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Crisi: l’autunno infinito dell’emisfero boreale

di Gabriele Giorgi

Le estati sono sempre più calde, iniziano a primavera e intaccano gli autunni. Anche le crisi anticipano l’andamento stagionale e si propongono ormai nel mezzo del solleone.

Ben prima di settembre, le piogge torrenziali e piangenti si scaricano sulla terra, non più nuda e triste, ma fremente, come alle soglie di un’eruzione.

Il rumore di fondo della crisi è permanente e ubiquo e gli epifenomeni locali, nazionali, continentali sono soltanto manifestazioni del crollo imperiale (o del paradigma?) e del riassestarsi provvisorio delle sue zolle in frizione, quelle più vicine e quelle più lontane, che interagiscono mutuamente e sollecitano altre crepe interne ed esterne. Il sommovimento è giunto ad uno stadio che si autoalimenta e che continuerà fino a che un nuovo equilibrio (o nuovo paradigma?) sarà raggiunto.

Perché ciò avvenga le energie presenti necessitano di essere liberate come in un terremoto e i danni saranno, come sono, inevitabili, perché gli edifici sono costruiti sull’equilibrio preesistente e non sul movimento attuale e futuro. L’elasticità, quella antica prerogativa di saper costruire su sabbia, come se la sabbia fosse pietra, è stata dimenticata. Ne rimane una traccia solo nella fluida propaganda, ma la propaganda si muove sempre nell’ambito del virtuale e non riconduce questa sua qualità al reale. Ne modifica solo il sistema di apparenze, non il contenuto. Ciò che dovremmo tornare a fare è analizzare a fondo il contenuto, se non nella sua essenza, almeno nei suoi movimenti, nella sua dinamica, nei suoi effetti macroscopici.  Ma noi abbiamo a disposizione solo il sistema di apparenze.

Il sistema di apparenze ci mostra tuttavia che lo scontro egemonico – che interessa le singole persone e i popoli – può essere ricondotto ad alcune tendenze agenti che possiamo schematizzare come segue:

 

  • – la persistenza della globalizzazione neoliberista come unisco scenario possibile e, al suo interno, per quanto riguarda l’Europa, la permanenza o il superamento dell’ ”equilibrio” mercantilista.
  • – la prospettiva multipolare boreale
  • – la prospettiva di cambiamento sistemico: Ecologia Vs Capitalismo

 

1) – La posizione – onirica – della riaffermazione o del ritorno alla belle epoque della globalizzazione ante crisi (2007-08) e della valenza insuperabile della mano invisibile del mercato: questa è la posizione sempre più scalzata dagli eventi e che continua a nutrirsi della favola della società aperta, liberale, dei diritti umani come unico spazio di riconoscimento ancora aperto poiché quelli sociali, progressivamente  annichiliti, rientrano nella categoria ineluttabile degli “effetti collaterali”, cioè inevitabili, congiunturali.

A distanza di diversi decenni nel corso del ‘900 (e ripetutamente per tre o quattro secoli) questa posizione è defunta e risorta e ha riaffermato con diverse guide imperiali al governo dei diversi stadi della globalizzazione, che la strada è fondamentalmente quella. E’ la posizione di conservazione ancora in campo ed è la posizione storica dell’euro-atlantismo occidentale interpretato dalle grandi banche e corporations alla ricerca di occasioni di valorizzazione dei capitali secondo una legge interna che prevede la scoperta o creazione di nuovi mercati (tecnologia) o la loro imposizione (con la forza) per soddisfare l’esigenza basilare di profitto e di successiva accumulazione. In questa prospettiva la funzione statuale è quella di garantire per ogni spazio, la libertà di movimento dei fattori produttivi e di impedire che si costituiscano poteri o puntuazioni territoriali che ambiscano ad una propria autonomia o che si prestino a diventare colli di bottiglia che ostacolino il loro libero flusso.

Nello scenario italiano afferiscono a questa posizione il PD e Forza Italia, cioè i due interpreti della fase che appare appena conclusa.

Essa ha previsto la successiva sottomissione di ogni spazio fisico e culturale alla condivisione della sua scolastica che compendiava l’apertura indiscriminata dei mercati locali ai prodotti e alle tecnologie dei centri accompagnata dalla necessaria funzione creditizia e dal dominio estrattivo delle risorse delle periferie e sotto-periferie per il miglior benessere dei centri imperiali; questo disegno è stato assicurato e garantito da innumerevoli pratiche di convincimento e propaganda e dall’insediamento e rafforzamento, nelle medesime periferie, di borghesie sentinelle (compradore) che, oltre a costruire un mercato locale per l’esportazione, assolvessero la funzione di garanti e di controllori del sistema; in caso di sua insostenibilità locale, il modello prevedeva lo strumento delle guerre giuste e “umanitarie”.

Una volta saturato lo spazio periferico, questo modello, dagli anni ’70 in poi, ha coinvolto via via gli stessi territori centrali, cioè i paesi guida, a partire da quelli semiperiferici, fino ad aggredire gli stessi paesi guida: la difficoltà di remunerare il capitale in situazioni di contrazione degli spazi post coloniali e parallelamente degli sbocchi interni (caratterizzati da un inferiore tasso di profitto medio in quanto la dimensione dei mercati interni è di per sé più vincolata al sociale e si realizza su tempi più lunghi rispetto al vantaggio di breve termine che può essere realizzato con l’orientamento all’export), ha obbligato a strategie complesse e parallele, come la ristrutturazione industriale, il passaggio dalla produzione di massa alla produzione orientata al mercato (cioè alla creazione di nuovi bisogni e all’innovazione tecnologica, di processo e di prodotto), alla illimitata libertà e velocità di movimento dei capitali e degli investimenti, fino alla tendenziale autonomizzazione del capitale finanziario verso il superamento della condizione basilare del capitalismo, quella costituita dal circuito D-M-D (Denaro-Merce-Denaro), verso il circuito D-D, che costituisce la formidabile – ma fallimentare – innovazione del turbo-capitalismo, volto a rendere il più astratto e intaccabile possibile (ciò non controllabile o non influenzabile dalla dimensione del reale a cui partecipano i corpi, le vite e la natura) il circuito di valorizzazione.

