quanto “un bombardamento supera uno scasso”. L’obiezione di Sweezy a questa posizione è che in teoria potrebbe, ma non funziona più così da quando le società giganti hanno consolidato il proprio ecosistema: “la schumpeteriana bufera perenne di distruzione creativa è diventata un venticello occasionale che per le grandi società non è più minaccioso comportamento di mutuo rispetto da esse seguito”. Anche quando le innovazioni “distruttive” sono prodotte da aziende minori, “competivive”, infatti, sono nella pratica assorbite quasi subito dalle imprese giganti. Molta della “new economy”, o della “economia delle startup”, che ovviamente non potevano neppure immaginare, segue questa ‘regola dello strapotere’[6].

L’altra obiezione a questa tesi viene avanzata da Kaldor:

“gli economisti marxisti affermerebbero probabilmente che con lo sviluppo del capitalismo ci sarebbe da aspettarsi l’aumento costante non solo della produttività del lavoro, ma anche del grado di concentrazione della produzione. Ciò determinerebbe un continuo indebolimento delle forze della concorrenza, in conseguenza del quale la quota del profitto aumenterebbe oltre il punto in cui esso è in grado di rispondere alle esigenze dell’investimento e al consumo dei capitalisti. Secondo questa tesi perciò, .. il sistema cesserebbe di essere in grado di generare abbastanza potere di acquisto per mantenere in funzione il meccanismo della crescita”

Ottima sintesi del punto di Baran e Sweezy, in effetti. Alla quale però questi obiettano:

“si può rispondere semplicemente che, almeno finora, ciò non è ancora avvenuto. Anche se la crescente concentrazione della produzione nelle mani di imprese giganti si è svolta quasi come Marx l’ha prevista, essa non è stata accompagnata da un corrispondente aumento della quota dei profitti”

Baran e Sweezy rispondono in sostanza che ci deve essere qualcosa che non va nelle statistiche (e quindi che i dati sono nascosti, motivo per cui sviluppano la teoria del “surplus”). In altre parole che l’identificazione di Kaldor dei profitti statisticamente rilevanti con la cosiddetta “quota di profitto” è il problema: quel che è invece rilevante è la differenza tra la produzione complessiva e i costi socialmente necessari per produrla, ovvero il surplus. E, dal lato del profitto, conta la crescita della sovracapacità non messa all’opera e della disoccupazione; questi sono in certo senso quei profitti crescenti (potenziali) che non si ritrovano. L’aumento dei profitti, ovvero del “surplus”, è infatti “tendenziale”. Questa tendenza si mette in essere se vengono messe al lavoro le potenzialità. Con altri termini: è il problema di realizzare il plusvalore nel quale si nasconde il surplus potenziale. Entrambi crescenti.

Da ultimo ci sarebbe la possibilità teorica di trattenere ai lavoratori il crescente spazio che si apre tra gli incrementi di efficienza e produttività, e quindi i costi decrescenti, e i prezzi monopolisti che tendono a disgiungersi da questi. I sindacati potrebbero strapparli, come in effetti tentarono di fare nel corso degli anni sessanta e settanta. A questa dinamica, però, il capitalismo monopolista può rispondere in modo molto semplice: aumentando i prezzi, che controlla. Dunque attivando una spirale salario-prezzo nel quale, essendo guidata dall’alto, il lavoro rischierebbe di restare sempre più indietro. In parte anche questo è ciò che avvenne.

Se nell’attuale sistema economico monopolistico, insomma, la “legge dell’aumento tendenziale del surplus” prevale sulla “legge di caduta tendenziale del saggio di profitto”, che invece sarebbe dominante in quello concorrenziale, essa può essere formulata come segue: “il surplus tende ad aumentare sia in cifra assoluta che relativa via via che il sistema si sviluppa” (p.62).

 

Si pone a questo punto il problema, almeno per cercare di contenere nella misura del possibile le sempre incipienti “crisi da realizzo” o comunque lo stato di stagnazione endemico e tendenziale, di assorbire il surplus potenziale. Il modo attraverso il quale questo surplus, che può rendere, se non realizzato instabile la società e politicamente fragile, è assorbito e utilizzato:

1-     Consumi privati,

2-     investimenti privati,

3-     sprechi.

