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A sinistra di cosa ?

di Marcello Gisondi

L’esito delle elezioni, pur se in parte atteso, ha preso molti alla sprovvista per la sua portata. Non è il più grande sconvolgimento politico della storia repubblicana, ma per alcuni elettori rappresenta uno sconvolgimento emotivo senza precedenti. Mentre si alzano grida disperate per la scomparsa della sinistra, è ormai chiaro che – come Senso Comune dice da tempo – ci troviamo in quello che Íñigo Errejón definisce momento populista. Una situazione che non riguarda solo l’Italia, e che ci accompagnerà a lungo.

Il totale scollamento della sinistra dal paese reale, testimoniato da una batosta elettorale senza precedenti, non sembra però essere stato compreso dai suoi protagonisti. Da un lato le forze neo-liberiste (il PD renziano e la +Europa di Bonino) continuano ad ignorare le questioni fondamentali del lavoro e del disastro socio-economico. Dall’altro chi ha fatto della lotta all’austerità un tema importante in campagna elettorale non ha avuto la credibilità (Liberi e Uguali) o la forza (Potere al Popolo) per mettere quelle questioni al centro dell’agenda politica nazionale. Secondo molti per ripartire ci vogliono una sinistra nuova (Civati), un nuovo centrosinistra (D’Alema), una sinistra unita, plurale, innovativa (Fratoianni, Speranza, Grasso e Civati bis), una sinistra che resti sinistra (Carofalo), una sinistra radicale e popolare (Acerbo). Insomma, per superare la scomparsa della sinistra s’invoca la sinistra.

Ma cos’è, ormai, questa sinistra, questo significante vuoto che attira e mette in conflitto fra loro settori sempre più piccoli delle élite intellettuali, mediatiche e politiche, senza muovere una virgola nel paese? Siamo abituati a pensare alle categorie di destra e sinistra come a qualcosa di stabile, dotato in sé di valori universali. È il momento di problematizzare questo modo di pensare, da almeno tre punti di vista: sostanziale, storico e pratico.

Innanzitutto, cosa contengono destra e sinistra, qual è la loro sostanza? Nell’ormai classico Destra e sinistra, Norberto Bobbio sosteneva che, al di là dei mutamenti storici, uno dei fattori principali che differenzia la destra dalla sinistra è il diverso atteggiamento nei confronti dell’uguaglianza (o giustizia), e che l’egualitarismo è l’elemento che meglio caratterizza le dottrine e i movimenti che si sono chiamati di sinistra. Mentre la libertà, osservava Bobbio, riguarda uno status della persona, l’eguaglianza presuppone una relazione fra più individui. In quanto relazione, l’eguaglianza non è un valore assoluto: si tratta sempre di stabilire chi è uguale a chi, e rispetto a cosa. Una persona ricca ed una povera, ad esempio, hanno eguale diritto di usufruire di servizi di sanità privata, ma la seconda non avrà effettiva possibilità di accedervi, e dunque un taglio della sanità pubblica creerà una disuguaglianza reale là dove c’è un’uguaglianza teorica. La prima sfida dell’eguaglianza si gioca dunque nella definizione delle sue caratteristiche: è una sfida che la sinistra ha perso lasciandosi imporre dal mercato categorie di giusto/ingiusto ed eguale/diseguale basate sulla competizione spietata. Inoltre, nelle società contemporanee attraversate da differenze culturali, sessuali, religiose e di capacità, il principio dell’eguaglianza/diseguaglianza economica non basta a descrivere tutti i conflitti, effettivi o potenziali. Un uomo e una donna, ad esempio, sono certamente eguali sotto il profilo formale della cittadinanza, ma negli ambiti politico, lavorativo e sociale il primo è materialmente in una posizione di vantaggio sulla seconda. Se riconosciamo diverse forme di eguaglianze/diseguaglianze, che non sempre procedono parallelamente, esistono anche diversi tipi di sinistra. Purtroppo quella italiana, pur avendo mosso timidissimi passi avanti nella lotta alle diseguaglianze nei diritti civili, ha completamente dimenticato che la diseguaglianza principale resta quella economica.

