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Assemblea Nazionale per la Democrazia e l’Uguaglianza: Video integrale

Il video integrale dell’Assemblea Nazionale per la Democrazia e l’Uguaglianza che si è tenuta domenica 18 giugno al Teatro Brancaccio, a Roma. L’iniziativa, lanciata da Anna Falcone e Tomaso Montanari, ha visto la partecipazione di centinaia di militanti della sinistra sociale e politica ed ha fornito importanti elementi di riflessione per la costruzione di un nuovo momento di unità a sinistra che si fondi su un programma comune e che segua un metodo di partecipazione dal basso (una testa un voto) rifiutando accordi di vertice su cui si erano impaludate altre prove di unità.

Altre informazioni sul sito Libertà e Giustizia.


UN PROGETTO DI GIUSTIZIA E UGUAGLIANZA

(Intervento introduttivo all’assemblea, di Tomaso Montanari)

 

«Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale, e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

L’articolo 3 della Costituzione della Repubblica. Il cuore del progetto che uscì dall’antifascismo e dalla Resistenza.

Ecco il nostro punto di partenza. Ma è anche il nostro punto di arrivo: l’attuazione dell’eguaglianza sostanziale, l’inclusione, la persona umana come misura di tutte le cose.

Questa la bussola, questa la mèta. Questo il metro per costruire una vera coalizione civica di sinistra.

L’inclusione è una prospettiva rivoluzionaria, in una Italia in cui imputiamo ai migranti come una colpa, addirittura come un reato, l’essere nati altrove. Abbiamo ridotto ad un problema contabile – di quote e flussi – la questione centrale di questo tempo: una migrazione di massa che ci interpella senza sosta circa la qualità della nostra democrazia, circa la realtà della nostra Costituzione, e anzi circa la nostra stessa umanità. È a Lampedusa, è nel disastro umano e democratico di Ventimiglia – non qua a Roma – che si capisce cosa vuol dire essere eguali, o non esserlo.

Partiamo dalla Costituzione perché – lo sappiamo tutti – non saremmo oggi qua senza la lunga battaglia culminata nella straordinaria vittoria del No, lo scorso 4 dicembre.

Ma bisogna essere molto chiari. Ci è stato spesso rimproverato che il No non fosse un progetto politico. E oggi ci si dice che non esiste un popolo del No. È vero. Hanno ragione: non esiste un popolo del No, esiste un popolo della Costituzione. Un popolo che sente proprio, e urgente, il progetto della Costituzione. E che ora vuole attuarlo.

Abbiamo capito che con quella riforma costituzionale non erano in gioco solo singoli articoli. Era revocato in dubbio un intero progetto. Erano messi in discussione i principi fondamentali della Carta.

Abbiamo detto no ad una oligarchia. Abbiamo detto no alla formalizzazione della oligarchia della finanza e delle banche. E abbiamo detto no perché volevamo dire un grande Sì: un Sì alla democrazia.

E la nostra idea di democrazia è quella che Michel Foucault leggeva in Aristotele: «La risposta di Aristotele (una risposta estremamente interessante, fondamentale, che entro certi limiti rischia forse di provocare un ribaltamento di tutto il pensiero politico greco): è che è il potere dei più poveri a caratterizzare la democrazia».

Ebbene, oggi è vero il contrario. Il potere è saldamente nelle mani dei più ricchi.

E, come ha scritto Tony Judt, «i ricchi non vogliono le stesse cose che vogliono i poveri. Chi dipende dal posto di lavoro per la propria sussistenza non vuole le stesse cose di chi vive di investimenti e dividendi. Chi non ha bisogno di servizi pubblici (perché può comprare trasporti, istruzione, e protezione sul mercato privato) non cerca le stesse cose di chi dipende esclusivamente dal settore pubblico. … Le società sono organismi complessi, composti da interessi in conflitto fra di loro. Dire il contrario (negare le distinzioni di classe, di ricchezza, o di influenza) è solo un modo per favorire un insieme di interessi a discapito di un altro».

Oggi tutto il sistema serve a perpetuare una radicale negazione della democrazia, bloccandoci in gated communities: gruppi divisi per censo e ben recintati, culturalmente, socialmente e materialmente. Gruppi dai quali è impossibile evadere.

