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Sovranismo, arma antiliberista e antiegemonica

forconi-torino

Tito Pulsinelli – (Caracas)
La sovranità è l’arma concettuale che ha orientato il Sudamerica ad uscire dalle sabbie mobili in cui lo sprofondò il neoliberismo, dai tempi del suo moderno progenitore Pinochet. La resistenza contro la “globalizzazione”, venduta come superiore, ineluttabile modernità, generò poderosi e diversificati movimenti sociali.

Questi, cacciarono dalla scena pubblica partiti moribondi, e si trasformarono in vettori diventati poi governi. All’insegna della revisione o sospensione del pagamento del debito estero (Ecuador); rifiuto unilaterale delle esazioni e confische del FMI (Argentina); nazionalizzazione degli idrocarburi (Bolivia e Venezuela); delle telecomunicazioni e banche (Venezuela) o priorità della crescita con redistribuzione sul dogmatismo monetarista (Brasile). Dove vi furono assemblee costituenti e si riscrissero le costituzioni, legittimate dal voto popolare come in Venezuela, Ecuador e Bolivia, il cambiamento fu più profondo e prolungato. Il recupero della sovranità iniziò dal potere politico e si estese a quello monetario, banca centrale e difesa.

La tenaglia del potere politico+movimenti da un lato, e la crescente unione civico-militare dall’altro, riuscirono a stritolare l’ALCA (1), progetto di annessione agli Stati Uniti delle economie a sud del Messico. Fu l’apogeo del sovranismo che -a partire dalla protezione della produzione endogena- recuperò l’iniziativa geopolitica per conformare il “grande spazio” del blocco sudamericano. La Patria Grande si inoltrò negli spazi aperti dalla lucidità multipolare di Chàvez con la Russia,

Cina e Iran. Prima volta d’una coperazione sia in campo finanziario e commerciale che tecnologico, scientifico e militare. La forza della nuova geopolitica è conseguenza diretta della sconfitta delle elites interne, da sempre antinazionali, antipopolari e con vocazione vassalla verso i centri imperiali (Spagna e poi USA).

Dall’equità sociale generata dalla linea di contenzione e contrasto ai banchieri, multinazionali e rendita parassitaria, scaturì la coesione interna indispensabile per la grande sfida del secolo XXI. Il sovranismo non è stato il ritorno meccanico agli Stati-nazione sventrati dal liberismo, bensì una piattaforma per il consolidamento del blocco sudamericano (Mercosur, Unasur). Il carattere presidenziale dei paesi della regione, ha favorito un processo decisionale spedito e coerente. Più trasparente del verticismo del direttorio non-eletto di Bruxelles, e con una governance più rappresentativa di quella vigente nella post-democrazia dell’UE.

Sull’ Europa, che è cosa altra dall’UE, sta per calare la pietra tombale della “Nato-economica”, epilogo che chiuderebbe la questione sociale per un lungo periodo. Come pure la prospettiva di ritorno alla sovranità, che è un passaggio obbligatorio per la democrazia con equità. Le inconfessabili convenienze della classe dirigente “europeista” la isola in un’arrogante omertà. Che senso ha costruire un polo europeo se sarà una protesi inerte di Washington? Che significa edificare un non-Stato che ha frammentato e contrapposto i paesi e le genti al loro interno? A chi serve una non-moneta diventata un utensile che moltiplica la miseria?

E’ agevole rispondere a questi interrogativi. Più difficile, invece, capire quelli che vi si oppongono ma poi si piegano allo status quo. Con l’alibi di scongiurare il ritorno difantasmali “nazionalismi” espansionisti si rassegnano al regime delle elites e al separatismo dei paradisi fiscali. La fobia di evitare commistioni e promiscuità -proprie dei movimenti della resistenza- è la foglia di fico dei post-fascisti, post-comunisti e post-tutto. Mai schifiltosi, però, per il concubinato con funzionari della Goldman Sachs, coi Monti e i Draghi. E’ paradossale che da questa ammucchiata parlino di coerenza e purezza (altrui).

A questa stregua, il presidente Correa non avrebbe mai ottenuto la riduzione del debito nel piccolo Ecuador che -si noti bene- ha come segno monetario il dollaro. Neppure Nestor Kirchner avrebbe bloccato il sequestro dei depositi bancari e il saccheggio dell’erario, visto che il FMI aveva imposto all’Argentina la parità del peso con il dollaro. Giammai la Bolivia avrebbe potuto nazionalizzare il gas e finanziare politiche pubbliche solidarie.

La trincea del “classismo non ha potuto detenere il rullo compressore globalizzante: la de-industrializzazione o esportazione del sistema produttivo. Anche gli interessi economici e i diritti sociali e del lavoro si difendono meglio assumendo -in primo luogo- il sovranismo nazionale come scudo difensivo di prima linea. Il “fabbrichismo“, ossia lo spazio seperato dell’identità meramente economica, è stato travolto. La linea difensivain ordine sparso è inefficace quando l’offensiva multidimensionale de “i mercati” è totale, e trapassa la scala locale.

Senza recuperare quote di sovranità è impossibile neutralizzare la nuova istituzionalità giuridica, finanziaria, economica, militare e mediatica. L’esperienza sudamericana indica come sia possibile attestarsi per contenere il FMI e le Borse, per poi avanzare nella guerra di posizione contro i nuovi poteri occulti e paralleli. Stabilire ponti di comunicazione con le realtà produttive piccole e medio che operano per il mercato interno, sapendo che quelle proiettate unicamente all’esportazione sono alleate della banca inetrnazionale.

