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Dalla Teologia della Liberazione al socialismo latino-americano

di Tonino D’Orazio
La Teologia della Liberazione è nata negli anni Sessanta dalla base, dal popolo, prima in Perù, poi in Brasile, e poi in tutta l’America Latina, da religiosi convinti che non si possa insegnare la parola di Gesù senza insegnare anche i diritti delle persone, la coscienza di essere cittadini, la certezza dei propri diritti. In America Latina gran parte della gente vive tuttora in povertà relativa e la maggioranza è di fede cristiana. Quindi la domanda principale di questa è: Dio vuole che noi rimaniamo in questa povertà?

Sicuramente no. Allora la sistematizzazione dell’esperienza di fede dei poveri alla ricerca della loro liberazione è strumento e finalità necessaria. Intanto con comunità ecclesiali di base, di gente povera. Significa coniugare la visione della fede con la liberazione, l’aspirazione e la speranza di superare la miseria, la povertà, la sofferenza, tramite l’impegno, la solidarietà e la lotta per la giustizia, a partire da quella sociale.

Insomma il processo di liberazione dalla povertà tramite la trasformazione sociale e politica. La povertà diventa un peccato sociale da combattere al pari dei vizi capitali.

E’ un programma socialista e di ridistribuzione della ricchezza, anche se molti loro esponenti hanno rifiutato questo appellativo politico. Appellativo affibbiato però senza tanti distinguo dalla Chiesa cattolica romana e quindi da combattere, perché Cristo non era socialista, anche se beatificava i poveri e scacciava i mercanti e i ricchi epuloni dal tempio del Padre e forse anche dal paradiso.

Bisogna dire che il Concilio Vaticano Secondo di Papa Giovanni XXIII aveva recepito nella chiesa l’immensa sofferenza sociale del popolo cristiano e in particolare cattolico. La ventata di apertura sociale fu quasi una tempesta. Ci vollero tre papi consecutivi per annullarne i principi. La lotta continua ancora oggi.

In America Latina invece la talpa della Liberazione continuò a scavare, forse, anche per la lontananza da Roma. Ma proprio lì la repressione delle classi padronali fu più feroce, militare, talvolta vicina al genocidio. Per esempio la pace firmata verso la fine di dicembre del 1996 tra i guerriglieri e le forze armate in Bolivia, pose fine ad un conflitto durato oltre trent’anni, durante il quale morirono, spesso in modo atroce, 170.000 persone.

I numeri parlano chiaro e non sono ignorabili: oltre 200.000 morti e 40.000 desaparecidos, (1960-1996), su una popolazione di dieci milioni d’abitanti in Guatemala.

Le cifre per Argentina e Cile non sono ancora tutte note, ma si viaggia nell’ordine di molte decine di migliaia. In Perù la guerra civile, ha provocato circa 40.000 morti a partire dal 1980. Un silenzio degli innocenti che molti ritengono sia protetto anche dall’omertà della Chiesa ufficiale.

Sembra che tali dati non tocchino il Tribunale Penale Internazionale il quale si occupa prevalentemente di leader ex comunisti, o della genia dei “cattivi” indicati dagli Stati Uniti.

I diversi metodi repressivi, la guerra sporca, gli squadroni della morte, le esecuzioni selettive (in modo particolare di sindacalisti), le sparizioni, le torture, i massacri, ecc.., applicati con particolare accanimento e sevizie dalle varie forze armate e dai gruppi paramilitari e padronali, sono stati assimilati sui manuali e nelle scuole nordamericane, ispirati alla “teoria della sicurezza nazionale”.

Poi vi sono le azioni dirette come l’invasione degli Usa a Granada (1983) e a Panama (1989) a trenta anni di distanza dal tentativo fallito dell’invasione di Cuba (1959), ordinato dal beato (guerrafondaio) JFG Kennedy. I vari colpi di stato kissingeriani del Cile, dell’Argentina, e, prima, quelli del Brasile, del Venezuela, del Guatemala. Nell’applicazione della dottrina Monroe si è continuato ad aggredire militarmente, per più di 40 anni, coloro che in modo pacifico ed utilizzando le vie democratiche, lottavano per la terra ed il diritto di vivere in pace.

La resistenza armata (guerriglia) ne è un prodotto reattivo e al tempo stesso alimentato dall’assenza di democrazia e dal terrorismo di Stato; essa si convertì nell’unica forma possibile d’opposizione lungo tutti gli anni ’60 e ’70.

Però lo scontro diretto non portò a risultati significativi (eccezion fatta per Cuba); in tempi diversi, molte sigle si sono succedute: Sendero Luminoso in Perù, il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale del Nicaragua,  e prima di loro i Tupamaros in Uruguay, l’Esercito rivoluzionario del popolo (Erp) e i Montoneros in Argentina, l’Azione di liberazione nazionale (Aln) e l’Avanguardia popolare rivoluzionaria (Vpr) in Brasile, Sol Rojo in Ecuador, le Forze armate rivoluzionarie colombiane (Farc), Frente patriotico Manuel Rodriguez in Cile, le Forze armate rivoluzionarie (Far) in Guatemala, e più recentemente nel Chiapas, l’Ezln! Esercito zapatista di liberazione nazionale del Messico con il mitico subcomandante Marcos.

