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Brasile: La protesta vince e non si ferma

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Articoli e interventi sulla situazione in Brasile: Geraldina Colotti, Boaventura De Sousa Santos, Emir Sader, Juan Arias. Altri interventi di italo-brasiliani: Caterina Bueno, Fabio Porta, Max Bono. La posizione del Movimento dei Sem Terra e di Via Campesina

La protesta vince e non si ferma

di Geraldina Colotti (Il Manifesto)

Governo e sei città revocano gli aumenti dei trasporti. Due le vittima degli scontri: un ragazzo investito da un suv che ha sfondato una barricata e una donna soffocata dai lacrimogeni. Dilma Rousseff annulla la visita in Giappone e riunisce d’urgenza il governo. Le manifestazioni continuano. Prime voci di sospensione della Confederations Cup smentite dalla Fifa

Alckmin vattene. No all’aumento del biglietto. No alla repressione. Libertà per i manifestanti detenuti. Sono gli slogan che risuonano per le vie del Brasile dopo l’aumento del prezzo dei trasporti annunciato dal governo. Dal 16 – inaugurazione della Coppa delle confederazioni, preludio ai Mondiali di calcio che il paese ospiterà nel 2014 – la popolazione è scesa in piazza a Brasilia e in una ventina di altre città: contro gli sprechi, la corruzione e il carovita. La più importante mobilitazione da vent’anni a questa parte.

La presidente Dilma Rousseff, succeduta a Lula da Silva, ha subito teso la mano al movimento, che ha incassato una prima vittoria. L’aumento del biglietto è stato revocato in almeno sei città: a cominciare da San Paolo, guidata dal contestatissimo governatore Geraldo Alckmin, conservatore e autoritario. Stesso annuncio anche da parte del socialista Eduardo Campos, probabile candidato alle presidenziali del 2014, nel nord-est povero. «Abbiamo abbassato i prezzi per favorire il dialogo – ha affermato Campos – siamo consapevoli dell’esistenza di un malcontento generale».

Le manifestazioni però continuano in più di 70 località del Brasile. Si sono verificati nuovi scontri tra manifestanti e corpi speciali di polizia in tenuta antisommossa. L’altro giorno, il governo ha infatti deciso di fare appello alle squadre d’élite della Forza nazionale e di inviarle in cinque delle sei città in cui si svolge la Coppa di calcio delle Confederazioni: «Avranno però un compito di mediazione», ha spiegato Rousseff. A Fortaleza, dove il Brasile ha incontrato il Messico, le manifestazioni si sono svolte nei pressi dello stadio. Per disperdere le proteste (circa 30.000 persone) la polizia ha usato gas lacrimogeni e proiettili di gomma. Alcuni video, molto gettonati su You Tube, mostrano invece poliziotti che si uniscono ai manifestanti, a San Paolo come a Rio de Janeiro: «Servire un governo simile? Mi vergogno», dice uno gettando via l’arma.

A Dilma Rousseff – la prima donna presidente del Brasile – e al suo Partito del lavoratori (Pt) si rimproverano le spese faraoniche in vista dei Mondiali, a scapito della qualità dei servizi sanitari e educativi, e la gigantesca corruzione, vero buco nero delle risorse statali. Il costo dei mondiali ammonta a 13 miliardi di dollari, quello per costruire stadi moderni a 3.500 milioni: «Vogliamo scuole moderne come stadi», gridano perciò i manifestanti.

E un sondaggio dell’Istituto Ibope dice che il 94% dei brasiliani ritiene «legittime» le loro proteste e le appoggia. La presidente Rousseff, invece – sempre secondo l’inchiesta – ha perso l’8% di popolarità negli ultimi mesi. E la sua coalizione di centrosinistra, al governo dal 2003, è chiamata a rispondere su ritardi e timidezze rispetto ai piani di riforme promessi, da rinnovare in vista delle presidenziali di ottobre 2014.

La Federazione internazionale del football (Fifa) ha mantenuto un atteggiamento cauto. Il suo presidente Joseph Blatter, da una parte ha invitato i manifestanti a «non usare il calcio per farsi ascoltare», dall’altra ha però sostenuto di capire «che la gente non sia contenta».

Sono intervenuti anche i calciatori. Pelé, leggenda del calcio brasileño, ha invitato i manifestanti a dedicarsi al tifo e non alla protesta: «Dimentichiamo tutto questo disordine che scuote il Brasile, tutte queste proteste e ricordiamoci che la squadra brasiliana è il nostro paese e il nostro sangue», ha detto Pelè, ricevendo una valanga di insulti su twitter. Altre stelle del football come Neymar, David Luiz o Hulk hanno invece espresso pubblicamente il loro appoggio alle proteste: «Mi dispiace che per chiedere miglior educazione, casa e salute sia necessario manifestare», ha scritto Neymar. Negli stadi, incuranti del divieto della Fifa, molti tifosi hanno sostenuto le proteste: «Brasile svegliati, un professore vale più di un Neymar».

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Analisi e riflessioni

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Un Brasile e l’altro

di BOAVENTURA DE SOUSA SANTOS *

Un articolo dal sito di San Paolo del Brasileoutraspalavras.net sulle manifestazioni che, in Brasile, continuano anche dopo che in alcune città, coem San Paolo e Rio, le autorità hanno ri-abbassato il prezzo del biglietto dei trasporti pubblici: era stato l’aumento di 20 centesimi di real a scatenare le prime proteste. Nella notte tra giovedì e venerdì, in decine di città, sono scese in strada circa un milione di persone. In molte  manifestazioni i militanti dei partiti della sinistra (come il Pt o il Partito comunista del Brasile) sono stati affrontati dai manifestanti al grido di “sem partido”, senza partito, e costretti a ritirare le loro bandiere.

