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Crimea: il delitto internazionale

di Tommaso Di Francesco
Referendum in Crimea. La svolta buona? Un’Ucraina neutrale e fuori dalla Nato
Ci sono due sta­tue nei Bal­cani che, se potes­sero par­lare, rac­con­te­reb­bero che cos’è dav­vero il diritto inter­na­zio­nale. Le sta­tue erette a furor di popolo sono, in Croa­zia, quella del fu mini­stro degli esteri della Ger­ma­nia Die­trich Gen­sher, del quale tro­neg­gia dal 1994 un busto sull’isola di Brac, e a Pri­stina in Kosovo quella in bronzo dell’ex pre­si­dente sta­tu­ni­tense Bill Clin­ton. Il primo, Gen­sher, in aperta vio­la­zione del diritto inter­na­zio­nale, fomentò, sostenne e finan­ziò la nascita del nuovo Stato croato che, come la Slo­ve­nia, dopo refe­ren­dum si era auto­pro­cla­mato indi­pen­dente su base etnica, (la Slo­ve­nia era «la patria degli slo­veni» e la Croa­zia quella «dei croati», in poche parole, l’inizio della puli­zia etnica).

La Ger­ma­nia e con lei, subito, il Vati­cano non si cura­rono del fatto che esi­steva ancora la Fede­ra­zione jugo­slava, con seg­gio all’Onu, con un governo e la pre­si­denza Mar­ko­vic che inu­til­mente cor­reva nelle capi­tali euro­pee per farsi soste­nere nel ten­ta­tivo di sal­vare l’istituzione fede­rale men­tre la guerra era già scop­piata. Non solo, la Ger­ma­nia sostenne le nuove pic­cole patrie e le mili­zie nazio­na­li­ste, incu­rante della vora­gine san­gui­nosa che si sarebbe aperta nella Bosnia Erze­go­vina dove tutte le etnie, reli­gioni e lin­gue erano rap­pre­sen­tate. Certo, la Jugo­sla­via si distrusse in gran parte da sé gra­zie ai suoi nazio­na­li­smi armati, ma non senza il fat­tivo «con­tri­buto» dell’Occidente (allora gli Usa erano restii, ma la pre­oc­cu­pa­zione durò poco e pre­valse la real­po­li­tik e la rin­corsa alla diplo­ma­zia cri­mi­nale della nascente Unione euro­pea che pure aveva deciso che, dopo l’89, non si sareb­bero dovuti rico­no­scere stati pro­cla­mati con l’uso della vio­lenza, in modo anti­de­mo­cra­tico e con l’esclusione delle mino­ranze). Così L’Europa legit­ti­mando i nuovi stati etnici, aprì il vaso di Pan­dora della tra­sfor­ma­zione dei vec­chi con­fini ammi­ni­stra­tivi jugo­slavi in nuovi con­fini nazionali.

Fu la prima mano­mis­sione delle fron­tiere nel Vec­chio con­ti­nente dalla fine della Seconda guerra mon­diale e dopo il crollo del Muro di Ber­lino. Poi c’è il monu­mento bron­zeo di quasi tre metri ad un ridente Bill Clin­ton che tro­neg­gia nel cen­tro della capi­tale della nuova nazione del Kosovo, da lui stesso inau­gu­rato nel 2009. Una nazione auto­pro­cla­mata nel 2008 e subito soste­nuta e appog­giata dagli Stati uniti e dalla Nato.

L’Alleanza atlan­tica è stata pro­ta­go­ni­sta nel 1999 di una guerra di bom­bar­da­menti aerei «a scopo uma­ni­ta­rio» che dura­rono 78 giorni e pro­vo­ca­rono 3.500 vit­time civili tra i koso­vari i serbi. Fu una guerra senza alcuna appro­va­zione dell’Onu, in aperto disprezzo del diritto inter­na­zio­nale. Lo Stato del Kosovo, il cui rico­no­sci­mento ancora divide l’Onu e l’Ue, è soste­nuto a spada tratta da Washing­ton e gra­zie alla guerra atlan­tica non esi­ste­rebbe. Dov’è il diritto inter­na­zio­nale? È strac­ciato, cal­pe­stato mac­chiato di san­gue: è diven­tato un delitto inter­na­zio­nale. Allora, com’è pos­si­bile che l’opinione pub­blica e la stampa libera (ma esi­ste ancora?) non resti alli­bita dalle dichia­ra­zioni indi­gnate ame­ri­cane sul fatto che il refe­ren­dum in Cri­mea vio­le­rebbe «il diritto internazionale»?