Dagli anni ’80, la rivolta e l’occupazione delle terre incolte da parte dei contadini Sin Tierra (Via Campesina) si sviluppa in vari paesi sud americani tra successi e repressioni.

Poi si arriva ai giorni nostri. Il popolo si organizza democraticamente; mette da parte la guerriglia. La nuova sinistra socialista latino americana vince in vari paesi, cominciando dal Venezuela di Chavez. Lo stesso Chavez ha precisato che “la guerra di guerriglia ormai è passata alla storia” in America Latina e che nella fase attuale, “un movimento guerrigliero armato è fuori luogo”.

E’ di poche settimane fa l’accordo tra Farc e governo colombiano per un percorso di uscita dal confronto armato, sotto il patronato di Chavez, di Cuba e della Norvegia. Bella diplomazia quella norvegese, sempre pronta ad aiutare a risolvere le situazioni più drammatiche, compresa quella di Gaza in Palestina.

Cinquant’anni fa persino un prete colombiano, Camilo Torres, scelse di predicare la lotta armata: «Se Gesù fosse vivo, sarebbe un guerrigliero». Quattro anni fa un vescovo, Fernando Lugo, divenne presidente del Paraguay. Due mesi fa, però, l’ennesimo golpe lo spodesta.

Padre J.B.Aristide divenne presidente della repubblica di Haiti, ma fu destituito e esiliato dagli Stati Uniti. I socialisti erano troppo vicino al “cortile di casa”.

Neoliberismo, oligarchie locali e gerarchia della Chiesa romana hanno sempre ritenuto che queste esperienze mettevano insieme il diavolo e acqua santa, e si sono schierati per la repressione fin dalla nascita della Teologia della Liberazione.

Rappresentanti della gerarchia ecclesiastica sudamericana, sin dal 1968, presero posizione a favore delle popolazioni più diseredate e delle loro lotte, pronunciandosi per una chiesa popolare e socialmente attiva tramite le Comunità Ecclesiali di Base.

Comunità impegnate a vivere e diffondere una fede attiva, solidale e partecipe dei problemi della società. Insieme alla discussione dei teologi, raramente è l’intero episcopato ad assumersi il compito di essere al fianco delle lotte di liberazione del popolo e molti vescovi definiscono il loro ministero unilateralmente con il concetto di opzione preferenziale dei poveri.

I contenuti della Teologia della liberazione si trovarono, e si trovano, in contrasto con quelli della Santa Sede, la quale adottò misure disciplinari contro quasi tutti i suoi maggiori esponenti. Wojtyla dichiarò che la «concezione di Cristo come politico, rivoluzionario, come il sovversivo di Nazaret, non è in sintonia con la catechesi della Chiesa.». (nella III Conferenza generale dell’episcopato Latinoamericano, del 28 gennaio 1979). Anzi sollecitò il suo braccio destro Ratzinger (degno prosecutore di una rigida continuità) a sostenere che le ideologie sociali erano incompatibili con la dottrina della Chiesa. Certo non poteva dire dei Vangeli. Quindi sotto il pontificato del pastore Giovanni Paolo II, le pecorelle smarrite furono cacciate dai vertici del gregge e abbandonate.

Leonardo Boff, uno dei primi ideologi e protagonisti della Teologia della Liberazione subì diversi processi ecclesiastici e dovette poi abbandonare, nel 1992, l’ordine francescano. Tanti altri gesuiti (Padre Arrupe) e francescani che si occuparono del sociale e della pace furono espulsi. Troppo vicini al comunismo e al socialismo. La frattura di Ratzinger con l’area latinoamericana apertasi già nei primi giorni del suo pontificato, potrà difficilmente essere ricucita con spettacolari e mediatici viaggi, compreso quello nell’ultimo bastione comunista di Cuba.

Significativo l’omicidio di monsignor Romero, arcivescovo di San Salvador dal 1977 al 1980. Ucciso mentre celebrava messa e denunciava le violenze della dittatura del suo paese. Ai suoi funerali (in cui avvenne un nuovo massacro di fedeli da parte dell’esercito) Wojtyla, su pressioni del governo salvadoregno, non partecipò. L’episodio è rimasto come una macchia nera nel suo curriculum per la beatificazione. Molte responsabilità vengono attribuite proprio a Wojtyla, con i suoi cordiali incontri con i dittatori militari, tanto che successivamente, in una tardiva resipiscenza, dovette riconoscere che la Teologia della Liberazione aveva avuto un ruolo «buono, utile e necessario» per la difesa dei poveri. (Anche perché nel frattempo, il popolo acclamava Romero come santo).