Ecco l’articolo di Boaventura de Sousa Santos.

Con l’elezione della presidente Dilma Roussef, il Brasile ha voluto accelerare il passo allo scopo di diventare una potenza globale. Molte delle iniziative in questa direzione venivano dal recente passato ma hanno avuto un nuovo impulso: la Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente, Rio +20 nel 2012, la Coppa del mondi di calcio nel 2014, i Giochi Olimpici nel 2016, la lotta per il seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu, il ruolo attivo nel crescente protagonismo delle “economie emergenti”, i Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa), José Graziano da Silva direttore generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), nel 2012, e Roberto Azevedo direttore generale dell’Organizzazione mondiale del commercio, nel 2013, una politica aggressiva di sfruttamento delle risorse naturali, sia in Brasile che in Africa, in particolare in Mozambico, l’impulso alla grande agricoltura soprattutto per la produzione di soia industriale, gli agro-carburanti e l’allevamento del bestiame.

Dotato di una buona immagine pubblica internazionale conquistata dal Presidente Lula e dalle sue politiche per l’inclusione sociale, questo Brasile sviluppista si è affermato nel mondo come una potenza di tipo nuovo, benevola e includente. Non avrebbero quindi potuto destare una maggiore sorpresa internazionale le manifestazioni che nell’ultima settimana hanno portato in strada centinaia di migliaia di persone nelle principali città del paese.

E mentre durante le recenti manifestazioni in Turchia è stata immediata una lettura sulle “due Turchie”, nel caso del Brasile è stato più difficile riconoscere l’esistenza di “due Brasile”. Ma questa realtà è sotto gli occhi di tutti. La difficoltà nel riconoscerla sta nella natura stessa dell ‘”altro Brasile”, un Brasile sfuggente ad analisi semplicistiche. Questo Brasile è fatto di tre narrazioni e temporalità. La prima è la narrazione dell’esclusione sociale (uno dei paesi più diseguali del mondo), delle oligarchie latifondiste, del “caciquismo” (il “cacique” è il “capobastone” e l’organizzatore di clientele di una certa città o villaggio, ndt) violento, delle élites politiche chiuse e razziste, un racconto che risale alla colonia e si è riprodotto in forme mutevoli fino ad oggi. La seconda narrazione è la rivendicazione della democrazia partecipativa, che risale agli ultimi 25 anni e ha i suoi punti più alti nel processo costituente che portò alla Costituzione del 1988, i bilanci partecipativi in materia di politiche urbane in centinaia di città, l’impeachment del presidente Collor de Mello nel 1992, la creazione di comitati di cittadini in settori chiave della politica pubblica, in particolare in materia di salute e di istruzione, a tutti i livelli di azione dello Stato (locale, statale e federale). La terza narrazione ha solo dieci anni e riguarda le vaste politiche di inclusione sociale adottate dal presidente Lula da Silva a partire dal 2003, che hanno portato a una significativa riduzione della povertà, alla creazione di una classe media con un’alta capacità di consumo, al riconoscimento della discriminazione razziale contro i popoli indigeni e gli afro-discendenti.

Quel che è accaduto da quando la presidente Dilma ha assunto l’incarico è stato un rallentamento o addirittura una stagnazione delle ultime due narrazioni. E siccome in politica non esiste il vuoto, lo spazio che esse lasciavano veniva occupato dalla prima e più antica narrazione, che ha guadagnato nuovo vigore sotto la nuova veste dello sviluppo capitalista a tutti i costi, e le nuove (e vecchie) forme di corruzione. Le forme di democrazia partecipativa sono state cooptate, neutralizzate sotto il dominio delle grandi infrastrutture e dei mega progetti e hanno cessato di attrarre le generazioni più giovani. Le politiche di inclusione sociale si sono esaurite e non soddisfano più le aspettative di coloro che sentivano di meritare di più e meglio. La qualità della vita urbana è peggiorata in nome di prestigiosi eventi internazionali che hanno assorbito gli investimenti che dovevano migliorare i trasporti, l’istruzione e i servizi pubblici in generale. Il razzismo ha mostrato la sua persistenza nel tessuto sociale e nella polizia. Sono aumentate le uccisioni di leader indigeni e contadini, demonizzati dal potere politico come “ostacoli allo sviluppo”.

La presidente Dilma è stata il termometro questo cambiamento insidioso. Ha assunto un atteggiamento di malcelata ostilità verso i movimenti sociali e le popolazioni indigene, un drastico cambiamento rispetto al suo predecessore. ha lottato contro la corruzione, ma ha lasciato nelle mani dei partner più conservatori le agende politiche che considerava meno importanti. E’ stato così che la Commissione dei diritti umani, storicamente impegnata per i diritti delle minoranze, è stato consegnata a un pastore evangelico omofobo che promuove una proposta legislativa nota come “cura gay”. Le manifestazioni rivelano che, lungi dall’essere il paese ad essersi svegliato, è stata la presidente ad essersi accorta di quel che accade. Con gli occhi fissi sulle esperienze internazionali e anche alle elezioni presidenziali del 2014, alla presidente Dilma è diventato chiaro che le risposte repressive inaspriscono solo i conflitti e isolano i governi. Allo stesso modo, i sindaci di nove capitali di stato hanno deciso di abbassare il prezzo dei trasporti. E’ solo un inizio. Perché questa svolta divenga consistente è necessario che le due narrazioni (democrazia partecipativa e inclusione sociale interculturale) riprendendo lo slancio di un tempo. Se sarà così, il Brasile saprà mostrare al mondo che vale la pena pagare il prezzo del progresso solo approfondendo la democrazia, ridistribuendo la ricchezza creata e riconoscendo le differenze culturali e politiche che un progresso senza dignità fa arretrare.