Chiaramente vige la regola che se cresce il consumo allora diminuisce la quota disponibile per gli investimenti; ma questa, la quota investimenti, è senza limiti? Ovvero, il sistema tende a favorire sbocchi sufficienti per gli investimenti?

L’inseguimento potenziale tra aumento del reddito complessivo e aumento della quota di investimento è esplosivo. E determina necessariamente, presto o tardi, l’arrivo al limite della opportunità di investimento, e quindi a sortire l’effetto di scoraggiare la produzione. Ad un certo punto, cioè, “la determinazione dell’investimento va ad un ‘punto di rottura’ e fa diminuire prezzi e redditi per effetto della disoccupazione”.

I meccanismi di investimento endogeno (tesi avanzata da Steindl) “tendono a generale un’offerta continuamente crescente di surplus in attesa di investimento, mentre per la natura del caso non possono determinare un corrispondente ampliamento degli sbocchi di investimento”. La conseguenza che ne viene tratta, dalla logica interna del discorso, è di grande importanza:

di conseguenza, se fossero disponibili soltanto gli sbocchi endogeni, il capitalismo monopolistico boccheggerebbe in uno stato di permanente depressione”.

Il punto di equilibrio reale il sistema lo raggiunge, infatti, con gli investimenti “esogeni”. Ovvero “quell’investimento che ha luogo indipendentemente dai fattori di domanda creati dai normali meccanismi del sistema” (p.76).

Sono in particolare tre:

1-     la popolazione in aumento,

2-     i nuovi metodi di produzione,

3-     l’investimento all’estero.

La prima è una variabile dipendente e non indipendente (è la crescita che per diverse vie induce l’aumento della popolazione, e non il contrario).

La seconda è connessa con le innovazioni tecnologiche, ma anche queste sono rallentate tendenzialmente dal capitalismo monopolista, che potendo controllare i prezzi e neutralizzare la distruzione competitiva tende sempre a sovrasfruttare gli investimenti già fatti, e quindi rallenta la sostituzione tecnologica.

Il terzo, l’investimento estero, “si deve considerare un metodo per drenare il surplus dalle aree sottosviluppate, non un canale per farvelo affluire” e per questo si tratta di un metodo che si nutre della divisione del lavoro internazionale.

Come mostra bene l’esempio della Gran Bretagna nella sua fase tardoimperiale, quando drenava rendite da tutto il mondo come remunerazione del precedente flusso di investimenti all’estero, i flussi di capitale ed i loro rientri “lungi dal costituire uno sbocco del surplus creato all’interno, è un mezzo efficacissimo per trasferire nel paese che investe il surplus generato all’estero. In queste circostanze è naturalmente evidente che l’investimento estero aggrava il problema dell’assorbimento del surplus piuttosto che contribuire a risolverlo” (p.92).

Insomma, “il capitalismo monopolistico è un sistema intrinsecamente contraddittorio”, ha la tendenza a creare surplus ma non gli sbocchi di consumo e di investimento necessari per “realizzarlo”. Quindi questo resta per lo più “potenziale” e tendenzialmente crescente, ed il suo stato normale è il ristagno (con piccoli cicli). Ne consegue una cronica sottoutilizzazione delle risorse umane e materiali.

Un altro metodo di assorbimento del surplus potenziale, e quindi utile a sfuggire alle sabbie mobili della depressione cronica, è la promozione delle vendite. Quindi lo sviluppo dell’intera “economia del benessere” nella quale vengono coltivati ed alimentati i “ceti divoratori di surplus” (p.108) e condotta una guerra incessante contro il risparmio ed a favore del consumo.

Naturalmente una funzione analoga la esplica la spesa statale. Si tratta della dimensione potenzialmente più importante, ma severamente limitata dalla natura stessa della società capitalista, nella quale la condizione normale è la produzione a capacità ridotta. Si può anche dire così: “il sistema semplicemente non genera una domanda ‘effettiva’ (per adoperare il termine keynesiano) sufficiente ad assicurare la piena utilizzazione del lavoro e degli impianti produttivi. Messe in opera queste risorse inutilizzate possono produrre non soltanto mezzi di sussistenza necessari per i produttori, ma anche quantità addizionali di surplus”.