Questo processo nato per recuperare tempo, per posticipare o allontanare le contraddizioni insite nel sistema in attesa di altre salvifiche pietre filosofali o tecnologiche, ha portato, – con diversi gradi di variazione tra i paesi guida -, ad una loro specializzazione sulla base delle dimensioni territoriali e demografiche, delle aree di influenza di partenza (collegate agli esiti della seconda guerra mondiale) e delle specifiche culture nazionali a diversi modelli di capitalismo: se il campo anglosassone ha visto come centrale la sua vocazione imperiale su ampi spazi globali attraverso la finanza e il militare, la Germania e il Giappone (ma anche l’Italia) hanno agito sulla loro vocazione organizzativa interna e la grande capacità di mobilitazione, produzione, innovazione e penetrazione commerciale: la vocazione mercantilistica, la vocazione all’export, cioè l’ottimizzazione di fattori geografici, culturali e di produttività dell’economia reale.

Con alterne fortune questa biforcazione del capitalismo insulare (angloamericano) e continentale è rimasto in equilibrio fino alla fine del ‘900 con una accettata ripartizione di ruoli e primazie.

Lo scoppio della bolla della New Economy all’inizio del 2000 e la successiva crisi dei sub prime del 2007-2008 hanno spiazzato il progetto anglosassone, che da allora resta in piedi solo per l’immenso trasferimento pubblico di liquidità a puntello del sistema bancario e finanziario operato dalle banche centrali, del parallelo mantenimento del carattere di valuta globale del Dollaro (a suo tempo non ancora insidiato da altre valute emergenti) e per la funzione di controllo militare imperiale Usa, mentre ha finito per amplificare la potenza del mercantilismo tedesco (con il seguito europeo) e di altri paesi emergenti che, solo alcuni e solo in parte, andavano da tempo emancipandosi (con interruzioni catastrofiche causate da afflussi e successive fughe di capitali internazionali) dalla funzione di periferie a quello di semiperiferie, fino alla formidabile ascesa della Cina con la sua capacità di conciliare e tenere in equilibrio mercato e pianificazione, crescita dell’export e crescita del mercato interno; questi ultimi paesi adottavano un modello molto più simile a quello tedesco (“economia sociale di mercato”), fondata sull’export, ma attento alla sostenibilità del mercato interno: secondo una via in grado di mantenere un sufficiente consenso che può essere garantito solo da relativa stabilità sociale, cioè un’economia reale funzionante e un indiretto controllo sui movimenti di capitale garantito dagli alti tassi di crescita e di surplus commerciale a discapito, ovviamente, dei paesi in deficit commerciale.

L’avvento della crisi ha mostrato una superiorità decisiva di questo modello rispetto a quello anglosassone: esso ha la qualità di reggere meglio alle congiunture di crisi e di riduzione del tasso globale di crescita, contrariamente all’altro, che per sua natura ha bisogno di un contesto di crescita indefinita e di alimentazione continua della spirale del credito-debito. L’enorme iniezione di liquidità ha solo consentito una decelerazione della tendenza al crollo, ma non ne ha mutato le caratteristiche.

Mentre invece, l’iniezione di liquidità avvenuta nell’Eurozona era orientata a salvaguardare la valuta unica e la dimensione continentale europea attraverso il puntellamento dei paesi semiperiferici UE (solo a parole contrastata dalla Germania e dai suoi paesi satelliti), poiché serviva, alla stessa Germania a mantenere in piedi la sua imponente filiera verso il sud e verso l’est del continente.

Stiamo parlando di modelli e di tendenze prevalenti, con molte ulteriori variabili interne, poiché già sotto la presidenza Obama, gli USA hanno tentato di revisionare il loro modello, provando a salvaguardare ciò che restava, per esempio, della produzione interna automobilistica (vedi l’accordo Fiat-Chrysler).

Quando il campo anglosassone vede ulteriormente assottigliarsi la funzione dirigente e scarsamente riequilibrante della finanza come motore e dominus della fase, sia in generale che a fini interni, e vede dunque assottigliarsi il consenso all’interno dei singoli paesi (USA e Gran Bretagna) già intaccati da precedenti massicci processi di deindustrializzazione, il quadro generale muta repentinamente e si ritorna in un contesto di accentuata competizione il cui nucleo è costituito dalla funzione produttiva e commerciale, l’unica in grado di assicurare un grado soddisfacente di valorizzazione capitalistica in un contesto di progressiva volatilità finanziaria o comunque di rappresentare l’indispensabile sottostante ad ogni operazione della finanza: le misure protezionistiche si impongono non solo sul commercio, ma anche sui movimenti dei capitali, che vengono tendenzialmente richiamati nei rispettivi paesi con diverse manovre.

Innescato il processo da un paese, e in questo caso dal paese a guida imperiale, gli USA e dall’alleato inglese che dispone ancora di una propria valuta di ampia diffusione e di ciò che resta del Commonwealth, a breve giro, tutti gli altri sono costretti a seguire. La politica si predispone ovunque ad assecondare e accompagnare questo processo di ri-territorializzazione e la funzione statuale torna decisiva in termini di controllo normativo interno e di interventismo economico sia interno che esterno, mentre nella precedente fase era stata di garante regolatore – a livello multilaterale – di processi e norme generali globali: in quella fase questa era la funzione politica più redditizia per il centro imperiale che la imponeva la sua superiorità al resto dei paesi.

Nell’attuale fase, invece, la funzione di consenso sulle scelte politiche torna ad essere decisiva tanto quanto nella precedente risultava secondaria: se le regole erano generali, cioè globali, non vi era una strutturale necessità di consenso, poiché le scelte erano definite a priori e le contraddizioni sociali erano gestite nella misura in cui il sistema di regolamentazione internazionale era in grado di assicurare un relativo benessere nei paesi centrali e semiperiferici (di quello dei paesi periferici si poteva sempre fare a meno) grazie ad una sorta di trickle-down internazionale basato sulla libertà di movimento globale dei capitali che se non oggi, domani, avrebbe via via toccato pur in modo differenziato, tutti i punti del pianeta: per attrezzarsi a recepire questi benefici parziali la ricetta era la stessa: creare le condizioni per l’afflusso di capitali esteri, quindi smantellamento della spesa pubblica, privatizzazioni e competizione sui costi del lavoro, cioè accentuata competizione e orientamento all’export.