* Boaventura de Sousa Santos è docente di diritto all’Università di Yale, professore, all’Università di Coimbra in Portogallo. La sua storia recente è segnata dalla vicinanza agli organizzatori del Forum sociale mondiale.

Fonte: http://www.democraziakmzero.org/2013/06/21/un-brasile-e-laltro/

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Brasil: primeras reflexiones

di Emir Sader

El movimiento iniciado en Brasil como resistencia al aumento de las tarifas del transporte fue inédito y sorprendente. Quien diga en este momento que alcanza a captar todas sus dimensiones y proyecciones futuras, muy probablemente tendrá una visión reduccionista del fenómeno, “presionando la sardina”” para defender preconceptos, para confirmar sus propios argumentos, sin darse cuenta del carácter multifacético y sorprendente de las movilizaciones.

No vamos a intentar eso en este artículo, sino apenas allegar algunas primeras conclusiones que nos parecen claras. Fue una victoria del movimiento la anulación del aumento; muestra la fuerza de las movilizaciones, aún más cuando se apoyan en una reivindicación justa y posible: tan así que se pudo concretar.

Esa victoria, en primer lugar, refuerza concretamente el que las movilizaciones populares valen la pena, sensibilizan a las personas, hacen que se hable a toda la sociedad y sirven como fuerte factor de presión sobre los gobiernos. Además de lo anterior, el movimiento puso en discusión una cuestión fundamental en la lucha contra el neoliberalismo –la polarización entre intereses públicos y privados–, sobre quién debe financiar los costos de un servicio público esencial que, como tal, no debería estar subordinado a los intereses de las empresas privadas, movidas por el lucro.

La conquista de la anulación del aumento se traduce en un beneficio para los extractos más pobres de la población, que son los que comúnmente utilizan el transporte público, demostrando que un movimiento debe abarcar no sólo las reivindicaciones que corresponden a cada sector de la sociedad en particular, sino tiene que atender demandas más amplias, especialmente las procedentes de los sectores más necesitados de la sociedad, de quienes tienen mayores dificultades para trasladarse.

Tal vez el aspecto central de las movilizaciones haya sido el haber incorporado a la vida política amplios sectores de la juventud, no contemplados en las acciones gubernamentales que, hasta aquí, no habían encontrado formas específicas de manifestarse políticamente.

Este ““poder ser”” es la consecuencia más permanente de las movilizaciones. Quedó claro, también, que los gobiernos de los más diferentes partidos –unos más, los de derecha; otros menos, los de izquierda– tienen dificultades para relacionarse con las movilizaciones populares. Toman decisiones importantes sin consulta y cuando se enfrentan con resistencias populares tienden a reafirmar tecnocráticamente sus decisiones –”“no hay recursos””, ““las cuentas no cierran””, etcétera–, sin darse cuenta de que se trata de una cuestión política, de una justa reivindicación de la ciudadanía apoyada en un inmenso consenso social, a la que deben darse soluciones políticas para la que los gobernantes fueron elegidos. Sólo después de muchas movilizaciones y de desgaste de la autoridad gubernamental, las decisiones correctas se asumieron.

Una cosa es afirmar que se ““dialoga”” con los movimientos y otra es enfrentarse efectivamente con sus movilizaciones, más cuando contestan y contradicen decisiones tomadas por la autoridad. Con certeza, un problema que el movimiento enfrenta son las tentativas de manipulación desde fuera. Una de ellas, representada por los sectores más extremistas, que buscaron incorporar reivindicaciones maximalistas, de ““levantamiento popular”” contra el Estado, buscaba justificar sus acciones violentas caracterizadas como vandalismo.

Son sectores pequeños, externos al movimiento, con infiltración o no de la policía. Alcanzan a ser destacados de inmediato por la cobertura que los medios promueven, pero son rechazados por la casi totalidad de los movimientos. La otra tentativa fue de la derecha, claramente expresada por la actitud de los viejos medios de comunicación. Inicialmente se opusieron al movimiento, como acostumbran hacer ante toda manifestación popular. Después, cuando se dieron cuenta de que podría representar un desgaste para el gobierno, promovieron e intentaron incidir artificialmente, con sus orientaciones dirigidas contra la autoridad federal.

Fueron igualmente rechazadas esas intenciones por el conjunto de los movimientos, en el que siempre existe un componente reaccionario que se hace presente, como el rencor típico del extremismo derechista, magnificado por los envejecidos medios. Hay que destacar la sorpresa de los gobiernos y su incapacidad para entender la explosividad de las condiciones de vida urbana y, en particular, la ausencia de políticas dirigidas a la juventud por parte del gobierno federal.