La spesa civile dello Stato ha però numerosi problemi interni, per lo più determinati dalla condizione delle forze attive nel capitalismo monopolistico, e tende a creare una spinta costante al suo aumento, anche se al momento non è elevatissima negli Stati Uniti (e, sottolineano, “in una società socialista razionalmente ordinata, con un potenziale produttivo paragonabile a quello degli Stati Uniti), la quota di surplus assorbito dallo stato per la soddisfazione dei bisogni collettivi e personali sarebbe certamente maggiore e non minore del volume e della quota assorbita oggi dall’amministrazione pubblica” p.125. D’altra parte, l’esperienza del ciclo della depressione e ripresa degli anni trenta mostra che anche in condizioni di esazione fiscale crescente le imprese non ridussero il volume dei profitti (in quanto fu compensato e sopravanzato dall’espansione economica), mentre furono duramente colpite dalla depressione stessa: “ciò che pregiudica i profitti delle società al netto delle imposte, in assoluto e relativamente al resto dell’economia, non è la forte imposizione né tanto meno la rilevante spesa pubblica, ma la depressione. Il prelievo da parte dello stato sotto forma di imposte di aggiunge, non si toglie al surplus privato. Inoltre, poiché la spesa pubblica su larga scala consente all’economia di funzionare a un livello molto più prossimo alla piena capacità, l’effetto netto sul volume del surplus privato è ampio e positivo”. Questa lezione è stata appresa (nel 1960, ma sarà rapidamente dimenticata).

Ma quale spesa pubblica è invece accettata senza problemi dagli imprenditori? Per lo più la spesa all’estero, in particolare militare. La spesa civile ha dei limiti di espansione che sono interamente provocati dalla paura del capitale privato di avere dei concorrenti molto temibili. Il capitale monopolistico avrebbe in tal caso un concorrente che non può battere e che farebbe venire meno la sua caratteristica principale. Alcuni esempi tratti dal New Deal[7] sono la Tennesse Valley Authority (un successo, ma proprio per questo un rischio enorme) e l’edilizia pubblica (un fallimento), o il sistema scolastico, la cui reale funzione è di consolidare la struttura di classe.

Alla fine la soluzione fu trovata nella guerra e poi nella guerra fredda.

Dunque la soluzione del dilemma dell’assorbimento del surplus è da ricercare essenzialmente nella caratteristica principale del capitalismo di essere, da sempre, un sistema internazionale e gerarchico, costituito da uno o più metropoli e da una catena di periferie sfruttate (p.151).

“La gerarchia delle nazioni che costituiscono il sistema capitalistico è caratterizzata da una complessa serie di rapporti di sfruttamento. I paesi che stanno al vertice sfruttano in varia misura tutti gli altri e allo stesso modo i paesi che stanno a un dato livello sfruttano quelli che stanno più in basso, fino a quando giungiamo all’ultimo paese che non ha nessuno da sfruttare. Nello stesso tempo, ogni paese che sta a un dato livello si sforza di essere l’unico sfruttatore del maggior numero possibile di paesi che stanno più in basso. Abbiamo quindi una rete di rapporti antagonistici che pongono gli sfruttatori contro gli sfruttati e contro gli altri sfruttatori. Trascurando le classificazioni giuridiche possiamo chiamare ‘metropoli’ i paesi che stanno al vertice o vicino al vertice e ‘colonie’ quelli che stanno alla base o vicino alla base. L’area di sfruttamento di una data metropoli, da cui i rivali sono più o meno efficacemente esclusi, ne costituisce ‘l’impero’. Alcuni paesi che si trovano nei gradini intermedi possono entrare a far parte di un dato impero, portando alle volte con sé un proprio impero (ad esempio, il Portogallo e l’impero portoghese come unità subordinate nell’ambito molto maggiore dell’impero britannico); altri paesi intermedi possono riuscire a mantenere una relativa indipendenza, come grosso modo fecero gli Stati uniti durante i primi centociquant’anni della loro vita nazionale indipendente” (p.152).

Il capitalismo genera ovunque da un lato ricchezza e dall’altro miseria.

