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Europa, Italia, Politica

Voto utile, pubblico e libero a Tsipras e all’altra Europa

tsipras-lista autonoma societa civiledi Francesco Rombaldi
Debbo ammetterlo: qualche volta mi è accaduto di cadere nel voto “utile”, salvo constatare, dopo qualche tempo, che era risultato inutile; o meglio il voto era utile, ma non a cambiare in meglio, seppur progressivamente, piuttosto a mantenere più forte in sella, chi in sella già ci stava, confermandone, in più, gli antichi vizi.
“Il voto utile”, più volte dissotterrato per salvare burocrazie e coacervi lobbistici che si presentavano come novità, alla fine è risultato inutile anche per quelli che ne reclamavano la necessità; infatti se di voto utile ferisci, accade che di voto utile perisci: se chi ti vota ti deve votare solo per evitare il peggio, il voto sarà pure utile (a cosa e a chi l’abbiamo già detto), ma non è mai un voto convinto, non si basa su prospettive positive, è solo il tentativo di negare la negazione, è dunque provvisorio, evanescente, non dura.

Infatti il voto utile, riemerso più volte nel corso degli ultimi 40 anni si è mostrato perfettamente inutile. Non è riuscito a evitare l’avanzare delle peggiori nefandezze e il declino quasi irreparabile di un intero, grande paese, il nostro, insieme a molti altri.

Il voto utile è riuscito nell’impresa sovrumana di rendere inutile il voto, con un astensionismo che si aggira intorno al 40% e con decisioni che si prendono in stanze alte e strane a prescindere dal voto, cosa che molta gente ha finalmente capito, negando in massa il voto utile a chi continuava ad esigerlo.

L’esito del voto referendario per l’Acqua Pubblica e la sua successiva incredibile negazione da parte di compositi poteri, ne costituisce un esempio limpidissimo. Non mi risulta nessuna particolare indignazione in questi anni, da parte degli strenui difensori dell’assetto democratico, rispetto alla cancellazione delle chiarissime indicazioni di 28 milioni di italiani. Anzi, risulta, nella gran parte dei casi, che molti di questi tutori si impegnavano a fondo a non rendere esecutiva la decisione del popolo italiano.

Il voto utile successivamente, doveva anche bloccare l’ascesa del pericoloso populismo, e rinvigorire l’istituto democratico dei Partiti, salvo poi constatare che, chi il partito lo rivendicava a spada tratta, lo ha cancellato definitivamente con l’istituto delle primarie aperte, universali (mentre il partito, come dice la parola è “di parte” e non dovrebbe sostituirsi allo Stato).

Alla fine del processo, ci ritroviamo con tre (o più) leader “populisti” e tre grandi poli di cui il meno populista, ad essere rigorosi, risulta essere quello che restringe le sue decisioni, agli iscritti virtuali, almeno sulla carta delle sue regole, ma comunque la carta, anche quella digitale, ha un suo valore.

Bisogna essere ormai edotti che, caduto definitivamente in disuso quell’attrezzo geniale che una volta fu il partito, non c’è voto utile che tenga neanche sul piano logico. Capisco che qualcuno ci riprovi basandosi sulla parzialmente errata considerazione che la metropoli globale sia abitata da minchioni, ma ormai quasi tutti hanno il loro account facebook, parecchi il Twitter, e così via, e, dal punto di vista dell’opinione pubblica, oramai, come predisse un grande, ci troviamo dentro una sfera in cui tutto è centro e tutto periferia; prima o poi si rassegneranno anche Scalfari e il suo alter ego meneghino che continuano a pretendere di nutrire in esclusiva le presunte classi dirigenti del paese.

Il voto invece, come recita la Costituzione, è libero (e segreto). Soprattutto libero. Dopo che Assange e Snowden ci hanno spiegato che di segreto non c’è più niente, tanto vale affermarla pubblicamente questa libertà: dunque voto per Tsipras e l’Altra Europa e mi auguro che lo facciamo in molti, anche a prescindere dall’incostituzionale sbarramento del 4%.

Tra i voti tatticamente utili ce ne sarebbero stati altri: quello al M5S, ad esempio, per il quale optano in diversi anche a sinistra. Che io rispetto. Anzi, mi auguro una bella affermazione di questo movimento.

Come dice Barbara Spinelli, vi sono una bella percentuale di posizioni sulle quali si può convenire; molte sono addirittura identiche a quelle della sinistra e non è un caso: decenni di movimenti e di social forum sono diventati cultura egemonica, senza che, chi di dovere, se ne rendesse ben conto.

Il citato referendum su acqua pubblica e nucleare lo indicava in modo chiaro: perché non si è stati in grado di ricostruire una unità politica di quelle imponenti forze sociali?

Grillo sostiene che se non ci fosse il M5S, forse avremmo una nostrana Alba dorata; ma nel campo dei “se” si potrebbe anche dire che se fossimo stati capaci di ricostruire una unità a sinistra, non avremmo il M5S.

Non ne siamo stati capaci. Troppo politically correct, troppo distanti dalle fastidiose contraddizioni del popolo lavoratore e precario, troppo concentrati sulle rispettive miserie… Dunque onore al merito al M5S.

E quindi perché un voto “minoritario” a Tsipras ?

Oltre alla giusta considerazione che un gruppo di 50-60 parlamentari della sinistra europea a Strasburgo non sia affatto qualcosa di minoritario, oltre al sostegno alla figura di Tsipras per il cambiamento in Grecia (che conta per tutti), oltre ad una questione di appartenenza identitaria e all’auspicio che l’esperienza di questa lista consenta di superare definitivamente le divisioni a sinistra devolvendo la rappresentanza di quest’area ad una vasta rappresentanza sociale, c’è un’altra considerazione sul versante interno che credo importante: c’è bisogno di un’alleanza in grado di rompere gli equilibri attuali, le larghe alleanze del partito unico che sono succedute al patto di punto fisso, cioè la pseudo alternanza tra forze politiche che avevano accettato il pensiero unico del neoliberismo e si erano misurate solo sul terreno di chi fosse il migliore a gestirne la fase: se Forza Italia o il PD.

Questa fase è finita. Il pensiero unico del neoliberismo è fracassato. La politica che stiamo vivendo in questi ultimi anni, dopo l’estromissione del Berlusca in quanto interprete atipico e ambiguo della guerra di posizione scatenata dal finanzcapitalismo internazionale, è una sorta di sopravvivenza postuma alla ricerca del miglior condottiero da porre alla testa di un esercito in decomposizione: Monti, Letta, Renzi, sono il tentativo di porre rimedio al vuoto di argomenti a sostegno della persistenza di un ordine che è già da tempo un disordine da tutti i punti di vista, economico, sociale e politico.

L’ultimo della triade, la giovane guida fiorentina, è il più autentico leader populista (in senso classico) tra i tre che oggi si scontrano. Rigor Montis e Enrico Letta hanno fallito. Renzi serve a ritradurre in una sintassi popolare accettabile il tecnicismo delle obbligate scelte tecnocratiche dettate dall’alto.

Se funzione, bene; se non funziona, si inventeranno un altro partito, anche a costo di lasciare in libertà un pezzo minoritario e claudicante dell’attuale PD.

E’ bene che non funzioni, ed è bene dunque che ci si prepari rapidamente a costruire un’alleanza in grado di ribaltare gli equilibri impronunciabili che si stanno già progettando per questa evenienza.

Grillo da solo, non ce la farà; il 51% è un miraggio come la luce in fondo al tunnel.

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