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Lettera di Crs e Ars ai partiti per approvare nella prossima legislatura una legge su rappresentanza e rappresentatività sindacale

di Alfiero Grandi * e Mario Tronti *
“Negli ultimi anni si sono verificate numerose occasioni di divisioni tra le organizzazioni sindacali confederali, e non solo, che pongono un problema tuttora irrisolto di regolazione della contrattazione della contrattazione  e in particolare della sua efficacia verso i lavoratori interessati. L’articolo 39 della Costituzione dalla sua entrata in vigore in realtà non ha avuto una reale attuazione, stante una costituzione materiale diversa da quella ipotizzata dai costituenti e questo ha lasciato irrisolto un problema tanto più cogente nella fasi come questa di crisi e difficoltà economiche, tanto più in presenza di una crisi dell’unità sindacale che ha caratterizzato un’intera epoca delle relazioni sindacali nel nostro paese.

Naturalmente è del tutto evidente il valore che avrebbe realizzare una ripresa del percorso unitario tra le maggiori confederazioni sindacali, tuttavia non si può lasciare una situazione di incertezza come l’attuale che spesso vede sovrapporsi il terreno delle regole con il dissenso di merito fino a generare processi di esclusione immotivata dalla contrattazione. Infatti agli accordi si può legittimamente decidere di non aderire ma gli accordi debbono avere la capacità di un coinvolgimento dei lavoratori sufficientemente fondato su una procedura di approvazione certa e regolata.

L’accordo del 28 giugno 2011 tra le maggiori confederazioni sindacali e le organizzazioni dei datori di lavoro ha affrontato un primo importante sistema di possibili regole, che tuttavia in parte rischiano di essere inefficaci in assenza di un sostegno legislativo e in parte non risolvono, del resto non potevano non avendo forza di legge, aspetti determinanti nella procedura decisionale.

Le regole stabilite contrattualmente chiamano in causa proprio l’assenza di una regolazione legislativa in grado di rendere chiaro quando organizzazioni sindacali rappresentative hanno diritto di concludere un accordo, quando esso è valido perché legittimato da una forma di rappresentanza o di coinvolgimento di tutti i lavoratori, quando si applica a tutti i lavoratori interessati.

In questo quadro l’articolo 8 della legge… rappresenta un ostacolo anziché un contributo a risolvere i problemi e quindi questo articolo andrebbe preliminarmente abrogato per lasciare il campo ad una nuova e diversa regolazione legislativa che renda chiaro che di norma le leggi non sono derogabili (salvo esplicita delega alle parti) in quanto prevedono diritti inalienabili dei lavoratori, che non possono essere derogati, cosa debba essere deciso dalla contrattazione nazionale e in quell’ambito da quella aziendale o territoriale.

Al fine di favorire il lavoro della prossima legislatura ricordiamo che in una recente legislatura fu trovato un largo accordo su un testo di legge che affrontava le questioni della rappresentanza e  della rappresentatività. Questo testo legislativo può rappresentare un’utile base, come del resto la riforma introdotta nel settore pubblico, per affrontare e riformare l’insieme della questione.

L’esclusione pregiudiziale di organizzazioni sindacali dalla contrattazione e dai diritti sindacali, in particolare dal diritto di esercitare il loro ruolo nei luoghi di lavoro, perché non hanno firmato l’accordo raggiunto con la o le imprese è inaccettabile. A nostro avviso contrario alla Costituzione.

Per queste ragioni sommariamente esposte vi chiediamo di prendere impegno a risolvere nella prossima legislatura questo problema che si trascina da troppo tempo e che ora rischia di diventare un elemento di freno alla realizzazione di accordi sindacali in una fase particolarmente difficile e nella quale il coinvolgimento regolato e consapevole dei lavoratori è decisivo per affrontare positivamente le prove del nostro paese.

Vi chiediamo quindi di inserire nel vostro programma per le ormai prossime elezioni politiche l’approvazione di una legge di riforma della rappresentanza e della rappresentatività sindacale in modo da realizzare un avanzamento della democrazia nei luoghi di lavoro.”