Nella ricostruzione a grandi linee che segue del ottocento e novecento, visti dal punto di vista delle lotte egemoniche per il potere, viene illustrata tra le altre cose la funzione della ricostruzione post bellica in Europa, in chiave anticomunista: “ricostruire e rafforzare nel modo più rapido possibile i centri tradizionali del potere capitalistico ed integrarli in un’alleanza militare dominata dagli Stati Uniti”, attraverso il Piano Marshall del 1947 e con il Patto atlantico del 1949. Quindi, sotto l’ombrello ideologico della guerra fredda furono implementate una rete di basi militari e di interventi del capitale americano all’estero che spinsero il consolidamento (sull’esempio della Standard Oil) delle società multinazionali. Accadde in pratica che “industria dopo industria, le società statunitensi trovavano che i loro ricavi esteri aumentavano e che i profitti sull’investimento all’estero erano spesso molto più alti che negli Stati uniti. Quando i ricavi all’estero cominciarono ad aumentare, i margini di profitto delle operazioni interne cominciarono a ridursi … questo è l’insieme di fattori che imposte lo sviluppo della società per azioni miltinazionale” (p.166).

L’investimento all’estero delle società americane passì dai 7 miliardi del 1946 a 40 miliardi nel 1963, aumentano di cinque volte in termini reali.

L’ampia ricostruzione della storia del capitalismo americano, proposta nella parte centrale del libro, e che qui ovviamente non si può riprodurre, non trascura di mettere nella dovuta evidenza il rapporto tra il capitalismo monopolistico e i rapporti di sfruttamento e segregazione razziali, sia nel contesto del ottocento, fino alla guerra civile, sia in seguito. La guerra civile[8], in particolare, “non fu combattuta dalla classe dominante del nord per liberare gli schiavi, come molti erroneamente credono, ma per contrastare le ambizioni dell’oligarchia del sud proprietaria di schiavi che voleva sottrarsi al rapporto sostanzialmente coloniale che la legava con il capitale del nord”. Sarà l’enorme espansione della domanda di lavoro industriale che mosse la situazione.

“i gradini più bassi della scala economica erano occupati da successive ondate di emigranti provenienti prevalentemente dall’Europa, ma tra i quali non mancavano quelli provenienti dall’Asia, dal Messico e dal Canada. Via via che i nuovi arrivati venivano a prendere il loro posto in fondo alla scala, i figli e i nipoti degli emigranti ‘più anziani’ salivano la scala per soddisfare il bisogno di lavoratori semispecializzati e specializzati e di impiegati, mentre il sistema della pubblica istruzione assolveva la funzione decisiva di prepararli a queste occupazioni socialmente più qualificate e più remunerative. Mette conto di rilevare che il modello inferiorità-pregiudizio-discriminazione operò anche nel caso dei nuovi emigranti. La reazione dei lavoratori locali fu quasi sempre ostile e talvolta estremamente cattiva. Anne Braden, una valorosa combattente per i diritti dei negri dei nostri tempi, ha descritto quello che nella sua città natale è diventato noto con il nome di ‘lunedì di sangue’: ‘a luisville, nel Kentucy, il lunedì 6 agosto 1855, una folla di rivoltosi entrò nei quartieri cittadini abitati da immigrati tedeschi e irlandesi, incendiò botteghe e case di abitazione e quando i loro occupanti cercarono di fuggire aprirono il fuoco e li uccisero. Si sparò anche alle donne che fuggivano con i bambini in braccio dalle case incendiate. I rivoltosi erano incitati dalle grida delle mogli e figlie contegnose che sollecitavano a ‘uccidere ogni tedesco e irlandese con i loro discendenti’.”

Chiaramente questo atteggiamento si rovesciava, come una scala, man mano sugli ultimi venuti, di modo che i penultimi potessero, ad ogni conto, sentire almeno di essergli superiori.