In secondo luogo, destra e sinistra possono essere distinte in base alla loro storia. Il loro uso politico inizia con la Rivoluzione francese, quando i parlamentari che portavano avanti le istanze più radicali e attenti alle istanze popolari sedevano a sinistra nell’emiciclo, quelli più conservatori e vicini al monarca a destra. Destra e sinistra non esisterebbero senza un regime di rappresentanza parlamentare, repubblicano o democratico, in cui almeno formalmente la sede della legittimità del potere siano la cittadinanza o il popolo. Quando però il parlamento smette questa sua funzione rappresentativa, destra e sinistra perdono rilevanza e sedere negli scranni a sinistra non significa fare gli interessi dei più, ma legittimare quelli dei pochi. Nella storia unitaria italiana, inoltre, il concetto di sinistra ha assunto numerosi e contrapposti significati. La sinistra storica del XIX secolo, alla quale si devono i primi allargamenti del suffragio ma anche l’inizio del colonialismo, non ha nulla a che fare con la sinistra extraparlamentare degli anni ’70 del Novecento, che provò a svecchiare il dibattito dell’universo comunista e si fece affascinare dal terrorismo. Allo stesso modo, se i primi governi repubblicani di centro-sinistra – che negli anni ’60 videro la collaborazione di DC e parte del mondo socialista – diedero un forte impulso al welfare state e alle imprese pubbliche, il centro-sinistra ulivista negli anni ’90 ne accelerò la dismissione. Categorie che uniscono semanticamente fenomeni così distanti non possono essere prese per assolute, e non sempre la sinistra ha rappresentato istanze egualitarie o progressiste. Inoltre, per buona parte della storia repubblicana, le forze politiche si identificavano principalmente non perché di destra o di sinistra, ma in base al progetto ideale di società che sostenevano: comunista, democratico-cristiano, liberale, monarchico, ecc… Forte era l’identificazione degli elettori con la propria comunità politica: non si votava “a sinistra”, si votava “comunista” o “socialista”. Senza alcuna nostalgia per tradizioni politiche andate, ma ce lo vedreste Mario Brega gridare “io so’ de sinistra cosììììììììì”!? No, infatti:

http://giffetteria.it/archivio/brega04union.gif

In terzo luogo, destra e sinistra si distinguono in base all’uso che se ne fa. In politica le parole servono se muovono forze e persone, altrimenti sono gusci vuoti. E “sinistra” oggi, come dimostrano le ultime elezioni, è un guscio vuoto senza capacità di mobilitazione e identificazione. La colpa non è del popolo ignorante e razzista, come molti scrivono in questi giorni, ma di politici autoreferenziali. È dall’inizio degli anni ’90 che, a cicli alterni, la parola sinistra ha assunto un significato salvifico in Italia: in mancanza di un forte progetto di società alternativo all’avanzare della globalizzazione neo-liberista, si è cominciato a parlare di unire la sinistra, rifondarla, risvegliarne il desiderio, ritrovarla davvero, nei territori, dal basso, nelle lotte, ecc… Dietro quelle vaghe aspirazioni si nascondeva una classe politica con sempre meno idee e sempre maggiore desiderio di mantenere la propria posizione di relativo privilegio, incapace di generare consenso perché destinataria di un’eredità affettiva, organizzativa ed elettorale che le veniva dai dissolti partiti di massa. Quell’eredità, finalmente, si è esaurita. Nessuno si aspetta più che D’Alema dica “qualcosa di sinistra”, come implorava Nanni Moretti. Una dismissione del personale politico che da trent’anni campa sugli allori di vittorie mai ottenute sarebbe servita forse dieci anni fa, oggi è irrilevante. Ma non hanno maggiore capacità di incidere i progetti elettorali di sinistra movimentista come Potere al Popolo, che pure rappresentano tentativi coraggiosi, appassionati, generosi ed onesti. Se si rimane ancorati a linguaggi, obiettivi, pratiche, prospettive, analisi, persino rituali e canoni estetici di quel che ancora si chiama sinistra in questo paese, la definizione dei criteri di eguaglianza e diseguaglianza resterà ancora a lungo nelle mani delle oligarchie. L’eguaglianza nelle sue molteplici forme, l’emancipazione, la solidarietà sociale, non passano oggi dalla sinistra. La scelta è fra la pretesa di rappresentare senza scarto la propria identità, ormai ultra-minoritaria, e il tentativo di riscattare il paese.