*) Alfiero Grandi è Presidente dell’Associazione per il rinnovamento della Sinistra

*) Mario Tronti è  Presidente del centro Riforma dello Stato

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Discussione

3 pensieri su “Lettera di Crs e Ars ai partiti per approvare nella prossima legislatura una legge su rappresentanza e rappresentatività sindacale

  1. Che la contrattazione e la rappresentatività sindacale debbano essere urgentemente normate in maniera più compiuta è cosa conclamata, che la politica finora abbia sottovalutata l’importanza dell’argomento è evidente. All’occhio di chi scrive, i costituenti fecero l’errore di ritenere i partiti politici strumenti sufficienti per l’esercizio della democrazia: all’epoca chi avrebbe potuto immaginare un Presidente del Consiglio imprenditore proprietario di televisioni e giornali; o addirittura Presidente dell’Istituto Bruegel, Presidente europeo della Commissione Trilaterale e membro del Comitato Direttivo del Gruppo Bilderberg; chi avrebbe potuto immaginare un partito dichiaratamente contrario all’unità nazionale; chi avrebbe potuto immaginare il ritorno del fascismo, ancorché in doppiopetto.

    Le storture più gravi tuttavia riguardano molteplici aspetti dell’azione sindacale: nella scuola, dove il sottoscritto lavora, le strutture sindacali “tradizionali” (CGIL, CISL, UIL, SNALS, GILDA) godono del diritto di cercare candidati e sottoscrittori, fare propaganda e convocare assemblee in orario di servizio ovunque, il tutto con permessi sindacali retribuiti, temporanei o totali, sia per i candidati che per i lavoratori che partecipassero alle assemblee: diritto negato alle altre organizzazioni sindacali. Altrettanto negati alle altre organizzazioni sono i distaccamenti sindacali, quando le strutture sindacali sopra citate ne contano almeno duemila, pagate ovviamente dallo Stato, cioè da tutti i lavoratori, anche quelli che hanno votato altro – o che vorrebbero, ma non possono.

    Questo introduce un’altra stortura: la rappresentanza nazionale è contata in base ai voti locali, cioè i voti ottenuti nelle singole scuole – circa dodicimila. Traslando il sistema nel mondo politico, sarebbe come se i partiti dovessero presentare una lista in ogni seggio, e con quei voti entrare in Parlamento: un’assurdità evidente anche al più sprovveduto cittadino. Sembrerebbe ovvio che dalle elezioni europee a quelle municipali ci fossero liste specifiche: invece, se nella singola scuola il singolo sindacato presenta la lista può essere votato, in caso contrario il voto finanche dell’iscritto è perduto, o al massimo è dirottato al “meno peggio”. Sempre sullo stesso argomento, in Parlamento i partiti entrano con il solo computo dei voti, mentre la rappresentanza sindacale è calcolata facendo “media” con gl’iscritti, e questa media dev’essere superiore al cinque per cento – che cosa c’entrino gl’iscritti con i votanti, è vietato sapere.

    Un’altra stortura è la “clausola di salvaguardia”: mentre nel lavoro privato essa concede ai sindacati firmatarî del Contratto Nazionale il 33% dei seggi, indipendentemente dai voti presi nelle elezioni – e già questa mi pare una grave stortura -, nel pubblico impiego addirittura essa impone la presenza dei sindacati firmatarî di contratto a tutte le trattative d’istituto, anche laddove non avessero ricevuti consensi, non avessero iscritti o non avessero neanche presentata la propria lista. In tal modo essi concorrono alla stesura dei contratti decentrati di unità produttiva pur non essendo presenti nell’unità stessa, e ovviamente essi condizionano i rappresentati eletti dai lavoratori, soprattutto se costoro appartengono ad altri sindacati; peggio, a costoro non è consentito neanche di usufruire di un aiuto tecnico nella persona di esperto inviato dal proprio sindacato, diritto invece garantito ai sindacati firmatarî.

    Dulcis in fundo, le assemblee in orario di servizio sono diritto esclusivo delle organizzazioni firmatarie di contratto – e qui, sinceramente, mi sembra che si sfiori l’incostituzionalità: se il sindacato ottiene un seggio nella scuola, ha il pieno diritto d’indire un’assemblea sindacale per parlare con i proprî votanti. Invece no: le assemblee devono essere indette dalla Rappresentanza Sindacale Unitaria nel suo complesso e non dai singoli componenti. A me, modesto osservatore, pare giusto che il contratto di lavoro sia valido solo se firmato dalla maggioranza dei rappresentanti sindacali, cioè dalla maggioranza dei lavoratori (anche quando fosse maggioranza relativa); ma l’assemblea, che nulla ha di decisionale bensì ha solo funzione consultiva, dovrebbe perciò essere libera. Forse che si voglia impedire la critica dei contratti, sottoscritti dalle Organizzazioni Sindacali più rappresentative? o che si voglia impedire l’ascesa di nuove organizzazioni?

