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La follia nelle elezioni americane

primarie USAdi Tonino D’Orazio

Per la prima volta sono stupito dalle folli dichiarazioni dei due maggiori candidati alla presidenza degli Stati Uniti. Dalla virulenza xenofoba e guerrafondaia, in modo prevalente, del repubblicano miliardario Trump. E dallo sguardo allucinato e dal sorriso largo della Clinton che sembra non avere un cognome proprio.

Due candidati che non hanno nulla a che vedere con il popolo né tantomeno con i semplici cittadini. Dalla terminologia usata e da ciò che si legge si può intravvedere una grande paura da parte dell’etnia bianca, vista la manipolazione e l’utilizzo elettorale che si fa del colore della pelle degli individui e una strategia di odio e di xenofobia impressionante. Che non fosse più l’immagine del sogno americano e della democrazia, veicolata con destrezza nel mondo intero per decenni, molti se ne sono accordi da tempo. Oggi tra guerre coloniali, sopraffazione di popoli e di religioni – anche di amici spiati come noi – quell’immagine si è persa per sempre.

Abbiamo di fronte una Clinton che gioca alla mamma gentile e un cattivo cowboy, Trump, con la pistola puntata contro tutti e un filo di follia nelle espressioni facciali. Una vera scena hollywoodiana, manca il governatore Schwarzenegger. Insomma si avverte un degrado e una stupidità disarmanti.

Quanto alla Clinton, guerrafondaia ebbra (viso raggiante indimenticabile per l’assassinio di Ghedaffi in Libia), oltre allo slogan “E’ l’ora di una donna”, essa è quasi altrettanto ricca del miliardario Trump. E’ sostenuta da Barclays, Barclays Capitol, Goldman Sachs, de Citi, de Citigroup, dall’UBS, da Bank of California, da Bank of America (famiglia Rothschild e probabilmente la maggioranza della potente lobby ebraica), e bisogna aggiungere all’elenco anche la fondazione Victor Pinchuk di Kiev. Un fiume di soldi oltre alla famigliare Fondazione Clinton già milionaria. Dietro, a sostegno ulteriore ci sono l’industria degli armamenti, Wall Street e la famosa organizzazione con diramazioni mondiali chiamata Trilaterale, nella quale sono presenti non pochi politici nostrani di rilievo. Il disagio sta anche nel simbolo, l’asinello.

Trump è il cattivo nazionalista yankee, ricco per eredità, uomo di affari nel settore immobiliare che già fu del padre, politico, personaggio televisivo (Fox News) famoso e seguito da 15 anni (alla Bruno Vespa). Prima un periodo democratico, poi repubblicano. I voltagabbana esistono dappertutto, sono il sale delle nostre democrazie. Sostiene apertamente il Ku Klux Klan e rilancia la supremazia della razza bianca, soprattutto anglosassone. Uomo scandalo, da gossip, travolge tutto e tutti sul suo passaggio. Qui, il simbolo è l’elefante.

Trump, razzista dichiarato, minaccia soprattutto i messicani (“stupratori e criminali”), i neri, i musulmani, le minoranze e anche le donne. (Però spera anche nel loro voto. Conosce l’anomalia masochista che a volte pervade il popolo quando sbaglia obiettivo e analisi). Propone per gli Stati Uniti di tornare ad essere la maggiore potenza mondiale (“Render l’America ancora grande, un lapsus per la evidente difficoltà odierna), minaccia soprattutto la Russia (per i cinesi ci va cauto ma è pronto a barricate doganali), e quanto all’Europa si impegna a dare maggiore forza alla Nato. Dichiara di voler bombardare la “merda Isis”. Incentiva l’odio tra bianchi e neri, rilancia il conflitto razziale e quello religioso verso l’islam, elementi che tra l’altro, stanno trovando spazio anche in Europa.

Due candidati che viaggiano che secondo le stime coinvolgono il 40% della popolazione americana iscritta nelle liste elettorali ma poi, in realtà, sarà una percentuale inferiore, forse di molto, quella di coloro che effettivamente voteranno.

Ma che succede nel ventre molle del popolo statunitense per avere a che fare con questi due candidati?

Un’altra novità sta proprio nell’ascesa di Bernie Sanders, il candidato “socialdemocratico” del partito democratico. Sconfitto, ovviamente, il sistema pre-elettorale non consente altro, ma questa volta con onore e consenso. Soprattutto dei giovani, su tre questioni: sanità per tutti, abolizione delle tasse universitarie (si può spendere anche 100.000 dollari per un corso di diploma-laurea, per cui si è indebitati, spesso con le banche, prima ancora di poter guadagnare), servizi sociali allargati con ridistribuzione della ricchezza (tassando i super ricchi). Sarà forse un frutto del “Occupy Wall Street”? Oppure il numero dei poveri aumenta così irreparabilmente tra la classe media?

