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Ritorno al futuro

vietnam-1di Roberto Musacchio

Cio’ che accresce la disperazione e’ l’assenza pressoché totale di un punto di vista diverso che alimenti almeno la speranza. Si può fare l’eccezione di Papa Francesco che combatte con coraggio sul campo, sia esso quello delle scelte concrete che quello delle “narrazioni”. Eccolo dunque ad andare davanti, e contro,  tutti i muri e a portare con se’ un gruppo di migranti; ed eccolo a dire, controcorrente, che la guerra nasce fondamentalmente dagli interessi economici (e dunque da quel capitalismo che ne e’ il sistema eletto). Ma di Sinistre, di Movimento Operaio, su quel ring sanguinoso che e’ oggi il Mondo non si vede praticamente traccia.

Dismesso il “socialismo reale” ma con lui anche la socialdemocrazia. Dismesso il Movimento operaio sono in crisi anche gli altermondialismi. In rotta il modello sociale e il compromesso democratico europeo, tramonta anche l’esperienza del latino America. Eppure, di fronte a tutto ciò, si fatica ancora a chiedersi: perché?

Non riuscire neppure a porsi la domanda, limitandosi a cercare scorciatoie inutili, se non controproducenti, fa parte del nostro buio. E della nostra paura. Paura di cosa? Probabilmente di dirsi che tutta la nostra storia, quella del ‘900, e’ ormai finita. Gloriosamente sconfitta. Gloriosamente, perché ha segnato di se’ la storia del secolo. Ma sconfitta perche’ non ha saputo pensarsi oltre.

Cosa ancora piu’ grave perche’ nel frattempo gli avversari storici, la borghesia e il capitalismo, questo pensarsi oltre lo hanno saputo fare. E cosa ancora piu’ grave e’ il pensare che nella nostra cassetta degli attrezzi, quella dei padri fondatori, i materiali per pensare oltre c’erano. Anzi, erano l’inizio del pensare. ” Proletari di tutto il Mondo, unitevi”, recita l’incipit del Manifesto.

Ebbene, se guardiamo all’oggi possiamo provare a dire che e’ il capitalismo, e la borghesia, ad essersi cimentati con quel “tutto il Mondo” e ad averlo fatto proprio perche’ i proletari non si unissero, anzi si combattessero, ferocemente l’un l’altro? Ed anche cercando di unirsi lei, la borghesia, in un capitalismo divenuto globalizzazione liberista. Certo non dismettendo le “proprie guerre”, forse non riuscendoci o forse perche’  comunque funzionali come dice il Papa.

Ma comunque iscrivendo le proprie guerre di interessi dentro una sovraordinante “lotta di classe rovesciata” per usare la straordinaria descrizione di Gallino. Una lotta di classe rovesciata e praticata su scala globale. Eppure era il Movimento Operaio che secondo i padri fondatori avrebbe dovuto dar vita ad una lotta di classe globale, superando definitivamente le costruzioni borghesi, lo Stato, le Classi, per forgiare l’Uomo Nuovo e la “Futura Umanità” come compimento dell’Internazionale.

E invece? Invece, lo svolgersi materiale delle cose, che e’ parte integrante di una Storia materialistica e non idealistica, ha portato in altra direzione, prima gloriosa ma poi rovinosa. Il Movimento Operaio si e’ fatto parte integrante della costruzione della dimensione statuale e del suo ambito nazionale. Determinandone una curvatura avanzata e un compromesso democratico e socialmente connotato ma finendo per dismettere la ricerca del futuro, della “Rivoluzione Mondiale”.

I “proletari uniti” insorgevano contro le “guerre imperialiste”, che li avevano resi carne da cannone, anche con la complicità di chi aveva votato i “crediti bellici”, e, tra una guerra mondiale e l’altra, fondavano l’Unione Sovietica e poi l’Europa delle Costituzioni. Ma questa dimensione sembra acquietare quel Movimento Operaio reale che fa il’900. E’ si “mondato” dagli scellerati crediti di guerra. E’ si attento a ciò che nel Mondo lo richiama alle sue origini di ” lotta di classe globale” sia esso il terzo mondismo, o, da ultimo l’alterglobalismo. Ma la dimensione statual nazionale sembra avvolgerlo e, lentamente prima, rovinosamente poi, cambiarlo di segno.