Oggi si parla di una Sinistra rancorosa. Se ci si riferisce ai regolamenti interni di un ceto politico autoreferenziale e rissoso, sono d’accordo. Non sono d’accordo, invece, se ci si riferisce alla sacrosanta rabbia che in molti proviamo per questo stato delle cose. Una indignazione che è la molla fondamentale per ridiscutere i fondamentali di una politica profondamente corrotta, in tutti i sensi.

Occorre rovesciare il tavolo della sinistra, per tornare a guardare le cose dal punto di vista di chi è caduto a terra: non da quello di chi è garantito.

Noi oggi siamo qua per fare nostro questo punto di vista. Il punto di vista di chi è caduto, di chi non si è mai alzato.

Quando è stato chiaro che ciò che pure si continua a chiamare ‘sinistra’ sarebbe stata sotto il controllo di una oligarchia senza alcuna legittimazione dal basso, e intimamente legata al sistema, abbiamo detto: ‘basta’. Se l’unica prospettiva della sinistra era tornare ad allearsi, in qualunque forma, al Pd di Matteo Renzi, ebbene noi non avremmo nemmeno votato.

Io ed Anna Falcone abbiamo deciso di invitarvi a venire qua oggi, quando l’ennesimo amico ci ha detto che alle prossime elezioni politiche non avrebbe votato. Quando noi stessi ci siamo confessati un identico stato d’animo.

Milioni di persone ­– tra cui moltissimi giovani – che il 4 dicembre erano andati ai seggi per dire no a quel progetto di oligarchia, ora non vedono niente a cui dire sì con un voto. Nessun progetto di giustizia ed eguaglianza. Solo giochi di potere: autoreferenziali, incomprensibili. Senza futuro: morti.

E «lasciate che i morti seppelliscano i morti», dice il Vangelo.

Tutti questi giochi sono basati su un assunto, un dogma, una certezza: che ormai in Italia voti solo il 50% dei cittadini. E sulla cinica consapevolezza che quel 50% che vota è la metà più garantita, più protetta. Quella che ha qualcosa da perdere. E che, invece, nel 50% che non vota ci sono i sommersi. I disperati. I disillusi. Gli scartati, di cui nessuno si cura.

Ebbene, l’idea che ci ha condotti oggi qua è molto semplice: costruire una grande coalizione civica nazionale e di sinistra capace di portare in Parlamento questa metà di Italia.

Con il suo dolore, le sue ferite, le ingiustizie patite. Ma anche con il suo progetto, la sua voglia di riscatto, la sua fame di futuro. La sua fantasia.

Abbiamo difeso con i denti una Repubblica parlamentare. Abbiamo rigettato il disegno di uno strapotere del potere esecutivo.

Ebbene, siamo coerenti: è il Parlamento il centro della vita democratica.

Una delle ragioni della decadenza della nostra democrazia è l’umiliazione perpetua del Parlamento, cristallizzata in sistemi elettorali che l’hanno consegnato alla cieca fedeltà a pochi capi.

E allora: è venuto il momento di lavorare sulla rappresentanza, non sul feticcio della governabilità.

In questi giorni siamo stati rimproverati perché non pensiamo ad una sinistra di governo. Vorrei rispondere con chiarezza e con forza.

In questi ultimi vent’anni la sinistra italiana ha scambiato i fini con i mezzi: il governo è diventato un fine, e ci siamo dimenticati a cosa serviva, governare.

E invece il governo è un mezzo, è uno strumento, per attuare un progetto: e noi oggi vogliamo lavorare al progetto, portando in Parlamento l’energia, la sofferenza, la visione di questo Paese.

È questo l’unico voto veramente utile: quello che costruisce rappresentanza democratica, portando in Parlamento l’altra metà dell’Italia. Un grande progetto di inclusione e di attuazione della sovranità.

Sia chiaro. Sappiamo bene che è nelle città che si gioca la partita più carica di futuro.

La distruzione delle economie dei comuni, la verticalizzazione elettorale delle figure dei sindaci, l’alienazione dello spazio pubblico, il massacro dei tessuti urbani hanno fatto delle cento città italiane altrettante fabbriche della diseguaglianza e della infelicità.