Contraddizione in termini, poiché come è logico ci deve essere sempre un’ultima istanza disponibile all’import e alla sudditanza economica. Che però va sempre finanziata dall’esterno.

A queste banalità sono state educate le classi dirigenti di tutti i paesi, esclusi quelli “canaglia” e, a cascata, è stata costruita la narrazione globale e la propaganda politica e sociale, con particolare attenzione alle deficienze dei sistemi-paese in competizione in particolare negli ambiti della funzione pubblica (improduttiva in sé in quanto i processi economici si autostengono senza il suo intervento), quindi della casta politica (sempre più saprofita e inutile), fino alla competizione tra lavoratori autoctoni più o meno produttivi del settore pubblico o privato; quella tra autoctoni e migranti si sviluppa nella fase attuale caratterizzata dall’avvento dei cosiddetti “sovranismi” fondati sul riemergere delle politiche economiche protezionistiche che sono destinate a ri-territorializzare tutto, ivi compreso il pensiero, la lettura e il senso dell’esserci storico.

 

 

1.1)  – EUROPA

Come brevemente accennato, la specificità delle dinamiche che avvengono nello spazio europeo, in questa fase, è particolarmente contraddittoria, poiché da una parte i singoli paesi sono vincolati ad un sistema di regole comuni che superano la dimensione nazionale consolidatesi nella fase di ascesa del neoliberismo, mentre tuttavia, rispetto al resto del mondo sono sollecitati da sommovimenti che debbono affrontare, in buona misura, singolarmente. Il problema è ovviamente più gravoso da risolvere per i paesi semiperiferici. Questa contraddizione è la causa della crisi europea maturata nella fase di crisi del globalismo dal 2007 in poi.

Ad essa si può oggi rispondere con una rottura (Brexit) e decomposizione di questo spazio o con il superamento definitivo della dimensione nazionale in direzione di un superstato europeo il quale però, nella competizione globale tra macro-aree in competizione in regime di crescente protezionismo, deve necessariamente avvalersi dei suoi punti di forza interni, cioè ancora delle aree a maggiore concentrazione di capitale e di traino dal punto di vista della produttività di sistema e dunque a riconfigurare un geografia interna conformata dai diversi livelli di sviluppo dei singoli paesi o delle sue macroregioni (Centro, sud, est). Lo stesso vale, da sempre, all’interno dei singoli paesi, con l’accentuazione del divario e della polarizzazione tra poli centrali e poli secondari, di cui l’esempio storico italiano, dall’unità in poi, costituisce un esempio da manuale. E anche nella Germania mercantilista accade lo stesso tra west e ovest. I rami secchi, le aree desertificate, sono di impaccio e vengono lasciate alla deriva. In un caso, come nell’altro, dunque, il destino delle semiperiferie interne ed esterne dell’Europa, a breve termine sembrerebbe segnato.

A medio termine, in un contesto di radicale cambiamento dei cosiddetti parametri con maggiore flessibilità degli stessi, si darebbe la possibilità – teorica – di una maggiore autonomia nelle scelte e nei margini di manovra, ma si tratta, come detto di una possibilità, poiché ad ogni scelta di un singolo paese corrisponderebbe una parallela scelta degli altri paesi, i quali, in questo caso amplierebbero il fronte dei competitors internazionali, senza le relative remore presenti nella configurazione di “partners” che assumono all’interno di un – altrettanto teorico – , come sappiamo, quadro comunitario.

La scelta di uscita di singoli paesi dall’involucro comunitario (valutario o di spazio comune) implicherebbe la necessità di un rafforzamento unilaterale e a 360 gradi della loro capacità organizzativa e normativa, con probabili esiti di politiche autoritarie. La pianificazione riduce i margini di libertà dei soggetti del sistema, siano esse le imprese che il lavoro. E il modello deve per sua natura diventare più rigido in quanto deve risultare più flessibile alla congiuntura e trasformare tutto in capitale variabile.

Allo stesso tempo, sempre in un’ipotesi di uscita da Euro e Mercato Comune, potrebbero crescere le opportunità di alleanze esterne dei singoli paesi (con USA, Russia, Cina, altri paesi emergenti…), ma visto lo scenario di competizione tra grandi aree, le opzioni sono limitate ed escludenti l’una con l’altra, condizionate dalla storia, dalla geografia, dalla cultura, dagli interessi interni consolidatesi nella fase precedente: bisognerebbe cioè optare per qualche campo cercando di mantenere un equilibrio sul filo del rasoio con tutti gli altri.

Ultima opportunità di riconfigurazione dello spazio europeo non è costituito dallo sfaldamento o dall’uscita di singoli paesi, ma dall’adesione di tutti i paesi o da una solida maggioranza di essi, attorno ad un nuovo disegno imperiale costruito non sulla generica globalizzazione, ma su un “sovranismo” continentale. E’ questo il disegno su cui hanno lavorato Le Pen, Salvini, i paesi del patto di Visegrad, con orientamenti analoghi, ma differenziati e presenti anche nei raggruppamenti politici storici delle “famiglie europee”, popolari e socialdemocratici.

Quest’ ultima prospettiva, nella sua versione ottimale, punta a scaricare all’esterno le contraddizioni dello spazio interno di coesistenza di singoli paesi sovrani, cioè una nuova politica imperialista costituita da un’alleanza europea contro l’esterno. Questa posizione prevede l’inclusione della Russia nell’alleanza sia perché lo spazio euroasiatico dispone di immense risorse, sia perché vi sarebbe una contiguità culturale con l’identità russa che consentirebbe di accentuare, modificandolo, i caratteri identitari di questo spazio rispetto a quelli esterni, in una competizione che deve per forza fondarsi anche su un fattore riconoscibile e riconosciuto: identità occidentale, sì, ma piuttosto cristiana, cioè cattolico-protestante-ortodossa.

