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L’Argentina di nuovo alle corde?

pizarradi Adriana Bernardotti
(Buenos Aires)
Il governo kirchnerista ha dovuto cedere alle forti pressioni degli speculatori del dollaro, svalutando il peso e accelerando l’inflazione che colpisce le tasche popolari e risveglia nelle classi medie il fantasma di un’altra crisi. Il Governo parla di tentativi destabilizzanti, per rispondere alle voci – incoraggiate dall’atteggiamento dei Media oppositori – su uno stato d’ingovernabilità e sul fatto che Cristina non sarebbe in grado di terminareil suo mandato presidenziale.

L’estate australe ci sta procurando temperature bollenti e tormente calamitose, anche sul piano politico. Si è annunciato a dicembre con una ribellione delle forze delle polizie provinciali che ha tenuto con il fiato sospeso quasi a tutto il paese (dal 3 al 13 dicembre). Avvenimenti straordinari, insoliti. Iniziati sotto l’aspetto di rivendicazioni sulle condizioni lavorative e per incrementi salariali, sono degenerati fino ad arrivare all’abbandono della sorveglianza del territorio e all’istigazione al saccheggio dei negozi da parte di gruppi delinquenziali o emarginati sociali. La risposta dei vicinati dei quartieri è stata in diversi casi organizzarsi in picchetti per difendere le strade e il saldo delle giornate è stato di 18 morti e quasi 2.000 negozi saccheggiati.

Le vicende hanno rivelato oscure trame sul coinvolgimento di molte dirigenze della polizia in attività criminali (ad iniziare dal narcotraffico), eppure, simultaneamente pongono sul tappeto il dibattito sull’opportunità di sindacalizzare le forze dell’ordine e sulla loro condizione di lavoratori.

Subito dopo l’estate l’inquietudine è proseguita con l’interruzioni prolungata e a sorpresa dell’elettricità, fatto particolarmente devastante in concomitanza con le settimane delle festività di fine anno, che hanno riguardato la maggior parte delle abitazioni ed esercizi commerciali dei residenti di Buenos Aires, mettendo allo scoperto l’esaurimento e l’obsolescenza di un sistema ereditato dal decennio neoliberista e rappezzato alla meglio durante l’ultima crisi politico-economica.monedas

Adesso ci si mette il panico per l’economia, l’incubo dell’eterno flagello degli argentini. Nella sola giornata del 24 gennaiodata fatidica che ha visto tremare borse e valute dei paesi emergentiil peso argentino ha vissuto una caduta del 12%, la peggior svalutazione dalla crisi del 2002 e dall’uscita del sistema di parità con il dollaro.

La svalutazione è stata del 23% dall’inizio dell’anno mentre, tra il 2013 e il 2014 il dollaro ufficiale si è apprezzato di più del 60% (da 4,9 a 8 pesos).

Il governo “nazional-popolare” è stato costretto ad un momento di forte sofferenza nella lunga battaglia che viene sostenendo contro i settori concentrati dell’economia e delle finanze che vogliono cambiare il corso delle attuali politiche orientate a mantenere alti livelli d’occupazione e consumo. Chi ha perso di più, come sempre, sono i ceti popolari, reduci di una scalata nei prezzi che erode i redditi dei lavoratori. “Abbiamo perso un round”, ha ammesso un analista di un giornale filo-governativo.

L’impatto sui prezzi è stato immediato. Le aziende hanno reagito incrementando fortemente i valori o addirittura sospendendo e limitando le vendite, a copertura dei maggiori costi previsti per il rifornimento delle merci. Gli aumenti si sono sentiti pesantemente sugli elettrodomestici, automobili, forniture per l’industria, ma anche sui medicinali e su alimenti basilari come la carne (anche del 50%), settori dove non condizionati dalle importazioni.