Ma dove è il pericolo, là si trova anche il rimedio: ed è da quelle stesse città che sono partite mille esperienze di rinnovamento: molte delle quali oggi sono rappresentate tra noi. Si tratta di esperienze cruciali, la vera novità della scena politica italiana. Penso – per esempio – all’esperienza delle coalizioni civiche di sinistra di Padova e di Catanzaro. Quel che conta in questi esempi è la qualità di una partecipazione intensa e lucida, che ha tenuto insieme partiti, associazioni e cittadini. Tanti cittadini: cittadini che avevano da anni rinunciato alla politica. Ecco il punto: riunire, federare, far dialogare, mettere insieme, cucire tutte queste esperienze di partecipazione civica, facendole sfociare in Parlamento, centro della comunità civile italiana.

Basta guardare a queste esperienze sparse per tutta Italia per comprendere che siamo di fronte ad una rottura con la formula del centro-sinistra. Ma non è questione di sigle, né tantomeno si tratta di escludere un’area politica. È questione di storia, di fatti.

È ai governi di centro sinistra che dobbiamo lo smontaggio sistematico del progetto della Costituzione. La prima riforma costituzionale votata dalla sola maggioranza parlamentare è stata la riforma del Titolo V della Costituzione sul finire della prima legislatura dell’Ulivo. È stato un governo di centro sinistra a decidere una guerra illegittima sia per la Carta dell’Onu, sia per la nostra Costituzione. L’approccio restrittivo all’immigrazione è stato introdotto dalla legge Turco-Napolitano. L’avvio della precarizzazione dei rapporti di lavoro la dobbiamo alla riforma Treu. L’abbandono del ruolo dello Stato nell’economia (e dunque nella vita dei cittadini) è avvenuto in forza delle privatizzazioni incontrollate e delle spesso altrettanto incontrollate liberalizzazioni volute da governi di centro sinistra. La mancanza di una seria legge contro la concentrazione dei mezzi di informazione è frutto di scelte compiute durante la prima legislatura dell’Ulivo. Il colpo finale alla progressività fiscale è venuto dalla stessa area politica. La “federalizzazione” dei diritti, che oggi ne impedisce l’uguale attuazione su tutto il territorio nazionale (pensiamo alla sanità!), è iniziata con le riforme di Franco Bassanini. L’infinita stagione della distruzione della scuola e della aziendalizzazione dell’università porta anche la firma di Luigi Berlinguer. E l’espianto di fatto dell’articolo 9 della Costituzione – quello che protegge ambiente e patrimonio culturale – non lo si deve a Lunardi o a Bondi, ma ai governi Renzi e Gentiloni, con lo Sblocca Italia e la riforma Franceschini.

Infine, il completo abbandono del Mezzogiorno d’Italia a se stesso: una delle macro-diseguaglianze più atroci e insopportabili. Un abbandono sancito dalla cinica alleanza tra il Pd e il peggio dei governi regionali del Sud: basti pensare allo scandalo della Campania.

Quando noi diciamo che è finita la stagione del centro sinistra, diciamo che bisogna rompere con tutto questo: bisogna rompere con una sinistra alla Tony Blair, che fa il lavoro della destra. Con un Renzi indistinguibile da Berlusconi.

Bisogna finirla con un centro sinistra che ha sostanzialmente privatizzato il rapporto tra il cittadino e i suoi diritti, sterilizzando e di fatto abrogando i principi fondamentali della Costituzione. Come ha scritto Luciano Gallino, la «“costituzione” non scritta, ma applicata da decenni con maggior rigore di molte Costituzioni formali, … [è] volta a cancellare le conquiste che la classe lavoratrice e le classi medie avevano ottenuto nei primi trenta o quarant’anni dopo la guerra». Gallino ha spiegato che il primo articolo di questa legge – virtuale, ma ferrea – fatta propria in Italia dal centro sinistra dice che «lo Stato provvede da sé a eliminare il proprio intervento o quantomeno a ridurlo al minimo, in ogni settore della società: finanza, economia, previdenza sociale, scuola, istruzione superiore, uso del territorio».

Alcune personalità politiche che hanno contribuito a questo smontaggio dello Stato oggi non stanno con il Partito Democratico di Matteo Renzi (erede naturale di quelle politiche), ma dicono di voler partecipare ad un processo unitario a sinistra. «Ci siamo dimenticati dell’uguaglianza», ammette Romano Prodi nel suo ultimo libro: chi la pensa così, è benvenuto. Non c’è alcun bando, alcuna proscrizione, alcuna esclusione.

Ma deve essere chiaro che la rotta è invertita. Che la rotta è diametralmente opposta a tutto questo.