Per fare ciò sarebbe indispensabile una revisione e un superamento della dimensione culturale europeo-occidentale che si è consolidata nel dopoguerra (nell’occidente europeo), ma ciò confligge con la revisione già operata dai paesi dell’est europeo dopo la caduta del muro, i quali, interpretano giocoforza il loro “sovranismo” in funzione antirussa e hanno da tempo individuato in USA e Gran Bretagna i loro maggiori alleati, anche se sono pienamente integrati nell’area ad egemonia tedesca sul piano economico.

Questa opzione per un sovranismo imperialistico eurocentrico, potrebbe tuttavia anche convergere in un’alleanza con Trump laddove gli geostrateghi americani dovessero propendere definitivamente, come può avvenire, per una nuova divisione est-ovest in cui la Cina (e non la Russia) è l’avversario finale. Al momento la questione è incerta, poiché il rischio euroasiatico è da sempre quello storicamente più paventato e inviso agli Usa (sia nel partito democratico che in quello repubblicano).

Dunque per gli USA, questo disegno è sostenibile al prezzo di una riduzione dell’egemonia tedesca sull’Europa e della capacità della Germania di costituire l’interlocutore primario della Russia. Quindi, la possibilità sta in piedi (per gli Usa) in un contesto di indebolimento della coesione europea a guida tedesca e di una bilateralizzazione delle relazioni con i diversi paesi del continente, insieme alla Russia, contrastando la creazione dell’Eurasia compatta e ipotizzando la creazione di un’AmericAsia con l’Europa possibilmente divisa o comunque in posizione subalterna.

Per tornare a noi, il sovranismo salviniano si muove all’interno di questo spazio di possibilità ed è fortemente influenzato dalle sue macro-dinamiche. Per questo i riferimenti della Lega salviniana sono Trump e Putin, ma un soffio di vento in questo contesto può spazzarlo via. Mentre nella Lega bossiana erano la Baviera e la Germania con parallela ipotesi secessionista italiana. Come sappiamo, le due varianti sono entrambe co-presenti e costituiscono una delle contraddizioni interne di questo movimento.

Ma costituiscono una contraddizione – o una ulteriore copresenza – anche nelle formazioni politiche storiche, accomunate, in quanto afferenti alla medesima urgenza di gestire una fase complessa il cui obiettivo deve essere il mantenimento di una unità continentale, seppure imperfetta, senza cedere sul nucleo della questione, quello della salvezza del capitalismo continentale e della sua capacità di competere globalmente: l’esito può essere quindi anche quello di una unità strategica tra famiglie politiche tradizionali e “sovranismo” rampante; questa possibilità resta in piedi e diviene praticabile se il centro continentale rappresentato essenzialmente dalla Germania si predispone ad una relativa apertura rispetto alle esigenze dei paesi periferici; tale apertura, dal punto di vista dei globalisti, è meno preoccupante di quella che esigevano gli altri movimenti politici emersi dalla crisi, come Podemos, Syriza o M5S, o dalla protesta dei Gillet Jaunes, perché essi mettevano in discussione aspetti sistemici, mentre i “sovranisti” si agitano su un piano sovrastrutturale, ma non sistemico. Questo esito rientra quindi nel novero delle probabilità più consistenti. A prescindere dagli attori che sono chiamati a gestirlo: potrebbe essere una spuria alleanza oppure un’acquisizione dei temi “sovranisti” da parte delle elites continentali, magari rivisti e corretti.

 

 

2) – MULTIPOLARISMO BOREALE

La seconda posizione intorno alla quale vanno addensandosi le pedine sullo scacchiere internazionale non mette in discussione il principio guida della valorizzazione capitalistica, come si è già visto, ma ne propone una variante significativa che prende atto delle novità storiche di questo inizio secolo: da un centro unico imperiale si deve passare a più centri informatori, già in parte esistenti o in nuce, a più poli che dunque cogestiscano la fase attraverso una migliore ottimizzazione delle risorse presenti, relativamente più rispettose delle prerogative di grandi aree non più solo in competizione, ma possibilmente in relativa cooperazione, anche in vista delle enormi contraddizioni che si sono sviluppate nell’epoca del neoliberismo, prima fra tutte quella ecologica e climatica, la polarizzazione territoriale e la parallela desertificazione sociale, ecc.: Cina, l’abbozzo dei B.r.i.c.s., la via della Seta.

Secondo questa posizione si tratta di passare dall’impero universale (impossibile e deleterio, come mostrato dagli eventi) ad un’età ellenistica in cui l’omogeneizzazione sia più rispettosa dei macrocontesti storici e culturali e delle periferie, secondo un approccio operativo analogo, per capirci, a quello che fu interpretato da Enrico Mattei e che oggi la Cina persegue, ad esempio in Africa e in America Latina.

Questa seconda opzione, per quanto riguarda l’Europa, non è in diretta contraddizione con la precedente, nel senso che la sua praticabilità implica un forte attore europeo dotato di relativa autonomia. Senza questo attore, lo scontro (tra USA e Cina) sembrerebbe inevitabile. Quindi la prospettiva di un “sovranismo” continentale europeo si concilia con la prospettiva multipolare.

Questa prospettiva mirerebbe quindi a una nuova divisione internazionale con un equilibrio tra i rispettivi flussi di capitali in movimento. Le contraddizioni che ne emergerebbero sarebbero una questione che i rispettivi spazi territoriali sono chiamati a risolvere indipendentemente.

I quesiti sono rappresentati dai grandi spazi periferici dell’America Latina, dell’Africa e del medio Oriente che, in questa visione tornerebbero a fungere da territori di approvvigionamento e da spartire. La rottura del Brics ne costituisce quindi una condizione; di non semplice attuazione, dal momento che al 2050 i due continenti del sud rappresenterebbero una popolazione di circa 3 miliardi di persone.