Il governo cerca in questi giorni, tra enormi difficoltà, di rinforzare la sua politica di controllo dei prezzi basata su accordi con i produttori e con la fiscalizzazione della commercializzazione, stabilendo la quantità d’incremento dei prezzi consentito ad ogni settore, secondo la componente importata in questione, o forzando al ripristino dei prezzi precedenti alla svalutazione quando ciò è consono. Un compito da eroi…

I funzionari e le voci vicini al Governo hanno denunciato comportamenti cospirativi e parlano di un “golpe dei mercati”, puntando il dito specialmente contro la multinazionale anglo-olandese Shell, che il giorno prima dello shock valutario aveva acquisito grandi somme di dollari ad un prezzo superiore all’ufficiale e che adesso ha aumentato del 12% il prezzo della benzina.
Tuttavia, al di là del fondamento delle accuse, è evidente che gli interessi che escono vittoriosi sono adesso più chiari: i gruppi monopolisti che controllano il commercio d’esportazione dei cereali e derivati (quindi la fonte principale di ingresso di valuta in Argentina) e i suoi alleati del mondo delle finanze, cioè gli speculatori di mestiere.

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In ogni caso, le ragioni ultime di questa disfatta sono da ricercare nelle debolezze del modello di sviluppo argentino, ancora dipendente dalle esportazioni di materie prime alimentari controllate da pochi gruppi concentrati. Non aiutano neanche i troppi errori del Governo, che aggiunge tentennamenti a contraddizioni nel tentativo di incanalare una politica economica che manifesta sempre più crepe.

Ma andiamo per gradi: per capire qualcosa, prima di tutto dovremmo spiegare perché il dollaro è un totem per gli argentini.

La moneta statunitense funziona come valuta rifugio e la ragione è da cercare nelle cicliche crisi che hanno attanagliato l’economia, nella quale i piccoli e medi risparmiatori hanno visto, in tutte le occasioni, liquefarsi sotto il naso i loro sacrifici in termini di secondi. Tg e giornali oppositori agitano in questi giorni i ricordi funesti del Rodrigazo del 1975 – ancora vivi nella memoria delle generazioni più anziane -, quando il Ministro dell’Economia di Isabel Peron svalutò la moneta del 150% e l’inflazione salì a tassi del 150-200%.

Altre crisi si sono vissute negli anni della dittatura  – quando si istituì definitivamente la compravendita di immobili in moneta statunitense – ; durante l’iperinflazione del 1989, l’anno nel quale i prezzi sono saliti del 3000% e fu accertato per la prima volta un “golpe dei mercati” che accelerò la rinuncia del presidente Raul Alfonsin (1983-89) e la consegna del potere a Carlos Menem (1989-99), lo stesso che avrebbe portato alla “pozione miracolosa” della parità di cambio 1 a 1 peso -dollaro (1991-2002).

E’ più recente nella memoria collettiva il terrore dell’ultima crisi 2001-2002, quando prima sono stati confiscati i risparmi nelle banche (il “corralito”) e subito dopo sono stati più che dimezzati, per mezzo della svalutazione, portandoli ad un terzo del loro valore.

Impoverimento della popolazione, politiche di aggiustamento strutturale e ridistribuzione regressiva dei redditi, saccheggi ai supermercati e morti, sono stati lo scenario sociale e politico di ognuna di queste crisi.

Il kirchnerismo, che tollera tassi d’inflazione significativamente alti (27,5% nel 2013) allo scopo di sostenere la crescita del consumo popolare e di mantenere i livelli d’occupazione dell’industria nazionale, è intervenuto quotidianamente nel mercato cambiario attraverso la Banca Centrale per sostenere tassi di cambio e disponibilità di valute adeguate alle proprie politiche.

Occorreva risolvere, prima di tutto, il fabbisogno di dollari cash per pagare i creditori internazionali e ridurre il debito pubblico senza ricorrere al sistema finanziario internazionale dal quale l’Argentina si era auto-espulsa con il default (ciò che è stato denominato politica di sdebitamento).