E’ una trivialità che per salvare “l’idea” dell’Europa -che non è l’UE- bisognerebbe subire come male minore l’oltranzismo delle lobbies e della BCE. E’ un crimine di lesa umanità dimenticare che il laissez faire è stato rilanciato con le terapie d’urto del dittatore Pinochet. Di questa ingegneria sociale possiede tuttora il copyright. Le burocrazie nazionali oggi in debito d’ossigeno, hanno solo riadattato e attualizzato quella ricetta all’Europa.Non hanno l’autorità morale per agitare il fantasma degli opposti estremismi. Volgari ricattatori che riducono il rigetto dell’euro e dell’UE a rigurgito del razzismo e del nazismo. Inaccettabile quando proviene dai servitori de “i mercati”. Importatori della crisi generata dagli Stati Uniti, poi spalmata con impeto sul ceto medio e basso. Cinismo sfrontato di trafficanti di braccia che -da un ventennio- importano manodopera clandestina, con cui  hanno ottenuto il crollo del prezzo del lavoro e la guerra tra poveri.Questi gestori della transizione dalla fase di implosione alla disintegrazione dell’entità-UE sono i medesimi piloti invisibili che -dopo la scomparsa del polo sovietico- trasformarono la dipendenza dell’Europa nell’attuale piena sudditanza economica, monetaria, militare e -presto- anche commerciale.

Agli europei meridionali, vilipesi come moderni untori o depravati attentatori contro le inesistenti virtù dell’UE, non resta che sbarazzarsi delle rispettive classi dirigenti. Riavvicinarsi e tessere nuove relazioni reciproche, orizzontali, proiettate verso tutte le sponde del Mediterraneo, i Balcani e il BRICS. Isolati, sono alla mercè della mannaia della “troika” e delle sue barbare costumanze ispirate alle religioni dell’usura. Non hanno scrupoli, possono anche cavare i denti d’oro ai morti. Però hanno un tallone d’Achille: s’ammorbidiscono quando i Paesi-vittima fanno cordata, e sommano forza e potere contrattuale. Ricordare che il famoso precetto “è troppo grande per lasciarla falire”, non vale solo per le banche.

La conformazione del blocco europeo sovrano è seriamente ostacolata dagli “euroatlantisti” e dalla storica incapacità tedesca di trasformare il primato economico in egemonia geopolitica. La caduta della Francia sotto il controllo sionista, non è d’aiuto per sopperire alla carente capacità di aggregazione, per strutturare geostrategie vincenti da parte della Germania. Senza potere militare -al pari dell’UE che spende per la NATO comandata dal Pentagono- la Germania e quel che resterà dell’UE, sono destinate a una crescente subalternità. E i popoli d’Europa a una perdita accelerata di diritti, redditi, identità, salute e cultura.

Contro l’inerzia dei profeti della continuità è l’ora della convergenza in movimenti di rottura, trasversali, che dal basso, superando vuoti schemi politici e la stessa politica, stabiliscano una comunione di affetti e interessi in grado di contrastare le strutture reali d’un potere autonomizzato e dispotico.

 (1) Alleanza per il Libero Commercio nelle Americhe
Fonte: http://selvasorg.blogspot.it/2013/12/sovranismo-arma-antiliberista-e.html
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Discussione

Un pensiero su “Sovranismo, arma antiliberista e antiegemonica

  1. Il contenuto di questo articolo si puó condividere parzialmente. Mi riferisco al Venezuela, specialmente,in cui vivo e insegnato in una universitá pubblica, molto conosciuta non solamente qui ma in tutto il sudamerica. L’iscrizione a tale centro accademico raggiunge piú di 380 mila studenti con sedi sparse in tutto il paese. É uno dei grandi successi del presidente Chávez. Si tratta della Universidad Experimental de la Fuerza Armada.(UNEFA). Una universidad civico-militar, in cui convivono professori (18.000) secondo i dati piú recenti, civili, come chi scrive e militari, i quali rappresentano i vertici accademici di questa benemerita istituzione. Tutto ció é stato il merito piú visionario realizzato del presidente Chávez. Non posso nascondere che chi scrive arrivó in Venezuela, a Margarita nel 1994 vale a dire quasi 20 or sono, non piú giovane, ora arrivo ai 67 anni. Ma il fatto straordinario é stato che ho potuto insegnare, come cittadino italiano qui residente, con una laurea conseguita a Padova in tempi ormai molto lontani, in questa benemerita universitá. Nessuno mi chiese se ero chavista o dell’opposizione: una politica di inclusione sociale, dunque, senza guardare alla nazionalitá. Nonostante questo indubbio successo della politica universitaria del governo del presidente Chávez, credo che non si sta facendo oggi un buon servizio al defunto e amato presidente la trasformazione di una icona santificante. Chávez era un uomo, senza dubbio con una visione lungimirante, nella lotta parzialmente raggiunta contro la povertá endemica. Un paese ricchissimo con un indice di povertá impressionante. Credo che l’ereditá politica di Chavez é stata visionaria e lungimirante, ma coome uomo e startista non esente di errori. Lui era un uomo con le virtú di un grande statista, ma anche con forti contraddizioni,
    Quanto al suo successore Nicolás Maduro, non nascondo la mia delusione di uomo di sinistra. Non é possibile richiamarsi al presidente scomparso in ogni occasione e accusare soltanto l’opposizione della scarsitá di beni di prima necessitá. Nonostante ció, con critiche severe alla gestione di Maduro, non posso non riconoscere che non esiste alternativa possibile in Venezuela al Bolivarismo. Ma il rischio piú pericoloso e piú evidente é rappresentato dalla possibilitá che l’attuale governo si trasformi in regime. Giá non si parla piú di una rivoluzione democratica “participativa y protagonica” sancita dalla Costituzione, una delle grandi visioni di Chávez.

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    Pubblicato da Ugo Biheller | 14/12/2013, 14:59

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