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Riforme costituzionali e legge elettorale: il dibattito in corso

corte costituzionaleProponiamo alcuni interventi da diversi organi di stampa italiani su riforme costituzionali e legge elettorale: un confronto sempre più aspro connotato dalla necessità di governance (autoritaria) della crisi e conseguente semplificazione della rappresentanza e della dinamica parlamentare. (a cura di M. Zanetta)

Editoriale de Il Manifesto

Riforme, l’alibi dei guitti

—  Massimo Villone, 21.4.2015

Ai bam­bini restii ad addor­men­tarsi i buoni geni­tori rac­con­tano favole, o magari pic­cole bugie, dalla befana che porta regali se dor­mono all’uomo nero che viene a rapirli in caso con­tra­rio. Una ver­sione fan­ta­stica del bastone e della carota. È quel che fa il governo con i dis­si­denti sull’Italicum, quando minac­cia ancora di met­tere la fidu­cia, o lascia bale­nare uno scam­bio con la riforma del senato che si potrebbe rive­dere. Vie impra­ti­ca­bili, del tutto o in parte.
Per la que­stione di fidu­cia sull’Italicum rias­sumo quel che ho già scritto su que­ste pagine.

Il rego­la­mento della Camera include la legge elet­to­rale tra le mate­rie per cui il voto è segreto a richie­sta. La Pre­si­denza dell’Assemblea non ha alcun potere discre­zio­nale in pro­po­sito e deve con­ce­dere il voto segreto, se richie­sto nelle mate­rie elen­cate. Il rego­la­mento dispone altresì che al governo non è con­sen­tito porre la que­stione di fidu­cia quando è pre­scritto il voto segreto. Ne segue una con­trad­di­zione insa­na­bile tra la richie­sta di voto segreto e la fidu­cia sulla legge elet­to­rale. Posto che il voto segreto è pre­vi­sto a tutela del par­la­mento, delle mino­ranze e dei sin­goli par­la­men­tari con­tro il governo e la volontà mag­gio­ri­ta­ria, la con­trad­di­zione deve scio­gliersi a favore del voto segreto con l’inammissibilità della fidu­cia.
La minac­cia di fidu­cia è il bastone, ovvero la favola dell’uomo nero. Ora la carota. La riforma costi­tu­zio­nale è al senato, ancora in prima deli­be­ra­zione. Ma le parti riguar­danti la com­po­si­zione e la natura non elet­tiva del senato sono state già appro­vate nell’identico testo, dal senato l’8 ago­sto 2014, e dalla Camera il 10 marzo 2015.

Que­ste parti sono non più modi­fi­ca­bili. Per l’articolo 104 del rego­la­mento del Se­nato «nuovi emen­da­menti pos­sono essere presi in con­si­de­ra­zione solo se si tro­vino in diretta cor­re­la­zione con gli emen­da­menti intro­dotti dalla Camera». Un lon­tano pre­ce­dente del 1993 sulla riforma dell’articolo 68 della Costi­tu­zione potrebbe forse essere inteso in modo par­zial­mente diverso, ma è piut­to­sto incerto e comun­que troppo poco nell’odierno con­te­sto. Ci piace piut­to­sto ricor­dare che di fronte alla con­tro­versa aggiunta di un comma, il mini­stro Barile — emi­nente costi­tu­zio­na­li­sta — non espresse in Aula per il governo alcun parere, esu­lando la legge costi­tu­zio­nale dal potere di indi­rizzo poli­tico (22 luglio 1993). Parlò quindi a titolo per­so­nale. Altri tempi, anche più dif­fi­cili di oggi, ma migliori. In ogni caso, quel pre­ce­dente pro­ba­bil­mente non ser­vi­rebbe a ripri­sti­nare la natura elet­tiva. L’immodificabilità rimarrà anche in seconda deli­be­ra­zione, e dun­que il senato-dopolavoro non elet­tivo è già con­so­li­dato.
Forse, si potrebbe ancora espun­gere qual­cosa che più grida ven­detta, come la par­te­ci­pa­zione di un sif­fatto senato alla revi­sione della Costi­tu­zione. O snel­lire un pro­ce­di­mento legi­sla­tivo quanto mai far­ra­gi­noso. Men­tre appare fan­ta­siosa l’ipotesi di far slit­tare gli effetti della riforma a una legi­sla­tura suc­ces­siva a quella pros­sima. Tanto cor­rere per un’entrata in vigore pre­ve­di­bil­mente nel 2023?
Que­sto per la carota. Dun­que, il chiac­chie­ric­cio poli­tico cui assi­stiamo in que­sti giorni è lar­ga­mente una rap­pre­sen­ta­zione tea­trale. A meno di vedere nel par­la­mento un’assemblea stu­den­te­sca auto­ge­stita, i rego­la­menti e le prassi ci dicono quel che si può o non si può fare. I pro­ta­go­ni­sti lo sanno, e dob­biamo allora rite­nere che ambi­guità e con­fu­sione siano volute o tol­le­rate. Men­tre sarebbe bene esclu­dere dalla discus­sione le vie impra­ti­ca­bili, met­tendo in chiaro le scelte e le rela­tive responsabilità.

Nel tor­men­tone infi­nito del Pd non è facile capire l’interesse per­se­guito. Renzi subi­sce una ero­sione di con­sensi, e l’iniziale impeto gio­va­nile va assu­mendo l’aspetto di una testarda arro­ganza. La sua palese voglia di schiac­ciare i dis­si­denti può far­gli per­dere a sini­stra — magari nel non-voto — il soste­gno che lo met­te­rebbe in sicuro van­tag­gio rispetto al cen­tro­de­stra. L’egemonia del suo vagheg­giato par­tito della nazione dipende poi anche da un cen­tro mode­rato che a fronte di una sua debo­lezza non esi­te­rebbe a pas­sare all’avversario. Cre­sce il rischio che la cami­cia di forza costruita sul paese con la riforma costi­tu­zio­nale e quella elet­to­rale al fine di cemen­tarsi nel potere sia invece stru­mento della sua scon­fitta. Quanto ai varie­gati dis­si­denti Pd, se anche soprav­vi­ves­sero alle liste di pro­scri­zione nelle pros­sime ele­zioni, chi li vote­rebbe dopo una dimo­stra­zione di totale incon­clu­denza? Potreb­bero mai chie­dere con­sensi bia­si­mando i cat­tivi? Pro­ba­bil­mente scom­pa­ri­reb­bero tutti, salvo una man­ciata di capi­li­sta gra­zio­sa­mente con­cessi dal padrone a una spe­cie pro­tetta in via di estin­zione. Tri­ste destino per quel che fu un’armata.
La con­fu­sione è grande. Sarebbe meglio per tutti evi­tare trat­ta­tive poli­ti­che vir­tuali e senza oggetto. A tal fine, le Pre­si­denze delle due Assem­blee, cui spetta garan­tire l’applicazione cor­retta delle regole, potreb­bero per le vie oppor­tune pre­av­vi­sare gli attori di quel che sarà il copione. Per il resto, abbiamo già avuto troppe for­za­ture e vio­la­zioni della lega­lità par­la­men­tare. È quel che suc­cede quando non è più la salus populi suprema lex, come diceva Cice­rone, ma la insi­gni­fi­cante for­tuna di guitti in un teatrino.

