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ARGENTINA:Le pentole battono contro Cristina

Decine di migliaia di auto-convocati riempiono le piazze delle principali città del paese
di Adriana Bernardotti (Buenos Aires)
Le pentole delle classe media argentina, le stesse che nelle tragiche giornate del dicembre 2001 hanno accelerato le dimissioni e la fuga del presidente De la Rua, si sono fatte sentire forte giovedì sera a Buenos Aires e nelle principali capitali dell’interno dell’Argentina. I manifestanti, organizzati attraverso le reti sociali e senza l’intervento dei partiti politici, si sono concentrati a Buenos Aires nella Piazza di Maggio e in altri punti nevralgici dei quartieri residenziali. Scene similari si sono ripetute a Rosario, Cordoba, Mar del Plata, Mendoza e altre città del paese.

Stupisce a prima vista l’estrema eterogeneità dei motivi della protesta, dichiarati nei diversi cartelloni portati dalla gente e fatti da sé. Forse hanno una parte di verità i sostenitori del Governo, quando dicono che i ceti medi si mobilitano solo quando si sentono accerchiati dallo Stato per disporre liberamente dei suoi denari: nel 2001 si era trattato del “corralito” che poneva limiti ai ritiri dei conti correnti, adesso più semplicemente delle forti restrizioni all’acquisto dei dollari e valute straniere, degli ostacoli creati per viaggiare e fare spese all’estero, di un irrigidimento dei controlli del Fisco legate a queste misure.

Comunque sia, ciò non è sufficiente a spiegare tutti i motivi che hanno radunato alla gente e che non trovano oggi altri canali per esprimersi politicamente in Argentina. L’insicurezza e l’inflazione, per cominciare: i due argomenti in cima ai sondaggi sulle preoccupazioni dei cittadini, temi che sono interdetti nei discorsi del Governo o mascherati nelle loro statistiche. La corruzione, che vede il Vicepresidente Armando Boudou imputato in una causa giudiziaria che ha subito sospette manovre da parte dell’Esecutivo. Il progetto di riforma costituzionale per consentire la terza rielezione di Cristina, progetto promosso da alcuni sostenitori del Governo, ultima delle questioni che ha turbato profondamente il clima sociale perché è stata percepita come un rischio per le istituzioni della Repubblica.

Aldilà dei temi indicati, c’è un motivo che si ripete in tutti i richiami e che riguarda lo stile di governo e forse, ancora di più, i sentimenti e passioni che innesca la figura della Presidente. Chi è uscito a protestare giovedì ha sottolineato soprattutto il suo malessere per quello che sente come autoritarismo, arroganza, superbia, aggressività da parte di Cristina Kirchner; ha manifestato inoltre il fastidio per il suo utilizzo eccessivo della televisione pubblica e privata a reti unificate per trasmettere qualsiasi annuncio o cerimonia di governo.

Lungo i miei articoli su Cambia il Mondo ho seguito, attraverso diverse note ed articoli, i meriti delle politiche argentine negli anni del recupero di una prospettiva di sinistra. Tuttavia non ne ho mai occultato la crescente preoccupazione, e spesso sono a disagio, davanti ad uno stile di governo sempre più auto-referenziale e impostato verso l’attacco permanente al minimo dissenso.

L’incapacità dell’opposizione di costruire alternative credibili – e l’enorme distacco della seconda forza (37 punti) rispetto al partito di governo – è anche una delle ragioni di questo fenomeno, per tanto non imputabile soltanto al kirchnerismo dell’era Cristina.

Di questo vuoto si sono approfittati i principali gruppi monopolisti dei media, che moltiplicano l’eco sugli avvenimenti quotidiani di insicurezza cittadina e terrorizzano i ceti medi con il fantasma di una “chavizzazione” dell’Argentina. Sebbene né il gruppo Clarin, nemmeno il giornale La Nacion, hanno partecipato in qualche modo alla convocazione delle spontanee manifestazioni di piazza, non è stata sicuramente irrilevante l’influenza di uno dei giornalisti televisivi più ascoltato, Jorge Lanata, una specie di Giuliano Ferrara argentino (sia per la corporatura che per le parabole ideologiche), che aveva dedicato la sua puntata dei giorni precedenti alle somiglianze tra i governi di Chavez e Cristina, mostrando come, nel Venezuela, il leader procedeva ad espropriare abitazioni e altre proprietà degli oltraggiati cittadini.