    Mi auguro che l’appello lanciato dai due Presidenti sia recepito in fretta dal mondo politico; perch’è un argomento grave e importante, in un tempo in cui il lavoro sembra essere diventato una colpa, invece che un merito.

    Cordialmente.
    Stefano Stronati, assistente tecnico, Liceo Scientifico Ignazio Vian di Bracciano

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    Pubblicato da Stefano Stronati | 30/09/2012, 13:59
  2. Piccola storia ignobile della “rappresentanza sindacale”.
    Si tratta di un problema assurto al livello di vera e propria emergenza democratica. Un problema centrale perché attiene alla democrazia effettiva, quella del lavoro, unica cosa temuta dal sistema: l’autoorganizzazione dei lavoratori. Un problema non a caso negato da tutte le forze politiche: chi ritiene centrale (e centralistica) la forma istituzionale di rappresentanza, crede che la società civile, l’associazionismo, i soggetti sociali, debbano venire conculcati e subordinati e che i sindacati debbano esistere unicamente come “cinghie di trasmissione” del mondo dei partiti. Ergo, i partiti – ognuno dei quali ha propri riferimenti sindacali o “pacchetti” di gestione negli stessi – si sono innanzitutto preoccupati di eliminare qualsiasi possibilità di successo per il sindacalismo libertario ed indipendente.Fino ad oggi, l’intera “sinistra” parlamentare – in primis la cosiddetta “area radicale” – pur sollecitata costantemente e direttamente, è stata del tutto connivente sull’esistenza in questo Paese di leggi sulla rappresentanza sindacale che, in particolare nel pubblico impiego, negano ogni pur minimo senso della democrazia e del diritto.Sino al ’97 le norme richiedevano alle organizzazioni sindacali il raggiungimento della soglia del 5% dei voti validi nelle elezioni di categoria (Consigli di Amministrazione dei Ministeri e Consigli della Pubblica Istruzione, nazionale e provinciali, per la Scuola). Nel periodo intercorrente fra un’elezione e l’altra il calcolo veniva, con un tetto analogo, operato sui sindacalizzati. Il raggiungimento del 5% su lista nazionale significava per le organizzazioni di comparto poter sedere al tavolo delle trattative per il rinnovo del contratto di categoria e per le contrattazioni decentrate di primo livello; una soglia analoga su lista provinciale garantiva la partecipazione alle trattative decentrate locali o di singola “unità produtiva”.La legge “Bassanini” del Novembre ’97 (votata anche dai Verdi e da Rifondazione Comunista, prima che si avviasse la scissione del PdCI), ha stravolto ogni regola. Innanzitutto, con un meccanismo elettorale farsesco che impedisce la presentazione di liste nazionali, imponendo unicamente liste decentrate e delegando alle OOSS concertative la scelta di rito. Così, ad esempio nella Scuola (12.000 sedi centrali), CGIL, CISL, UIL, SNALS e Gilda impongono la presentazione di una lista per istituto, e meno liste si presentano, meno voti si possono raccogliere.Vengono perciò elette “Rappresentanze Sindacali Unitarie” unicamente nei luoghi di lavoro, titolate a trattare solo su questioni minimali, sulla falsa riga di contratti nazionali e provinciali decisi dai rappresentanti nominati dalle burocrazie sindacali senza alcun controllo elettivo. Tanto i firmatari del contratto nazionale hanno comunque titolo alle contrattazioni decentrate (anche a voti zero!). Nel privato, peraltro, si sono dotati della riserva del 33%, percentuale garantita a CGIL, CISL e UIL indipendentemente dai risultati elettorali.Si rende praticamente impossibile alle organizzazioni nuove e non concertative, alle quali è negato a priori ogni strumento di sostegno (persino i permessi sindacali), la competizione con le vecchie strutture confederali, che possiedono nel pubblico impiego un esercito di circa 5.000 “distaccati”. Inoltre alle OOSS “non rappresentative” è interdetta anche la convocazione di assemblee in orario di servizio, di modo che non possano farsi campagna elettorale né trovare i candidati ed i sottoscrittori necessari a presentare le liste. La cosa è persino ridicola, visto che la somma delle firme richieste per validare le liste raggiunge numeri strabilianti (nella scuola occorrerebbero 65.000 presentatori, più dei voti richiesti per raggiungere il 9.5% e più di quanto sia necessario per