 

IlFattoQuotidiano.it / Archivio Cartaceo

Colpirne dieci per educarli tutti

di Marco Travaglio | 21 aprile 2015

Era già accaduto al Senato nel giugno 2014, con la sostituzione-destituzione dalla commissione Affari costituzionali di tre senatori del Pd (Mineo e Chiti) e di Scelta civica (Mauro), rei di dissentire sulla controriforma costituzionale di Renzi. E siccome nessun’autorità, tantomeno Napolitano, fece una piega per difendere la Costituzione contro quella scandalosa purga ordinata dal capo del governo, ora la scena si ripete pari pari alla Camera, con la cacciata dalla commissione gemella di 10 deputati Pd colpevoli di dissenso sull’Italicum: Bersani, Cuperlo, Bindi, D’Attorre eccetera. Ma solo per 10 giorni: giusto il tempo di far votare i 10 sostituti come soldatini obbedienti sull’Italicum, poi, a missione compiuta, torneranno i titolari. E naturalmente anche stavolta nessuno fa un plissè, nemmeno gli epurati. Eppure l’articolo 67 della Costituzione afferma: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Si può contestarlo (Grillo vorrebbe abolirlo, e secondo noi sbaglia), ma intanto la regola è quella. Poi ci sono i regolamenti parlamentari: i membri delle commissioni sono nominati dai presidenti delle due Camere su indicazione dei gruppi e possano essere sostituiti se si dimettono o assumono altre cariche elettive o di governo. Non certo perché non s’inchinano agli ordini di scuderia, per giunta del governo.

E poi qui non si tratta di un singolo deputato, ma di 10: tutti quelli che dissentono dal governo che – altro fatto inaudito – pretende di cambiare la legge elettorale a colpi di maggioranza (che poi -ennesima anomalia- è minoranza, senza il premio del Porcellum cancellato dalla Consulta). Inoltre – paradosso dei paradossi – Renzi invoca il vincolo di mandato dimenticando che il mandato elettorale del Pd è esattamente l’opposto dell’Italicum: i suoi parlamentari sono stati eletti nel 2013 promettendo agli elettori di cancellare il Porcellum per restituire ai cittadini il diritto di scegliersi i propri rappresentanti, non per perpetuare il potere dei capi di nominarseli col trucco delle liste o dei capilista bloccati. Quindi a tradire il mandato (peraltro mai ricevuto, essendo stato eletto per fare il sindaco di Firenze) è Renzi, non i “dissenzienti”. E, come ricorda Pippo Civati, il programma elettorale Pd diceva: “Dobbiamo sconfiggere l’ideologia della fine della politica e delle virtù prodigiose di un uomo solo al comando. È una strada che l’Italia ha già percorso, e sempre con esiti disastrosi”.

Poi ci sarebbe lo Statuto del gruppo Pd alla Camera, che recita: “Il pluralismo è elemento fondante del Gruppo e suo principio costitutivo. Esso si basa sul rispetto e la valorizzazione del contributo personale di ogni parlamentare alla vita del Gruppo, nel quadro di una leale collaborazione e nel rispetto delle norme del presente Statuto”. Quello del gruppo al Senato addirittura “riconosce e valorizza il pluralismo interno nella convinzione che il continuo confronto tra ispirazioni diverse sia fattore di arricchimento del comune progetto politico… Il Gruppo riconosce e garantisce la libertà di coscienza dei senatori… Su questioni che riguardano i principi fondamentali della Costituzione e le condizioni etiche di ciascuno, i singoli senatori possono votare in modo difforme dalle deliberazioni dell’Assemblea del Gruppo…”. Ma che pluralismo è quello che rimuove i deputati che non s’inchinano supinamente agli ordini di scuderia, per giunta del governo, per giunta sulla riforma costituzionale ed elettorale, cioè sulle regole fondamentali del gioco democratico? Sentite queste parole: “La sostituzione in commissione di Vigilanza del senatore Paolo Amato è del tutto illegittima. Il Regolamento prevede la sostituzione di un commissario solo in caso di sue dimissioni, incarico di governo o cessazione per mandato elettorale. Checché ne dica il presidente Schifani, che sta esercitando le funzioni di presidente del Senato con modalità che vanno totalmente censurate sotto ogni profilo, istituzionale e regolamentare. Modalità più da giocoliere che da interprete del diritto”. Così parlò il 4 luglio 2012 Luigi Zanda, allora vice e ora capogruppo del Pd al Senato, sdegnato perché Schifani aveva epurato l’azzurro dissidente Amato. E invocava l’art.67, che ai vertici del Pd piace molto quando c’è da sbatterlo in faccia a Grillo (che non lo vuole) e molto meno quando c’è da rispettarlo in casa propria.

Cos’è cambiato da allora a oggi, a parte il colore degli epuratori e degli epurati? La Costituzione e il Regolamento per i nemici si applicano e per gli amici si interpretano, anzi si calpestano. Il refrain del Politburo Renziano, graziosamente detto Giglio Magico, è che l’assemblea del gruppo ha votato a maggioranza pro Italicum, quindi ora tutti devono adeguarsi per disciplina di partito. Ma questo può valere per le leggi di ordinaria amministrazione, non certo per le regole e i passaggi fondamentali della vita democratica. Altrimenti, di grazia, perché il 18 aprile 2013, quando l’assemblea dei grandi elettori Pd scelse Franco Marini per il Quirinale, Renzi e la sua minoranza si ribellarono alla maggioranza votando Chiamparino? Con che faccia, oggi che sono maggioranza, vogliono negare alla minoranza il diritto al dissenso?

Ps. Siccome è già partita la black propaganda per squalificare i dissenzienti come conservatori del Partito No Tutto, perfetto corollario del refrain “meglio l’Italicum che nessuna legge elettorale”, sarebbe cosa buona e giusta se la minoranza Pd, M5S, Sel e chi ci sta presentassero subito in Parlamento un ddl di una riga: “È ripristinato il Mattarellum”. Chissà che ne pensa il capo dello Stato.

 

 

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Dieci di meno contro Renzi sulla legge elettorale

Il gruppo del Pd decide per l’estrema ratio: via dalla commissione affari costituzionali chi non è d’accordo sull’Italicum

di Paola Zanca | 21 aprile 2015

Stazza robusta e spalle coperte, i guardiani dell’Italicum – Emanuele Fiano e Gennaro Migliore – cercano un po’ di adrenalina in un caffè alla buvette di Montecitorio. Sono appena usciti dall’ennesima seduta della commissione Affari Costituzionali, ma lì dentro, ammettono “non si è avvertita nessuna tensione”. La truppa dei dieci dissidenti che ha annunciato il no alla riforma elettorale ha già posato le armi. E ieri, a poche ore dalla loro defenestrazione d’ufficio, hanno pensato bene di portarsi avanti, sparendo in anticipo. Solo Alfredo d’Attorre si è presentato nell’auletta: ha illustrato i suoi emendamenti, ultima fiammata prima di finire nel congelatore.

Ieri sera, come previsto, l’ufficio di presidenza del gruppo (alla guida Ettore Rosato, reggente dopo le dimissioni di Roberto Speranza) ha messo nero su bianco la “sostituzione ad rem” di dieci esponenti democratici fuori sincrono con il cronoprogramma di Matteo Renzi.

Pier Luigi Bersani, Gianni Cuperlo (la frattura con la “ditta” è tale, che nessuno dei due parteciperà alla Festa nazionale dell’Unità che si inaugura oggi a Bologna), Rosy Bindi, Andrea Giorgis, Enzo Lattuca, Alfredo D’Attorre, Barbara Pollastrini, Marilena Fabbri, Roberta Agostini, Marco Meloni: tutti chiedevano modifiche che avrebbero inevitabilmente rallentato la corsa dell’Italicum. Così si è deciso di levare di mezzo loro, che si faceva prima: non per sempre, spiegano, solo per questo provvedimento. Tanto nel calendario di quella commissione, di cose importanti non ce ne sono più.

La sostituzione di dieci commissari non ha precedenti nella storia recente del Parlamento. In passato, accadde per la valutazione di questioni regionali, in cui si era ritenuto utile affidarsi a deputati territorialmente competenti (e il presidente Pertini bollò pure quell’uso come rischioso, perchè foriero di “visioni parziali”). Ma un “utilizzo politico” dell’istituto della sostituzione, ricorda il presidente del gruppo Misto Pino Pisicchio, “non c’è mai stato”.

E perfino alcuni sopravvissuti in commissione osano definire la scelta della dirigenza Pd come “antiestetica”. La tesi della maggioranza democratica è che in commissione il parlamentare rappresenta il gruppo, dunque non può appellarsi all’articolo 67 della Costituzione che lo libera dal vincolo di mandato. Crinale avventuroso, che ieri ha già provocato una serie di reazioni a catena.