All’estero, pur con esiti alterni, qualcuno l’ha capito. Vale la pena rileggere un’intervista che Pablo Iglesias concesse in un periodo in cui, dopo i primi exploit di Podemos, gli si chiedeva di allearsi con la sinistra radicale: «C’è un certo feticismo nella sinistra. “Ciò che stai provando a fare è di sinistra”, mi dicono. Sì, certo. Sì, tutto ciò che noi [Podemos] diciamo, alla sinistra piace un sacco. Però per cambiare questo paese non basta che alla sinistra piaccia un sacco il nostro programma. Non basta che ci sia un’identificazione simbolica con la parola sinistra e i simboli della sinistra. C’è bisogno di una maggioranza sociale che s’identifichi col tuo discorso e con le tue proposte, e in questa maggioranza sociale ci saranno molti settori che diranno: questa cosa della sinistra non fa parte della mia identità. E questa è una cosa che abbiamo dimostrato durante quest’anno [2014-15]. Abbiamo dimostrato che con proposte con le quali la sinistra si sentiva a suo agio, ma con un discorso e con forme diverse, si poteva vincere, si poteva sfidare il potere. E questo implica fare le cose al contrario di come le faceva la sinistra». Alle elezioni che di poco seguirono quell’intervista, Podemos si presentò da solo, ottenendo un risultato incredibile, che non fu replicato 6 mesi dopo quando alla nuova tornata elettorale si presentò in alleanza con Izquierda Unida, la sinistra radicale spagnola, ottenendo un milione di voti in meno. Evidentemente in Spagna, come in Italia, non c’è alcun bisogno diffuso di sinistra. Il forte desiderio di cambiamento che le nostre società esprimono non si identifica con la sinistra, ma non per questo dev’essere demonizzato. La sinistra negli ultimi decenni non ha reso migliori le vite delle maggioranze sociali: non sorprende che un enorme numero di persone la percepisca come distante dalle classi medie e popolari, espressione di un cruccio identitario, di un elitismo culturale ed economico. Gli atteggiamenti di superiorità morale di autoproclamati padri nobili (i vari Scalfari, Serra, ecc.) hanno fatto il resto.

Come se ne esce? Non a sinistra, ma ascoltando le persone comuni, il popolo, la base del gioco parlamentare, il soggetto dal quale le istanze della rappresentanza devono partire e al cui bene comune la gestione della cosa pubblica deve essere indirizzata. Per farlo servono umiltà e azzardo, perseveranza e tempismo, tutte doti che la sinistra italiana ha perso da decenni. Di sicuro non serve l’aspirazione alla purezza, ma superare destra e sinistra non significa dimenticarsi di libertà e eguaglianza. Al contrario, significa ascoltare le aspirazioni trasversali all’eguaglianza che attraversano differenti settori sociali, e riconoscere nuovi tipi di libertà. Gli strumenti politici che abbiamo avuto fino ad oggi a disposizione nella militanza non bastano. Bisogna innanzitutto capire che il campo di battaglia politico principale è quello mediatico: tocca impararne le regole per competervi efficacemente, con un’attitudine radicale ma maggioritaria. Mentre s’insegue una nuova egemonia, bisogna porsi problemi che la sinistra ha smesso di porsi: che società vogliamo? In quale contesto politico possiamo incidere più efficacemente? Come possiamo limitare il potere delle oligarchie? Come possiamo governare e mettere lo Stato al servizio delle maggioranze sociali? Come si creano alleanze fra settori diversi della società con interessi comuni?

Il momento di confusione che l’Italia e l’Europa attraversano può facilmente scivolare verso derive reazionarie peggiori di quelle che già stiamo vivendo. Il fascismo che verrà – se non saremo in grado di fermarlo – non avrà i caratteri facilmente riconoscibili delle teste rasate, ma il volto impassibile di un’amministrazione forzata di condizioni di vita sempre peggiori. Contro un nemico nuovo, a nulla valgono vecchie armi spuntate. Tocca mettersi insieme in un nuovo esercito, un nuovo popolo, a partire dalle forze sociali già in campo.

Senso Comune lo sta facendo.

Tu cosa aspetti ad unirti a noi?

 

FONTEhttps://www.senso-comune.it/marcello-gisondi/a-sinistra-di-cosa/

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