proporre al Parlamento una legge di iniziativa popolare).Si tratta di numeri congrui per le singole unità amministrative (2% degli aventi diritto), ma assolutamente improponibili nell’ottica di una sommatoria nazionale. Sarebbe come se – nelle elezioni politiche – i partiti fossero obbligati a presentare una lista per ogni seggio elettorale, dovendo così raccogliere almeno 600.000 firme per coprire tutto il territorio nazionale.In realtà diventerebbe imbarazzante per CGIL, CISL e UIL competere ad armi pari, come le regole democratiche invece imporrebbero. Con elezioni nazionali significherebbe passare dal monopolio al pluralismo ed essere, in più, costrette a far scegliere direttamente dai lavoratori anche le proprie delegazioni trattanti.Ma il marchingegno illiberale non si conclude qui. Al fine di favorire i sindacati pronta-firma, è stato inventato un meccanismo ulteriore, assolutamente indecente. Si tratta della cosiddetta “media”: il 5% non viene infatti calcolato più sui voti o sugli iscritti, ma facendo media fra i due parametri. In tal modo la soglia sul dato elettorale sale automaticamente, dovendo i sindacati nuovi compensare la ovvia carenza di iscritti a fronte di quanti esistono da almeno quarant’anni. Se si fosse adottato qualcosa di simile per accedere al Parlamento si sarebbe gridato al colpo di stato, anche perché così non si consentirebbe di fatto la nascita di alcun nuovo partito. Nessuno accetterebbe mai il computo spurio fra voti ed iscrizioni elevato a regime. Significativo è che il 10% dei sindacalizzati (35%) equivale alla metà esatta del 10% sui votanti (70%), utile ad un sindacato di nuova formazione (e se non il 10%, sarà l’otto o il 9%). In tal modo, CGIL, CISL e UIL, che in decenni si sono garantite comunque il 10% dei sindacalizzati, resterebbero “rappresentative” anche qualora non raccogliessero voti!I sindacati che non raggiungono tali folli parametri vengono privati di ogni diritto e spazzati via persino dal piano decentrato, anche se, come l’Unicobas Scuola, possiedono comunque il 10% dei voti nelle elezioni per il Consiglio Scolastico Provinciale ed il 5% delle deleghe nell’ambito di numerose province – come a Roma dove siamo il doppio di UIL e Gilda – e regioni. Un sindacato può anche avere il 60% delle deleghe su base provinciale e non essere ammesso a nessuna trattativa decentrata. In Italia si dibatte molto di federalismo, ma il federalismo viene espunto dalla democrazia del lavoro (1). Una norma del genere, traslata in politica, avrebbe come effetto per i partiti che non possedessero da Canicattì a Bolzano un quorum nazionale calcolato sul 5% di media fra voti ed iscritti (sic!), non solo l’esclusione dal Parlamento, ma anche da ogni consiglio regionale, provinciale, comunale o municipale e, di concerto, da ogni permesso per fare propaganda, manifestare, tenere comizi ed ottenere qualsivoglia rimborso elettorale, visto che in campo sindacale viene negato qualsiasi diritto, anche quello d’affissione. Altro che par condicio !!! Eppure, in ambito sindacale, non si da luogo alla creazione di “governi” e non è quindi in gioco la “stabilità” dell’esecutivo. Un sindacato, al quale la Costituzione non richiede altro che uno statuto registrato, esiste per far valere i diritti dei rappresentati, non per promulgare leggi o leggine. Si ricorda che, differentemente, per entrare in Parlamento sono richieste percentuali ben più basse (dal 2 al 4%, ma solo sui voti validi), così come per aver accesso al finanziamento pubblico dei partiti (1%).Mentre in Europa sindacati come l’Unicobas hanno pieni diritti, nel “Bel Paese” non ci forniscono neanche di un’ora di permesso retribuito. In Francia, ad esempio, con un’analoga percentuale di voti riportata nelle elezioni professionali (vd. SUD Education) – i cui risultati la legge italiana oggi esclude per il calcolo della rappresentanza – avremmo 21 aspettative annue a carico dello stato. In Italia stiamo come nella Polonia dei tempi del generale Jaruzelskij, quando venne messa fuorilegge “Solidarnosc” o come nel Cile di Pinochet, con la differenza che sicuramente c’era meno ipocrisia.Come accennato, per paura che CGIL, CISL, UIL, SNALS e Gilda perdessero ugualmente l’egemonia sindacale sul mondo dell’istruzione (retribuito al livello più basso del ventaglio