 

 

3) – ECOLOGIA VS CAPITALISMO: Multipolarismo globale

Vi è infine una terza posizione, attualmente più lontana e nell’ambito delle possibilità teoriche, poiché i suoi centri propulsori, già sconfitti nella fase precedente (quando tuttavia condividevano il primato del progresso lineare e illimitato di emanazione occidentale e l’accumulazione forzata e che anche per questo non sono riusciti a produrre un’alternativa sistemica), non hanno recuperato la soglia di soggetto agente: è quella secondo la quale il paradigma è defunto ed è necessaria e indispensabile l’applicazione di un nuovo modello che si candidi a diventare sistema. Esso è un prodotto sincretico di cultura occidentale e orientale, laica e religiosa, di approcci che recuperano saperi ancestrali amerindi, di un rapporto tra centri e periferie mediato da valori-differenze paritarie, che convergono sulla necessità del riequilibrio-ridistribuzione generale di risorse e ricchezze e su una visione olistica in grado di ricondurre l’azione e la vita umana in sintonia e equilibrio con la vita naturale. In questa posizione il capitalismo come modello informatore della vita deve essere superato in quanto produce essenzialmente distruzione e non vita.

Puntuazioni incerte di questa posizione, sono presenti in America Latina (sono ancora in piedi dopo il nuovo attacco nord-americano Venezuela, Bolivia, Cuba) e non è detto che la partita sia definitivamente chiusa in Brasile e Argentina. Poi vi è la grande regione sciita dall’Iran alla Siria che pur tra grandi differenze con la prima, converge su una ipotesi di ricostruzione di un asse di paesi non allineati che potrebbero coinvolgere molti delle periferie.

Questo ambito risulta fortemente indigesto sia all’opzione che persiste nella difesa del neoliberismo che a quella del “sovranismo” autoritario. Entrambi, in perfetta sintonia coi loro principi ispiratori, vedono l’ansia di sovranità nazionale e democratica delle periferie, come un messa in discussione del loro potere attuale e futuro, cioè del loro connaturato imperialismo. Ne sono esempio l’atteggiamento di tenuta a debita distanza dell’esperienza dei governi Lula e Dilma in Brasile, così come quella dei Kirckner in Argentina i quali a detta di diversi esponenti europei di centro-sinistra, avevano osato “mettersi in proprio” sul piano della sovranità nazionale e della riduzione dell’apertura dei loro mercati all’occidente e, peggio ancora, inaugurare una nuova possibilità di interventismo economico sociale che limitava il libero dispiegarsi del FMI e della Banca Mondiale sul continente con le loro ricette di riaggiustamento strutturale. Per non parlare del Venezuela e degli altri paesi bolivariani (Ecuador fino a Correa e Bolivia di Evo Morales) che avevano l’obiettivo di costruire la “Patria grande” latino americana come una delle aree del nuovo policentrismo.

Questi paesi costituiscono un ostacolo ovvio agli obiettivi dell’imperialismo sia nella versione globalista che in quella “sovranista” e devono essere ricondotti all’ordine. La sorte del Venezuela, l’esito delle elezioni in Argentina e Uruguay del prossimo autunno saranno fondamentali a questo proposito. Nello scenario di una ri-divisione del mondo tra Euro-Atlantismo in versione riveduta e corretta che si predispone allo scontro con la Cina, è indispensabile infatti che l’America latina (come l’Africa) sia controllata e subalterna a questo schema.

Ma come detto, la partita in questa parte di mondo appare ancora molto aperta, come mostra l’esito recente delle elezioni in Messico e l’incertezza nel cono sud. Mentre i rapporti crescenti con Cina e Russia in atto da oltre un decennio indicano una convergenza possibile con la prospettiva del multipolarismo boreale.

A questo proposito è sintomatica la situazione dell’Argentina, dove un presidente ultra liberista fu eletto circa 4 anni or sono seguendo un format applicato anche in Brasile fondato su una sorta di Mani Pulite latino americana: in Argentina prevalse l’uomo del globalismo liberista con annesso governo controllato direttamente da ex dirigenti delle multinazionali globali dell’energia e dell’agro-business, mentre, con il cambiamento di fase imposto dagli Usa di Trump, in Brasile è prevalso Bolsonaro, un becero “sovranista” neoliberista più simile – ma subalterno – al tycon che siede alla Casa Bianca. Si è trattato di due modalità impacchettate diversamente dal punto di vista ideologico che hanno sortito esiti auspicati entrambi a Washington. L’operazione era ovviamente nata ben prima di Trump, ma in Brasile ha fatto in tempo a riconfigurarsi secondo il nuovo format.

Adesso, a seguito delle primarie argentine in cui Macri è stato sonoramente sconfitto e che fa prefigurare un ritorno in sella dei peronisti di Kirckner che avevano interrotto le relazioni con il FMI recuperando una situazione di relativa crescita e stabilità sociale, i cosiddetti mercati fanno precipitare il paese in un nuova impressionante crisi valutaria e generale: la borsa di Buenos Aires, lunedì 12 agosto ha perso quasi il 50% della sua capitalizzazione; capitali in fuga dal paese a cui il rampollo della frazione locale del globalismo ha reagito dicendo: questo è ciò che accade se si abbandona la via maestra; un ricatto su un intero popolo, analogo a quelli che si erano già visti, sia in Argentina che in altri paesi in via di sviluppo, sia in Grecia e sia in Italia nel 2012.

E’ impressionante a questo proposito, leggere sulla pagina on line di Repubblica che ha dato la notizia a tarda notte del 12 agosto, che il duo Fernandez-Fernandez de Kircker che si candida a vincere le elezioni, costituirebbero il polo “sovranista” argentino, assimilandolo, alla lettura dello sguarnito lettore (ed elettore) italiano, al … salvinismo.

Analogamente, è stato – e continua ad essere – desolante, ma interessante, la lettura degli eventi venezuelani da molti anni a questa parte che vedono perfettamente accomunati, in Italia, dirigenti del PD con quelli di Forza Italia e con leghisti e post-fascisti: “Chavez e Maduro sono stati e sono dittatori. Il popolo venezuelano languiva e langue sotto il loro tallone”.