Scelta Civica e Cinque Stelle (che, per la verità, dell’autonomia del parlamentare non hanno mai fatto una bandiera) minacciano di abbandonare i lavori della commissione, Sel e Forza Italia criticano la decisione di Renzi ma ricordano che l’esame dell’Italicum proseguirebbe anche se rimanesse in Affari Costituzionali anche solo un quarto dei suoi componenti.

Ma ormai, quella della commissione, è acqua passata. E in aula, non potendo sostituire il centinaio di allergici all’Italicum, si fa strada l’ipotesi della fiducia. Gianni Cuperlo ieri è partito in quarta dicendo che sarebbe “uno strappo” che “metterebbe seriamente a rischio il proseguimento della legislatura”. Ma, tranquilli: stamattina ci sarà una riunione tra Sinistra dem e Area riformista per ricucire anche questo.

 

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“Inutile forzatura della Costituzione”

di Silvia Truzzi | 21 aprile 2015

Mister Renzi si avvia a fare dei cambi: fuori i giocatori che creano problemi allo spogliatoio, dentro quelli che non hanno obiezioni sullo schema di gioco. Ma Montecitorio non è un campo di pallone, e comunque anche nel calcio ci sono limiti e regole. La sostituzione dei deputati dissidenti non piace molto al professor Andrea Pertici, ordinario di Diritto costituzionale a Pisa: “Il parlamentare, pur eletto con un partito di cui condivide gli orientamenti, deve comunque agire secondo il proprio convincimento, in base al divieto di vincolo di mandato. Farà sue valutazioni, dentro alle quali ci sarà anche una riflessione sull’aderenza all’indirizzo del gruppo, ma alla fine deve decidere, e votare, liberamente”.

Lei vede una violazione del principio di assenza di vincolo di mandato?

La Corte costituzionale, nella sentenza 14 del 1964, si esprime sul punto in modo molto preciso: “Il divieto di mandato imperativo importa che il parlamentare è libero di votare secondo l’indirizzo del suo partito, ma è anche libero di sottrarsene. Nessuna norma potrebbe legittimamente disporre che derivino conseguenze a carico del parlamentare per il fatto che egli abbia votato contro le direttive del partito”. È chiaro che ogni parlamentare farà il suo bilanciamento tra la rappresentanza della Nazione e la sua appartenenza politica: il gruppo rimane libero di sanzionarlo. Ma non in quanto parlamentare, in quanto membro del gruppo.

Il problema si era posto anche in giugno, al Senato, quando Renzi sostituì in Commissione Mineo e Chiti, contrari alle riforme costituzionali. Il premier disse: “Contano di più i voti degli italiani”.

In realtà Mineo e Chiti non erano contrari alle riforme ma a quel testo, o meglio ad alcuni aspetti dello stesso. La soluzione mi aveva lasciato perplesso già allora, ma qui sembrerebbe arrivarsi addirittura a una sostituzione di massa (ben dieci deputati), che evidentemente rende l’operazione ancora più discutibile: praticamente si forma (o anzi ri-forma) una commissione in base a una preventiva dichiarazione di voto. Non capisco poi l’obiettivo: il problema del dissenso si riproporrà in aula.

I regolamenti parlamentari, però, prevedono la sostituzione.

Il caso che ci occupa, però, non sembra riconducibile a nessuna delle ipotesi puntualmente previste. Si può sostituire un parlamentare che diventa componente del governo, o in relazione a un determinato progetto di legge, perché magari è opportuno che partecipi un parlamentare che normalmente non fa parte dell’organo e certo la ratio di questa previsione non è l’imposizione della disciplina di partito. Ci sono poi le ipotesi di richiesta di sostituzione per impossibilità di partecipare alla seduta e quella della sostituzione vicendevole tra i componenti di un gruppo. Ogni due anni, infine, è prevista la conferma dei membri nelle Commissioni.

Questo può essere uno strumento politico?

Direi che per quest’ultima ipotesi le ragioni possono essere le più diverse, ma terrei a specificare che il fatto che i membri delle commissioni siano indicati dal gruppo, non significa che ci sia un diritto di revoca o sostituzione “a piacere”. Anche perché si rischia di incidere su quella che potremmo considerare la norma di chiusura: l’articolo 67.

Sembra che per i dirigenti del Pd valga più la disciplina di partito…

Questo sarebbe grave e privo di fondamento. Il divieto di mandato imperativo è una norma fondamentale che assicura al parlamentare di non essere condizionato da interessi specifici, e anche di poter mantenere fede agli impegni presi con gli elettori. Potrebbe anche verificarsi che un partito cambi linea politica nel corso della legislatura, ma il parlamentare potrebbe voler tenere fede agli impegni in base a cui è stato eletto.

Possiamo dire che la sostituzione di massa è incostituzionale?

Preciso che la già ricordata sentenza n. 14 del 1964 ha chiarito che “l’art. 67 della Costituzione, collocato fra le norme che attengono all’ordinamento delle Camere e non fra quelle che disciplinano la formazione delle leggi, non spiega efficacia ai fini della validità delle deliberazioni”. Quindi non si verifica l’incostituzionalità del testo approvato. Ma la forzatura rispetto al libero esercizio del mandato, quella sì, mi pare ci sarebbe.

Il Parlamento, eletto con una legge ritenuta incostituzionale dalla Consulta, è gravato da un sospetto di illegittimità. In questa situazione non si dovrebbe procedere con il massimo del rispetto per il pluralismo, per il principio di rappresentanza, cioè per tutto ciò che sta alla base della Carta?

Questi principi andrebbero comunque rispettati. Ma per queste riforme non si tratta oggi della prima forzatura. Oltre alla sostituzione in Commissione a Palazzo Madama, penso alla seduta fiume utilizzata sulla base di precedenti relativi solo a leggi ordinarie, oppure al fatto che si è andati avanti nonostante l’uscita delle opposizioni, o al ricorso al canguro, il taglio degli emendamenti simili: gli articoli devono essere discussi. La Costituzione non è nata da una proposta “prendere o lasciare” del Governo, ma da una vera discussione in Assemblea. Sarebbe bene seguire quell’esempio.

 

Politica

La decimazione democratica

—  Andrea Fabozzi, ROMA, 20.4.2015

Legge elettorale. Sostituiti i dieci dissidenti del Pd in prima commissione. Senza una protesta. Strappo al regolamento per evitare l’approvazione degli emendamenti su appartentamento, quorum e preferenze. Avrebbero la maggioranza nei gruppi

Una sosti­tu­zione su larga scala, una cosa mai vista. Il richiamo all’ordine di mag­gio­ranza col­pi­sce quasi la metà dei rap­pre­sen­tanti del Pd in prima com­mis­sione alla camera, ma il gruppo diri­gente ren­ziano lo pre­senta come nor­male ammi­ni­stra­zione: «Era già stato deciso», «sono loro che non se la sen­tono», «in com­mis­sione si sta per seguire la linea del gruppo». E così sono dieci i depu­tati del par­tito demo­cra­tico ai quali viene chie­sto di togliere il disturbo dalla com­mis­sione affari costi­tu­zio­nali. Altri­menti avreb­bero votato con­tro la nuova legge elet­to­rale, con­tro il man­dato ai rela­tori o almeno a favore degli emen­da­menti che, con il soste­gno delle oppo­si­zioni, sareb­bero cer­ta­mente stati approvati.