europeo), all’Unicobas (ed ai sindacati di base) viene negato dall’Ottobre ’99 persino il diritto di tenere assemblee in orario di servizio in qualsiasi scuola (anche se abbiamo 50 iscritti con trattenuta alla fonte su 100 docenti). Finanche negli istituti dove, avendo presentato una lista, abbiamo una o più RSU elette. In aperta violazione di quanto stabilisce lo Statuto dei Lavoratori, che assegna la facoltà di indire assemblee in orario di servizio alle Rappresentanze singolarmente o disgiuntamente (RSA alle quali, per effetto del D.L.vo 29 / 93, sono subentrate le RSU con medesimi diritti). Questa vergogna ennesima, vera e propria opera di regime statuita per contratto dalle OOSS firmatarie in pieno conflitto d’interessi (), è stata sanzionata dalla magistratura con almeno 12 sentenze di condanna per comportamento antisindacale in capo ai dirigenti scolastici responsabili del diniego opposto all’Unicobas relativamente all’indizione di un’assemblea in orario di servizio, ma viene reiterata di accordo in accordo. Le OOSS hanno di fatto assunto la facoltà di legiferare: le norme sulla privatizzazione del rapporto di lavoro nel P.I. garantiscono comunque l’applicazione delle norme contrattuali, anche se contra legem (e le sentenze hanno valore applicativo solo per le singole istituzioni scolastiche alle quali si riferiscono).Il caso della scuola è emblematico di norme ritagliate sugli interessi dei Confederali: nei comuni di Roma, Milano e Napoli (50.000 addetti ognuno), basta presentare un’unica lista con 200 firmatari (la concorrenza del sindacalismo di base è troppo bassa…). Nei provveditorati corrispondenti, che annoverano una pari quantità di dipendenti, occorrerà produrre almeno 600 / 700 liste (una per scuola), con 3.500 firme ed altrettanti candidati (quando difficilmente si raggiungeranno 35.000 votanti).Sarebbe ben altra cosa calcolare la “rappresentatività” con elezioni basate innanzitutto su liste nazionali, poi provinciali e di singolo istituto (per la delegazione trattante di quel livello), nonché solo sul dato elettorale puro. Ma il mondo della politica (evidentemente del tutto omologato a questo sistema stalino-fascista, tace nella sua totalità). Tutti i partiti, a cominciare da quelli comunisti (al governo sino a qualche mese fa), i “democratici”, quelli dell’arco “costituzionale”, i “liberali” ed i liberisti, tacciono anche sulle disparità di trattamento fra sistema pubblico e privato, come per esempio nel caso delle aspettative sindacali a carico delle OOSS (ma con contributi pagati dallo stato), concesse nel privato a chiunque e riservate (persino quelle…!) nel pubblico solo ai “maggiormente rappresentativi”.Il sistema dei partiti è connivente anche su di un’altra regola “aurea”: i pensionati, in questo Stato delle mafie e delle lobbies, possono iscriversi unicamente alle OOSS che sono interne al CNEL, organismo al quale si accede – per l’appunto – solo per nomina politica (in tal modo è entrata anche la CUB…). Vale a dire che persino il sottoscritto, quando andrà in pensione, non potrà decidere di iscriversi al sindacato del quale è segretario, potendo eventualmente (per forza) scegliere solo una delle sigle alle quali lo Stato assegna il monopolio sui pensionati (che sono, guarda caso, la maggioranza fra gli affiliati a CGIL, CISL e UIL…!).Stefano d’Errico (Segretario nazionale dell’Unicobas)1) L’unica possibilità di sopravvivenza a livello locale, prevista però solo nel 2000 “in prima applicazione”, venne legata al requisito dell’affiliazione di almeno il 10% dell’intera forza lavoro. Cosa che, in una zona di media sindacalizzazione (35%) come il pubblico impiego, non era e non è data in Italia in nessuna provincia neanche a CGIL o CISL. Se per far parte di un Consiglio Comunale fosse stata obbligatoria l’iscrizione del 10% degli aventi diritto al voto, non sarebbero mai esistite liste locali in grado di competere.2) Sarà d’uopo ricordare che, fra le sigle più accanite nel sottoscrivere e cercar di far rispettare l’esclusione delle OOSS di base dal diritto d’assemblea, si colloca proprio quella CGIL che – pur contraddicendo per contratto l’art. 20 dello Statuto dei Lavoratori che garantisce a tutti il diritto d’assemblea in orario di servizio – s’è fatta bella per anni della battaglia contro l’abolizione dell’art. 18.