Il “partito rivoluzionario” sovietico si fa Stato ma anche nomenclatura e casta. Ma anche i “partiti riformatori” europei si fanno Stato e, per proprio conto, parte della gestione dell’esistente. E tutto ciò mentre invece la borghesia e il capitalismo riscoprono un “cipiglio rivoluzionario” e partono all’assalto di quel compromesso che, dal loro punto di vista, li penalizza.

E il loro assalto e’, guarda un po’, sulla dimensione globale, quella dismessa dal Movimento Operaio. E’ così dalla Trilateral alla globalizzazione liberista, passando per l’edificazione della Europa reale che e’ l’esatto opposto di ciò che prevedeva il compromesso sociale europeo e che arrivarono a pensare, ma non a praticare, Brandt, Palme, Berlinguer e i movimenti pacifisti.

E questo processo avviene dall’alto e dal basso, stravolgendo le strutture e riplasmando le sovrastrutture, sconvolgendo istituzioni, economia, societa’ e “narrazioni”, per usare un linguaggio di moda. Tutta la cassetta degli attrezzi del capitalismo e’ riorganizzata, pescando a mani aperte, in quella dei soggetti altri. La guerra di classe rovesciata e globale sovrintende e si intreccia con quella permanente e, oggi, a puntate, come dice il Papa. La globalizzazione totalizzante “convive” con neonazionalismi e neofondamentalismi, e intanto coopta intere parti dei soggetti altri e frantuma i rimanenti.

Naturalmente sullo sfondo, neanche lontanissimo, c’è la comune rovina delle classi in lotta della straordinaria profezia marxiana. Ma questo “conta” poco perche’ di queste classi una, la borghesia, ” non ha coscienza” e l’altra, il proletariato “non ha piu’ coscienza di se'”. Appunto, Marx. Basterebbe questa profezia a dirci che ci parla ancora. Ma il ‘900 non e’ stato a ben vedere il suo secolo. E’ mancato il passaggio dall’internazionale alla “futura umanità”. E ben presto il “nazionale” ha sopraffatto l'”inter”. Con le conseguenze che sappiamo. Una classe sociale sconfitta e una esperienza politica “cooptata” o disconnessa.

Pensava, Marx, che la dimensione proletaria, avrebbe “liberato” l’umanità dagli “orpelli” borghesi. E dischiuso le porte alla umanità globale. E invece su quegli orpelli, e sulle “nuove” strutture e sovrastrutture la borghesia ha conosciuto la sua rivincita. Il nostro pensare e il nostro agire sono rimasti fermi mentre “loro” correvano con furia iconoclastica.

Possiamo ammettere che non ci siamo dati un nostro pensiero, e un nostro fare, su ciò che cambiava il mondo che avevamo edificato? Tutto ci spiazza. Il mercato finanziario globale, ma anche il mercato del lavoro globale. La crisi della democrazia rappresentativa ma anche i nuovi populismi. Il globale e il locale, il globalismo e il nazionalismo. Gli imperialismi e gli imperi. La demografia, l’antropologia, il genere, la rete, il limite e la sua assenza. Le rabbie e le paure. Per chi doveva pensare l’uomo nuovo non e’ un bel vedere. E allora, ci si aggrappa, anche giustamente, al Papa, o, assai piu’ ingiustamente, a qualche variante, globalista o sovranista, dell’altrui egemonia. E allora?

Allora c’è il ritorno al futuro. Non dico il ritorno a Marx, perche’ troppe volte gia’ detto, e non fatto. E, forse, perche’, non ci sono neanche li’ le risposte, ma, forse, solo le domande. Che pero’ non e’ poco. E c’è l’orizzonte, altro tema pur discusso nel “nostro ‘900” ma non valicato. L’orizzonte, per me, e’ appunto la futura umanità. Che significa avere, e praticare, un’altra idea del mondo e delle donne e degli uomini. E significa che la costruzione, e la realizzazione, di queste idee altre sono la nostra ragion d’essere e che essa passa dal riappropriarsi della lotta di classe e cioè della Storia che e’ tale solo se e’ rivoluzionaria e cioè dotata di carica utopica che e’ la ragione stessa del vivere.

Ma anche l’utopia va “liberata” perche’ anch’essa e’ stata colonizzata. “

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