Non chiediamo un’abiura rispetto al passato (e come potremmo? a che titolo?): ma dev’essere chiaro che qua vogliamo costruire un futuro diverso.

Lo stesso vale, sia chiaro, per le posizioni espresse al referendum del 4 dicembre. Nessuno è bandito perché ha votato sì. Ma nel momento in cui il Pd e Forza Italia annunciano che nella prossima legislatura riproveranno a manomettere la Costituzione, bisogna che ci sia un impegno esplicito e non derogabile: chi sta da questa parte la Costituzione vuole attuarla, non rottamarla.

È il futuro che ci sta a cuore: non la resa dei conti con il passato.

E, allora, cosa vogliamo per il futuro? Provo a dire tre cose concrete, che indicano la direzione.

Vogliamo applicare l’articolo 53 della Costituzione, quello che impone la progressività fiscale: sia per i redditi, che per i patrimoni.

Negli ultimi decenni sono state aumentate le tasse ai poveri per poterle diminuire ai ricchi. Occorre invertire la tendenza. Le tasse vanno ridotte a chi ne paga troppe: ai redditi bassi e ai redditi medi; vanno aumentate a chi ne paga poche: ai redditi alti e altissimi. Solo allora una lotta senza quartiere all’evasione fiscale potrà avere successo. Ci vuole una seria imposizione patrimoniale. E occorre ripristinare una seria imposta di successione. Perché una seria progressività fiscale realizza due obiettivi: consente di raccogliere le risorse necessarie a sostenere e incrementare lo stato sociale e opera una redistribuzione della ricchezza.

Come ben sappiamo, la Costituzione è fondata sul lavoro, nel senso che indica una precisa prospettiva di trasformazione della società. È la rivoluzione promessa di cui parlava Piero Calamandrei. Ed è per questo che la disoccupazione sfigura le vite delle persone e contemporaneamente mina la tenuta della democrazia. Per questo la Costituzione non sarà attuata finché non ci sarà parità di retribuzione tra uomini e donne.

Solo ieri siamo scesi in piazza, con la CGIL, per denunciare il vero e proprio inganno costituzionale compiuto dal governo Gentiloni sui voucher: un atto grave nel merito, e ancor più grave perché aggirando e contraddicendo un referendum già convocato distrugge, dall’alto e dall’interno delle istituzioni, quel rispetto della legalità costituzionale che è il presupposto minimo per il funzionamento della nostra democrazia.

La Costituzione costruisce i rapporti economici su un equilibrio tra capitale e lavoro. Ma oggi il capitale spadroneggia sul lavoro. Lo Stato per primo abusa del precariato (nella scuola, negli ospedali, nelle biblioteche, nei musei). Bisogna tornare a un rapporto più equilibrato. La prima cosa da fare è reintrodurre una disciplina il più possibile unitaria dei rapporti di lavoro: bisogna tornare a un contratto, tendenzialmente unico, a tempo indeterminato. A tutele uguali per tutti.

E poi l’ambiente: come ha detto con forza Barack Obama, siamo probabilmente l’ultima generazione che può ancora fermare l’autodistruzione del genere umano.

L’Italia non l’ha capito. La media del nostro consumo di suolo è del 7% annuo, contro il 4,1 medio dell’Unione Europea. Matteo Renzi e Maurizio Lupi, con lo Sblocca Italia, hanno slegato le mani ai signori del cemento e delle grandi opere (dal Tav in Val di Susa al fantasma ricorrente del Ponte sullo Stretto), con un’idea di sviluppo distruttiva e tremendamente vecchia.

Invece, l’unica vera opzione è UGO: l’Unica Grande Opera utile, e cioè il risanamento del territorio italiano. La prevenzione antisismica, la cura idrogeologica, la conservazione programmata del patrimonio culturale, che con il territorio è indissolubilmente fuso.

Una vera spending review dei conti pubblici, ma orientata sui valori fondamentali della Costituzione (e dunque in primis rivolta a comprimere una sempre crescente spesa militare), è la premessa necessaria per finanziare questa immensa opera: capace di dare lavoro a centinaia di migliaia di persone, e di farci risparmiare i miliardi che buttiamo per riparare alle continue catastrofi ambientali in gran parte provocate da noi stessi.

È venuto il momento di ricostruire lo Stato, e il suo ruolo.