Dopo la guerra la rivoluzione agricola e la forte natalità nelle campagne interne misero a disposizione delle città industriali flussi continui e quindi l’immigrazione esterna non serviva più. Come scrivono “in tali circostanze era del tutto naturale ricorrere alle limitazioni legali dell’immigrazione. L’opposizione all’immigrazione aveva cominciato a farsi sentire fin dal 1880, ma prima della guerra non era riuscita mai a vincere i potenti gruppi capitalistici interessati ad avere abbondante disponibilità di lavoro a buon mercato. Ora che tale disponibilità era assicurata da fonti interne, gli stessi capitalisti si unirono all’opposizione, soprattutto per timore che gli operai immigrati potessero infettare gli Stati Uniti con il virus rivoluzionario, che, dopo aver abbattuto il sistema capitalistico in Russia, sembrava minacciare il resto dell’Europa” (p.216). Furono lasciati entrare, dal 1924, solo lavoratori qualificati e da aree non pericolose.

I flussi interni, che avevano sostituito quelli esterni, implicarono l’urbanizzazione dei negri; dal 1870 al 1950 l’emigrazione dagli stati del sud si moltiplicò da 47.000 a 1.170.000 ogni decennio. Anche più in generale, il rapporto tra la popolazione delle campagne e delle città si rovesciò nell’arco di un cinquantennio (da ¾ nelle campagne a ¾ nelle città).

Attraverso questi imponenti flussi i negri entrarono nella vita centrale del paese, nelle grandi città e nel settore produttivo della nazione dal gradino più basso e la maggior parte vi restò.

Ci restarono perché diffusi interessi privati si giovano dell’esistenza di un sottoproletariato non integrato, e nel senso più diretto perché ne possono usufruire per servizi, lavoretti occasionali, stagionali, … ma anche gli imprenditori deviano l’attenzione della forza lavoro sfruttata, mettendola l’una contro l’altra. Le piccole imprese marginali sopravvivono solo con un lavoro debolissimo da sfruttare.

Tutti questi gruppi nel loro insieme sono la grande maggioranza della popolazione bianca che è impegnata in un complesso gioco di status, nella società altamente articolata e complessa dei ceti medi. La paura e l’ambizione (di scendere e salire di status) muove allora un profondo desiderio, in ogni gruppo sociale “di compensare il senso invidia e di inferiorità che sente verso i gruppi superiori con il senso di superiorità e di disprezzo verso i gruppi inferiori” (p.224). Il “gruppo-paria” in un certo senso, svolge una funzione essenziale: stabilizza l’intera piramide sociale, soprattutto se questo interiorizza la presunta inferiorità e spontaneamente “sta al suo posto”. La cosa è rilevante:

“la soddisfazione che i bianchi ricavano dal sentimento di superiorità socio-economica che provano nei confronti dei negri trova la sua contropartita nella paura, nella rabbia e persino nel panico che essi provano davanti alla prospettiva che i negri possano conseguire l’eguaglianza. Poiché lo status sociale è una questione relativa, i bianchi sono inevitabilmente portati a interpretare il movimento di elevazione dei negri come un movimento che declassa loro stessi. Questo insieme di atteggiamenti, prodotto da stratificazioni e pregiudizi sociali della società del capitalismo monopolistico, contribuisce a spiegare perché i bianchi non soltanto si rifiutano di aiutare i negri ad elevarsi socialmente, ma si oppongono decisamente ai tentativi di elevazione fatti dai negri”.

Il terzo ordine di fattori è la scomparsa di molti lavori a bassissima qualificazione a causa della evoluzione tecnologica, in particolare dopo il 1950.

In definitiva tutto ciò fa parte dell’essenza del capitalismo, un sistema che si impernia sui due fratelli siamesi della più grande opulenza e della massima miseria. Nel quale la compravendita di beni e forza lavoro che si svolge sul mercato determina rapporti tra gli uomini dominati dalla logica dello scambio, del “qui pro quo”. Una logica che non stabilisce il valore delle cose ed i prezzi delle merci in base all’uso e ai costi di produzione, ovvero al lavoro che vi è, il contenuto sociale in essi, ma solo in base al criterio del massimo profitto. Questo, lo scambio, diventa la formula per mantenere la scarsità nel mezzo dell’abbondanza. Perché sempre più risorse umane e materiali restino inutilizzate solo perché nel mercato in quel momento non c’è un ‘quid’ che si possa scambiare con il ‘quo’ della produzione potenziale.