Negli ultimi tempi, tuttavia, questa struttura ha cominciato a vacillare: i segnali più chiari sono stati la fuga dei depositi in dollari dalle banche e il prosciugamento del Tesoro. Nell’ultima tappa, il Governo stava propiziando una discesa graduale del valore del peso, e allo stesso tempo cercava – senza successo – di arginare le perdite, inanellando una successione di misure fallimentari come l’inascoltata moratoria per il rientro di capitali dall’estero o il tentativo di sdollarizzare il mercato immobiliare e con l’effetto indesiderato di paralizzare la compravendita di abitazioni.

Altro esempio è stato il “ceppo” o ganascia al dollaro, stabilito nell’ottobre 2011 quando Cristina assume il secondo incarico, attraverso il quale si stabiliscono restrizioni per l’acquisto della valuta (si potevano acquistare dollari solo per viaggiare all’estero e non per il risparmio, in condizioni sempre più sorvegliate e limitanti).

I risultati sono stati i contrari a quelli desiderati: si è incoraggiata ancora di più la voracità dei risparmiatori della classe media – sempre più irritatati contro il Governo –  di disfarsi dai pesos erosi dall’inflazione acquistando dollari e nasceva così il fiorente mercato del “dollaro blu” o parallelo.

soja3Questo commercio illegale è cresciuto da allora non solo quanto a dimensione economica, ma anche come fattore di pressione sulla politica di cambio ufficiale (il divario con il prezzo ufficiale è salito dal 10 al 70-100%).

I gruppi dominanti della finanza e dell’economia sono riusciti, attraverso un raffinato sistema – che include dai dealer di spicci lungo le strade per i turisti (“arbolitos”) alle grosse transazioni di fuga di capitali verso i paradisi fiscali, e che è stato denominato dal Ministro di Economia Axel Kicillof la “Banca Centrale parallela”-, a catturare e gestire le “aspettative economiche”mediante il dollaro blu.

La quotazione del blu è passata ad essere il termometro della situazione del paese, presente in tutte le conversazioni e notizia principale dei tg. Il Governo ha cercato inutilmente di rafforzare le restrizioni, tassando sempre di più gli acquisti internazionali via web con carta di credito e soprattutto gli acquisti per il turismo degli argentini all’estero. Ma un altro effetto paradossale del “ceppo”, infatti, è stato il boom dei viaggi all’estero, che sono stati in qualche modo sussidiati dal governo attraverso il cambio a prezzo ufficiale: il turismo in ingresso, invece, che era diventato un’importante fonte di valuta per il paese negli ultimi anni, ha registrato adesso un saldo negativo.

Davanti a quest’intollerabile situazione il Governo ha deciso la settimana scorsa, subito dopo la svalutazione, l’apertura parziale delle restrizioni del “ceppo”, permettendo l’acquisto con finalità di risparmio o accantonamento a determinate condizioni (redditi dichiarati di almeno due stipendi minimi –  investimento fino al 20% dello stipendio e non oltre 2000 dollari mensili).

Con le nuove politiche, il Governo cerca di emarginare fino a fare scomparire il mercato del blu mantenendo il prezzo del dollaro attorno agli 8 pesos. Una battaglia molto difficile e irta d’ostacoli.

L’apertura ha provocato una corsa agli acquisti di moneta statunitense e il drenaggio del Tesoro risulta al momento incontenibile, anche se il nuovo tasso di cambio per il momento si sostiene. Praticamene tutte le operazioni d’acquisto valuta hanno riguardato lavoratori salariati, secondo quanto ha dichiarato la stessa presidente C. Kirchner, allo scopo di moderare le richieste salariali nel prossimo rinnovo dei contratti nazionali di lavoro.

Il Governo e la Banca Centrale hanno fatto ricorso anche a un aumento dei tassi di interesse dei depositi bancari (dal 20 a quasi il 30%), per incoraggiare i risparmiatori a mantenerli nella moneta locale. Tuttavia, le speranze sono riposte nell’arrivo di capitali dall’estero, nei grandi investimenti per le industrie estrattive delle miniere e del petrolio e soprattutto nella “riconciliazione” con le istituzioni di credito internazionali.

