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Casa Bianca e Bruxelles uniti nella distruzione dell’economia del Venezuela

Pubblichiamo questa analisi di Tito Pulsinelli, di una decina di giorni fa, che riteniamo tuttavia molto interessante.

di Tito Pulsinelli

Hanno raggiunto livelli di alta pericolositá le minacce di invasione militare e il fomento pianificato di sforzi per innescare violenze tra la popolazione civile. Mentre subisco uno dei monocordi telegiornali italiani indulgere con vigore in scenari apocalittici, ricevo tre chiamate telefoniche da vari amici venezuelani. Tutti confermano che le piazze di Caracas, Valencia e Maracay sono tranquille e senza disordini: il polo delle opposizioni é piú frammentato di prima, ha perso la capacitá di mobilitazione.

L’autoproclamazione solitaria del golpista Guaidó, che invoca le forze armate degli Stati Uniti a usare mezzi militari, ha approfondito le divisioni esistenti con quei settori che -pur essendo antibolivariani- rifiutano il golpismo ed ogni avventurismo violatorio della Costituzione. L’autoelezione dell’uomo di Washington e i suoi propositi apertamente anti-venezuelani, ha quasi paralizzato le iniziative pubbliche di sostegno degli oppositori moderati. Guaidó si ritrova tra sparuti drappelli durante le sue apparizioni pubbliche, ma circondato da un piú fitto sciame di cineoperatori accorsi per immortalare la “caduta del tiranno”.

Gli scaffali dei supermercati sono piú riforniti dell’anno scorso ma i prezzi sono proibitivi, mi confermano gli amici venezuelani. Questo rimane il nodo centrale. La strategia di “isolare-strangolare” l’avversario guida la riconquista del Venezuela. E’ cosí dopo che Obama -sorprendentemente- lo catalogó come “nemico straordinario e inusuale”. Al pari di altri 27 Paesi presi di mira dalle rappresaglie di Trump, le genti venezuelane sono state sottoposte a crescenti sanzioni commerciali, moltiplicazione dei divieti bancari per importare e poi pagare fornitori e compagnie marittime.

Mentre Trump non dá tregua con le smargiassate su twitter, in realtá ha elevato l’effetto distruttivo del boicottaggio finanziario e monetario. La “guerra economica” riesce a distruggere l’economia con danni superiori ai bombardamenti di tipo militare. Per ora. Trump va all’attacco frontale contro l’industria petrolifera statale, passando alle vie di fatto unilaterali, lesive del diritto internazionale tuttora vigente. L’obiettivo dichiarato di Trump é “destrutturare” una economia e demolire una socialitá con solidi radici territoriali. Punta a disinegrare o deteriorare all’estremo le relazioni di convivenza civile e la lusinghiera coesione del paese sudamericano.

Tutto sarebbe piú semplice se fosse possibile agitare la clava della questione etnica o religiosa per trapiantare qualche tipo di separatismo. Dopo venti anni, questo braccio di ferro non ha potuto recidere i prevalenti legami costitutivi della coesione identitaria e sociale. Per questo, l’insensata accelerazione interventista vuole impedire l’arrivo del cibo e -soprattutto- medicine. Si camuffano mediocremente, pertanto, con un pretestuoso e logoro clichet –tanto caro al neoliberismo bipartisan– riconducibile alla miscela “esportazione di democrazia”+“guerra umanitaria”.

La fattura presentata ai venezuelani da “democratizzare” é salata. L’ammontare delle rappresaglie decise a Washington e Bruxelles oscilla tra gli 11 e i 20 miliardi di dollari sottratti all’erario. La Banca d’Inghilterra ha negato la restistuzione di 1,2 miliardi in lingotti d’oro appartenenti alla riserva monetaria. L’europeissima Euroclear rifiuta di restituire ben 1,45 miliardi di euro. Finanche la Bulgaria si allinea e blocca le esportazioni di alimenti verso i porti venezuelani per 67 milioni di dollari.

