di Nicola Melloni (Londra)
La vicenda dell’ILVA è lo specchio dell’Italia degli ultimi 20 anni. Una commistione tra politica malata, impresa spietata, regole che non esistono, povertà ed emarginazione.
Iniziamo da qualche fatto.
Fatto 1: L’Ilva è una impresa più che redditizia, fa profitti a valanga, quindi i problemi attuali non sono certo dovuti alla crisi o ad un prodotto ormai obsoleto.
Fatto 2: L’Ilva, ex impresa pubblica, fu privatizzata, nel non troppo lontano 1995, ed acquistata dai Riva.
Fatto 3: i Riva, tra le altre cose, hanno partecipato alla cordata capeggiata da Passera per salvare Alitalia, pur dichiarando: “non sarà un investimento redditizio”.
Fatto 4: l’Ilva inquina da anni senza che gli si dica nulla
Fatto 5: quando son stati rivisti i parametri ambientali per quel che riguardava l’Ilva c’era il governo Berlusconi, principale sponsor della cordata Alitalia
Fatto 6: il direttore generale del Ministero dell’Ambiente era Corrado Clini, che oggi fa il Ministro e rivendica il diritto del governo ad ignorare una sentenza di un tribunale perché, evidentemente, la politica sta al di sopra della legge (vedi alla voce Batman)

Questi i fatti. Proviamo a collegarli. Negli anni 90 inizia in Italia l’epoca delle privatizzazioni all’amatriciana, con imprenditori ben agganciati che si portano a casa fior di aziende, spesso per una frazione del loro valore. La retorica è sempre la stessa, lasciamo fare al mercato e tutto andrà bene. In realtà si tratta di uno scambio di favori, tra politica ed imprenditoria.

I Riva ne sono l’esempio più concreto, si fanno dare un’impresa redditizia, fanno soldi a palate ma non li reinvestono nell’azienda (a cui carico c’è il rispetto delle leggi e la salvaguardia dell’ambiente) ma in manovre politiche per favorire il potente di turno. Che si sdebita a suo modo, chiudendo un occhio sul cataclisma ambientale provocato dall’Ilva. Tutti contenti. Beh, non proprio tutti.

Tumori, morti, case invase da polvere nera, Taranto diventa una polveriera tanto che pure la magistratura deve intervenire. Ed allora si scatena la guerra tra poveri, tra chi vuole il lavoro e chi vuole la salute. Ma perché? Le 2 cose non sono in contraddizione. Acciaierie ne esistono altrove, non solo a Taranto, e non creano questi problemi. Non c’è la polvere che invade le case, non ci sono i tumori.

Ma per l’Ilva è diverso. Ci si può permettere di ricattare la politica perché senza Ilva l’industria italiana morirebbe. Ed ecco allora i soliti noti che cominciano il loro gioco sporco. In campo Sole24ore e Confindustria, in campo il governo dei professori che vuole aggirare una sentenza del tribunale. In campo, messo dal governo, un vecchio arnese della politica italiana, il prefetto Ferrante, un uomo per tutte le stagioni: uno che nega che l’Ilva inquini, nonostante tutti i dati dicano diversamente. Uno che organizza gli scioperi dei lavoratori, il blocco del traffico, e fa pure portare loro pasti e bevande. E poi ha il coraggio di negarlo in Tv, pur smentito dai suoi stessi dipendenti.

A personaggi di sto genere, ai Riva, ai Clini, ai Ferrante è affidato il futuro dell’Italia. Ma lo squallore non è certo dovuto solo a loro, al massimo comparse di bassa lega in questa tragedia. Se scaviamo un po’ più in profondità troviamo domande inquietanti. Qualcuno dovrebbe iniziare a spiegarci perché un’industria strategica, che è fondamentalmente monopolista nel mercato dell’acciaio e che si trova a monte del tessuto produttivo italiano sia stata privatizzata.

Non era il caso di tenerla pubblica, data la sua importanza, dato che il suo funzionamento và al di là delle leggi che impegnano tutte le altre imprese di questo paese? E perché gli imprenditori privati in Italia si sentono in diritto di fare quello che vogliono? E perché in Italia i liberali che stanno al governo se ne fregano della rule of law e si comportano come neanche i peggiori statalisti? Quale è il gioco sporco che si è fatto dietro le quinte in Italia in questi anni – gli anni in cui Prodi dismetteva le partecipazioni statali, D’Alema privatizzava e Berlusconi organizzava cordate? Chi ci ha guadagnato, chi continua a guadagnarci e chi ci ha perso, magari pure la vita?
E’ questo intreccio soffocante, questa piovra di soliti noti, di politici, tecnici, padronato senz’anima e perché no? sindacati complici, che sta uccidendo l’Italia. Proprio come l’Ilva sta uccidendo Taranto.

 

Fonte: http://resistenzainternazionale.blogspot.it


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One response to “L’Ilva, una storia italiana”

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