Las entidades estudiantiles tradicionales también fueron sorprendidas y estuvieron ausentes de los movimientos. Dos actitudes se distinguieron a lo largo de las movilizaciones: la denuncia de las manipulaciones intentadas por la derecha –expuesta claramente en la actividad de los medios tradicionales– y sus intenciones de apoderarse del movimiento. La otra, la exaltación acrítica del movimiento, como si él contuviese proyectos claros y de futuro. Ambas son equivocadas.

El movimiento surgió a partir de reivindicaciones justas, compuesto por sectores de jóvenes, con sus actuales estados de conciencia, con todas las contradicciones que un movimiento de esas características contiene. La actitud correcta es la de aprender del movimiento y actuar junto a él, para ayudarlo a tener una conciencia más clara de sus objetivos, de sus limitaciones, de las intenciones de ser usado por la derecha y de los problemas que orginó, así como llevar adelante la discusión de sus significados y mejores formas de enfrentar sus desbordes.

El significado completo del movimiento va a quedar más claro con el tiempo. La derecha se interesará en sus estrechas preocupaciones electorales, en sus esfuerzos desesperados para llegar a la segunda vuelta de los comicios presidenciales. Los sectores extremistas buscarán interpretaciones acerca de que estaban dadas las condiciones de alternativas violentas, aunque esto desparecerá rápidamente.

La más importante son las lecciones que el propio movimiento y la izquierda –partidos, organizaciones populares, gobiernos– saquen de esta experiencia. Ninguna interpretación previa explica la complejidad y el carácter inédito del movimiento. Es probable que la mayor consecuencia sea la introducción del significado político de la juventud y de sus condiciones concretas de vida y de expectativas en el Brasil del siglo XXI.

Fonte: Pagina12 – Buenos Aires

Traducción: Ruben Montedónico – Guillermo C. Cohen-DeGovia

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¿Por qué Brasil y ahora?

¿Como se explica que Dilma Rousseff, con un consenso popular de un 75%, pueda ser abucheada, por casi 80.000 aficionados de clase media que pudieron darse el lujo de pagar hasta 400 dólares por entrar al estadio?

Juan Arias Adital Está generando perplejidad, dentro y fuera del país, la crisis creada repentinamente en Brasil por el surgir de las protestas callejeras, primero en las ricas urbes de São Paulo y Río, y ahora extendiéndose a todo el país e incluso a los brasileños en el exterior. Por el momento son más las preguntas para entender lo que está aconteciendo que las respuestas a las mismas. Existe solo un cierto consenso en que Brasil, envidiado hasta ahora internacionalmente, vive una especie de esquizofrenia o paradoja que aún debe ser analizada y explicada. Empecemos por algunas de las preguntas:

¿Por qué surge ahora un movimiento de protesta como los que ya están casi de vuelta en otros países del mundo, cuando durante diez años Brasil vivió como anestesiado por su éxito compartido y aplaudido mundialmente? ¿Brasil está peor hoy que hace diez años? No, está mejor. Por lo menos es más rico, tiene menos pobres y crecen los millonarios. Es más democrático y menos desigual.

¿Cómo se explica, entonces, que la presidenta Dilma Rousseff, con un consenso popular de un 75%, -un récord que llegó a superar al del popular Lula da Silva-, pueda ser abucheada repetidamente en la inauguración de la Copa de las Confederaciones, en Brasilia, por casi 80.000 aficionados de clase media que pudieron darse el lujo de pagar hasta 400 dólares por una entrada?

¿Por qué salen a la calle a protestar por la subida de precios de los transportes públicos jóvenes que normalmente no usan esos medios porque ya tienen coche, algo impensable hace diez años?

¿Por qué protestan estudiantes de familias que hasta hace poco no hubiesen soñado con ver a sus hijos pisar una universidad?

¿Por qué aplaude a los manifestantes la clase media C, llegada de la pobreza y que por vez primera en su vida han podido comprar una nevera, una lavadora, una televisión y hasta una moto o un coche de segunda mano?

¿Por qué Brasil, siempre orgulloso de su fútbol, parece estar ahora contra el Mundial, llegando a empañar la inauguración de la Copa de las Confederaciones con una manifestación que produjo heridos, detenciones y miedo en los aficionados que acudían al estadio?

¿Por qué esas protestas, incluso violentas, en un país envidiado hasta por Europa y Estados Unidos por su casi nulo desempleo?

¿Por qué se protesta en las favelas donde sus habitantes han visto duplicada su renta y recobrada la paz que les había robado el narcotráfico?

¿Por qué, de repente, se han levantado en pie de guerra los indígenas que poseen ya el 13% del territorio nacional y tienen al Supremo siempre al lado de sus reivindicaciones?

¿Es que los brasileños son desagradecidos a quiénes les han hecho mejorar?

Las respuestas a todas esas preguntas que producen en tantos, empezando por los políticos, una especie de perplejidad y asombro, podrían resumirse en pocas cuestiones.

En primer lugar se podría decir que, paradójicamente, la culpa es de quien les dio a los pobres un mínimo de dignidad: una renta no miserable, la posibilidad de tener una cuenta en el banco y acceso al crédito para poder adquirir lo que fue siempre un sueño para ellos (electrodomésticos, una moto o un coche).

Quizás la paradoja se deba a eso: al haber colocado a los hijos de los pobres en la escuela, de la que no gozaron sus padres y abuelos; al haber permitido a los jóvenes, a todos, blancos, negros, indígenas, pobres o no, ingresar en la universidad; al haber dado para todos accesos gratuito a la sanidad; al haber librado a los brasileños del complejo antaño de culpa de “perros callejeros”; al haber conseguido todo aquello que convirtió a Brasil en solo 20 años en un país casi del primer mundo.