Parlano di “congelamento” ma si tratta di vera e propria confiscazione illegale, esterna al diritto internazionale, eseguita senza mandato dell’ONU, su decisione d’un solo Paese e dei suoi satelliti europei. Simile al sequestro dei beni della Libia -non della “famiglia Gheddafi”- e mai piú restituiti. A questo, vanno aggiunti i danni provocati negli ultimi 2 anni dall’ostilitá del circuito bancario internazionale che fa capo ai suprematisti nordamericani. A cui regge si accoda l’attuale classe dirigente dell’UE.

Ogni medaglia, peró, ha il suo rovescio. Tutte le restrizioni alla libera circolazione dei capitali sprona il processo di de-dollarizzazione, messo lentamente in pratica dalle vittime del globalismo, fattosi oggi marziale protezionismo. Si stanno perció intensificando scambi e commerci con quel che si configura come il Resto del Mondo, quello multipolare. E’ un fronte che sfida l’unipolarismo atlantista, passato nel breve volgere d’un ventennio dall’ideologia liberista al protezionismo armato, neppure mimetizzato. L’area geo-economica multipolare inizia ad adottare altri segni monetari, altre procedure e modalitá tendenti a svincolarsi dalla dittatura del dollaro, imposta a Bretton Woods.

Cina e Russia, Iran e India, ma anche Turchia, Senegal, Corea-Seul ed altri paesi, pagano le reciproche esportazioni con le rispettive monete nazionali, o con petroyuan ecc. Per aggirare il blocco finanziario e monetario, il Venezuela ha creato la criptomoneta Petro, la prima ad essere garantita da uno Stato con il valore del petrolio di uno dei giacimenti della Fascia petrolifera. Soltanto all’UE non é concesso di utilizzare l’euro nemmeno per pagare le importazioni di idrocarburi.

Gli Stati Uniti hanno perso lo status di maggior protagonista del commercio mondiale, del quale solo una metá é ormai fatturato in dollari. Inoltre, la presenza del biglietto verde nelle riserve monetarie internazionale, é scesa al 60%. All’orizzonte incombe il pericolo dello sganciamento della quotazione delle materie prime dal dollaro, cominciando proprio dal petrolio e gas.

Vi sará un minor bisogno di procacciarsi -indebitarsi- moneta verde per pagare le importazioni, soprattutto quelle strategiche. In questo quadro, la confluenza nella de-dollarizzazione della Russia, Turchia, Iran e Venezuela con la Cina, risulta essere anche una alleanza tra i maggiori produttori e il primo consumatore di energetici.

Dietro la psicopolitica della Casa Bianca per soggiocare Caracas, c’é la sovradimensionata pretesa di estromettere la Cina e il suo protagonismo finanziario dal subcontinente americano. Gli é che gli investimenti nordamericani scarseggiano o comunque sono meno appetibili, soprattutto perché vincolati ad asfissianti condizionamenti “politici”.

Oggi siamo arrivati alla riedizione dello scenario degli “aiuti umanitari”, offerti con dubbia generositá da Trump, urgenti -a suo dire- per alleviare le sorti di una popolazione portata allo stremo, dopo che firmó draconiani editti sanzionatori. Ordina di confiscare ai leggittimi proprietari ben 20 miliardi, sostiene il ministro degli esteri venezuelano Jorge Arreaza. Ma esibisce la magnanimitá di concedere aiuti per 20 milioni (sic), a condizione che a distribuirli siano i suoi soldati o le ONG di fiducia. Milioni versus miliardi!

Ti affamo, poi ti accuso di malgovernare e aizzo alla guerra civile. Ti blocco le farmacie, minaccio i fornitori e ti accuso di essere incapace di garantire la salute pubblica. “Volete aiutarci? Ridateci i nostri soldi. Con quelli abbiamo sempre pagato le nostre importazioni. Di questo abbiamo bisogno, non di altro..”, ripete il dirigente bolivariano Diosdato Cabello.