La sosti­tu­zione fa a pugni con il divieto di man­dato impe­ra­tivo pre­vi­sto dalla Costi­tu­zione (arti­colo 67), eppure si sono già sen­tite spe­ri­co­late teo­rie in base alle quali il diritto alla libertà di giu­di­zio del par­la­men­tare sarebbe garan­tito solo in aula e non in com­mis­sione. Lo si era sen­tito l’anno scorso al senato, quando il Pd aveva pro­ce­duto ad ana­loga sosti­tu­zione, ma di un solo sena­tore con­tra­rio alla riforma costi­tu­zio­nale. Una deci­sione che pro­vocò l’ammutinamento di altri 14 sena­tori Pd, poi con­vinti a rien­trare dopo la pro­messa del capo­gruppo che — per carità — non si stava intro­du­cendo il vin­colo di man­dato. Ieri sera la seconda pun­tata, che visti i numeri pre­vede anche un secondo tempo assai elo­quente: prima di prov­ve­dere alle sosti­tu­zioni il vice­ca­po­gruppo Rosato (il tito­lare Spe­ranza è dimis­sio­na­rio) ottiene dai suben­tranti l’assicurazione che obbe­di­ranno alla linea del gruppo. Cioè del governo. Cioè di Renzi.

Così sele­zio­nato, il gruppo del Pd mar­cerà com­patto verso la boc­cia­tura di tutti i 97 emen­da­menti, anche di quelli più insi­diosi che vedreb­bero la con­ver­genza di tutte le mino­ranze e le oppo­si­zioni. Si tratta di tre o quat­tro pro­po­ste di modi­fica con­di­vise da sini­stra Pd, Sel, 5 Stelle e in qual­che caso anche Forza Ita­lia, Lega e poten­zial­mente per­sino di Scelta civica, il cui pic­colo gruppo resi­duo attra­versa una fase di fred­dezza con il governo. La pos­si­bi­lità di appa­ren­ta­mento tra primo e secondo turno, la pre­vi­sione di una soglia minima di par­te­ci­panti al bal­lot­tag­gio per asse­gnare il pre­mio di mag­gio­ranza, la dimi­nu­zione della quota dei «nomi­nati» e il con­te­stuale aumento degli eletti in base alle pre­fe­renze e infine la ridu­zione delle plu­ri­can­di­da­ture ammesse. L’approvazione anche di una sola di que­ste modi­fi­che ripor­te­rebbe la legge elet­to­rale davanti al senato. Per evi­tarlo, Renzi ha scelto di col­pire duro la sua mino­ranza. E così si è avviato verso un pos­si­bile voto di fidu­cia che potrebbe ser­vire a evi­tare rischi in aula pro­prio sugli emen­da­menti. Ma nean­che il capo del governo potrà evi­tare il voto segreto finale sulla legge. E a quel punto potrebbe aver biso­gno del soste­gno non dichia­rato di una parte del gruppo di Forza Italia.

La rea­zione dei depu­tati di mino­ranza sosti­tuiti ieri sera è piut­to­sto con­te­nuta. Alcuni, come Ber­sani e Cuperlo, ave­vano già espresso la dispo­ni­bi­lità, per quanto pole­mica, a farsi da parte. Altri come Pol­la­strini rico­no­scono il diritto della mag­gio­ranza di imporre la linea. Un po’ tutti si tol­gono un peso, e rin­viano ancora la bat­ta­glia in aula. Nes­suno fa resi­stenza, con un richiamo agli organi di par­tito o a quelli della camera. Eppure la fac­cenda lo meri­te­rebbe, visto che sta­bi­li­sce un pre­ce­dente e in pra­tica can­cella il diritto al dis­senso in com­mis­sione. Nes­suno chiama in causa la giunta per il rego­la­mento, magari per far notare che nel testo dell’articolo 19 si parla della pos­si­bi­lità di sosti­tuire «un com­mis­sa­rio con un altro di diversa com­mis­sione», non dieci.
E i dieci nuovi desi­gnati del Pd faranno oggi pome­rig­gio il loro esor­dio in com­mis­sione accanto ai tre­dici che hanno giu­rato fedeltà al governo. Cin­que stelle, Sel e Forza Ita­lia pro­ve­ranno a bloc­care i lavori. «È inu­tile par­te­ci­pare alla farsa», dice il gril­lino Toni­nelli. «Tutto è già deciso, il par­la­mento non conta più nulla, a que­sto punto ogni stru­mento è lecito con­tro que­sto strappo alla demo­cra­zia», aggiunge il ven­do­liano Qua­ranta. Ritiro degli emen­da­menti, ostru­zio­ni­smo, Aven­tino, appello a Mat­ta­rella. Tutto già visto, nella mar­cia delle riforme.

 

 

Politica

«È solo una formalità». Così Renzi inizia lo strappo

—  Daniela Preziosi, 20.4.2015

Democrack. Fuori Bindi, Bersani, Cuperlo e gli altri sette dissenzienti. Il premier teme i voti segreti, per questo non vuole modifiche in Affari costituzionali. E poi chiederà il voto di fiducia

Ci è voluto poco, quasi niente, giu­sto il tempo di una comu­ni­ca­zione ed è par­tita ’l’operazione epu­ra­zione’, quella con cui Mat­teo Renzi accetta di met­tere a rischio la tenuta del Pd. È ini­ziata uffi­cial­mente ieri sera, si con­clu­derà con ogni pro­ba­bi­lità con il voto di fidu­cia sull’Italicum, che un grup­petto di dem non voterà, rischiando di met­tersi fuori dal partito.

Ieri sera Ettore Rosato, vice­ca­po­gruppo vica­rio del Pd della camera e di fatto già capo­gruppo al posto del dimis­sio­na­rio Roberto Spe­ranza, ha con­vo­cato l’ufficio di pre­si­denza del gruppo Pd alla camera e ha tenuto un breve discor­setto. Tanto gli è bastato per sosti­tuire d’emblée ben dieci com­po­nenti della com­mis­sione affari costi­tu­zio­nali di Mon­te­ci­to­rio che già da oggi comin­cerà a votare l’Italicum. Incre­di­bil­mente, ma anche pro­vo­ca­to­ria­mente, la fac­cenda è stata sbri­gata come un banale esple­ta­mento di for­ma­lità. E invece è un caso che, almeno in que­ste dimen­sioni, non ha pre­ce­denti nella sto­ria par­la­men­tare recente. Una figu­rac­cia , una palese con­trad­di­zione per il Renzi che ha sem­pre giu­rato di non voler fare for­za­ture disci­pli­nari. Che però sta­volta ha pre­fe­rito di gran lunga alla pos­si­bi­lità che il testo dell’Italicum venisse modi­fi­cato in com­mis­sione per poi dover essere ’ricor­retto’ in aula attra­verso qual­che voto segreto. Che, rac­con­tano i suoi, sarà un terno a lotto e comin­cia a far­gli paura. Per que­sta ragione, giu­rano sta­volta i suoi avver­sari interni, ormai ha deciso: sull’Italicum si abbat­terà il voto di fidu­cia, e poco importa se il pre­ce­dente par­la­men­tare è nien­te­meno che la legge truffa del ’53.

Le pole­mi­che per quest’ultimo atto di impe­rio non tar­de­ranno. Ieri sera Rosato ha spie­gato che si trat­tava ’solo’ di dare ese­cu­zione di un man­dato dell’assemblea dei depu­tati, quella dello scorso 15 aprile. Dove, forse un po’ pre­ma­tu­ra­mente, Gianni Cuperlo aveva espresso la sua leale dispo­ni­bi­lità ad essere sosti­tuito in com­mis­sione in quanto ’fuori linea’: una ragio­ne­vole ’non resi­stenza’, la sua. Il dispo­si­tivo appro­vato alla fine del dibat­tito (la rela­zione del segre­ta­rio, 190 sì su 310, le mino­ranze non hanno par­te­ci­pato al voto) pre­ve­deva la veri­fica dei numeri in com­mis­sione. Su 23 dem, una doz­zina erano della mino­ranza, e som­mati con le altre mino­ranze avreb­bero fatto una mag­gio­ranza anti-renziana.
Morale: ieri l’ufficio di pre­si­denza non ha nean­che votato, ha solo preso atto che i dis­sen­zienti non si sono dimessi spon­ta­nea­mente (Alfredo D’Attorre anzi aveva annun­ciato bat­ta­glia) e ha prov­ve­duto a sosti­tuirli «rela­ti­va­mente al voto della legge elet­to­rale». A quelli della mino­ranza pre­senti non è rima­sto che tra­se­co­lare, spie­gare l’evidenza che «non si tratta di un pas­sag­gio indo­lore», poi incas­sare la sconfitta.