Peraltro, se la divisione del lavoro, come voleva Adam Smith, è la chiave della ricchezza delle nazioni, essa ha anche un lato oscuro, perché “si impadronisce oltre che della sfera economica, di ogni altra sfera della società, ponendo dappertutto le basi di quel perfezionamento delle specializzazioni e di un frazionamento dell’uomo che fece prorompere a suo tempo Adam Ferguson, il maestro di Adam Smith nell’esclamazione: ‘noi facciamo una nazione di iloti, e non ci sono uomini liberi fra di noi’”[9].

Owen, Fourier, Marx furono colpiti da questo lato alienante della divisione del lavoro, l’ultimo immaginò che si potesse porre rimedio e creare un uomo completo “in avanti”, attraverso un grado più alto della produttività del lavoro[10] e solo “nella fase superiore della società comunista”. Baran e Sweezy ritengono che questa “fu una illusione”, dal punto di vista dell’aumento della produttività del lavoro il capitalismo ha dimostrato di avere enormi capacità, di gran lunga superiori a quelle immaginate da Marx. Ma nulla di quel che prevedeva si è realizzato.

L’intera società è investita da una profonda crisi esistenziale: “un pesante, soffocante, senso di vuoto e vanità dell’esistenza permea il clima intellettuale e morale del paese. Il malessere priva il lavoro di scopo e significato; trasforma il tempo libero in ozio debilitante e privo di gioia; pregiudica totalmente il sistema scolastico e un sano sviluppo dei giovani; trasforma la religione e la chiesa in tramiti commercializzati di ‘falsa comunità’ e distrugge il fondamento stesso della società borghese, la famiglia”.

Ciò malgrado, non convince più la tradizionale posizione ortodossa marxiana, secondo la quale “il proletariato industriale deve alla fine fare la rivoluzione contro i capitalisti suoi oppressori”. Uno dei motivi è quantitativo: gli operai dell’industria sono una piccola minoranza (ed eravamo nel 1966, poi sono enormemente diminuiti, almeno in occidente). L’altro è che “i suoi nuclei organizzativi nelle industrie di base sono in larga misura stati integrati nel sistema come consumatori e sono diventati membri ideologicamente condizionati dalla società”. La verità è che “essi non sono più le vittime preferite del sistema”.

Oggi:

“il sistema ha le sue vittime preferite. Queste sono i disoccupati e gli incollocabili, i lavoratori agricoli emigrati, gli abitanti dei ghetti delle grandi città, gli studenti che hanno finito le scuole, gli anziani che vivono con misere pensioni di anzianità, in una parola gli esclusi, quelli che per il loro limitato potere d’acquisto sono incapaci di fruire delle soddisfazioni del consumo, quali che esse siano. Ma questi gruppi, malgrado il loro numero impressionante, sono troppo eterogenei, troppo sparpagliati e frazionati per costituire una forza coerente nella società. E l’oligarchia, mediante sussidi ed elargizioni, sa come tenerli divisi e impedire che diventino un sottoproletariato di miserabili affamati” (p.304).

Sotto questo profilo le prospettive sono esigue. La diagnosi è impietosa.

Ma Il capitalismo monopolistico avanzato non è isolato: resta connesso in catene di sfruttamento con il resto del mondo che sono organicamente necessarie per non farlo precipitare nella stagnazione permanente.

E’ da questo punto che la scuola del “Montly Review” parte per cercare di risolvere i “teoremi di impossibilità” che aveva essa stessa formulato: se il capitalismo nella forma monopolista tende a soggiacere alla “legge della crescita tendenziale del surplus”, e quindi ad una costante moltiplicazione degli sprechi e dei ceti intermedi ed improduttivi, finendo per essere soffocato dalla sua stessa avidità, e se in questa capacità di creare e distribuire tra pochi ricchezza riposa la sua stabilità, al contempo esso per garantirsi l’equilibrio e la sopravvivenza necessita di estendere lo sfruttamento e l’estrazione di surplus potenziale alle periferie dell’impero. Questa forma di capitalismo, diretta e controllata dalle grandi imprese per azioni monopoliste e multinazionali, è quindi strutturalmente imperiale e organizzato di necessità per grandi catene di sfruttamento internazionali. Catene che determinano l’estrazione di valore e la contrapposizione tra la massima opulenza e la massima disperazione, entro e fuori le cittadelle assediate delle metropoli occidentali.