Uno stato capace di fare l’interesse di tutti. Bisogna mettere fine “al sistematico sacrificio degli interessi pubblici più sacrosanti (la salute, la difesa del paesaggio e del patrimonio artistico, l’ordinato sviluppo urbanistico, l’onesto rispetto della legge e dell’equità) agli interessi privati, di parte, di corrente, di gruppi e uomini nella lotta per il potere”: sono parole di Enrico Berlinguer, pronunciate nel 1974.

Oggi l’interesse pubblico – anzi direi la possibile felicità pubblica – parte dalla scuola, dalla conoscenza, dalla cultura. Uno dei tratti più torvi del potere berlusconiano e renziano è stato, ed è, il disprezzo per la conoscenza, e il connesso travisamento del ruolo della scuola.

La scuola ha un unico compito: formare il cittadino sovrano di domani, e creare uguaglianza. Non produrre clienti, consumatori o schiavi. E ogni bambino perduto è un cittadino perduto. L’ultima rilevazione dell’Istat dà la dispersione scolastica al 14,7%, con picchi del 24% in Sicilia o in Sardegna. La media europea è dell’11%, l’obiettivo per il 2020 è del 10%. Di fatto oggi in Europa percentuali più alte ci sono solo in Spagna e Portogallo, Malta e Romania.

Nell’Italia di oggi l’analfabetismo funzionale (cioè la condizione di chi avendo letto un testo, non è in grado di riferirne correttamente i contenuti) è al 47%.

La Costituzione impone alla Repubblica di promuovere «lo sviluppo della cultura e la ricerca»: il progetto è quello di una redistribuzione di massa di una conoscenza continuamente rinnovata dalla ricerca, l’obiettivo è formare un cittadino consapevole, attivo, critico. Una società critica, una società del dissenso non è un ostacolo allo sviluppo: è una condizione essenziale per la democrazia.

Ma le politiche degli ultimi decenni, con un’accelerazione finale, sono andate in direzione diametralmente opposta. La cosiddetta cultura, e con essa il patrimonio culturale e la ‘buona’ scuola: tutto è stato messo al servizio di una generale de-intellettualizzazione del Paese, al servizio di un assopimento collettivo della coscienza critica, al servizio di una nostra radicale metamorfosi da cittadini in clienti, consumatori, spettatori. Invertire la rotta è la prima condizione per cambiare lo stato delle cose: anzi per immaginare che cambiarlo sia possibile.

Sappiamo bene che perché lo Stato italiano provi ad attuare il progetto della sua Costituzione bisogna ridiscutere i fondamenti dell’Unione Europea.

Non c’è dubbio che gli obiettivi dei trattati europei divergano in modo anche radicale da quelli che la nostra Costituzione ci impone. Questo oggettivo scontro finora ha piegato la Costituzione: fino al punto da farci inserire il pareggio di bilancio nell’articolo 81. Ebbene, anche su questo è ora di invertire la rotta. L’Italia è il più autorevole di un grande gruppo di paesi che può e deve chiedere una profonda revisione dei trattati. Mentre da subito bisogna attuare i punti più avanzati dei trattati attuali: per esempio l’articolo 3 del Trattato di Lisbona, che mette tra gli obiettivi dell’Unione la piena occupazione. Per far questo occorre costruire una sovranità europea, una vera politica europea. È questo l’unico europeismo che può darci ancora Europa e, domani, più Europa. Perché, sia chiaro, l’Italia non ha futuro fuori dall’Unione Europea. Ma questa Unione Europea va cambiata dalle fondamenta.

È su tutto questo, e su molto altro ancora, che dobbiamo e vogliamo discutere insieme, da oggi in poi. Ed è importante, anzi decisivo, decidere come farlo.

Se le idee, i nodi, le prospettive che oggi proveremo a delineare vi sembreranno quelli essenziali, vitali, da domani può partire un vero processo costituente, dal basso.

Non c’è nulla di stabilito, di deciso. Non un nome (alleanza popolare per la democrazia e l’eguaglianza è solo una didascalia esplicativa di un progetto), non un programma, non una leadership, non candidature. Ciò che vorremmo è un’alleanza capace di portare in Parlamento la parte sommersa di questo Paese. Un’alleanza tra cittadini, associazioni, comitati e partiti.