Fra i dieci rimossi ci sono le colonne del Pd pre-renziano: Ber­sani, Cuperlo, Rosy Bindi. E poi Andrea Gior­gis, Enzo Lat­tuca, Alfredo D’Attorre, Bar­bara Pol­la­strini, Mari­lena Fab­bri, Roberta Ago­stini e infine il gio­vane Marco Meloni, l’ultimo let­tiano in par­la­mento. Giu­seppe Lau­ri­cella, puree della mino­ranza, resta al suo posto: ha annun­ciato che si ’ade­guerà’ agli ordini di scu­de­ria. Si tratta di una sosti­tu­zione ad hoc: i dieci potranno restare in com­mis­sione fin­ché verrà esa­mi­nato il Def. Poi, all’arrivo dell’Italicum sul tavolo, dovranno fare la car­tella dove ripor­ranno gli 11 emen­da­menti pre­sen­tati — che così sal­tano — e andare fuori dalla porta, come sco­lari poco diligenti.

Alla riu­nione erano assenti Roberto Spe­ranza, dimis­sio­na­rio e ormai senza alcuna spe­ranza di rien­trare nel suo ruolo, e anche Bar­bara Pol­la­strini, che fa parte dell’ufficio di pre­si­denza ma anche della prima com­mis­sione, e quindi ha rite­nuto più ele­gante non par­te­ci­pare a una discus­sione che l’avrebbe riguar­data per­so­nal­mente. Di «strappo» aveva par­lato Cuperlo a pro­po­sito della pos­si­bile fidu­cia. Lo «strappo» nel Pd è ini­ziato, è Renzi ad aver dato il via

 

Chi lo ferma

—  Norma Rangeri, 21.4.2015

Una volta il dis­senso veniva espulso (o radiato) dal par­tito ma se il par­tito è ridotto a un resi­duo della rot­ta­ma­zione, se la “ditta” è una mal­con­cia dépen­dance del Palazzo, non c’è biso­gno di riu­nire nes­suno e nep­pure di un voto per eli­mi­nare i distur­ba­tori. Basta un dop­pio giro di corda, è suf­fi­ciente una bella stretta alle bri­glie e il cavallo con­ti­nuerà a galop­pare verso il tra­guardo del par­tito della nazione.

Così il segre­ta­rio del Pd ordina di sosti­tuire dieci depu­tati della mino­ranza dalla com­mis­sione par­la­men­tare chia­mata a chiu­dere la discus­sione sulla riforma elet­to­rale, e sprona le truppe a mar­ciare («avanti su tutto») sul dis­senso. Dispo­nen­dosi, in que­sto caso nella veste di pre­si­dente del con­si­glio, a chie­dere il voto di fidu­cia sulla legge elet­to­rale per evi­tare l’odiata «palude».

Met­tere alla porta non uno ma dieci par­la­men­tari (tra i quali due ex pre­si­denti del par­tito e un ex segre­ta­rio), dopo una veloce riu­nione dell’ufficio di pre­si­denza del gruppo, può stu­pire giu­sto i mal­ca­pi­tati depu­tati. Che di botte ne hanno ormai prese tante, una ogni “penul­ti­ma­tum”, senza mai resti­tuire nep­pure «un colpo secco» come sug­ge­riva Mas­simo D’Alema nel ruolo di ultimo giap­po­nese smar­rito nella rigo­gliosa giun­gla renziana.

I par­la­men­tari sono stati messi bru­sca­mente alla porta della com­mis­sione da un vice-capogruppo-vicario, Ettore Rosato, assurto all’onore delle cro­na­che come sosti­tuto. Un cin­quan­tenne ragio­niere, ban­ca­rio, assi­cu­ra­tore, con­si­gliere dc, con­si­gliere Mar­ghe­rita, par­la­men­tare, e ora vice pre­si­dente vica­rio dopo le dimis­sioni del ber­sa­niano Spe­ranza. Un poli­tico esem­plare del nuovo corso pronto a com­bat­tere le durezze della logica («la sosti­tu­zione dei depu­tati serve a costruire le con­di­zioni per lavo­rare uniti, senza ledere il diritto di cri­tica»), sicu­ra­mente in buona com­pa­gnia di chi, come Gen­naro Migliore, matri­cola pid­dina, è ricer­cato dalle tele­ca­mere certe di andare a colpo sicuro («il primo a chie­dere di farsi sosti­tuire è stato Cuperlo»). Tipico gesto di soli­da­rietà tra compagni.

L’atto di puri­fi­ca­zione della com­mis­sione par­la­men­tare è pla­teale, pro­vo­ca­to­rio. Renzi esi­bi­sce il bastone per­ché si sente forte, imbat­ti­bile, senza rivali, «un uomo solo al comando» come scri­ve­vamo già all’indomani del trionfo alle pri­ma­rie del 2013, un titolo for­tu­nato che Renzi si è inca­ri­cato di con­fer­mare, senza se e senza ma.

Le oppo­si­zioni par­la­men­tari, che ora annun­ciano la replica dell’Aventino, lo lasciano indif­fe­rente, e quanto ai dis­si­denti, dopo aver­gli fatto ingo­iare il rospo gigante del Jobs Act (veleno puro sulle radici stesse di un impe­gno poli­tico di sini­stra), è con­vinto che un altro amaro boc­cone non farà la dif­fe­renza. Evo­care, come fa Rosy Bindi, il misco­no­sci­mento delle «radici uli­vi­ste» suona come quel grido di dolore dei con­ta­dini che nelle piane pugliesi com­bat­tono l’epidemia della Xylella.

Oltre­tutto, è facile spa­rare con­tro chi si agita tanto, anzi con­tro chi «ha voglia di cagnara», come abbaia il mite vice­se­gre­ta­rio Gue­rini, non per una que­stione di alta demo­cra­zia (oltre al Jobs Act, tutto l’impianto della riforma costi­tu­zio­nale è pas­sato liscio) ma per una bat­ta­glia age­vol­mente tra­du­ci­bile come que­stione di bassa cucina poli­tica (i posti in lista).

 

Politica

Il signorsì dell’Italicum

—  Andrea Fabozzi, ROMA, 21.4.2015

Fuori, senza troppe storie, i dissidenti Pd, la riforma elettorale è un minuetto per chi si adegua. Concluso subito l’esame in commissione. Renzi fa lezioni di democrazia e il suo vice accusa l’opposizione di fare «cagnara». È l’ultima tappa di un percorso di prevaricazioni e strappi sulla legge più importante

Tra chi è stato cac­ciato e chi ha deciso di andar­sene, era assente la mag­gio­ranza della ori­gi­na­ria com­mis­sione affari costi­tu­zio­nali quando ieri pome­rig­gio è comin­ciato e subito finito l’esame degli emen­da­menti alla legge elet­to­rale. Tutti respinti. Dieci depu­tati del Pd varia­mente non ren­ziani sosti­tuiti con dieci fede­lis­simi del segre­ta­rio, e quin­dici com­mis­sari di oppo­si­zione (Forza Ita­lia, Lega Nord, Movi­mento 5 Stelle e Sel) fuori per pro­te­sta. Cadono gli emen­da­menti degli assenti, boc­ciati anche quelli di Scelta civica — alla quale il pre­mier avrebbe pro­messo una com­pen­sa­zione in posti di governo. C’era tempo per l’ultimo sì e il man­dato al rela­tore (l’ex ven­do­liano Migliore) ma la troppa fretta ha sor­preso le altre com­mis­sioni: i pareri non erano pronti.
Nes­sun pro­blema per il pre­si­dente del Consiglio-regista, per­sino in anti­cipo sui tempi. Oggi l’ultimo pas­sag­gio in com­mis­sione, lunedì il primo in aula in modo da poter con­tin­gen­tare i tempi del dibat­tito nel mese di mag­gio. Dove le oppo­si­zioni ten­te­ranno il tutto per tutto cer­cando di far man­care il numero legale e repli­cando l’ostruzionismo e l’Aventino visto ieri in com­mis­sione. Offri­ranno così il destro al governo per porre la que­stione di fidu­cia su tutti gli arti­coli della legge, una mossa che dovrà ser­vire a evi­tare (ma il rego­la­mento dovrebbe proi­birlo) peri­co­losi voti segreti. Non tutti: quello finale non è aggi­ra­bile ed è già lì che si guarda, alla con­clu­sione della bat­ta­glia par­la­men­tare. Intanto Renzi offre lezioni via face­book: «Si chiama demo­cra­zia quella in cui si appro­vano le leggi volute dalla mag­gio­ranza. Avanti, su tutto!». Avanti anche con l’insulto ai dissidenti.

