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Leopolda e Piazza Rossa

leopolda-cgil 2014di Tonino D’Orazio
A parte il nome boccaccesco, quasi un bel sinonimo di sessualità femminile, la Leopolda rappresenta l’antagonista vera nello scontro con Cgil e popolo di piazza San Giovanni. La spaccatura tra una sinistra vera e una subdola, di facciata. Popolo questa volta particolarmente numeroso, ma soprattutto composto anche di molti azionisti della ditta PD&C. E’ un po’ come se l’amministratore delegato snobbasse i propri azionisti, tra l’altro derubandoli. Nella norma: succede così anche alle imprese quotate in borsa.

La protervia dell’amministratore delegato con tracce comportamentali da piccolo bulletto e il codazzo di ragazzine ammirate che si trascina dietro, è pari a quella di Tronchetti Provera, che con il 3% del capitale e alcuni “amici” stranieri ha gestito, affossato e svenduto il colosso Telecom. L’analogia con Renzi, la sua ditta e i suoi amici della troika sembra viva (e fatale).

Torniamo all’antagonismo tra la Leopolda e la piazza, con la demonizzazione da parte di Renzie, il giorno prima della manifestazione, a reti unificate e di tutti i cosiddetti giornalisti milionari e sedicenti “professionisti” di sinistra. Anche loro contro la piazza rossa, più o meno sottilmente. La7 e l’ex penta-stellato Mentana, non ha osato più fare la diretta della manifestazione. Le minacce sono nell’aria e Rainews24 passa la diretta e le interviste alternando la piazza al circo della Leopolda, in modo “equilibrato”. La minaccia di Renzi ai suoi? “Chi è nella piazza è contro di me, del governo e del PD”. Che sono tutte la stessa cosa. Quando si dice bulletto.

La partecipazione così numerosa sancisce una nuova spaccatura tra la sinistra vera rappresentata dal mondo del lavoro in carne ed ossa e la Leopolda che ormai rifiuta di chiamarsi di sinistra, che vira a destra, e che forse non ne pretende più i voti perché spera di rubarli all’amico dell’accordo segreto del Nazzareno. Ecco perché non “ha paura che si crei qualcosa a sinistra”, anzi sembra auspicarlo.

Ma a questo punto, anche se pezzi di Sel (e M5S) migrano in tempo verso lidi che pensano più sicuri perché il capo ha detto che farà una legge elettorale da asso piglia tutto, cosa aspetta la sinistra vera e pur visibilmente esistente in questo paese, ad unificarsi ? Si potrebbe dire: se non ora, quando? Chi si ritiene di sinistra organizzi la sinistra, non è più tempo di moine se si vuol dare continuità politica a questa piazza rossa. Già Cofferati sbagliò una volta, scappando dalle sue responsabilità e dalle speranze suscitate e riportò tutti, o quasi, a credere che i DS (e poi la ditta PD) erano ancora di sinistra, mentre il verme dell’ambiguità era già nella mela, evidenziato dal cambio continuo del nome.

Cos’aspetta la sinistra a riprendersi l’Emilia Romagna prima che se la prenda, prossimamente, come Genova tra poco, il Movimento 5 Stelle o una destra incarognita?

La piazza sta dimostrando che il pifferaio è nudo e che il continuo gioco delle tre carte, o il cerino acceso in mano alle regioni e agli enti locali, è scoperto. Ma anche che la sinistra ha bisogno di rappresentanza vera, politica, visto che i lavoratori, i disoccupati, i precari, i pensionati ci credono e sono presenti. Anche quelli iscritti all’Ugl e dissidenti Cisl e Uil. Ricordiamo che i lavoratori sono uguali dappertutto con le loro difficoltà e sofferenze, non dovute al fato o alla disgrazia, ma a politiche dure contro di loro, in questa guerra di inizio secolo come in analogia lo era quella dell’inizio del secolo scorso. Ci misero tempo, ma anche allora riuscirono ad individuare nel partito socialista (quello vero), un partito loro, lo strumento di riscatto. Ci volle un Mussolini e il fascismo per farli desistere con la forza. Oggi ci sono i democrats che, insieme alla destra (e quasi non stupisce più nessuno), li sta affossando, un po’ alla volta. Non è finita e non se ne vede ancora il fondo.

Dispiace che non vi siano state bandiere del Movimento 5 Stelle (mentre vi erano molte “falce e martello”), reso mediaticamente silenzioso, ma unica reale opposizione in Parlamento, piaccia o no e tra l’altro pur sensibili al mondo del lavoro, anche perché è un movimento di giovani e in stragrande maggioranza, come da statistica, di precari e nomadi senza futuro. Chi minimizza non capisce che questa è la loro vera forza. Su argomenti e obiettivi precisi come il lavoro nessuno dovrebbe essere contro di loro. Se la storia della sinistra ci ha insegnato la forza dell’unità sugli obiettivi, così come la cerca giustamente la Cgil a tutti i costi anche davanti al diniego continuo di Cisl e Uil, qualcosa oltre alla demonizzazione, si dovrà pur fare.