Però è qui che nasce la speranza.

Se al centro è “esile” alla “periferia” interconnessa alle catene di sfruttamento ed estrazione di surplus potenziale rinasce. E’ qui che diventa ancora possibile mobilitare le forze necessarie per fuoriuscire da un sistema che vive sull’irrazionale moltiplicazione degli sprechi, corrompendo e svuotando il senso della vita. E’ qui che si può lottare.

Questa lotta non dovrà avvenire, dove l’attendeva Marx, nel luogo di massimo sviluppo delle forze produttive, ma nei luoghi in cui lo sviluppo (mondiale) determina il sottosviluppo (locale). I luoghi in cui si può dare, come concludono, “la suprema forma di resistenza”, ovvero “la guerra rivoluzionaria per uscire dal sistema capitalistico mondiale e avviare la ricostruzione economica e sociale su basi socialiste”. Su “basi socialiste”, ovvero non orientate alla massima competizione per il profitto, per un mondo che, gradualmente liberandosi, non sia più diretto alla barbarie e finalmente in pace.

Quindi lotta da condurre in ogni luogo, ma diretta a sviluppare una nuova relazione fondamentale tra i popoli e le nazioni; una relazione fondata sul mutuo appoggio e sostegno e non sulla licenza, sotto protezione militare, di sfruttare senza alcuna remora ogni posizione dominante per estrarre valore.

Una lotta “che non può concludersi fino a quando non ha abbracciato il mondo intero” (p.306), ma che andrà avviata, resistendo, nelle periferie.

 

NOTE

[1] – Come si vede nel testo, e come è ripreso, peraltro in questo, per Sweezy l’origine delle crisi nel capitalismo avrebbe a che fare con la “tendenza a espandere la capacità di produrre beni di consumo più rapidamente della domanda di beni di consumo”, dal che conseguirebbe un’inevitabile propensione alla stagnazione dell’economia capitalistica.

[2] – In particolare nella ricostruzione delle posizioni precedenti di Paul Baran, si veda “Il surplus economico”, 1957, e il recente “Saggi marxisti”.

[3] – Come giustamente ricordano in una nota Marx nelle “Teorie sul plusvalore” inserisce nel plusvalore elementi come le entrate dello Stato, della chiesa o le spese per trasformare le merci in moneta ed anche i lavoratori “improduttivi”, ma li considerava secondari e quantitativamente marginali, lo sviluppo del capitalismo, con la pronunciata terziarizzazione e l’enorme crescita della macchina statuale, ha reso non più sostenibile questa sottovalutazione.

[4] – Si avrebbe un equilibrio tra la discesa dei salari e dei prezzi.

[5] – Non è una critica assoluta, come specificano gli autori la legge sulla caduta del profitto prevale in certe circostanze e quella sull’aumento del surplus in altre. Anzi si può dire che vigono entrambe nelle condizioni specifiche (che possono essere compresenti).

[6] – Un esempio è lo strapotere di Amazon, si veda “Amazon e il suo monopolio”, che estremizza il modello anni novanta di Walmart, che è uno degli agenti più rilevanti della ondata di delocalizzazioni, estensione della rete logistica, organizzazione a rete della grande distribuzione, degli anni novanta, estendendo la logica monopolista fuori del settore industriale, al commercio al dettaglio. La tecnica qui è della unione di un monopsonio con un monopolio per annichilire ogni possibile concorrenza.

[7] – Si veda Kiran Patel, “Il New Deal

[8] – Si veda “Costruire una nazione federale: il caso degli Stati Uniti”.

[9] -Karl Marx, “Il Capitale”, vol I, cap.12

[10] – Si veda questo commento della “Critica al Programma di Gotha”, “Utopie. Milanovic e il superamento del denaro

 

 

FONTE: https://tempofertile.blogspot.com

 

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Discussione

Un pensiero su “Alessandro Visalli: Una rilettura de “Il capitale monopolistico” di Paul Baran e Paul Sweezy.

  1. Da stampare ed a studiare per il debattito economico attuale ! Pierre da Marsiglia.

    "Mi piace"

    Pubblicato da Pierre ASSANTE. | 09/09/2019, 08:52

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