Il «non fate cagnara» dell’ex mode­rato vice­se­gre­ta­rio Gue­rini somi­glia molto al «mani­polo di stu­diosi del diritto» del segre­ta­rio Renzi all’inizio della sto­ria. Che risale al gen­naio dell’anno scorso, quando dopo aver pro­po­sto a Ber­lu­sconi tre alter­na­tive pos­si­bili per la nuova legge elet­to­rale, il non ancora pre­si­dente del Con­si­glio e il già ex Cava­liere si accor­da­rono per un quarto, del tutto ori­gi­nale. L’Italicum, nella sua prima ver­sione — che aveva soglie più alte e arti­co­late e un pre­mio di mag­gio­ranza che scat­tava al 37% — fu impo­sto ai depu­tati come testo base in una notte di com­mis­sione assai simile al pome­rig­gio di ieri. Con i gril­lini in rivolta, le oppo­si­zioni prese in con­tro­piede e ten­tate dall’occupare l’aula, il testo scritto dal ren­ziano Bressa e dal ver­di­niano Ver­dini con la super­vi­sione del poli­to­logo D’Alimonte fu votato come base del lavoro par­la­men­tare mal­grado fosse la 23esima pro­po­sta di legge elet­to­rale. Comin­ciava allora una sto­ria di for­za­ture parlamentari.

La prima fu con­se­guenza della buli­mia rifor­ma­trice: entrato a palazzo, Chigi Renzi annun­ciò di voler cam­biare le regole costi­tu­zio­nali del bica­me­ra­li­smo ma anche la legge elet­to­rale. E non in quest’ordine. Al che fu imme­diato far­gli notare che appro­vare un nuovo sistema di voto per i due rami del par­la­mento subito prima di can­cel­lare il senato elet­tivo era una mezza fol­lia. La solu­zione, soprat­tutto per quei par­la­men­tari che teme­vano (e ancora temono) che il pre­mier voglia cor­rere alle urne un attimo dopo aver por­tato a casa l’Italicum, fu quella di limi­tare la nuova legge elet­to­rale alla sola camera. In que­sto modo arrivò il primo sì di Mon­te­ci­to­rio, a metà marzo 2014; la mino­ranza Pd aveva appena sca­gliato il suo primo ultimatum.

La fretta pri­ma­ve­rile si dimo­strò pre­sto inu­tile, e la legge elet­to­rale comin­ciò un lungo sonno dal quale si risve­glio in autunno inol­trato in senato, e non era più la stessa. Con il nuovo patto del Naza­reno tra Renzi e Ber­lu­sconi arri­va­rono soglie più basse (tutte al 3%), pre­mio fis­sato più in alto (al 40%) e asse­gnato alla lista invece che alle coa­li­zioni. In cam­bio un’altra garan­zia per i timo­rosi della corsa alle urne: l’urgentissima riforma elet­to­rale non entrerà in vigore prima della metà del 2016 — spe­rando (Renzi) che per allora sarà pronta la nuova costi­tu­zione. Ma anche al senato l’opposizione era un pro­blema, e in com­mis­sione fu risolto senza sosti­tu­zioni (d’altronde i “dis­si­denti” erano già stati cac­ciati): il governo decise di sal­tare del tutto la com­mis­sione. Niente man­dato al rela­tore e legge subito in aula, mal­grado la Costi­tu­zione pre­veda che per le leggi elet­to­rali sia sem­pre assi­cu­rata la pro­ce­dura «nor­male di esame e approvazione».

Anche allora il primo pas­sag­gio in aula fu solo una rapida for­ma­lità, alla vigi­lia delle feste di natale, utile solo a con­tin­gen­tare suc­ces­si­va­mente i tempi a gen­naio. Ma non bastò, e così ecco mate­ria­liz­zarsi il più cla­mo­roso degli espe­dienti: un emen­da­mento «truffa» — emen­da­mento Espo­sito — con den­tro tutti con­te­nuti della legge. Messo in vota­zione per primo dal pre­si­dente del senato, servì solo a pro­vo­care la caduta di ton­nel­late di emen­da­menti ostru­zio­ni­stici. Una for­za­tura che sem­brava insu­pe­ra­bile. E invece non è ancora finita.

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Editoriale

Una sostituzione punitiva e illegittima

—  Gaetano Azzariti, 21.4.2015

Dun­que non c’era da pre­oc­cu­parsi ecces­si­va­mente. Ora siamo alla rimo­zione di massa, attuata per le vie brevi, senza pre­oc­cu­parsi troppo del signi­fi­cato costi­tu­zio­nale e degli effetti che una simile deci­sione avrà sul futuro del sistema par­la­men­tare com­ples­sivo. Mas­sima disin­vol­tura, minima con­sa­pe­vo­lezza.
Pro­viamo allora a ripe­tere le ragioni di diritto par­la­men­tare e costi­tu­zio­nale che si oppon­gono alla deci­sione assunta; con­si­de­ra­zioni che dovreb­bero — all’opposto — garan­tire l’inamovibilità dei depu­tati dalle rispet­tive com­mis­sioni per ragioni di dis­senso poli­tico.
Anzi­tutto, non v’è dub­bio che si tratta di un’interpretazione delle dispo­si­zioni dei rego­la­menti par­la­men­tari non con­forme alla prassi più con­so­li­data e alla ratio stessa delle norme. La «sosti­tu­zione» dei mem­bri desi­gnati, che può essere richie­sta dai gruppi, ha sin qui (sino al caso Mineo-Mauro) avuto essen­zial­mente uno scopo fun­zio­nale e non invece disci­pli­nare. Sosti­tu­zioni ido­nee a garan­tire la con­ti­nuità dei lavori delle com­mis­sioni (qua­lora i mem­bri tito­lari fos­sero impe­diti a seguire i lavori) ovvero ad esten­dere le com­pe­tenze tec­ni­che delle com­mis­sioni (qua­lora su una que­stione spe­ci­fica un par­la­men­tare avesse una cono­scenza più approfondita).

La libertà di man­dato non entrava, invece, mai in discus­sione; il richiamo alla disci­plina di par­tito — che pure poteva essere invo­cato per ricon­durre il sin­golo al rispetto della volontà del gruppo — aveva altre via per manifestarsi.

E qui è il punto costi­tu­zio­nal­mente più deli­cato. Con un eccesso di leg­ge­rezza si è soste­nuto che quanto scritto in costi­tu­zione all’articolo 67 — che assi­cura a ogni par­la­men­tare di eser­ci­tare le sue fun­zioni (tutte le sue fun­zioni) senza vin­colo di man­dato — si dovesse arre­stare di fronte alle porte delle com­mis­sioni. In quelle stanze, non la costi­tu­zione, ma i rego­la­menti e la disci­plina di par­tito devono domi­nare la scena. A me sem­bra fran­ca­mente una rico­stru­zione che non regge né sul piano delle fonti del diritto par­la­men­tare (si fini­rebbe per far pre­va­lere la fonte rego­la­mento rispetto alle dispo­si­zioni della costi­tu­zione), né sul piano dell’interpretazione costi­tu­zio­nale (la costi­tu­zione non distin­gue tra le fun­zioni del par­la­men­tare in com­mis­sione e quelle svolte in aula).
Se, come ritengo, la garan­zia del libero man­dato «copre» l’intera atti­vità del par­la­men­tare, allora non pos­sono essere fatte valere ragioni disci­pli­nari (la non con­so­nanza con la linea mag­gio­ri­ta­ria del par­tito) per desti­tuire (non solo sosti­tuire) il «rap­pre­sen­tante della nazione» da una com­mis­sione in cui eser­cita la sua fun­zione; fatta salva un’unica ipo­tesi: qua­lora ci fosse il con­senso espli­cito dell’interessato. Ma que­sto nei casi dei dieci depu­tati estro­messi dalla com­mis­sione affari costi­tu­zio­nali non è dato riscontrare.