L’Argentina ha recentemente chiuso diverse dispute legali con imprese multinazionali nel tribunale arbitrale del CIADI, si è accordata con la Banca Mondiale ed è ora impegnata nella ricerca di una soluzione con i paesi creditori riuniti nel Club di Parigi.

puertoUn cambio di rotta, rispetto al kirchnersimo che abbiamo finora conosciuto. Per i grandi settori concentrati dell’economia, che monopolizzano il commercio estero – in primo luogo della soia per il consumo cinese – e quindi il flusso di dollari verso l’economia, tutto ciò non sembra ancora sufficiente: si tratta di un blocco di non più di 10 imprese multinazionali (Cargill, Nidera, Noble Grain, Dreyfus, Topfer, ADM, Molinos, le principali) che sono proprietarie anche dei centri di stoccaggio, dei mulini, degli impianti dell’industria delle piante oleaginose e perfino dei porti d’imbarco.

Hanno una possente arma caricata in mano: la capacità di trattenere le merci nei silos, senza liquidare il raccolto, nell’attesa di un tasso di cambio conveniente ai loro interessi, privando l’economia e la Banca Centrale dei dollari tanto desiderati. “Il dollaro a 8 pesos non è un incentivo per liquidare i raccolti”, ha dichiarato senza problemi un dirigente delle associazioni settoriali.

Gli stessi ambienti, in questi giorni hanno sollecitato il Governo ad un programma economico alternativo: la riduzione della spesa pubblica, una politica anti-inflazionaria e tagli fiscali per creare un clima negoziale propizio ai loro investimenti.

Il kirchnerismo non è riuscito o, forse neanche ha cercato, di modificare il modello di sviluppo argentino, nel quale il settore industriale garantisse l’occupazione e funzionasse da stimolo per il mercato interno, ma l’ingresso di valuta estera è ancorato tuttora alle esportazioni del settore primario dell’economia. La svalutazione esprime cioè la debolezza del modello d’accumulazione dell’Argentina.

Un economista marxista segnalava che la crescita economica del decennio kirchnerista “non è stata supportata da uno sviluppo basato su investimenti in tecnologia e nell’espansione dei settori produttivi ad alto valore aggiunto”. La base del “modello industrializzante con inclusione sociale” – proclamato da Cristina K. – “rimane ancora il complesso di soia, del mais, la grande industria mineraria, l’industria automobilistica e l’industria leggera di sostituzione delle importazioni.

Un dato significativo è che il disavanzo della bilancia commerciale industriale oggi arriva a 33.000 milioni di dollari: soltanto l’alto prezzo della soia ha impedito che l’Argentina affrontasse una crisi valutaria con caratteristiche esplosive. Salari bassi e “vantaggi naturali” erano storicamente alla base dell’inclusione del capitalismo argentino nel mondo, poco è cambiato negli ultimi dieci anni in questo senso”. (R. Astarita, Argenpress)

soja2In questo contesto – continua – “negli ultimi anni si sono indeboliti gli investimenti e si evidenzia uno stallo nella creazione di posti di lavoro nel privato; è diminuito anche il surplus commerciale (una ragione importante l’importazione energetica), è aumentato il deficit fiscale (finanziato con l’immissione di moneta che alimenta l’inflazione) e la fuga di capitali, sinonimo della debolezza della riproduzione allargata di capitale”. Non è molto diversa la diagnosi degli economisti dell’establishment.

Ci sono diverse segnali per affermare che il Governo ha intrapreso una strada accondiscendente al capitale, come denuncia la sinistra. Comunque, in pieno terremoto, la presidente Cristina raddoppia la scommessa o si lancia in un un’altra fuga in avanti (secondo i punti di vista): lancia un programma di sussidi per i giovani disoccupati che fa andare sulle furie il “The Economist”. Con la parziale liberazione dei controlli sui cambi – diceva la rivista inglese – l’Argentina fa “timidi passi verso la normalità”. “Non è chiaro se il governo cerca politiche prudenti – continua – perché Il giorno stesso in cui il suo governo lasciò svalutare il peso, Mrs. Fernández ha annunciato un programma sociale per i giovani disoccupati di età compresa tra i 18 ei 24 anni ad un costo di 11.000 milioni di pesos”.