Los pobres llegados a la nueva clase media han tomado conciencia de haber dado un salto cualitativo en la esfera del consumo y ahora quieren más. Quieren, por ejemplo, unos servicios públicos de primer mundo, que no lo son; quieren una escuela que además de acogerles les enseñe con calidad, que no existe; quieren una universidad no politizada, ideologizada o burocrática. La quieren moderna, viva, que les prepare para el trabajo futuro.

Quieren hospitales con dignidad, sin meses de espera, sin colas inhumanas, donde sean tratados como personas. Quieren que no mueran 25 recién nacidos en 15 días en un hospital de Belem, en el Estado de Pará.

Y quieren sobre todo lo que aún les falta políticamente: una democracia más madura, en la que la policía no siga actuando como en la dictadura; quieren partidos que no sean, en expresión de Lula, un “negocio” para enriquecerse; quieren una democracia donde exista una oposición capaz de vigilar al poder.

Quieren políticos con menor carga de corrupción; quieren menos despilfarro en obras que consideran inútiles cuando aún faltan viviendas para ocho millones de familias; quieren una justicia con menor impunidad; quieren una sociedad menos abismal en sus diferencias sociales. Quieren ver en la cárcel a los políticos corruptos.

¿Quieren lo imposible? No. Al revés de los movimientos del 68, que querían cambiar el mundo, los brasileños insatisfechos con lo ya alcanzado quieren que los servicios públicos sean como los del primer mundo. Quieren un Brasil mejor. Nada más.

Quieren en definitiva lo que se les ha enseñado a desear para ser más felices o menos infelices de lo que lo fueron en el pasado.

He escuchado a algunos decir: “¿Pero qué más quiere esta gente?”. La pregunta me recuerda la de algunas familias en las que después de dar todo a los hijos, según ellos, estos se rebelan igualmente.

Se olvidan a veces los padres de que a ese todo le faltó algo que para el joven es esencial: atención, preocupación por lo que él desea y no por lo que a veces se le ofrece. Necesitan no solo ser ayudados y protegidos, llevados de la mano, quieren aprender a ser ellos protagonistas.

Y a los jóvenes brasileños, que han crecido y tomado conciencia no solo de lo que tienen ya, sino de lo que aún pueden alcanzar, les está faltando justamente que les dejen ser más protagonistas de su propia historia, más aún cuando demuestran ser tremendamente creativos.

Que lo hagan, eso sí, sin violencia añadida, que violencia ya le sobra a este maravilloso país que siempre prefirió la paz a la guerra. Y que no se dejen cooptar por políticos que intentarán montarse sobre su caballo de protesta, para vaciarla de contenido.

En una pancarta se leía ayer: “País mudo es un país que no muda”. Y también, dirigido a la policía: “No disparéis contra mis sueños”. ¿Alguien puede negar a un joven el derecho a soñar?

Juan Arias (Adital)

Fonte: selvasorg.blogspot.com

 
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Testimonianze e interventi di italo-brasiliani

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La rivolta di un popolo  che è stanco di parole

di Max Bono (Bahia)

Belo Horizonte, Sao Paulo, Rio de Janeiro: migliaia di persone in strada in rivolta contro la dirigenza di questo meraviglioso paese chiamato Brasile. Scontri nelle strade, nelle piazze tra polizia e manifestanti: scontri duri, gia’ ci sono i primi morti. Ma e’ a Salvador de Bahia che ci sono gli scontri piu’ duri, quelli che lasciano il segno. Questa bellissima citta’ “nera” che nel 1835 diede vita alla rivolta degli schiavi musulmani Male’, si e’ rivoltata contro gli sprechi generati dalla Coppa delle Confederazioni.

Ieri un lungo corteo partito dallo stadi si e’ poi incontrato con le forze dell’ordine e ci sono stati i primi scontri. La rabbia e’ tanta ed e’ proprio qui che Italia e Brasile si affronteranno per questa partita della coppa inventata per “testare” le strutture del Mondiale di calcio. L’arroganza dei dirigenti sportivi internazionali della Fifa, Blatter prima di tutti, e delle personalita’ nazionali, Pele’ ed altri, e’ arrivata a bollare le manifestazioni come cose da deprecare. Ci sono gia’ state marce indietro ma la sensazione e’ che la situazione e’ solo scoppiata ed e’ gia’ fuori controllo. Una guerra civile e’ gia’ in corso in Brasile.

Ma perche’? La verita’ viene da lontano da molto lontano.Dopo l’insediamento del PT al governo con 10 anni di potere (8 di Lula e 2 di Dilma), il popolo brasiliano e’ stato buggerato con la storia che “o pais esta’ crescendo” , il pease sta crescendo. E’ indubbiamente vero che il Brasile e’ cresciuto e molto in questi 10 anni. Grandi mutazioni sono avvenute nella struttura della societa’ brasiliana. Tuttavia tre cose sono rimaste uguali o peggiorate:

La corruzione, la polizia e la disparita’ sociale. I ricchi sono diventati piu’ ricchi mentre i poveri hanno elevato il loro reddito ma continuano a rimanere ai margini della societa’. La classe media e’ pero’ la prima a pagare per queste disparita’ perche’ il costo della vita in Brasile e’ decollato in maniera vertiginosa.