Non una parola sulle tre milioni di abitazioni che hanno dato una casa a 10 milioni di venezuelani in questi venti anni, non una parola sulla scomparsa dell’analfabetismo e dell’università gratuita, come degli altri risultati dei diversi piani sociali riconosciuti dall’ONU, non una parola sulle sanzioni avviate con Obama e rese criminali da Trump su cibo e medicinali, che hanno condotto alla morte almeno 40-50mila venezuelani.

In questi pochi esempi, si mostra in modo lampante come globalismo e “sovranismo” siano due strumenti contigui in mano ad una medesima visione imperialista verso il sud del mondo.

 

 

4) – CONCLUSIONI PROVVISORIE

La nebbia del passaggio di fase sovrappone gli elementi delle diverse posizioni e ne aggroviglia elementi e prospettive. Il movimento tettonico e i suoi rischi sono accompagnati da questo sovrapporsi e accavallarsi molto rapido la cui velocità è destinata a crescere. Tuttavia, ciò significa che siamo ben lontani da una definitiva stabilizzazione. I giochi sono aperti. Anche se decisamente difficili da giocare.

Lo scontro che abbiamo sotto gli occhi come macro-fenomeno politico e sociale nell’occidente (e dunque in Italia) è quello che, al momento, si attua all’interno della prima posizione: è lo scontro tra globalismo e “sovranismo”, cioè tra libero mercato e protezionismo, due approcci che si sono sempre mostrati e si sono succeduti all’interno della storia occidente come risposte diverse determinate dalle fasi di espansione o contrazione della valorizzazione capitalistica. Le fasi di sovra accumulazione comportano una messa in competizione degli spazi territoriali interni al sistema in funzione della necessità di protezione dei valori accumulati. Gli stati, in questo passaggio, servono come casseforti per tentare una futuro salto della globalizzazione. Da questa necessità sono immuni, fino ad un certo punto, solo le megaimprese globali in grado di intrattenere relazioni paritarie con gli stati, ma tutto il resto no. Non le medie e piccole imprese, non i lavoratori, non l’immensa schiera dei sottoccupati. In questo senso, gli stati vengono vissuti dalle masse come l’ultimo avamposto di resistenza alla logica dei processi di globalizzazione, mentre la loro effettiva funzione è quella di conservare il valore e di riprodurre le condizioni per una nuova stagione di globalizzazione, servendosi oggi del…protezionismo.

Questo processo di resistenza e di levatrice dello stato nazionale implica la frizione tra le realtà territoriali interne ed esterne: da una parte proseguono e si agevolano processi di accentramento capitalistico dentro i confini, affinché i valori delle rispettiva frazione nazionale della borghesia globale sia tutelata, e dunque si accentuano gli squilibri con le rispettive periferie, e dall’altra, si accentua la lotta tra le frazioni nazionali della borghesia globale alla ricerca delle migliori opportunità. Le rispettive frazioni nazionali si portano dietro, in questo gioco, tutto il resto di ciò che pretende di riconoscersi nell’elemento nazionale come elemento di protezione unificante e sono pronti a scagliare questa massa di manovra in funzione di scontro inter-imperialistico; non vi è nulla di particolarmente nuovo quanto a decorso patologico.

Lo scontro all’interno della prima posizione è dunque lo scontro per la gestione di fase che assicuri la migliore perpetuazione e conservazione del valore. Sul piano sovrastrutturale, i due attori in lizza si contendono il consenso rispetto ai due percorsi (globalista e “sovranista”). Ma, come abbiamo visto, potrebbero anche convergere verso una cogestione del processo costruendo una nuova politica sincretica, tra democratura e liberaldemocrazia. Non si tratterebbe di abiure, ma del riemergere di un realismo che intravvede come l’elemento di pianificazione ridiventi essenziale per la competizione inter imperialistica tra macro regioni.

In Europa, questo scontro appare più forte nei paesi semiperiferici piuttosto che in quelli centrali o paesi guida (area tedesca) perché in questi ultimi, la presenza di parte delle megaimprese globali (che hanno storicamente avuto e continuano a mantenere un forte legame nazionale) consente di ridurne parzialmente le contraddizioni rispetto ai secondi che non hanno o ne hanno in misura sempre minore poiché sono state acquisite e inglobate dalle più grandi.

Analogamente lo contro è durissimo nei paesi anglosassoni, alfieri della globalizzazione neoliberista (USA e Gran Bretagna) perché le loro megaimprese globali si sono in gran parte emancipate dal vincolo nazionale e tendono ad assumere una autonomia dal territorio che le ha create.

Lo scontro in atto negli USA è esemplare: Trump è l’interprete della frazione ancora ideologicamente nazionale dell’impresa globalizzata con tutto il suo seguito, come i Clinton lo furono delle megaimprese globali originariamente statunitensi e non statunitensi ma occidentali.

La guerra commerciale innescata da Trump contro l’Europa (e la Cina) è il tentativo di riconfigurazione della funzione statuale con finalità – di conservazione da una parte e di gestione dall’altra – di una parte della valorizzazione capitalistica evitando di lasciare la piena autonomia alle magaimprese globali. In ciò egli si sente come il salvatore dell’America, ma anche del capitalismo in sé, il quale capitalismo non è solo un fenomeno economico, ma anche geopolitico, poiché la sua natura è estrarre valore da un luogo ad un altro: l’America deve tornare ad essere il luogo ove giungono i proventi dell’estrazione, non luogo di estrazione o di scarsa (periferica) remunerazione.

Questo approccio è l’approccio unificante dei “sovranismi”: non l’emancipazione dalla logica di estrazione e valorizzazione, ma il riappropriarsi pienamente di questa logica. Solo che, in particolare nei paesi semiperiferici (come l’Italia), questo progetto assume per le masse, le caratteristiche di una liberazione nazionale da momenti di organizzazione sistemica più forti (come la Germania). In questo senso le dinamiche sociali e politiche che vi prendono corpo, tendono ad assomigliare alle dinamiche di autodeterminazione nazionale tipiche dei paesi post coloniali o in via di sviluppo e per certi versi, parzialmente, lo sono anche, laddove tali dinamiche implicano, storicamente, proprio il trascinamento delle rispettive classi medie, operaie e sottoccupate verso obiettivi di rinascita nazionale, interclassista e arroccata contro le elites globali interne ed esterne (UE, ecc.).