È ben vero che ci potreb­bero essere con­se­guenze «poli­ti­che» a seguito dei com­por­ta­menti dif­formi dei sin­goli par­la­men­tari, e che potreb­bero farsi valere anche prov­ve­di­menti di natura disci­pli­nare: l’espulsione dal gruppo, la non con­ferma al rin­novo bien­nale delle com­mis­sioni. Ma que­ste misure riguar­dano i rap­porti tra gruppo e sin­golo, non pos­sono invece pro­durre un’impropria limi­ta­zione delle fun­zioni dei par­la­men­tari.
In fondo lo stesso ruolo «refe­rente» della com­mis­sione rende poco giu­sti­fi­cata la for­za­tura ope­rata con la rimo­zione dei dis­sen­zienti. Infatti, l’aula potrebbe pur sem­pre rista­bi­lire gli equi­li­bri poli­tici ove si rite­nesse siano stati tur­bati in com­mis­sione dai par­la­men­tari che hanno espresso libe­ra­mente le pro­prie opi­nioni e voti difformi.

Se si fosse un po’ più rispet­tosi dell’autonomia del par­la­mento ci si accor­ge­rebbe che la libertà dei nostri rap­pre­sen­tanti non può venir meno solo per la volontà di una mag­gio­ranza par­ti­co­lare (di governo, di par­tito o di gruppo), ma che essa deve farsi valere in par­la­mento appro­vando «arti­colo per arti­colo e con vota­zione finale» ogni dise­gno di legge. Que­sta è la «disci­plina» della nostra costituzione.

 

 

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Sondaggio Lorien: gli italiani non capiscono la riforma

di Redazione | 22 aprile 2015

Il 74 per cento degli italiani non ha capito cos’è l’Italicum. Lo afferma un sondaggio di Lorien Consulting, apparso sul numero odierno di Italia Oggi. Secondo lo studio, solo il 26 degli interpellati ritiene di aver capito, almeno a grandi linee, come funziona la legge elettorale in via di approvazione, ma di questi solo il 65 per cento esprime un giudizio compiuto sul testo. D’altronde il 32 per cento degli intervistati ritiene l’Italicum semplicemente inutile, e solo il 25 per cento la reputa importante. Poca chiarezza anche sulla posizione del Partito democratico: solo il 24 per cento dichiara di averla capita.

sno la riforma

74% NON COMPRENDE LA LEGGE

Secondo lo studio della Lorien per Italia Oggi, solo un italiano su sei ha capito l’Italicum

 

 

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Il gioco scorretto e le regole di parte

di Alessandro Pace | 22 aprile 2015

Nel luglio scorso, in un articolo apparso su Repubblica, posi in evidenza la contradditorietà dell’assicurazione fatta, dal vice capo gruppo Pd, ai senatori che erano stati sostituiti d’autorità nella Commissione Affari Costituzionali del Senato per essersi espressi in maniera divergente dalle indicazioni del segretario-Presidente a proposito del disegno di legge costituzionale Renzi-Boschi. Assicurazione secondo la quale nel corso dei successivi lavori in aula, diversamente dai lavori in commissione, sarebbe stata rispettata la libertà di coscienza, riconosciuta ai parlamentari dall’art. 67 della Costituzione.

Nell’articolo sottolineai due punti: 1) che l’esercizio di un diritto, per definizione, non può costituire oggetto di sanzioni di qualsivoglia genere; 2) che era contraddittorio assicurare il rispetto del citato art. 67 in aula e nel contempo negarlo in commissione. Aggiunsi che era stato un errore consentire al Governo la presentazione di un disegno di legge di revisione costituzionale perché questo lo avrebbe inevitabilmente ancorato alla logica dell’indirizzo politico di maggioranza, laddove il procedimento di revisione costituzionale non dovrebbe mai essere di “parte”. Il vice capo gruppo Pd inviò aRepubblica una nota di rettifica nella quale sottolineò che “Tra i principi fondamentali della Costituzione non rientrano certo le modalità di elezione del Senato”, evidentemente senza avvertire che l’elettività o meno del Senato era (ed è) uno dei punti più importanti e controversi della riforma Renzi-Boschi.

Ebbene, non sono pochi, i punti di contatto di quella vicenda con la recente sostituzione di ben dieci parlamentari PD nella Commissione Affari costituzionali della Camera che si sta occupando dell’Italicum. L’approvazione di una legge elettorale così come la revisione della Costituzione non dovrebbe mai essere “di parte”. Sia l’una sia l’altra costituiscono infatti le “regole del gioco” democratico che i filosofi e i teorici del diritto qualificano come “regole costitutive”, nel senso che sono imprescindibili. Osservava Norberto Bobbio, a tal riguardo, con specifico riferimento alle competizioni elettorali, “non si possono accettare le regole e rifiutare gli attori, e proporre altre mosse”.

Ma il vero è che, sin dall’inizio il “gioco” del governo – che comprende sia la legge elettorale sia la revisione costituzionale (di cui non è chiaro, per Renzi, quale sia la testa e quale la coda) – è stato impostato in maniera scorretta. Si è infatti consentito alle Camere delegittimate dall’incostituzionalità del Porcellum – che per la Corte avrebbero potuto durare tutt’al più un paio di mesi (come si deduce dall’esplicito richiamo, fatto in sentenza, dei termini previsti dall’articolo 61 della Costituzione) – di continuare tranquillamente ad operare con parlamentari che sanno benissimo che se le Camere verranno sciolte, non saranno più rieletti. Per cui, con questi parlamentari, Renzi ha buon gioco a ricordar loro, continuamente, che “Tutti devono sapere che se l’Italicum cade io vado a casa. E loro con me”.

 

 

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“Avanti tutta”, l’Italicum Renzi se l’approva da solo

In Commissione si vota la legge elettorale senza i dieci dissidenti del Pd Le opposizioni sull’aventino. Restano solo i fedelissimi a dire sì

di Wanda Marra | 22 aprile 2015

Tra le telecamere assiepate, i sostituti che entrano, gli oppositori che escono, e i sostituiti che magari passano e basta (tipo Cuperlo che a un certo punto si materializza davanti alle porte) la Commissione Affari costituzionali assomiglia a un suk, dove Renzi e un manipolo di fedelissimi si votano l’Italicum. La giornata sa più di sceneggiata che di tragedia. “Sostituzioni in puro stile sovietico”, tuona Arturo Scotto (Sel), abbandonando la Commissione. Renato Brunetta convoca una conferenza stampa per denunciare il “deportellum”.

Dentro Maria Elena Boschi, in versione serafica, tranquilla dispensa insegnamenti: “Le opposizioni non conoscono le regole del gioco”. Sotto, nel Transatlantico, si aggira sconsolato Andrea Giorgis, membro sostituito, che da professore di diritto costituzionale se la prende particolarmente a cuore: “Gli effetti di questa poca considerazione del Parlamento si vedranno nel tempo. Serve pazienza e prudenza, se no il logoramento dei rapporti alla fine danneggerà Renzi”. Pazienza e prudenza non sono esattamente due doti del premier. Che infatti, poco dopo le 16, consegna a Facebook la sua (immutata e immutabile) posizione: “Da anni diciamo che è una priorità cambiare la legge elettorale. Fermarsi oggi significherebbe consegnare l’intera classe politica alla palude e dire che anche noi siamo uguali a tutti quelli che in questi anni si sono fermati prima del traguardo”. Poi l’esortazione più ripetuta nei mesi: “Avanti, su tutto!”. Dalla palude che evoca il Parlamento ai toni da rullo compressore, ecco un condensato del Renzi-pensiero.