Su questo punto bisogna essere chiari. Un vento impetuoso soffia oggi in Italia contro l’idea stessa di partito. Noi non siamo d’accordo. Non crediamo alla favola che oppone una società buona ai partiti cattivi. Sentiamo invece il dovere di distinguere: tra partito e partito, e nella società stessa.

Sappiamo quanto i partiti in sé siano cruciali nel funzionamento del sistema disegnato dalla nostra Costituzione.

Pensiamo che il Partito Democratico di Renzi sia ormai un pezzo della destra. Perché fa politiche di destra: e di destra non sempre moderata. Lo diciamo con grande dolore, e con profondo rispetto per una gran parte dei suoi militanti. Ma dove dovremmo collocare un partito che lavora per aumentare la diseguaglianza (si pensi al Job’s act)?

Lo diciamo una volta per tutte: chi partecipa a questo processo costituente di una nuova sinistra partecipa alla costruzione di una forza radicalmente alternativa al PD.

Pensiamo che il Movimento 5 Stelle sia prigioniero di un’oligarchia imperscrutabile. E vediamo che nella sua agenda – sempre più spostata a destra, con tratti preoccupanti di xenofobia e intolleranza – non c’è posto per la parola eguaglianza.

Ma vediamo anche che ci sono partiti diversi. Possibile e Sinistra Italiana hanno subito risposto a questo appello. La loro adesione non ci ha sorpreso: eravamo stati accanto in mille battaglie, non da ultimo in quella per il No.

E hanno risposto anche Rifondazione Comunista, e tante esperienze politiche di partecipazione, tra cui per esempio Dema, l’Altra europa per Tsipras e molte altre.

Naturalmente se fossimo convinti che la forma partito è sufficiente, oggi non saremmo qua: non si tratta di rifare una lista arcobaleno con una spruzzata di società civile.

C’è forte l’esigenza di qualcosa di nuovo, e di qualcosa di più grande. Lo dico con le parole di Gustavo Zagrebelsky: è necessaria la «più vasta possibile unione che sorga fuori dei confini dei partiti tradizionali tra persone che avvertano l’urgenza del momento e non siano mosse da interessi, né tantomeno, da risentimenti personali: come servizio nei confronti dei tanti sfiduciati nella politica e nella democrazia».

Altri partiti non hanno ancora deciso se partecipare. Articolo 1-Movimento Democratico Progressista ci ha chiesto di parlare: ascolteremo tra poco, e con grande attenzione, il senatore Miguel Gotor.

Abbiamo invitato Giuliano Pisapia, e il suo Campo progressista: la risposta è stata che «non ci sono le condizioni». Non ci pare un buon inizio. Ma è una risposta che aiuta a spiegare perché oggi siamo qua: perché temiamo che nessun’altro voglia parlare alla metà del Paese che non vota.

Il nostro obiettivo finale rimane una sola lista a sinistra: e aspettiamo, il primo luglio, una risposta chiara. Una risposta sulle cose, non sulle formule.

In questi giorni, le migliaia di persone che hanno aderito a questo invito hanno espresso due sentimenti contraddittori: entusiasmo e paura. L’entusiasmo di chi diceva: «Sono felice di poter tornare a votare!». La paura di chi teme che anche questo tentativo fallisca, come tutti quelli ­– generosi e coraggiosi – che l’hanno preceduto. Non li elenco: tutti li conoscete, molti di voi ne portano ancora le cicatrici.

C’è chi teme che questo mondo sia troppo magmatico per unirsi anche solo in una lista. C’è chi teme che i partiti controllino questo processo, come burattinai da dietro le quinte. Entrambi questi rischi esistono. E l’esito di questo processo dipende tutto da quanti saremo, e da quanto determinati saremo.

Vogliamo costruire una vera ‘azione popolare’, come direbbe Salvatore Settis.

Ma ci riusciremo solo se la partecipazione senza tessere sarà così ampia da superare di molte volte quella degli iscritti ai partiti. Una lista di cittadinanza a sinistra: questo vogliamo costruire.

Qualcosa ci assicura che anche questa volta non finirà male? No, niente ce l’assicura: se non il nostro impegno.

In una politica che si fonda sull’esibizione della forza, sull’arroganza e sul marketing del nulla noi diciamo al Paese: siamo poveri, siamo piccoli, siamo a mani nude, siamo pieni di limiti e avviati su un sentiero irto di ostacoli.

Ma vogliamo mettere insieme tutte queste nostre debolezze: perché sappiamo che Davide può rovesciare Golia. Anche questo abbiamo imparato, il 4 dicembre.

