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La Turchia dopo la prova elettorale amministrativa

erdogan elezioni turchia 2014di G.Z. Karl
È stata molto significativa l’immagine di ieri sera di Erdogan intento, con la sua famiglia, a celebrare la vittoria elettorale alle amministrative turche sul balcone della sede del Partito. Pareva un mix tra i discorsi del Duce al balcone di Palazzo Venezia e la presenza sul Mausoleo di Lenin dei principali esponenti del regime sovietico durante le celebrazioni ufficiali. Se quest’immagine simbolica ha un senso, vuol dire allora che la Turchia andrà incontro, nei prossimi tempi, a un periodo alquanto difficile in termini di qualità della sua democrazia.

I dati elettorali sono noti e facilmente consutabili, dunque non ci soffermeremo tanto su quelli nel dettaglio, quanto piuttosto sulla loro “qualità” e sull’impatto che essi avranno specie alla luce della situazione odierna, sia interna che internazionale.

Dal punto di vista generale, l’AKP, il partito di Erdogan, non stravince, anzi segna un arretramento rispetto alle politiche del 2011. Si tratta di un arretramento del 6%. Considerati i contrasti esplosi col movimento gulenista dopo la crisi del Gezi Park, l’arretramento in questione non è modesto ma neanche tale da parlare di sconfitta elettorale significativa, anzi. Peraltro, quest’arretramento segnala che elettoralmente la forza dei gulenisti non è elevatissima. Non bisogna dimenticare, peraltro, che l’MHP, il braccio esplicito del movimento dei Lupi Grigi, ha avuto sì un incremento corrispondente alla perdita dell’AKP, dunque è probabile un travaso di voti dall’AKP all’MHP, ma è dubitabile che l’MHP costituisca un punto di riferimento stabile e valevole per il futuro per l’elettorato gulenista, che per il momento, sempre che esso esista veramente, è rimasto in parte con Erdogan. Oltretutto, questa ripresa dell’MHP (che resta saldo nelle sue roccaforti, vicino al confine con l’Armenia sul Mar Nero e nelle zone di Adana e Manisa) era prevedibile, tenuto conto della situazione alle frontiere della Turchia e del fatto che alla retorica ipernazionalista di Erdogan alle elezioni del 2011, volta appunto a sgonfiare l’MHP per consolidare l’AKP, ha fatto seguito un’inversione di rotta formidabile (indice della spregiudicatezza politico-morale di Erdogan) per quanto riguarda il processo di pace nel sud est curdo, processo, questo, certamente non apprezzato dall’elettorato ipernazionalista.

Il Partito di Erdogan, dunque, a poca distanza dalle elezioni presidenziali dell’agosto 2014 e delle politiche del prossimo anno (e chissà che Erdogan non tenti la strada delle elezioni anticipate per spiazzare le opposizioni), si consolida ulteriormente, in particolare nella Turchia profonda, una zona in cui le opposizioni, specie il partito kemalista (CHP) non riesce a penetrare.

Va detto che, sul piano della sfida relativa alle grandi città, l’AKP esce vincitore, specialmente avendo conquistato Antalya, città difficile da espugnare per le forze di Erdogan, mentre Smirne si rivela inavvicinabile e ancora saldamente in mano al CHP. Il CHP mostra un buon consolidamento nelle grandi aree urbane di Istanbul e Ankara, con percentuali che vanno dal 40 al 44%, ma non abbastanza per rovesciare il rapporto di forza con l’AKP. Soprattutto, si tratta di un risultato arrivato, per il CHP, grazie a un gioco di sponda locale con l’MHP, dunque non per merito proprio e completo del CHP stesso. Sul piano nazionale, il CHP conferma la percentuale di voti, del 25%, ottenuta alle politiche del 2011 e niente più.

Il sud est della Turchia, zona dove il CHP è questo sconosciuto, si mostra, invece, saldamente in mano al partito maggiormente rappresentativo dell’etnia curda, il BDP (Partito della pace e della democrazia). Qui occorre tuttavia precisare che il BDP, a livello nazionale, non ha ottenuto il 10% dei voti, attestandosi bensì verso il 4,5%. Certo, le elezioni erano amministrative, ma è necessario ricordare che l’accesso al parlamento turco è possibile a patto di superare una soglia di sbarramento nazionale del 10%, soglia che il BDP ha conquistato nel 2011 e che ora appare ben lungi dal raggiungere.