Una famiglia di 4 persone per mantenersi in maniera dignitosa deve guadagnare minimo 5000 reais (2000 euro) costo simile all’ Italia. Ma in Brasile si guadagna in media molto ma molto meno che in Italia. Il salario minimo é meno di 700 reais (270 euro) mentre in Italia si guadagna per lo meno 1000 – 15000 euro a famiglia. La bufala del paese che cresce non “regge” piu’.

E quindi la rivolta sociale che covava da anni e’ esplosa quando due cose l’hanno fatta detonare: il generalizzato aumento dei prezzi dei biglietti degli autobus e gli sprechi delle varie coppe. In Brasile, al contrario dell’ Italia dove quasi tutti hanno per lo meno un auto, la maggior parte delle popolazione si muove in autobus. Il costo dell’auto e’ ancora proibitivo per moltissimi brasiliani. Aumentare il prezzo dei biglietti dell’autobus, specie in un paese in cui gli autobus sono sempre pieni e in ritardo, e’ un offesa alla miseria in Brasile.

Il costo del biglietto a Ilheus sara’ ora di 2.5 reais (equivalente a 1 euro) che e’ lo stesso prezzo che si paga in una provincia italiana. Solo che a Ilheus piu’ del 90% della popolazione non arriva a 2 salari minimi (circa 1400 reais o 550 euro). Come e’ possibile cio’? La classe bassa della popolazione che lavora e prende l’ autobus per tornare a casa nella squallida periferia brasiliana ora quasi non puo’ farlo. Gli studenti poi non sono come i nostri che vanno con la macchina di papa’ all’ universita’ o a scuola.

In Brasile devono prendere l’autobus e alzarsi con 2 o 3 ore in anticipo se vogliono arrivare a scuola visto che gli autobus sono sempre strapieni. Gli sprechi collossali delle Coppe e delle Olimpiadi hanno poi fatto rivoltare il popolo brasiliano. La dilagante corruzione che ha costretto alle dimissioni di decine di ministri brasiliani, aggrava la situazione del paese e gli sprechi.

I politici hanno perso ogni credibilita’ e la gente e’ stufa. Dire che il paese sta crescendo e’ dare un calcio in faccia a questa gente brasiliana che lavora duro e guadagna poco. La rabbia e’ esplosa e non se ne vede la fine. Scene di guerra civile sono in corso. In questo inferno le nazionali di Italia e Brasile con la loro somma ipocrisia di milionari da copertina con modelle al seguito vanno a scontrarsi nella partita di salvador. I Male’ si rivoltarono e la loro rivolta fu soffocata nel sangue a salvador de Bahia.

Personalmente l’ anno scorso ho avuto modo di sperimentare la guerriglia urbana in citta’ quando c’e’ stata lo sciopero della polizia a Bahia. Presi la mia figlioletta di appena tre anni nelle braccia e fuggi’ mentre una carica di rivoltosi scateno’ il panico nello shopping Iguatemi di Salvador. Cariche violente della polizia orchestrate provocarono morti e scene apocalittiche. Ci furono piu’ di 200 morti. Salvador di Bahia e’ forse la citta’ piu’ bella del Brasile. ma anche la citta’ dove la rabbia ribolle. La citta’ dove gli schiavi dell’ Africa approdavano ed erano venduti nel centro storico del Pelorinho.

La citta’ e’ una polveriera. Perche’? Perche’ e’ una delle citta’ che piu’ ha coscienza sociale in Brasile. Coscienza soffocata dalla brutale violenza della polizia e dell’elite della citta’. Ma coscienza che sta sempre li’ pronta ad esplodere. Salvador e’ la vera anima del Brasile. Ed e’ la citta’ dove il prossimo match si preannuncia “de fuego”. Non per quello che accadra’ in campo ma fuori.

E ‘ Italia che fa in tutto questo? Va con i propri campioni del calcio ignorando la realta’ sociale. Che pero’ e’ la stessa realta’ degli italiani di Bahia, anch’essi abbandonati dalle autorita’ italiane come da quelle brasiliane. Un esempio? Marco B., un italiano di Bahia, e’ stato battuto fino ad essere quasi ammazzato. Per niente in un bar di Ilheus. Che hanno fatto le autorita’ italiane? Niente, fino a che Cicero, il piu’ grande gruppo al mondo degli italiani all’estero ha denunciato la cosa.

L’on. fabio Porta e’ intervenuto e le autorita’ consolari di Recife hanno fatto promesse non mantenute poi. La Bahia e’ una terra di grandi contraddizioni e scontri sociali. In cui il popolo brasiliano soffre da sempre. e dove gli italiani sono abbandonati. E dove la guerra civile brasiliana si sta svolgendo in maniera piu’ aspra. Che succedera’? Nessuno lo sa. Ma una cosa e’ certa: chi dira’ che il Brasile sta crescendo, che e’ il paese del futuro, rischia seriamente la sua incolumita’. Il Brasile e’ stanco di parole.