Questa scelta di migliaia di giovani, di lavoratori, di strati sociali deboli, indica che devono attraversare un momento di grande difficoltà. Al super arricchimento di pochi corrisponde l’impoverimento di molti. Il neoliberismo feroce deve aver colpito gran parte degli americani per rivolgersi ora ad un socialista, parola quasi proibita in quel paese, visto che corrisponde più o meno a comunista, terrorismo anticapitalista.

Ha sicuramente ragione l’acuto Noam Chomsky che nell’analizzare la situazione rileva soprattutto nell’etnia bianca un senso di grave assenza di speranza e una allarmante percentuale di mortalità negli individui meno acculturati.  Trova che nel voto a Trump si mischiano sentimenti profondi di collera, di paura nell’avvenire, di frustrazione se non di disperazione. Dice che in realtà, con tutti i mezzi eccezionali e tecnologici che hanno, per la sanità, l’aspettativa di vita di un americano bianco (non ricco) è di gran lunga inferiore a tanti altri paesi. Mentre altri gruppi etnici vivono più a lungo. Non si muore più tradizionalmente di infarto o di diabete, ma in una epidemia di suicidi, di malattie del fegato dovute all’abuso di alcool, di overdose di eroina e di oppiacei ottenuti anche con ricette. La povertà attuale la si può paragonare a quella della grande depressione del ’29, e degli anni ’30, negli effetti devastanti. Ma oggi senza vera luce in fondo al tunnel.

Trump, infatti, promette di ripristinare: un mondo in cui i bianchi siano al centro di tutte le cose negli Stati Uniti (nella misura in cui ancora non lo sono), e assicura loro la posizione dominante, affinché i loro privilegi e poteri siano incontrastati. Tanto è vero che il sociologo Seymour Lipset parla di “autoritarismo della classe operaia bianca” in una situazione precisa di “teoria del terrore” che Trump sta gestendo alla grande. Questa gestione del terrore suggerisce che i conservatori sono autoritari e particolarmente inclini ad amare “la bandiera, le pistole, Dio e la religione”.

Un sondaggio nel South Carolina di elettori alle primarie sul probabile candidato repubblicano, condotto dal Public Policy Polling e rilasciato il 16 febbraio scorso, ha rivelato che il 10 % crede che i bianchi siano una razza superiore; il 20 % crede che a gay e lesbiche non dovrebbe essere consentito vivere nello Stato; Il 60% crede che i musulmani debbano essere banditi dal paese; e il 29% pensa che gli schiavisti del Sud abbiano vinto la guerra civile americana.

L’ascesa del miliardario Trump sta però creando grandi perplessità in altri settori del popolo americano in generale e nel partito repubblicano in particolare. Eliminare la pericolosa “Trumpmania” diventa di loro responsabilità. Ma, in realtà, non hanno chiaramente il coraggio e i mezzi per farlo. I conglomerati finanziari sono preoccupati dalla demagogia radicale del loro rappresentante, anche se “vincente”, ma impresentabile al mondo. Gli affari, soprattutto peggiori, si fanno nelle segrete stanze delle lobby, non in piazza, e non strombazzando. In periodi di crisi l’uomo forte e autoritario viene sollecitato dal populismo e tutti sono propensi a credere, e ve ne sono le premesse, che sia giunta anche l’ora degli Stati Uniti. Per ripristinare un impero in sfacelo ci vuole un condottiero, con il culto della personalità. Alla direzione repubblicana si rendono conto che l’ascesa di un uomo veramente solo al comando potrebbe avere implicazioni minacciose per il loro sistema democratico, dove sono ristrette lobby e oligarchie a comandare, non il presidente, e poco il Congresso, se non tra mediazioni varie e di spartizione. Solo così si spiega che alle elezioni del middle term, se il presidente è repubblicano molto spesso il Congresso è a maggioranza democratica e viceversa.

A noi non resta che stare a guardare, senza grande tifo e illusioni, perché tra i due candidati il punto in comune che nessuno può toccare sono gli interessi vitali degli statunitensi contro tutti gli altri, ma sperando che questa nuova zuppa autoritaria non travasi culturalmente anche in Europa. Però noi, in genere, siamo segugi dell’ideologia socio-economica transatlantica e facciamo parte integrale di questo patto.

 

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Discussione

Un pensiero su “La follia nelle elezioni americane

  1. Tutti i torti il canditato Trump non li ha gli Islamisti ne Hanno combinato di tutti i colori.

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    Pubblicato da Mario Noce | 18/03/2016, 09:29

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