Così, ciò che accadde dopo la caduta del muro di Berlino, nella tenzone fra chi (tra conservatori e progressisti) avrebbe meglio interpretato e gestito la fase di ascesa infinita del libero mercato e di fine della storia, si riproduce inversamente oggi tra progressisti e “sovranisti”: la prima fase fu gestita dai progressisti, per questa fase si candidano autorevolmente i “sovranisti”, almeno nei paesi semiperiferici. Ma come la prima fase diede vita ad un patto di punto fisso di alternanza formale che salvaguardava sostanzialmente il nocciolo sistemico, in modo analogo potremmo anche assistere ad un patto di punto fisso tra progressisti/conservatori e “sovranisti”. La convergenza dei conservatori o dei progressisti in direzione del versante “sovranista”, è cosa che abbiamo cominciamo ad apprezzare, in Italia, nelle agitazioni, solo apparentemente contraddittorie, di ciò che resta di Forza Italia o nelle tentazioni di nuovo partito renziano.

Tutti i patti di punto fisso, necessitano di grandi campagne di delegittimazione dell’avversario politico, a parole, in quanto accentuano gli elementi di presunta distinzione e differenza con esso, mentre in realtà, la propaganda di delegittimazione (reciproca), serve a legittimare, nel concreto, i due schieramenti che si contrastano, ma che condividono la salvaguardia del core sistemico del contesto in cui si danno.

Si tratta di una sorta di trust che serve a saturare l’offerta politica tra gli estremi del bianco e del nero, possibilmente coprendo l’intero spettro disponibile, ma condividendo un obiettivo comune: il pieno controllo del mercato politico. A questa sottigliezza procedurale e di orientamento onnicomprensivo non restano immuni, spesso, anche movimenti o forze antisistemiche chiamate a condividere, pur lateralmente, la duplice dinamica.

Nulla cambia in effetti dal punto di vista dell’eurocentrismo e del suo dominio, il quale viene richiamato come elemento decisivo di riproduzione della valorizzazione capitalistica occidentale e transcontinentale, qualora le alleanze tra i “sovranisti” nazionali dovessero consolidarsi dentro il continente, trasferendo poi, la funzione statuale al continente. Ma questo, come abbiamo accennato, è solo un corollario, poiché anche i “progressisti” e i “popolari” e il loro vario trascinamento auspicano l’avvento del superstato europeo in funzione iper-competitiva col resto del mondo.

La tenzone quindi non è sugli obiettivi finali, ma sul modo migliore di raggiungerlo: se via consensus parademocratico, oppure per via normativa dall’alto, da parte delle elites tecnocratiche continentali. Chi si gioca meglio la partita vince il potere politico.

 

*****

 

La seconda parte del progetto di nuova egemonia euroatlantica nella visione “sovranista” prevede l’acquisizione della Russia nell’alleanza, togliendola dall’abbraccio cinese (cioè dal percorso della seconda posizione in campo, quella policentrica). Mentre per i globalisti/progressisti, ciò è ancora difficilmente praticabile, poiché l’ideologia della società aperta è consustanziale alla propria prospettiva e costituisce anche l’unico metavalore alternativo all’autoritarismo “sovranista” che essi possono far valere.

Se vi fosse invece un’evoluzione in tal senso nella Russia post Putin, il disegno sarebbe identico, come lo stesso Prodi si avviava a immaginare a suo tempo. Al contrario o in alternativa, una nuova guerra fredda, peraltro già in essere, con relativa escalation di competizione su armamenti e tecnologie può servire alla stessa causa, mentre per i “sovranisti”, il potenziale russo andrebbe tutelato da tutti i punti di vista in uno scenario avverso alla Cina e ai Brics, e la fine delle sanzioni e la riapertura del e al mercato russo costituisce un buon sollievo in particolare per la prospettiva dell’impresa non globalizzata dei rispettivi paesi.

Nell’economia del ragionamento che intendiamo fare è utile, a questo punto, porre la domanda: a chi serve un’opzione tra una delle due fazioni in lotta all’interno di questa prima posizione descritta?

Essa serve solo a rafforzare uno degli attori interni, ma che hanno un obiettivo comune. Quindi ad entrambe.

L’obiettivo comune è peraltro evidente, per quanto riguarda l’Italia, da alcune posizioni politiche di rilievo assunte con metodo bipartisan, rispetto a questioni che qualcuno può ritenere secondarie, ma non lo sono affatto, o almeno sono indicative di tendenze decisive: per quanto il voto sulla TAV sia stato strumentalizzato da tutte le parti in causa, non è secondaria la convergenza di Lega, PD, Forza Italia e Fratelli d’Italia; in questo caso non si è trattato di una manifestazione strumentale, ma di una comune visione dell’approccio agli investimenti produttivi che hanno in testa tali forze politiche. Analogamente è accaduto per le trivellazioni sull’Adriatico: Salvini non la pensava diversamente da Renzi.

Nello scenario internazionale, la posizione di questi partiti rispetto alla questione palestinese e ad Israele non differisce significativamente. Sul Venezuela vi è stata una assoluta sintonia nel sostegno all’invenzione di Guaidò, alla condanna di Maduro e all’approvazione delle criminali sanzioni USA. Il silenzio sull’aggressione all’Iran è unanime e sconfortante, come lo è sullo Yemen; sulla Siria e sulla Libia vi è stato quel che vi è stato e vale la pena ricordare come si comportarono i diversi schieramenti salvo introdurre elementi di distinzione postume.

Dove sta il M5S in questo scenario?