Gli Usa hanno sca­te­nato guerre inva­dendo l’Iraq e l’Afghanistan che sono a decine di migliaia di chi­lo­me­tri dalle fron­tiere ame­ri­cane. Men­tre la «per­fida» Rus­sia, alla quale pro­ba­bil­mente si rim­pro­vera di non essere morta dopo l’implosione dell’Urss e di essersi in qual­che modo rico­struita come potenza eco­no­mica, difende la sua sicu­rezza ai pro­pri con­fini e le popo­la­zioni a tutti gli effetti russe, di fronte anche alla peri­co­losa stra­te­gia dell’allargamento della Nato a Est che già ha cono­sciuto nella crisi in Geor­gia del 2008. Putin non è un modello per nes­suno, omo­fobo e impe­gnato a negare diritti, demo­cra­zia e libera infor­ma­zione e que­sto arroc­ca­mento anti­de­mo­cra­tico nel per­du­rare della crisi ucraina è desti­nato a peg­gio­rare. Ma sono forse un modello gli Usa, anche quelli di Obama, che hanno truppe che occu­pano altri paesi (ancora in Iraq e sem­pre in Afgha­ni­stan), che non chiu­dono Guan­ta­namo, che hanno com­messo cri­mini di guerra e mas­sa­cri per i quali appro­fit­tano di una glo­bale impu­nità oltre che dei silenzi di una infor­ma­zione main­stream. Men­tre Washing­ton dichiara la ridu­zione delle spese uffi­ciali mili­tari ma aumenta l’impegno finan­zia­rio per le «guerre coperte», vale a dire le tante desta­bi­liz­za­zioni in corso nel mondo e delle quali hanno tanto par­lato Sno­w­den e Assange (vedi il Venezuela).

Oggi la Cri­mea, a stra­grande mag­gio­ranza russa, vota il refe­ren­dum per l’indipendenza e/o l’adesione alla Rus­sia. L’indignazione sul pro­nun­cia­mento non può non tenere conto del fatto che que­sto accade dopo la rivolta vio­lenta di Maj­dan che si è carat­te­riz­zata pro­prio per l’ultranazionalismo ucraino con­trap­po­sto alla Rus­sia e anche per la gestione interna, vio­lenta e a volte anche armata, di forze d’estrema destra neo­fa­sci­sta. Una rivolta che ha rea­liz­zato la sua prova di forza con la cac­ciata del cor­rotto pre­mier Yanu­ko­vich, che però era stato eletto demo­cra­ti­ca­mente nel 2010 secondo Ue, Onu e Osce, votato soprat­tutto dalle regioni ucraine dell’est che, ora, per tutto que­sto non si rico­no­scono nel nuovo potere auto­pro­cla­mato a Kiev.

Ma chi ha eletto il neo-premier Yatse­nyuk che viene rice­vuto e legit­ti­mato nella Sala ovale della Casa bianca da Obama? E soprat­tutto chi rap­pre­senta? Non certo le regioni dell’est ucraino. Allora che dovreb­bero fare in Cri­mea, in assenza di media­zioni inter­na­zio­nali che impe­di­scano que­sta rot­tura inne­scata a Kiev, se non riven­di­care la loro «alte­rità»? Manca in asso­luto il ruolo dell’Ue, la cui inca­pa­cità a rispon­dere con­cre­ta­mente con finan­zia­menti alle prime richie­ste di ade­sione di Yanu­ko­vich è all’origine della pre­ci­pi­ta­zione degli eventi, con la scelta dell’ex pre­si­dente ucraino di rivol­gersi allora a Mosca, subito pronta ad un masto­don­tico soste­gno cash e per una cifra che solo ora pro­mette quel Fmi che ha già deva­stato l’Ucraina con i suoi dik­tat sociali.

Col­piva in que­sti giorni nel disac­cordo espresso a Lon­dra tra Lavrov e Kerry una grande cau­tela ame­ri­cana, dimo­strata anche di fronte alla irre­spon­sa­bile richie­sta di «aiuto mili­tare» venuto pro­prio da Yatse­nyuk, con l’insistenza, «per ora», sulla solu­zione diplo­ma­tica. È ancora così, c’è ancora spa­zio. Il refe­ren­dum di oggi infatti non è l’ultima spiag­gia, non siamo ancora ai fuo­chi accesi di «Guerra e pace» di Tol­stoi che nel 1854 fu testi­mone della guerra in Cri­mea. C’è ancora la pos­si­bi­lità per una solu­zione diplo­ma­tica, per­ché il risul­tato scon­tato del refe­ren­dum possa venire usato, in una trat­ta­tiva che sal­va­guardi l’integrità ter­ri­to­riale dell’Ucraina e sia solo una sua nuova rap­pre­sen­ta­zione fede­rale, per un’Ucraina neu­trale e fuori dalla Nato. Altri­menti la fredda guerra diven­terà calda, subito con embar­ghi e san­zioni eco­no­mi­che con­trap­po­ste sul ter­reno deci­sivo delle for­ni­ture d’energia. E allora addio anche alla nostrana sedi­cente «svolta buona».

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