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Bueno (Maie):”Protestano per un Paese migliore”

“Spiegare agli italiani, o a chiunque sia lontano, cosa sta succedendo in Brasile in questi giorni è sicuramente un’impresa difficile. Come parlamentare italo-brasiliana sento il dovere di
esprimere fermamente, senza se e senza ma, che il dissenso verso le decisioni della politica non
deve mai sfociare nella violenza”. Così Renata Bueno, deputata Maie eletta nella Circoscrizione America latina e membro della Commissione Esteri, commentando i recenti fatti di violenza che stanno interessando il Brasile della Confederation Cup. “Nonostante il Brasile sia oggi tra i Paesi più attrattivi per l’economia mondiale persistono ancora in esso delle contraddizioni di carattere sociale, perché la crescita economica non è andata di pari passo con quella civile. E questo ha determinato la protesta – afferma la Bueno – che è da imputare ad una ribellione contro la classe dirigente non sempre fedele ai propri doveri, spesso più autoritaria che autorevole. È naturale, infatti, – prosegue – che gli importanti avvenimenti sportivi che stanno accendendo i riflettori mondiali sul Brasile siano visti come un ineguagliabile palcoscenico per ogni tipo di rivendicazioni. Non escludo -conclude la deputata – che intorno alla protesta si sia montata un po’ di strumentalizzazione, ma non si può negare il vero disagio vissuto da alcune fasce sociali: non basta combattere la povertà delle favelas, occorre lavorare anche per un benessere diffuso, non solo economico, ripeto, ma anche immateriale, fatto di rispetto, consapevolezza e condivisione. Il popolo brasiliano è naturalmente entusiasta, ma questo non significa che non si accorga quando viene preso in giro”.

Caterina Bueno – bueno_c@camera.it 
Deputata italo-brasiliana del Maie, eletta nella Ripartizione America Meridionale – 

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Brasile: Vicini e solidali a chi manifesta per dare nuovo impulso a politiche sociali

di Fabio Porta

“Le manifestazioni di questi giorni in Brasile sono l’espressione di una legittima richiesta, soprattutto da parte dei giovani, di una maggiore attenzione alle politiche pubbliche e sociali da parte del Governo Federale e dei governi locali (statali e municipali).

Il Brasile conferma anche in questo modo di essere una democrazia matura e compiuta, nella quale oltre ad una sana dialettica tra maggioranza e opposizione esiste una forte mobilitazione da parte dell’opinione pubblica e della società civile intorno alle principali tematiche politiche ed economiche.

Noi del Partito Democratico, da anni presenti in Brasile e storicamente vicini ai partiti progressisti e alle organizzazioni dei lavoratori di quel Paese, ci sentiamo particolarmente sensibili alle rivendicazioni di chi chiede maggiori investimenti sul sociale e un’accelerazione sulle politiche di riforma della sanità e della scuola.

Siamo vicini e solidali con chi protesta in maniera pacifica e lontani da chi invece invoca sui mass-media la repressione violenta delle manifestazioni da parte delle forze dell’ordine; vicini a chi sa ascoltare la voce della piazza e lontani da chi strumentalizza politicamente aspirazioni sincere di un’opinione pubblica libera ed eterogenea.

Il Brasile è il Paese dove vive la più grande comunità di italo-discendenti al mondo; è per questo che quanto accade non può lasciarci indifferenti.

Come parlamentare italiano residente a San Paolo, la maggiore metropoli brasiliana dove vive la più grande collettività italiana, continuerò a seguire con attenzione e partecipazione i fatti di questi giorni nella speranza che la positiva risposta del governo brasiliano all’appello dei manifestanti sia il segno di una conseguente azione volta a raccogliere le istanze positive e propositive provenienti da milioni di manifestanti.

Fabio Porta – porta_f@camera.it 
Deputato del Partito Democratico eletto nella Ripartizione America Meridionale – 
Commissione Affari Esteri

—————————

Dai Movimenti

Un rapporto molto succinto..

Ieri, 20 giugno, più di un milione di giovani sono scesi in piazza in 15 capitali del paese.
C’è di tutto. In ogni città si stanno disputando i cuori e le menti.

In San Paolo e Rio, settori di destra hanno preso la testa , attaccando militanti di sinistra e provocando la violenza per creare il caos. Ma in altre città è la sinistra che da il ritmo all’iniziativa.

Alcuni brevi riflessioni:

1.La mobilizzazione è sociale, di un settore nato dopo il neoliberismo. Sono giovani della classe media e della classe medio bassa. I lavoratori sono ancora in silenzio.

Si tratta di un settore che comunica solo tramite i social network e non è influenzato dalla televisione e dai grandi media.

2. E’ il frutto di 12 anni di conciliazione delle classi (come in Cile) che ha escluso la gioventù dalla partecipazione politica. E i giovani vogliono partecipare in qualche forma, anche camminando per strada, senza repressione.

3. E’ il risultato di una grave crisi strutturale urbana, causata dal capitale finanziario speculativo con il risultato di un aumento dell’affitto, una vendita massiccia di automobili finanziata dalle banche e il traffico caotico, senza mezzi di trasporto pubblico, in cui le persone perdono due, tre ore per andare a lavorare, a scuola ..

4. Nessuno li controlla. Sono senza direzione politica.

5. Per ora i di gran lunga più colpiti sono i politici tradizionali, la politica borghese, e, naturalmente, il metodo sviluppato dal governo PT in questi anni di governo, i governi, tutti, di destra, di centro o di sinistra ..

6. La destra si infiltra e tenta di generare un clima di violencia , di caos e dar la colpa al PT e a Dilma.

7. Il governo Dilma è paralizzato nella sua non-politica. Voleva solo gestire, e ora non sa che amministrare.

8.I movimenti sociali cercano di generare una politica, per andare avanti (vedi la lettera alla presidentessa ..) e ampliare le richieste perchè si avanzi verso una riforma politica, una riforma dei media, una riforma fiscale, e la riforma agraria.