Al momento esso sta come in autunno sugli alberi le foglie. Poiché il suo essere essenzialmente un movimento di piccola borghesia parzialmente illuminata con una innata ingenua fiducia nelle sorti di una razionalità liberaldemocratica ed ecologista con spunti no-global, con una rinnovata proposizione di un parlamentarismo corroborato da elementi – secondari e tecnologicamente ambigui – di democrazia diretta, non lo ha preservato dall’incedere tumultuoso degli eventi e dalla posta in gioco, che nello spazio euro-atlantico è quello che abbiamo descritto. Il voto europeo a sostegno della Von Der Leyen, è in questo senso, una ammissione a posteriori del peccato di velleitarismo su cui è stato costruito e di un trasformismo dettato dalla necessità di non restare isolato nella dimensione europea, cioè di poter continuare a giocare la propria partita sovrastrutturale in una dimensione formale che dimentica i reali processi in atto.

Ma allo stesso tempo, esso è parzialmente fuori dal perimetro bipartisan del conflitto che abbiamo provato a descrivere, poiché sia sulle questioni interne sia su quelle internazionali non si è ancora definitivamente accodato alla teoria dell’eurocentrismo atlantico, mantenendo una parziale e certamente non semplice autonomia. Mentre Lega, PD e compagnia cantando sono forze politiche che, salvo poche eccezioni tra i loro dirigenti, si muovono tutte nello stesso spazio, conflittuale, ma reciprocamente legittimante e con obiettivi analoghi, gran parte dei dirigenti dell’M5S è più assimilabile alla seconda e alla terza delle posizioni indicate all’inizio, quella del multipolarismo a livello internazionale e quello della ridistribuzione e alla crescita del mercato interno, a livello nazionale.

Da questo punto di vista, chi ha a cuore questi obiettivi dovrebbe essere in grado di astrarsi da diffidenze pregresse o accuse di complicità con i “sovranisti”, ma piuttosto verificare la possibilità di avviare un’alleanza strategica non necessariamente elettorale con questo movimento e che tuttavia non sia una semplice operazione di desistenza.

Tentare di ricostruire insieme a questo ambito di rappresentanza non ancora annesso alla logica della globalizzazione o del “sovranismo” salviniano elementi di analisi più profonda e di riprogettazione politica dovrebbe essere un’ipotesi su cui investire energie, tanto più che a fronte del suo agire nella complessa arena politica italiana, esso sta superando una serie di rigidità tipiche dei movimenti allo statu nascenti e ad elaborare visioni politiche dinamiche e lasciandosi indietro i sogni di rivoluzioni istantanee fondate sulla salvifica modifica o introduzione di qualche legge o della ridefinizione della funzione di rappresentanza.

Nel quadro italiano sarebbe auspicabile l’emergere di una chiara adesione al multipolarismo in politica internazionale e il sostegno convinto ad esperienze di sperimentazione anche locale di prospettive alternative e critiche dello status quo globale come quelle latino americane. Sul versante interno l’azione politica non può essere dissociata da una nuova saldatura con movimenti e rappresentanze sociali, anche in modo critico (poiché in buona parte legate alla fase di globalizzazione), ma in potenza reciprocamente arricchentesi.

Ciò che resta o ciò che continua a nascere nell’ambito delle formazioni antiglobaliste, antiliberiste e socialiste dovrebbe impegnarsi su questo terreno dove agisce anche un soggetto non nuovo ma che esprime oggettive novità (anche se attraversato anch’esso da contraddizioni lancinanti), la chiesa cattolica di Papa Francesco e le realtà di cristianesimo sociale, i movimenti ambientalisti radicali che tendono verso una concezione olistica della vita e del mondo.

Il capitalismo nella sua versione ossessiva e estrattiva di inizio del XXI secolo va contrastata con un mix di capacità di movimento interno, internazionale e soprattutto di richiamo alla contraddizione cruciale che esso ha aggravato rispetto alla vita umana, della specie e della natura.

 

***

 

Se questa descrizione ha qualche valenza, a conclusione della crisi agostana ricomposta, come abbiamo visto, attraverso una impressionante capacità di tenere insieme innumerevoli contraddizioni interne e di prospettiva presenti nei diversi schieramenti che compongono il nuovo governo, dovremmo assistere in futuro a due possibilità:

La prima, quella in atto, è il consolidamento di questa alleanza spuria che allontana nel tempo scelte che a medio termine sarebbero obbligate, attraverso una sapiente gestione dei poteri supernazionali spaventati essenzialmente dall’accavallarsi di parallele crisi nazionali (Brexit) e dai diversi focolai di instabilità extraeuropee. Qui si misura anche la capacità delle elites di trascendersi in quanto tali da un livello di dominio assoluto ad uno relativo che prenda almeno in considerazione la necessità di concessioni verso una politica di relativa ridistribuzione e di recupero della funzione dei mercati interni. In questo caso le contraddizioni interne alla compagine governativa sarebbero ridotte e tutti potrebbero vantare per un breve periodo, dei parziali risultati.

La seconda è che il quadro internazionale veda aggravare la dinamica di declino più rapidamente di quanto si auspica con l’arrivo di una nuova recessione globale e con l’esplodere delle tante contraddizioni presenti. In questo caso gli equilibri salteranno e la decomposizione delle forze politiche diventa inevitabile sia dentro il PD, sia dentro i M5S, ecc. Si passerebbe, in questo caso, in una fase di opzioni non più rimandabili e purtuttavia incerte, poiché il quadro internazionale amplificherebbe la sua fibrillazione mentre i riferimenti esterni sono mutevoli e insufficientemente chiari: questa fase di incertezza è destinata infatti a durare ben oltre i tempi di una o più crisi nazionali.

In questo secondo scenario, tuttavia, gli obiettivi di decomposizione e ricomposizione si impongono per tutte le forze in campo.

Infine, come va riconosciuto un ruolo fondamentale alle cosiddette elites nel tentativo di procrastinare i tempi della crisi globale, va prestata molta attenzione al ruolo fondamentale delle stesse elites anche nella seconda ipotesi. Esse non sono affatto immuni dalla decomposizione probabile ed imminente. Non vi è ragione logica per immaginare la perpetuazione di una assoluta solidità di classe interna, al mutare drastico del contesto, in particolare qualora la competizione dal piano economico si trasferisca definitivamente a quello politico, cioè a quello delle scelte, al ridisegno del mondo, a quello del potere in sé.

 

 

 

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