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Gli amanti passeggeri

gli amanti passeggeri-1di Roberto Musacchio
L’immagine del pilota automatico, con cui Mario Draghi ha blandito i mercati, rassicurandoli sulle difficoltà della politica italiana, a volte può indurre a credere che poi non ci sia un equipaggio ben deciso a far sì che l’aereo continui nella sua rotta. Magari è un equipaggio un po’ alticcio e litigioso, come quello dell’ultimo film di Almodovar, “Amanti passeggeri”, ma è comunque addestrato a tutelare il comandante.

Succede così che oggi, dopo aver determinato qualche turbolenza più prolungata, per qualche movimento eccessivo di hostess e steward, il personale di bordo riprenda il servizio avendo garantito che la cloche rimanesse nelle stesse mani.

Uso  questa metafora, dell’aereo su cui poi siamo tutti, per provare ad interrogarmi su che cosa stia veramente succedendo.  Parto dal fatto che a bordo ormai di gente che dorme o legge tranquilla il giornale ce n’è veramente poca. Anzi, quasi tutti sono più o meno in piedi a chiedere, anche ad alta voce, di cambiare rotta o di atterrare per poter scendere.

Diciamo allora che una parte dei passeggeri ha provato a convincere una parte dell’equipaggio, mettiamo gli steward, a perorare col capitano un cambio di rotta. Hanno discusso con loro, anche fraternizzato e pure alzato qualche bicchiere insieme. Ma al dunque, la cabina di pilotaggio è rimasta serrata e il cammino è continuato implacabile sulla stessa traiettoria. Fine della metafora.

Se continuiamo il discorso usando il linguaggio proprio della politica, emergono due elementi di grandissima rilevanza. Il primo è che il bisogno di cambiamento che si è espresso con grande forza e in modi anche diversi, che vanno dal voto referendario a quello ai cinque stelle, viene respinto, almeno nelle intenzioni,  da una operazione politica di vera e propria restaurazione dall’alto.

Il secondo è che la forma considerata prevalente a sinistra per interpretare il cambiamento, e cioè la cosiddetta coalizione Italia Bene Comune, si spezza.

Partirei da questo secondo dato anche perché interroga direttamente la soggettività che comunque mi sta a cuore, e cioè la sinistra. E poi perché si era costruita intorno a questa coalizione una aspettativa di svolta anche determinando una rilettura fortemente revisionistica di tutto un passato ancorché recente. L’idea cioè che l’incapacità a determinare il cambiamento fosse dipesa in parte considerevole dalla natura minoritaria, ideologica e settaria di quella parte della sinistra che doveva provare invece a convincere quello che nella mia metafora è l’equipaggio dell’aereo ma che poi nella realtà è il PD a prendere insieme in mano la cloche per modificare la rotta.

Ora, come insegna Popper, la falsificazione è la base stessa della scientificità delle teorie. Non ho dunque alcuna volontà polemica, ma solo bisogno di verifica condivisa, nel partire dalla constatazione di realtà che l’esperimento Italia Bene Comune è durato in laboratorio ancor meno di quelli che la pur settaria sinistra del passato tentò e che durarono per quasi 10 anni, pur tra provette rotte e continue esplosioni.

Ho letto troppe cose approssimate sul passato, ridotto addirittura ad una sorta di vicende da armata Brancaleone, che non si sarebbe più ripetuto oggi per la serietà delle nuove regole d’ingaggio tra i nuovi crociati. E sul presente tante letture psicologistiche, paure di vincere, o di personalistici.

Devo dire che ho faticato, e me ne dispiace, a ritrovare  in queste letture un minimo di quello che un tempo si chiamava analisi della realtà, della sua composizione materiale, dei corpi sociali e politici. E ho trovato ancora più difficoltà a provare a mantenere almeno un qualche canale di riflessione condivisa.

Troppe esaltazioni del nuovo che vince e banalizzazioni del vecchio che è sconfitto per definizione. Cose di cui poi Facebook si riempie e che rendono arduo anche solo il dialogo.