Quali le prospettive prossime per la Turchia? Ricordiamo che la svolta autoritaria intrapresa da Erdogan, a poca distanza dall’esplodere della crisi del Gezi Park, ha iniziato a far sentire sempre di più i suoi effetti, con il recente blocco dell’accesso a Twitter e Youtube. Siamo però in presenza di un problema che non è avvertito dall’elettorato conservatore della Turchia profonda, il cui unico interesse non è la qualità della democrazia bensì solamente la possibilità, che Erdogan per ora gli garantisce e che dovrebbe poter continuare a garantirgli per ancora un po’ di tempo, di arricchirsi. D’altronde, in questa prospettiva il CHP non è assolutamente in grado di presentarsi come un’alternativa sul terreno economico e la possibilità di un’alleanza tra CHP e MHP incute terrore a questo tipo di elettorato, memore delle disastrose esperienze governative del passato. In altri termini, fintantoché il CHP non sarà in grado di porsi come alternativa in materia di gestione economica a Erdogan non sarà capace di sollevare, presso l’elettorato della Turchia anatolica, il problema della qualità della democrazia turca.

Quanto alla vittoria, sia pure non eclatante, dell’MHP, questa rischia di impattare su più versanti, costringendo difatti Erdogan con ogni probabilità a dare una nuova mano di vernice nazionalista alla sua politica. Da un lato, non ne gioveranno i rapporti con l’Armenia, con cui l’MHP non è intenzionato a discutere. Si rammenti, poi, che l’attuale crisi siriana finisce per sollevare problemi che toccano anche l’Armenia, dal momento che in Siria sono tuttora presenti popolazioni armene. Difatti, il Presidente armeno, Sargsyan, ha protestato per l’abbattimento di pochi giorni fa del MIG 23 siriano da parte dei turchi, perché esso era impegnato in un’operazione di protezione di popolazioni armene, sottoposte a minaccia da parte di gruppi islamici radicali, vicino al confine con la Turchia. Tenendo conto di questo elemento, quindi, Erdogan sarà costretto molto probabilmente ad assumere un atteggiamento sempre più intransigente sulla questione siriana (non a caso già rammentata ieri sera nel suo discorso dal balcone).

Dall’altro lato, anche il processo di pace, condotto peraltro molto lentamente, tra il Governo turco e il PKK rischia di risentire del successo dell’MHP. Se la situazione alle frontiere della Turchia dovesse evolversi nel senso di una maggiore autonomia delle regioni curde siriana e irachena, come già da tempo sta avvenendo, non è detto che il PKK e il BDP, supportati dal PYD in Siria e da Barzani in nord Iraq, non possano essere interessati a tentare una strada simile attraverso una ripresa del confronto militare col Governo centrale, sollecitato da dietro dall’MHP.

D’altronde, il BDP non ha margini per un gioco di sponda col CHP. Come abbiamo sempre ricordato, quest’ultimo partito è l’erede del kemalismo ufficiale e, pur militando nella socialdemocrazia europea, è un partito che non ha niente a che vedere, a causa del lascito kemalista molto affine al fascismo europeo degli anni ’30 del secolo scorso, con la sinistra come la intendiamo in Europa. Pertanto, rebus sic stantibus, è da escludere nel prossimo futuro che queste due forze inizino un dialogo.

Il gioco politico turco è dunque “quadripolare”, svolgendosi tra CHP, AKP, BDP e MHP. Le possibilità di incroci tra questi partiti, a livello nazionale, sono difficili, se non impossibili per via dei retaggi politici, ideologici e persino etnici lasciati dalla storia ottomono-turca, che rappresentano linee di frattura politica palesi, evidenti e difficili da trattare. L’unica alternativa consistente, allo stato attuale, potrebbe essere quella tra MPH e CHP, ma come abbiamo visto questa non trova il favore dell’elettorato turco conservatore e, per di più, potrebbe spingere i curdi, che si sentirebbero minacciati, a votare per Erdogan stesso.

Chi ha le carte in mano, allora, a dispetto di tutti i suoi guai recenti, è proprio Erdogan, che ha ancora la maggioranza dei voti, ma che non dispone a sua volta di sponde rilevanti, eccezion fatta potenzialmente per i curdi, la cui situazione è tuttavia da verificare nella sua evoluzione a causa per l’appunto della progressione dei nazionalisti turchi.

A questo punto, stante lo stallo ora descritto caratterizzato da una serie di combinazioni politiche impraticabili e tutte negative, bisognerebbe aspettarsi da Erdogan una politica accomodante. Ma Erdogan non ha una razionalità europea, è di tutt’altra pasta e psicologia personale. Pertanto, volendo azzardare una previsione, è immaginabile che egli cercherà il più possibile, per un verso, di perseguire una stabilità economica, tendente a rassicurare il suo elettorato tradizionale, facendo affidamento sulle sue fonti di finanziamento provenienti dal Golfo, regolando progressivamente i conti, in maniera violenta come d’uso, con gli avversari interni, per altro verso. Ciò almeno finché i due obiettivi non diventeranno tra loro assolutamente inconciliabili. Sarà solo in quel momento che o Erdogan rivedrà la sua politica o sarà, in qualche modo, costretto a fare un passo indietro.

Nel frattempo, vedremo comunque un Erdogan sempre più incline a mostrare i muscoli, sia all’interno del paese sia all’esterno.

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