Eppur si muove
Dopo l’Ungheria, anche la Bulgaria ha eletto un nuovo parlamento. Ha vinto Rumen Radev, un politico vecchio stampo e di sinistra che apre alla Russia. Ecco perché è un voto che conta.
Dopo gli avvenimenti ungheresi della settimana scorsa che hanno portato alla caduta di Viktor Orbán, domenica 19 aprile si sono recati alle urne anche i cittadini della Bulgaria. Lo hanno fatto per eleggere un nuovo parlamento – l’ennesimo, andrebbe specificato – visto che si trattava dell’ottava tornata elettorale in sei anni.
Il vincitore di queste elezioni è Rumen Radev, ex-presidente del paese, dimessosi a inizio di quest’anno e leader del partito Bulgaria Progressista.
Radev è un politico di sinistra, ex-militare e ha conquistato i cittadini del paese promettendo lotta alla corruzione, al caro vita e proponendo una politica estera e internazionale volta al “pragmatismo”, ovvero: che prevede un rapporto diplomatico aperto con la Russia di Vladimir Putin.
I numeri bulgari
Similmente a quanto avvenuto in Ungheria con Tisza e Peter Magyar, anche la vittoria di Rumen Radev è stata netta: Bulgaria Progressista ha raccolto più del 44 per cento dei voti.
Nel contesto della politica europea, il risultato bulgaro rappresenta un fatto importante per due motivi che, a prima vista, potrebbero sembrare contraddittori, ma che, in realtà, non lo sono affatto: il successo di Radev si può leggere sia come un fenomeno di rottura a sinistra, che come uno di continuità rispetto al voto ungherese.
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Una linea di rottura a sinistra
In primo luogo, si tratta della prima volta che un politico, partito e movimento di sinistra con una proposta di riavvicinamento alla Russia si afferma in maniera così radicale in Europa.
Certo, esiste un altro governo europeo di sinistra – almeno formalmente – e generalmente votato a un rapporto più aperto con Putin: è quello slovacco di Robert Fico. Quest’ultimo è però fortemente criticato all’interno del paese per l’implementazione di alcune misure e leggi di restringimento delle libertà civili. E anche per questo motivo, negli ultimi due anni, Robert Fico è stato spesso accostato a Viktor Orbán come enfant terrible della politica europea.
In questo senso, nel contesto delle crisi e guerre in Iran ma, soprattutto, in Ucraina, sarà interessante capire se e come il probabile venturo primo ministro bulgaro, Radev, deciderà di proporre una nuova strategia di politica internazionale, o meno.
Una linea di continuità rispetto al voto in Ungheria
Sebbene Peter Magyar e Tisza in Ungheria, da un lato, e Rumen Radev e Bulgaria Progressista, dall’altro, rappresentino leader e partiti agli antipodi dello spettro politico (con Magyar a destra e Radev a sinistra), la loro offerta politica è stata incredibilmente simile: meno corruzione, migliori standard economici e di vita, e una politica estera più pragmatica e meno ideologica.
Se Peter Magyar ha proposto di riacquisire “pragmaticità” nei confronti dell’Unione europea e Bruxelles, Rumen Radev lo ha fatto nei confronti della Russia. In questo senso, gli eventi elettorali e politici delle ultime settimane ci confermano un orientamento elettorale più uniforme, piuttosto che discontinuo. E per lo stesso motivo, incasellare Radev come potenziale nuovo Orban (come hanno fatto alcune testate internazionali #2 e italiane) rappresenta una scelta perlomeno discutibile, o, forse, addirittura, ideologica.
Eppur si muove
Il risultato delle elezioni bulgare si iscrive poi, casualmente, in una settimana che ha visto i leader della sinistra mondiale riunirsi a Barcellona, venerdì 16 e sabato 17 aprile (#2, #3).
Ad ospitarli: il primo ministro spagnolo e socialista, Pedro Sánchez – probabilmente la figura che si è smarcata di più dalle parole e azioni di Donald Trump a livello globale. E che guida anche l’organizzazione Socialist International (“l’Internazionale Socialista”), promotrice dell’evento che ha radunato circa 3,000 attivisti e leader politici – tra capi di stato, sindaci e sindacalisti di tutto il mondo – a Barcellona, appunto.
Nella capitale catalana sono arrivati il presidente sudafricano, Cyril Ramaphosa, la messicana Claudia Sheinbaum, il brasiliano Lula, ma anche la dirigenza del partito socialdemocratico tedesco e l’italiana Elly Schlein, per esempio.
L’idea? Articolare una risposta coordinata, da sinistra, a quella che da alcuni analisti ed attivisti è stata definita l’Internazionale Reazionaria (dall’inglese “Reactionary International”, #2, #3). Per farla semplice: si tratta, più o meno, di un altro nome per definire la nuova estrema destra globale dei vari Le Pen, Orbán, ecc..
Nodi da sciogliere
Ecco, con buona pace del focus sulla resistenza all’“Internazionale Reazionaria”, il risultato delle elezioni bulgare, apparentemente così insignificanti sulla mappa globale, permette di far precipitare le tante discussioni tenute a Barcellona – e che verranno, in futuro – verso alcuni nodi che la sinistra europea dovrà sciogliere.
Ovvero: qual è e quale sarà il rapporto tra movimenti e partiti di sinistra in Europa – e nel mondo – verso la Russia di Putin? È possibile distinguere tra Russia e Putin da un punto di vista politico? E che dire della Cina? Può una sinistra nazionale in Europa avere una politica estera “pragmatica”, come dice Radev? Anche se dentro la NATO? Se sì, come potrebbe e perché dovrebbe? E, soprattutto, come si può articolare tutto questo in seno a istituzioni come il Consiglio europeo, dove in fin dei conti, vengono stabilite politiche commerciali e internazionali di un intero continente e di un certo peso?















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