In questo clima la Commissione si appresta a licenziare per l’Aula la legge elettorale, senza neanche una virgola modificata: i 10 “dissidenti” sono stati sostituiti. Parole forti sono tuonate negli ultimi giorni. Da Cuperlo che ha parlato di “legislatura a rischio” alla Bindi che ha avvertito “se Renzi mette la fiducia altro che i 101 di Prodi”. Eppure, la sostituzione per primi l’avevano chiesta proprio i membri della minoranza. Il “lodo Cuperlo” era stata ribattezzata l’idea, e lo stesso Speranza, oggi capogruppo dimissionario, l’aveva portata avanti ufficialmente. A proposito: “Ma dov’è Speranza? Chi sarà il nuovo capogruppo?”, si chiedevano ieri i deputati Pd. Ma a cose fatte i toni si alzano, e la parola “epurazione” torna spesso e volentieri. I dieci nuovi entrati sono, ovviamente, tutti renzianissimi. Ci sono Paola Bragantini, Stella Bianchi, David Ermini, Maria Chiara Gadda, Stefania Covello, Franco Vazio, Ileana Piazzoni, Giampaolo Galli, Edoardo Patriarca e Alessia Morani. Quest’ultima in genere sostituisce Bersani. Ma stavolta no, è al posto di Lattuca. “Io? Io sostituisco D’Attorre”, spiega il più renziano di tutti, David Ermini, che mette avanti le ragioni della democrazia e del Pd. Se gli oppositori interni sono stati epurati (o auto – epurati, che dir si voglia), i Cinque Stelle, la Lega, Sel e Forza Italia scelgono l’Aventino. L’avevano annunciato anche i due di Scelta Civica. Ma poi Renzi (insieme a Lorenzo Guerini) ha convocato a Palazzo Chigi i vertici del partito e loro hanno abbassato le penne. “Priorità condivise”.

Lo stesso Guerini poi incontra i micro-partiti centristi. Promesse. Perché tutto si spiegherà pure con “la voglia di fare cagnara”, come dice lo stesso vice segretario, ma non è che per Renzi siano rose e fiori. Alle 17 Sisto, che presiede la Commissione, e fa il relatore, nonostante sia di Forza Italia, sospende i lavori per permettere a chi è uscito di cambiare idea. “Ho chiamato le opposizioni, ho chiesto di ripensarci”, spiega. Dopo un’ora nessuno rientra. “Come si fa a votare l’Italicum in Senato e a dire di no adesso?”, è la dichiarazione più gettonata dei renziani doc. La Commissione finirà oggi: senza opposizione il voto è spedito. Lunedì si va in Aula. Non è ufficiale, ma la fiducia è quasi certa: meglio non rischiare alleanze trasversali nel voto segreto. E pure i dissidenti in realtà la vedono come una via d’uscita. “Ci vorrebbero 80 contrari per creare un problema. Ma non ci sono” , dichiarano sia da minoranza che da maggioranza. “Se la legge elettorale non passa, la legislatura finisce”, ribadisce un fedelissimo. Che sarà questo lo scenario non ci crede proprio nessuno.

Ma per il premier che aveva sbandierato le grandi riforme fatte con tutti, non è il migliore dei risultati un sistema elettorale approvato praticamente solo dal Pd. E neanche da tutto. Mentre lui detta la linea (“democrazia è rispettare le scelte della maggioranza”), i suoi organizzano seminari per spiegare ai deputati le magnificenze dell’Italicum: oggi alla Camera in cattedra salgono Stefano Ceccanti e Roberto D’Alimonte. Costituzionalisti di provata fede.

 

IlFattoQuotidiano.it / Archivio Cartaceo

“Il dissenso non è tollerato. Ma noi ci siamo fidati di lui”

di Luca De Carolis | 22 aprile 2015

La forzatura la racconta (anche) la carta d’identità. Tra i dieci “eretici” del Pd rimossi dalla commissione Affari costituzionali in nome dell’Italicum c’è pure il più giovane parlamentare della storia repubblicana, eletto a 25 anni. “Eppure hanno etichettato anche me come un vecchio, un uomo della palude” sorride Enzo Lattuca, deputato bersaniano, dottorando in diritto costituzionale.

Lei ora di anni ne ha 27. Ma a leggere e sentire Renzi è già fuori del tempo.

Io mi sento un parlamentare che cerca di fare il proprio dovere, restando coerente.

Sia sincero, vi hanno cacciato o volevate farvi cacciare?

Già nel gennaio 2014, il neo eletto segretario Renzi chiese a noi della commissione di ritirare tutti gli emendamenti alla legge elettorale, e lo facemmo. Venerdì scorso invece ci avevano chiesto se volevamo portare avanti la linea del gruppo, votando contro tutti gli emendamenti. Le risposte che abbiamo dato non devono essere state convincenti…

E vi hanno punito.

Ci hanno sostituito, come è nella libertà del capogruppo. Non abbiamo opposto resistenza, perché questa scelta garantisce la libertà di non votare contro la propria coscienza in commissione. Per fortuna in aula le sostituzioni non esistono…

In aula lei cosa voterà?

Se verrà messa la fiducia voterò sì, non posso andare contro il governo.

E senza fiducia?

Valuterò. Di certo manifesterò apertamente la mia posizione, non celandomi dietro il voto segreto.

L’accusa a voi della minoranza è sempre quella: fate rumore ma poi lasciate sempre passare il rottamatore, per tenervi il seggio.

Io credo che se si vota in difformità del gruppo quando si pone la fiducia, bisogna lasciarlo. Se mi trovassi a farlo, o se sentissi di non far parte più del gruppo, lascerei il Parlamento.

Ormai è rottura quasi totale con Renzi.

C’è un evidente problema di condivisione, se si arriva a sostituire dieci membri della commissione. Questa legge è stata sottratta al Parlamento.

Perché?

Si voleva correre. Ma c’era e c’è anche una mancanza di fiducia in alcuni membri del partito, immotivata. Io su 10mila votazioni in Parlamento avrò votato in difformità dal gruppo 6 o 7 volte.

L’Italicum è così brutto?

Andava corretto sui capilista bloccati e sulle pluricandidature: è simile al Porcellum.

Per il costituzionalista Michele Ainis è probabile che venga bocciato dalla Corte Costituzionale.

Mi pare un rischio concreto. E sarebbe un disastro politico.

Però Renzi tira dritto. Ha bisogno di un trofeo da sfoggiare?

Direi di sì. Ma soprattutto va ricordato che la sua fretta sull’Italicum, l’anno scorso, fu motivata dalla volontà di far saltare l’asse Letta-Alfano per formare un nuovo governo, facendo perno su Berlusconi.

Perché la minoranza non si oppose?

Renzi aveva vinto le primarie con oltre il 70 per cento, e quel 27 gennaio fu un giorno particolare. Venne a chiederci di ritirare gli emendamenti alle 20.40, e la riunione era alle 21. “Poi discuteremo”, disse. Ci fidammo.

Un errore.

Era il primo passaggio parlamentare…

Torniamo al presente: alla festa per i 70 anni dell’Unità a Bologna non hanno invitato Bersani, Cuperlo e Civati.

Il problema c’è. Io avrei invitato tutti gli ex segretari: anche Veltroni, per dire.

Tira aria di epurazioni?

Chiunque è in disaccordo viene sostituito o messo in condizione di andarsene. Il dissenso viene mal tollerato, c’è forte insofferenza.

Ora come andrà avanti da “sostituito”?

Troverò le motivazioni nella voglia di sentirmi a posto con la coscienza, senza “gufare”. E nella voglia di non arrendermi.

Non è che si andrà alla scissione?

No, proprio no.

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