Allora il sindacato riacquisti anche una funzione più prettamente politica, con la sua autonomia di rappresentanza, prima che, oltre l’erba, anche la terra gli venga tolta sotto i piedi. Per esempio, prossima tappa, l’abolizione non per forza frontale dello sciopero, vecchio arnese che fa perdere lavoro e competitività al paese (Squinzi dixit) e anche l’inglese Serra, primo mecenate del Renzi. La Cisl e la Uil penso si siano accorti che il sindacato istituzionale verrà bocciato tramite la cancellazione di commesse sociali (Caaf, Patronati, formazione), già preannunciati, (ideologicamente con il “ne faremo a meno”) con l’impossibilità di salvare i mobili; anche se la tentazione di minacciare a chiacchiere, e firmare di nuovo tutto e in bianco non è scomparsa.

Lo scontro di Renzi contro i sindacati è attuato con un bombardamento culturale sul vecchio da rottamare e su responsabilità da addebitare loro; anche se alcune ci sono (non che sia la panacea, ma l’ultimo vero sciopero generale è avvenuto 28 anni fa); ma le leggi, come ripete Landini, le hanno fatte i partiti, in particolare la sua ditta in modo subdolo, a danno dei diritti del genere umano chiamato lavoratori e famiglia, usurpandone la rappresentatività.

Ma l’attore non ha paura della parte, ormai gioca a tutto spiano, con un codazzo servile, il ruolo mediatico del Capitan Fracassa davanti ad un pubblico sempre affascinato dalla commedia dell’arte, dalle menzogne, dalle chiacchiere, dalle frasi spot tipicamente commerciali, dalle prevaricazioni e finalmente sempre illuso (e successivamente disilluso) nelle speranze.

Nella pianificazione generale dell’abbattimento del welfare e dei diritti sociali, a medio termine, non dobbiamo dimenticare che i padroni avranno le mani libere solo dopo l’abolizione, o l’indebolimento in un modo o l’altro, delle organizzazioni sindacali. E’ un obiettivo tipico delle destre estreme dette fasciste, ma anche, come si vede, delle nuove destre “democratiche” che sono la loro controfigura “accettabile”. Ma che ci sia sempre meno democrazia e partecipazione e sempre più leaderismo e oligarchie di potere e strapotere, (Napolitano/Berlusconi e a seguire), dovrebbe essere ormai chiaro e assodato da tempo.

I lavoratori non possono aspettare ancora per molto che qualcuno li rappresenti politicamente nelle sedi istituzionali. Il sindacato, zoccolo duro della Costituzione e della democrazia può aspettare ancora il suo deterioramento e lo sgretolamento continuo al quale è sottoposto? Può ancora inseguire chi lo piglia a pesci in faccia? Quale è il suo grado di autonomia e di rappresentanza oggi se non ha più né sostegno né controparte politica?

E se dopo la manifestazione non succede nulla, e se dopo lo sciopero generale non succede nulla, quale sarà il grado di attesa e per che cosa? Basta un Landini per dire “Da qui andremo anche allo sciopero generale, se serve, e anche oltre lo sciopero generale”? Che vuol dire?

La Cgil dovrà pur decidere se la manifestazione, lo sciopero generale (che è solitamente minacciato e puntualmente eluso)come anche l’art.18, sono solo simboli rituali,  vecchi arnesi sindacali del secolo scorso, come purtroppo considerati da buona parte dell’opinione pubblica lobotomizzata, oppure dovrà inventarsi nuove strategie per difenderli da un attacco così violento della destra, ditta PD&C. compresa; e anche come difendere i propri delegati sul posto di lavoro, diventati senza protezione e sicuramente tra i primi prossimi licenziati.

Cosa fare di fronte allo sgretolamento della sua naturale base organizzata e dei propri iscritti, costretti a ridiventare semi-clandestini. Come difendere l’Inps, strumento di reale welfare che rappresenta i tanti cittadini-lavoratori “azionisti” che vi hanno versato soldi e vita e che servono a tutti; l’Inps  è commissariata da una politica vorace, da un governo che di volta in volta vi fa la cresta per mantenere le sue promesse da tre carte. Si ricominci certo, dalla solidarietà e dal mutuo soccorso, ma anche da una attenzione vera ai propri soldi. I nostri.

Purtroppo non esiste autonomia senza profondo impegno politico della propria rappresentanza. Non si vive al di fuori delle istituzioni repubblicane in grande e autonoma solitudine. Per altri significa istituzionalizzazione, per la Cgil è impossibile, per la sua natura e la sua storia. Ma adesso che le cose sono più chiare perché esiste una sinistra sociale di piazza e di popolo e una loggia oligarchica e salottiera di destra dall’altra, non si può rimanere fermi. Non ce ne possiamo fare una ragione e, come dice la Camusso, Renzi e i suoi adepti, non devono “stare sereni”.

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Discussione

Un pensiero su “Leopolda e Piazza Rossa

  1. La vera realtà di un popolo che vive di fatue illusioni ? Eccola :

    http://www.corrierecaraibi.com/RUBRICA_SPECIALE_URealist_091020_Imprenditori-che-chiudono.htm

    Ulrico Reali
    ulrich33@orange.fr

    Mi piace

    Pubblicato da Ulrico Reali | 27/10/2014, 18:19

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