Il dialogo invece serve eccome. Siamo già pieni in questi giorni pesanti di nuovi inizi. Vogliamo provare almeno, che so, a scambiarci qualche idea?

Ad esempio sul perché il PD arriva anche a correre il rischio di frantumarsi piuttosto che cimentarsi sul serio col cambiamento? La mia risposta sta nella metafora che ho usato: il PD è una parte dell’equipaggio dell’aereo a pilota automatico. Penso che sostanzialmente quasi tutti i partiti hanno finito col cambiare la propria natura e ragion d’essere da espressioni della società, del conflitto e di idee contrapposte a cogestori del pensiero unico e della impossibilità dell’alternativa. E penso che il socialismo europeo,  praticamente in tutte le sue varianti, sia dentro questa dinamica. E naturalmente, a maggior ragione, lo penso del PD.

Per questo penso che non possono contribuire al cambiamento in quanto esso negherebbe la loro stessa esistenza. D’altronde un pensiero assai meno approssimato di altri come quello di Barca non a caso conchiude la sua dimensione nella coppia Partito-Governo, in una logica funzionalistica che sostituisce quella, che fu  fondante la sinistra, che pone al centro la società e il cambiamento che si determina col conflitto. Se posso permettermi una battuta, leggendolo ho pensato che passavamo dal Centro di Riforma dello Stato al Centro di Riforma del Governo.

Purtroppo, nella fase costituente dell’ordine postdemocratico che ha caratterizzato l’edificazione europea, il riduzionismo e il liberalismo hanno permeato il vecchio socialismo sussumendone le funzioni  organizzate nella  gestione della rotta obbligata. Continuare a prendersela con Blair e far finta di non vedere cosa sta accadendo ad Hollande o a alla Spd, è una via di fuga che non porta da nessuna parte.

Altro, naturalmente, sono i corpi sociali. Ma anche qui la lettura non può essere approssimata e superficiale. La parte degli apparati è vasta. I pensieri politici indotti, che per altro si avvalgono di materiali mai riattraversati criticamente come le vecchie logiche di fidelismo di parte, rendono quello che fu il Paese nel Paese assai più permeabile sia alle logiche funzionalistiche che al Grillismo, addirittura contemporaneamente.

Ma poi c’è la natura dell’aereo che si deve guardare. Nel passato la sinistra ha sovietizzato l’elettrificazione. Poi ha cercato le stanze dei bottoni. Ora cerca il governo della cloche. E’ un po’ incredibile come più il potere, il capitalismo, si sono resi impermeabili, più cresce l’ossessione del governo. Sinistra di governo, si dice, come se l’aggettivo qualificasse il sostantivo. Quando invece tutto, nella realtà, ci dice che al contrario l’aggettivo rischia di uccidere il sostantivo.

Mentre la sinistra che rinasceva, in America Latina, inseguiva la trasformazione e, da lì, trovava anche il governo, qui in Europa si è implorato il governo perdendo la trasformazione. Peggio ancora, facendosi complici della trasformazione degli altri. Dell’Europa postdemocratica che blocca la cloche sulla bussola dell’austerità e a cui la Carta d’intenti di Italia Bene Comune si è ispirata, andando clamorosamente fuori rotta. Dell’Italia della Seconda, e ora terza Repubblica, che, in nome della centralità del governo e del maggioritario, ha ucciso la Costituzione, e viaggia ora spedita verso il peggiore dei presidenzialismi.

Ora potremo pure ciascuno di noi ribadire le proprie incrollabili coordinate, magari per piegarle ad una rotta esattamente opposta a quella di ieri, che so magari da una fusione a una scissione. Ma se non proveremo  a ritrovare una comunicazione tra i passeggeri non credo che riusciremo a risolvere il problema. Che forse poi non è quello di continuare a provare a prendere la cloche ma, che so io, di mettersi i paracadute e volare senza aereo.

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