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    Pubblicato da Unicobas | 01/10/2012, 16:21
  3. UNICOBAS: LA DEMOCRAZIA SINDACALE, NOI E LA FIOM

    Il 23 dicembre 2010 FIM-CISL, UILM, UGL e FISMIC hanno firmato accordi imposti dalla Fiat, secondo una prassi consolidata dai sindacati c.d. maggiormente rappresentativi: contratti che erodono i diritti fondamentali dei lavoratori conquistati con dure lotte e sacrifici.

    Marchionne ed i sindacati che accettano la sua logica vogliono imporre a Mirafiori lo “straordinario obbligatorio” (ossimoro che fa rabbrividire). Copiando Brunetta, non vogliono retribuire la malattia se contigua al riposo; pretendono di ridurre ulteriormente la pausa giornaliera; intendono sottoporre gli operai della catena di montaggio ad una flessibilità estrema nell’orario (turni di 10 ore e fabbrica aperta 24 ore). Il diktat Fiat (ratificato con referendum solo col 54% ed unicamente col ricatto ed il contributo determinante di colletti bianchi nostalgici della marcia dell’ottobre 1980) impone la sospensione del diritto di sciopero, costituzionalmente indisponibile, sinora normato nei “servizi essenziali” (quindi non in fabbrica), ma mai eliminato. L’attacco contro i lavoratori colpisce anche le rappresentanze, peggiorando la già discutibile democrazia sindacale italiana: alle sigle non firmatarie sarà impossibile eleggere RSU nell’azienda. Perciò, lo sciopero indetto dalla FIOM-CGIL nel settore auto (colpevolmente non generalizzato dalla Confederazione CGIL) doveva essere esteso e la Confederazione Italiana di Base Unicobas, in lotta da anni per i diritti sindacali, ha proclamato per il 28 gennaio 2011 uno sciopero intercategoriale.

    L’Unicobas, presente in varie categorie, ha fatto sentire il suo peso con l’astensione dal lavoro e nelle piazze. I dipendenti dei settori pubblico e privato hanno contrastato come potevano la rottura dei diritti minimi operata dalla Fiat con l’ausilio di CISL, UIL, FISMIC ed UGL. Dal canto suo, la Scuola (dove l’Unicobas è molto presente), non poteva rimanere inerte di fronte allo smantellamento dei diritti ed alla deregulation del mercato del lavoro, perché ciò rischia di vanificare il ruolo di emancipazione sociale che l’istruzione inevitabilmente riveste.

    Abbiamo offerto la possibilità ai docenti e al personale ATA, precari e non, di manifestare contro il peggior ricatto contro il mondo del lavoro operato dai tempi del fascismo. Del resto, c’è un nesso palese tra le spietate regole del mercato (oggi invalse persino dentro alcuni sindacati e parte dell’opposizione) e la perdita progressiva dei diritti fondamentali.

    Occorre riflettere sulle analogie che accomunano i vari settori. Come si tenta d’imporre ritmi logoranti a Mirafiori, così gli insegnanti sono oberati di incarichi e messi in condizioni sempre più disagevoli, in diretta conseguenza di tagli al personale precario che oramai superano le 100.000 unità. Come agli operai di Mirafiori si propongono meccanismi “premiali” arbitrari e discrezionali, così nelle scuole vengono introdotti criteri di valutazione del “merito”, con il malcelato intento di incentivare la rivalità tra colleghi, mortificare la professionalità, limitare la libertà d’insegnamento.