Chi promosse l’indurimento delle sanzioni é “casualmente” anche incaricato della distribuzione degli “aiuti umanitari”. A tal riguardo, é esemplare il caso di Roberto Patiño Guinand, dirigente dell’ala neocoloniale dell’opposizione, titolare di un portafoglio di assortite ONG, fresco di nomina a plenipotenziario “umanitario” dell’auto-elettosi Guaidó. Guinand ha viaggiato molto nelle capitali “occidentali” per sollecitare piú condanne ed ostracismi ai danni della sua gente. Un Giano bifronte: incendiario ieri, pompiere oggi.

Il governo bolivariano viene strattonato, deve giustificare il suo ordinamento sovrano, le sue leggi, pertanto puó solo essere bersaglio di tracotanti ultimatum seriali. Non basta, peró, un millantato deficit di “democrazia” a giustificare il fiancheggiamento della U.E. a un golpe-in-progresE’ incomprensibile la collaborazione attiva alla distruzione preannunciata di un Paese che da 200 anni vive in pace con i suoi vicini.

Le insolenze bulliste contro Nicolás Maduro -a cui il segretario generale Guterres ha ribadito il riconoscimento dell’ONU- non sono mai state usate dagli eurocrati, nemmeno contro la dittatura di Pinochet o i petromonarchi arabi. Stessa scena muta da Bruxelles con il golpe mediatico-giudiziario che ha incarcerato l’ex presidente brasiliano Lula per spianare la strada al famigerato Bolsonaro e alla privatizzazione dell’Amazzonia.

Bruxelles, a cambio di che cosa dá luce verde a Trump? La Casa Bianca ha giá chiarito che sui giacimenti del Venezuela deve sventolare la bandiera della Exxon. Si tratta di mero spirito di solidarietá neoliberista con le oligarchie latinoamericane? Quando l’Europa non diceva sempre yes agli USA, in America latina si distingueva ancora la differenza tra l’Europa e il manicheismo espansionista degli USA. Oggi, l’unione dei satelliti europei galoppa verso la definitiva precarietá di “blocco regionale” disarmato, privo di progettualitá geopolitica autonoma.

Il divenire dell’egemonismo unipolare USA ha giá sbattuto contro lo scriteriato “regime change” in Siria. E’ precipitato nella fase dell’ egemonismo relativo, e ció si nota anche nella latitudine continentale. Non sará affatto semplice spazzar via la presenza della Cina in Sudamerica, visti gli ingenti investimenti in quell’area. In Venezuela ne hanno convogliati piú che altrove, piú che in Brasile, Argentina o Messico.

Il vistoso passo indietro dello “zio Samuel” in Medioriente spiega la foga spasmodica di riconquistare il controllo assoluto del resto del continente. Il Venezuela sta resistendo come una nuova Stalingrado su cui incombe la minaccia piú grave della sua storia. Difende il diritto all’autodeterminazione e la sovranitá nazionale, imprescindibile per la sovranitá popolare.

Il governo italiano ha preso una salutare distanza da Francia e Germania e dai loro estemporanei ultimatum interventisti. Ha impedito di poter utilizzare il logo UE come copertura della piena connivenza decretata a Berlino e Parigi con le mene del Pentagono. Lungi dall’isolamento, Roma é in buona compagnia, dallo stesso lato del papa Francesco. Assieme all’assemblea dell’ONU e al segretario generale Guterres che ha ribadito che l’unica presidenza che riconosce é quella costituzionale di Nicolas Maduro, Gli ultras atlantisti dello “Stato profondo” (Moavero, Mattarella, mezza Farnesina), e certi bizzarri “sovranisti” che applaudono invasioni striscianti di altri Paesi, stanno manovrando sott’acqua per ribaltare o ignorare la posizione ufficiale italiana.

 

20-2-2019

 

 

FONTE: http://selvasorg.blogspot.com/2019/02/casa-bianca-e-bruxelles-uniti-nella.html

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