Si tratta del programma PROGRESAR (PROgrama de RESpaldo a EStudiantes en Argentina) che concede assegni sociali per concludere percorsi di formazione o studio a giovani di basso reddito.

E’ probabile che il Governo adotti tra poco altri strumenti, di segno o contenuto diverso, che sono in discussione. Ad esempio, per tagliare la spesa pubblica una riduzione dei sussidi in vigore sui vari servizi (trasporto, energia, ecc) – o la sua razionalizzazione a favore dei gruppi più vulnerabili -, visto che ancora oggi essi favoriscono indiscriminatamente tutti i residenti come residuo delle politiche d’emergenza successive alla crisi del 2001.

complejo exportadorD’altra parte, è assolutamente necessario che lo Stato intervenga nel controllo del commercio estero delle granaglie, creando una sorta d’agenzia pubblica che strappi ai monopolisti del settore il controllo della produzione, l’assoggettamento dei piccoli produttori ai prezzi da loro fissati, la capacità di speculare con il rifornimento di prodotti basici nel mercato interno, e il controllo e speculazione sull’offerta di valuta estera. Ci sono esempi da seguire in altri paesi sudamericani di diverso orientamento politico, dal Venezuela per il petrolio al Cile per la produzione e commercializzazione di rame.

Il deterioramento del clima politico e la perdita di consensi non aiutano. Il Governo kirchnerista transita per una strettoia difficile, aggravata anche dalle nuove condizioni internazionali per i paesi emergenti e per i principali soci commerciali dell’Argentina, il Brasile e la Cina, che rallentano la loro crescita. I prossimi mesi saranno decisivi per definire gli orientamenti futuri della democrazia in Argentina.

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Discussione

Un pensiero su “L’Argentina di nuovo alle corde?

  1. DESDE ARGENTINA, CORDOBA, UNA CIUDADANA ARGENTINA HIJA DE ITALIANO LES INFORMA QUE ESTA REALIDAD LA ESTAMOS VIVIENDO EN UNA DISCUSION IDEOLOGICA A CADA MOMENTO…ESTAMOS MUY BIEN DEFINIDOS QUIENES ESTAMOS DE UN LADO Y QUIENES LOS PODEROSOS NEOLIBERALES CACEROLEROS QUE SE VIERON MUY BIEN RESGUARDADOS, CUANDO ESTE GOBIERNO, EL QUE ESTAN ATACANDO A MANSALVA…LES DEVOLVIERA LOS DINEROS DEL FAMOSO CORRALITO !! INGRATOS Y MAL AGRADECIDOS..
    PERO TAMBIEN OTROS QUE SE BENEFICIARON CON MORATORIAS PARA PODER JUBILARSE…O QUIENES, COMO LOS TRABAJADORES DE LA CONSTRUCCION, TRABAJADORES DE LAS ESTACIONES DE SERVICIO, Y OTROS DE TRABAJO DE RIESGO, QUE ANTES TRABAJABAN HASTA LOS 65 AÑOS Y POR UNA LEY DEL GOBIERNO QUEESSTAN ATACANDO, CAMIO LA LEY Y AHORA SE PUEDEN JUBILAR A LOS 58 AÑOS !!
    ES MUY DOLOROSO VER QUE ARGENTINOS PEEQUEÑOS BURGUESES, HOY, POR ESTAR EN UNA SITUACION MUCHO MEJOR…PIENSAN COMO LOS PODEROSOS !!
    PERO CLARO, SE LOS ENTIENDE…SOLO ESCUCHAN Y LEEN LA PRENSA HEGEMONICA Y MALINTENCIONADA Y LEEN PERIODICOS DE EMPRESARIOS….DONDE TRABAJAN PERIODISTAS ??
    EN FIN….TEMA LARGO A DISCUTIR Y EN LAS PAGINAS DEL F.B. LO PUEDEN OBSERVAR…
    MARGARITA …

    Mi piace

    Pubblicato da MARGARITA MURANO | 09/02/2014, 22:07

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