    Non siamo però disposti a passare sotto silenzio le responsabilità dei sindacati concertativi, CGIL compresa. È stata proprio la loro prassi ad aver portato Marchionne a considerare proponibile la formulazione di accordi unilaterali. In ambito contrattuale, sia nel settore pubblico che in quello privato, sono invalse, infatti, negli ultimi venti anni, limitazioni pesanti al diritto di sciopero e in ordine al riconoscimento delle organizzazioni sindacali non firmatarie di contratto, alle quali, col placet dei sindacati Confederali, viene negato addirittura il diritto di indire assemblee in orario di servizio.

    La prima preoccupazione tattica di tutte le sigle tradizionali è stata per anni quella di eliminare il sindacalismo di base. Grazie a “governi amici” hanno in primis ottenuto che i diritti sindacali venissero accordati solo alle OOSS firmatarie di contratto, ma era evidente che in tal modo si sarebbe data in mano ai padroni delle ferriere l’arbitrio di uno strumento micidiale per legittimare sindacati di comodo. Si aggiunga che l’Italia è l’unico paese europeo che consente al datore di lavoro di conoscere il sindacato di appartenenza del dipendente attraverso la gestione della ritenuta alla fonte e di controllare così anche l’economia delle organizzazioni dei lavoratori. È quindi la parte datoriale a certificare la rappresentanza, valutata tramite le iscrizioni invece che tramite il voto in apposite elezioni come quelle che si fanno in Francia e Spagna.

    Le organizzazioni sindacali tradizionali hanno fatto approvare per il pubblico impiego un meccanismo elettorale indegno, costruito solo sull’elezione di rappresentanze a livello di singolo posto di lavoro. Conteggiando i voti di queste consultazioni si determina la rappresentanza complessiva delle organizzazioni sindacali, verificata quindi senza elezioni su lista nazionale. In tal modo la democrazia è solo apparente: si vota, ma chi presenta meno liste ottiene necessariamente meno suffragi.

    Al tempo stesso, le nuove OOSS, non ancora in possesso dei requisiti di legge, non possono neppure fare campagna elettorale, né trovare nell’unità produttiva i propri candidati, dal momento che è loro interdetto persino il diritto di tenere assemblee in orario di servizio con i lavoratori. I rappresentanti di queste OOSS non godono di un’ora di permesso sindacale e non possono affiggere neanche la pubblicità elettorale. E qualora riuscissero nel compito impossibile di presentare ovunque le proprie liste (nella Scuola, ad esempio, in diecimila istituti), avendo naturalmente percentuali di iscritti minimali rispetto alle sigle che esistono da 50 anni, dovrebbero raggiungere immediatamente il 9-10% dei voti, su un totale pari a quel 70% di lavoratori che si reca alle urne.

    La situazione è talmente assurda che le Confederazioni tradizionali si sono così garantite comunque la rappresentanza sindacale, anche a voti zero. Infatti, seppure non ottenessero neanche un suffragio, rientrerebbero ugualmente nei canoni stabiliti per legge, che prevedono il raggiungimento del 5% facendo media fra voti e deleghe sindacali. Questo perché sia CGIL, che CISL e UIL hanno tutte totalizzato in più di cinquant’anni almeno il 10% dei sindacalizzati (che sono mediamente il 35% dei lavoratori attivi a livello nazionale), e quindi posseggono a priori il 5% “di media” richiesto.

    Sarebbe come se, per le elezioni politiche, i partiti dovessero presentare una lista con propri candidati in ogni seggio elettorale, non avendo nel contempo alcun diritto di propaganda. Va poi aggiunto che anche raggiungendo l’8% (il doppio dei voti dell’UDC), resterebbero comunque non solo fuori dal parlamento, bensì persino dai consigli regionali, provinciali, comunali e di municipio. Inutile aggiungere infatti che il criterio stalino-fascista adottato dalla legge vigente sulla rappresentanza sindacale non prevede soglie di rappresentatività di livello locale (neppure di tipo regionale) e le OOSS di nuova istituzione vengono così lasciate fuori dalla contrattazione anche rispetto agli accordi decentrati stipulati sul piano locale (di scuola-unità produttiva, di provincia, di regione – per le quali non esistono consultazioni sindacali) anche se rappresentano a quel livello, come capita spesso, la maggioranza relativa dei lavoratori di un dato settore. Tutti si riempiono la bocca di “federalismo”, ma il federalismo è espunto dalla democrazia del lavoro (con buona pace dei secessionisti “padani” che governano il Paese).