9.Nessuno sa cosa succederà: andremo verso la Spagna (dove la destra ha capitalizzato alle urne, cosa che potrebbe accadere nel 2104) o verso l’Argentina (2001), con progresso .. o in una situazione di impasse come in Grecia?

Probabilmente nessuno di queste cose , ci sarà una formula brasiliana, nessuno lo sa per ora …

10. Ma è certo che abbiamo necessità e ci saranno cambiamenti, in tutti i sensi!

Abbracci dalla strada

La segreteria nazionale del MST – (Movimento dei Sem Terra del Brasile)

Fonte: Altramente.org

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Carta abierta de los Movimiento Sociales a la presidenta Dilma Rousseff

 

CLOC – Vía Campesina

Brasil ha presenciado esta semana movilizaciones que tuvieron lugar en 15 capitales y centenas de ciudades. Estamos de acuerdo con sus declaraciones, que afirman la importancia para la democracia brasileña de estas movilizaciones, conscientes de que los cambios necesarios en el país pasarán por la movilización popular.

Más que un fenómeno coyuntural, las recientes movilizaciones demuestran la reanudación gradual de la capacidad de lucha popular. Es esa resistencia popular que permitió los resultados electorales de 2002, 2006 y 2010. Nuestro pueblo insatisfecho con las medidas neoliberales votó a favor de un proyecto diferente. Para poder ser implementado, este proyecto, enfrentó gran resistencia, principalmente del capital rentista y sectores neoliberales que siguen con mucha fuerza en la sociedad.

Pero también se enfrentó a los límites impuestos por los aliados de última hora, una burguesía interna que en la disputa de las políticas del gobierno impide la realización de las reformas estructurales, como es el caso de la reforma urbana y la del transporte público.

La crisis internacional ha bloqueado el crecimiento y con él la continuidad del proyecto que permitió ese gran frente que hasta el momento, ha sostenido el gobierno.

Las recientes movilizaciones son protagonizadas por una juventud muy diversa, que participa por primera vez de movilizaciones. Este proceso educa a los participantes permitiéndoles entender la necesidad de enfrentar a los que impiden que Brasil avance en el proceso de democratización de la riqueza, del acceso a la salud, a la educación, a la tierra, a la cultura, a la participación política, a los medios de comunicación.

Sectores conservadores de la sociedad tratan de disputar el significado de estas manifestaciones. Los medios de comunicación tratan de caracterizar el movimiento como anti Dilma, contra la corrupción de los políticos, contra el derroche del dinero público y otras reivindicaciones que impongan el retorno del neoliberalismo. Creemos que las reivindicaciones son muchas, como también lo son las opiniones y visiones de mundo presentes en la sociedad. Se trata de un grito de indignación de un pueblo históricamente excluido de la vida política nacional y acostumbrado a ver la política como algo dañino para la sociedad.

A la luz de lo expuesto, nos dirigimos a V. Ex.ª para expresar nuestra petición en defensa de políticas que garanticen la reducción de los pasajes del transporte público con reducción de las ganancias de las grandes empresas. Estamos en contra de la política de exención de impuestos de estas empresas.

El momento es apropiado para que el gobierno lleve adelante las peticiones democráticas y populares, y estimular la participación y politización de la sociedad. Nos comprometemos a promover todo tipo de debates en torno a estos temas y nos ponemos a disposición para debatir también con el poder público.

Proponemos la realización con urgencia de una reunión nacional, que involucre la participación de los gobiernos de los Estados, los alcaldes de las principales capitales, y los representantes de todos los movimientos sociales. Por nuestra parte estamos abiertos al diálogo, y creemos que esta reunión es la única manera de encontrar salidas para enfrentar la grave crisis urbana que afecta a nuestras grandes ciudades.

El momento es favorable. Son las mayores manifestaciones que la actual generación vivió y otras mayores vendrán. Esperamos que el actual gobierno elija gobernar con el pueblo y no contra él.

Firmado por:

Movimentos da Via Campesina Brasil , ADERE-MG , AP , Barão de Itararé , CIMI , CMP-MMC/SP , CMS , Coletivo Intervozes , CONEN , Consulta Popular , CTB , CUT , Fetraf , FNDC , FUP , Juventude Koinonia , Levante Popular da Juventude , MAB , MAM , MCP , MMM , MPA , MST , SENGE/PR , Sindipetro-SP , SINPAF , UBES , UBM , UJS , UNE , UNEGRO

Traducción Beatriz Casado

Fuente: http://viacampesina.org/es/index.php/noticias-de-las-regiones-mainmenu-29/1779-brasil-carta-abierta-de-los-movimiento-sociales-a-la-presidenta-dilma-rousseff

Discussione

Un pensiero su “Brasile: La protesta vince e non si ferma

  1. renata Bueno ha detto bene. La Formula brasiliana sarà nuova, come è stata, tanti anni fa, nuova Brasilia. Certamente i BRICS dovrà sempre tenere conto dell’ONU L’Argentina si è salvata, la Grecia non dovrà vendere il Partenone, perchè è nella Comunità europea. Il Brasile con turismo e materie prime, nel rispetto della natura sarà un polmone verde per il mondo. I governi Uniti nel rispetto della solidarietà , della cooperazione e dell’individualità sapranno fare fronte al globale ed al locale

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    Pubblicato da valeria manini | 22/06/2013, 15:15

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