In una sinistra gremita da leaders senza popolo, noi siamo un popolo che non cerca un leader, ma partecipazione e condivisione.

Sappiamo, sentiamo che ci dobbiamo provare: che non possiamo rassegnarci all’astensione. Che rimarrebbe, dopo un fallimento, l’unica possibilità.

Ma non vogliamo rassegnarci ad una passione politica che escluda a priori il tema della rappresentanza parlamentare. Se vogliamo che il mondo cambi, dobbiamo portare in Parlamento chi vuole cambiare il mondo.

Da oggi dobbiamo costruire luoghi per decidere. Questo mare di idee, sofferenze, speranze, conoscenze deve sapersi organizzare. Deve saper decidere, dal basso e in modo trasparente: scegliendo un programma chiaro e forte, in dieci punti.

In pratica, dobbiamo da domani avviare un percorso sul territorio, con assemblee che consentano il censimento e la raccolta delle energie disponibili e una sorta di carovana che attraversi l’Italia definendo i nodi del programma.

Chi sottoscrive questo progetto dovrà riunirsi in assemblee territoriali capaci di eleggere una assemblea nazionale che definisca progetto, nome, simbolo e struttura organizzativa di questa coalizione. E un regolamento e dei criteri per far emergere le candidature.

Io credo che queste ultime andranno scelte non al centro, ma collegio per collegio, circoscrizione per circoscrizione. Non con la truffa delle primarie aperte a chi passa, né con manovre occulte di centri organizzati di potere: ma in modo partecipato e veramente democratico.

Dobbiamo decidere con un processo in cui ogni cittadino conti a prescindere dalle tessere che ha o non ha in tasca. Un percorso che dovrebbe portare – lo ripeto – ad una grande lista civica nazionale, di sinistra e per l’attuazione della Costituzione.

Se vogliamo che un processo come questo giunga in porto, ci sarà bisogno di una partecipazione più larga, e anche di una partecipazione nuova, di un altro modo di fare politica. Non basato sul leaderismo, ma sulla comunità.

È per questo che io, personalmente, non mi candiderò a nulla. E mi auguro che saremo in tanti, ad impegnarci fino in fondo, ma senza candidarci.

È infatti vitale che esista una cerchia di cittadini attivi e partecipanti, ma capaci di tenere alto il senso critico. Prendendo parte, anche appassionatamente, ma senza smorzare la critica.

Lo dico oggi per bloccare sul nascere un prevedibile tormentone. Ieri la Stampa ha, per esempio, scritto che «Tomaso Montanari e Anna Falcone … si candidano a diventare la faccia fresca e “presentabile” della sinistra radicale, quella che dalla sconfitta della Sinistra Arcobaleno del 2008, ha cambiato più volte sigle ma non le percentuali elettorali, sempre ferme al 3 per cento».

Ecco, è esattamente il contrario. Non solo perché le nostre facce non rappresentano e non contano nulla. Ma perché questa ‘cosa’ nasce per ambire a percentuali a due cifre: perché ambisce a recuperare una parte dell’astensione di sinistra. E se dovesse ridursi a una lista arcobaleno con davanti le sagome della cosiddetta ‘società civile’ sarò il primo a dire che il tentativo è fallito.

Riuscirà se ci sarà una travolgente azione popolare. Così travolgente da non aver bisogno né di narrazione né dell’attenzione dei giornali: perché sarà un realtà. E così plurale da avere tanti volti da rendere impossibile isolarne alcuni.

Se oggi siamo qua è perché crediamo che questa azione popolare possa prendere vita: perché è l’unico mezzo per uscire da questo gorgo di infelicità. Perché – lo ha detto don Lorenzo Milani – «sortirne da soli è avarizia, sortirne tutti insieme è politica».

Un amico, militante del Movimento 5 Stelle, mi ha sorpreso in questi giorni, scrivendomi: «Una volta – molto tempo fa – chiesero a Vittorio Foa cosa desiderasse per Natale: la risposta fu” una destra democratica”. A noi grillini non farebbe schifo una sinistra fedele ai suoi ideali e alla Costituzione, tanto per cambiare…».

Una sinistra fedele ai suoi ideali, e alla Costituzione: ecco, è proprio quella che da oggi vogliamo provare a costruire.

Tutti insieme.

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