    Dulcis in fundo, le norme impongono l’appartenenza al CNEL per poter operare iscrizioni fra i pensionati. In tal modo CGIL, CISL, UIL (e sindacati poco rappresentativi come UGL, CISAL e CONFSAL), solo perché introdotte nel CNEL dai loro partiti di riferimento, hanno il monopolio del personale in quiescenza che rappresenta più del 50% dei loro iscritti. Io stesso, in qualità di segretario nazionale dell’Unicobas, al termine dell’attività lavorativa, non potrò iscrivermi al mio sindacato. E questa la chiamano democrazia!

    Proprio la FIOM ha fatto recentissimamente presentare al Senato dall’Italia dei Valori, tramite Maurizio Zipponi, sua “testa di ponte” nel partito, un disegno di legge estremamente carente in materia di democrazia sindacale, mero ricalco della legge vigente nel settore pubblico, introducendo di nuovo e positivo (come già chiedeva l’Unicobas nel suo ddl) solo lo strumento del referendum per validare i contratti (e questa proposta di legge è oggi caldeggiata anche dalla Camusso). Cicero pro domo sua, potremmo dire, visto quanto sta succedendo appunto alla Fiat.

    Riflettano i lavoratori: proprio la FIOM, contro la quale oggi si scatena la nemesi di norme dalla stessa apprezzate sino a ieri, insiste su di un meccanismo iniquo perché pensa di non doverne fare le spese in futuro come invece sta succedendo proprio in queste ore sulla questione della firma dei contratti! Infatti chi, se non la FIOM stessa, potrebbe impugnare la validità di un contratto tramite l’indizione di un referendum, visto che alle altre sigle è interdetto persino il diritto d’assemblea? È proprio sicura la “democratica” dirigenza dei metalmeccanici CGIL che un giorno non così lontano non le capiterà un’esclusione radicale dai diritti sindacali come succede quotidianamente dal 1997 (data d’approvazione della legge truffa, votata all’epoca anche da Vendola e Rifondazione Comunista) al sindacalismo di base?

    La verità è che non si possono usare “due pesi e due misure”: o si è per la democrazia sindacale, davvero, senza se e senza ma, o si è contro. O si è con i lavoratori e con il loro diritto d’esprimersi anche tramite il pluralismo sindacale e sindacati non concertativi e burocratici, o si è contro la democrazia del lavoro, ed in tal caso ne approfitta il Marchionne di turno.

    Per questi motivi, risulta del tutto evidente la differenza motivazionale ed etica dello sciopero del 28 gennaio. L’Unicobas ha scioperato per i diritti di tutti, anche a fianco della FIOM nonostante questa abbia fortemente contribuito, con CISL e UIL, ad impedire sinora una piena realizzazione della democrazia sindacale in questo Paese. Invece la FIOM ha scioperato perché la sua stessa politica sindacale l’ha stretta in un angolo. L’Unicobas ha scioperato per l’unità del mondo del lavoro ed una nuova politica dei diritti: la rappresentanza sindacale va calcolata col voto e solo col voto, senza improponibili “medie” e soprattutto a partire da elezioni nazionali degne di questo nome.

    Imponiamo al mondo dei partiti – che hanno fissato il tetto per raggiungere il parlamento solo nel 4% e con l’1% raggranellano comunque i fondi del finanziamento pubblico – regole per una vera democrazia del lavoro. Si facciano finalmente vere elezioni sindacali nazionali (ed anche di livello regionale, provinciale e di singola unità produttiva)! In tal modo, pure gli iscritti a CGIL, CISL e UIL sarebbero certo meglio rappresentati, potendo in prima persona eleggere chi va alle trattative contrattuali, nazionali e decentrate. Inoltre si liberalizzino le iscrizioni dei pensionati e si facciano referendum per validare i contratti nazionali di lavoro.

    L’Unicobas ha presentato da quasi due anni alla Camera, tramite i deputati IdV Zazzera, Borghesi, Di Giuseppe, Favia, Messina, una proposta di legge in tal senso: quella è l’unica via d’uscita. Per quanto attiene all’IdV, che si ritrova con disegni di legge diversi nei due rami del parlamento, decida finalmente come renderli omogenei sul piano della democrazia effettiva oppure ammetta esplicitamente di aver preso in giro il sindacalismo di base.

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    Pubblicato da Unicobas | 01/10/2012, 16:25

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