Secondo frei Betto, teorico della Teologia della Liberazione, se si analizzano i quattro Vangeli ci sono principalmente due domande che vengono rivolte a Gesù. La prima è: “Signore, che devo fare per guadagnare la vita eterna?”. “Ecco – spiega il frate – mai questa domanda esce dalla bocca di un povero. Esce sempre da coloro che si sono assicurati la vita terrena e che quindi pensano ad assicurarsi anche l’al di là. È la domanda tipica dell’uomo ricco, che vuol sapere come poter comprare anche il paradiso. E tutte le volte che Gesù ascolta questa domanda si sente a disagio se non irritato.

La seconda domanda che si incontra è invece: ‘Signore, come devo fare per avere una vita in questa vita?’. Ecco, questa viene solamente dalla bocca dei poveri. ‘Le mie mani sono inerti, hanno bisogno di lavorare. Sono cieco, ho bisogno di vedere. Sono paralitico, voglio camminare. Mio fratello è morto, vorrei vivesse. Mia figlia è malata, vorrei che guarisse’. I poveri chiedono a Gesù vita in questa vita. E a loro Gesù risponde sempre con misericordia e compassione. Perché lui stesso ha detto io sono venuto qui perché tutti abbiano vita, e una vita piena”.

Tutto il mondo in cui viviamo oggi è una grande offesa al progetto di Dio. Perché in nessun versetto della Bibbia sta scritto che la povertà è gradita agli occhi di Dio. La povertà è una maledizione. È frutto dell’ingiustizia. Per questo Gesù si pone dalla parte dei poveri e li chiama beati: li considera i protagonisti della conquista di una società in cui tutti veramente avranno una vita degna.

Se la mappa politica dell’America Latina tende a cambiare nei primi anni del XXI secolo, quando in molti paesi, sconfitte le dittature, vanno al governo partiti con programmi progressisti e di sinistra che prevedono l’abbandono del neoliberismo e un’attenzione maggiore alle fasce deboli della popolazione, si può ritenere che questo processo dipenda in buona parte dal metodo e dalle riflessione inaugurate dalla Teologia della Liberazione.

Il lavoro sotterraneo di almeno un trentennio sulla “democrazia partecipata” e la presa di coscienza dei diritti portata avanti con grande sacrificio, spesso anche della vita, da questi oscuri e modesti preti “di base”, del popolo, hanno dato risultati profondi e eclatanti. La povertà non è sconfitta in America Latina, ma la promessa e la coscienza di doverla combattere insieme, rappresentano uno dei punti salienti e praticabili della Teologia della Liberazione. Intanto attraverso il recupero dei beni comuni e della ricchezza delle loro risorse naturali. Non sarà facile, i predoni sono sempre in agguato attraverso i rappresentanti in loco delle lance imperiali del Fondo Monetario Internazionale o della Banca Mondiale.

Per il momento però sembrano non averne bisogno, e il lancio della loro Banca del Sud, sostenuta soprattutto dal petrolio venezuelano, è di buon auspicio.

La riflessione attuale della Teologia della Liberazione aggiunge ai temi tradizionali, la denuncia dell’economia di mercato, l’alienazione che il capitalismo causa a milioni di persone nel mondo e la riscoperta dell’ambiente. Sposa le tesi dei movimenti no global, contesta il neoliberismo, promuove la pace fondata sulla giustizia e la richiesta di una partecipazione democratica efficace da parte dei movimenti di base.

Andando oltre, o riprendendo e continuando le aperture di Vaticano II nello scontro con le gerarchie, la corrente più progressista della Chiesa chiede una reale partecipazione dei laici e delle donne alla guida della Chiesa e il decentramento del potere ecclesiale.

Ma il confronto interno con i poteri curiali sono un’altra storia. L’America Latina, il più grande “serbatoio” della chiesa cattolica, avrà ancora per molto tempo, troppo pochi cardinali. Nell’ultima sfornata dei 22 (6 gennaio 2012) non ce ne sono né per loro, né per l’Africa, la “Chiesa più giovane e in crescita del mondo”. Anche per la fame che vi regna sovrana.

Discussione

2 pensieri su “Dalla Teologia della Liberazione al socialismo latino-americano

  1. Da leggere le Lettere dal Brasile (Società Editrice Fiorentina, 2012), di don Renzo Rossi che, dalla sua base di Salvador (Bahia) visitò i prigionieri politici di tutto il Brasile, portando loro il calore dell’amicizia e la presenza della Chiesa, tessendo fra loro contatti; e incontrò poi in Europa uomini politici e gerarchie ecclesiali per preparare il terreno ad una presa di posizione in loro favore.

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    Pubblicato da Maria Predelli | 20/09/2012, 23:01

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  1. Pingback: Popoli eletti – storia di un viaggio oltre la Storia « - 14/11/2012

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