In una spirale che accelera senza sosta, il Governo alimenta a sua volta il clima d’antagonismo e polarizzazione permanente, installando una logica amico-nemico, fondata sulla presentazione dell’azione governativa come una “epopea” patriottica e popolare, che conduce all’accentramento del potere nella Presidente, accompagnata da un cerchio sempre più stretto di fedeli che oggi tutti identificano come “i ragazzi della Campora”, con riferimento all’organizzazione di militanza giovanile fondata da Massimo, il figlio di Cristina.

Molti degli aderenti a “La Campora”, spesso giovanissimi, occupano ruoli importanti di governo o avanzano come dirigenti in questo secondo mandato di Cristina. Alla loro influenza è attribuita una radicalizzazione del processo, rappresentata da alcune recenti iniziative di interventismo statale (es. nazionalizzazioni dell’impresa statale d’idrocarburi YPF, modifica della Carta Organica della Banca Centrale, ecc), che sembrerebbero distaccarsi dal modello di sviluppo capitalista appoggiato sulla borghesia nazionale, inaugurato da Nestor Kirchner.

Ma per il momento si tratta soltanto di misure singolari, perché molte altre azioni possono leggersi in senso contrario, ad esempio, la politica di sfruttamento minerario, molto vicina agli interessi delle grandi corporazioni internazionali.

Il vero paradosso è che la “rivoluzione” che oggi spaventa alla borghesia e i ceti medi che giovedì si sono mobilitati, si materializza più nel piano simbolico che nel piano strutturale. L’organizzazione de La Cámpora rivendica la mistica rivoluzionaria degli anni ’70: il suo nome fa riferimento a Hector J. Cámpora, il presidente della breve stagione nella quale il peronismo di sinistra, “rivoluzionario”, “montonero” è arrivato al potere, fino alla svolta a destra di Perón che ha spinto molti giovani militanti verso la lotta armata e la morte.

Di fronte alle proteste di giovedì, la risposta ufficiale è oscillata tra ignorarle e delegittimarle: “le pentole non preoccupano al Governo; a queste persone che erano nei cortei interessa di più quello che succede a Miami di quanto capita qui”, sono state le prime dichiarazione del Capo Gabinetto Juan Manuel Abal Medina.

In questo clima, il detestato e temuto alleato-nemico Daniel Scioli, governatore della Provincia di Buenos Aires e aspirante successore alla presidenza della Repubblica, continua a mantenere altissimi i propri consensi (già da tempo supera, come immagine positiva, Cristina Kirchner nei sondaggi) e a posizionarsi come una possibile alternativa del peronismo ortodosso o di centro-destra. “Bisogna ascoltare con rispetto e umiltà e sforzarsi di più per realizzare le aspettative” ha dichiarato, con il suo abituale stile parsimonioso che guadagna aderenti senza esprimere mai precise definizioni politiche.

Un altro che costruisce la sua immagine senza parlare di politica, ma sbandierando la necessità di dialogo e moderazione, è il pretendente a leader della destra e attuale governatore della Città di Buenos Aires Mauricio Macri; sulla stessa onda è salito anche Hugo Moyano, fino a poco tempo fa il principale alleato sindacale del Governo, che ha dichiarato che la protesta trova ragione nei “permanenti maltrattamenti che riceve una gran parte della società”.

E’evidente, in ogni caso, che le manifestazioni non sono soltanto un segnale d’allarme per il Governo ma anche un appello ai partiti politici dell’opposizione, che da tempo hanno perso ogni capacità di iniziativa.

La possibilità di costituire delle alleanze di centro-sinistra e centro-destra per le elezioni legislative del 2013, urta con le ambizioni politiche dei vari dirigenti e con la lotta per la supremazia dei partiti. Nel centro-sinistra si succedono conversazioni per formare un cartello che potrebbe riunire al radicalismo (UCR) con il Fronte Ampio Progressista (FAP: socialisti e altri esponenti della sinistra e del mondo sindacale, come la frazione della CTA non allineata con il Governo) che aveva raggiunto il secondo posto alle ultime elezioni; ma molti esponenti della sinistra di questa area temono, a ragione, una riedizione dell’Alleanza e il fantasma del malgoverno di De la Rua.

A destra si contendono la conduzione Macri e i diversi caudillos peronisti, che potrebbero raggiungere un’alleanza. Anche se lo sguardo è sempre puntato verso Daniel Scioli, nell’attesa del momento – che turba i sogni del Governo e dell’opposizione – in cui questo decida di smarcarsi da Cristina.

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Discussione

Un pensiero su “ARGENTINA:Le pentole battono contro Cristina

  1. Un governo democratico si deve rispettare e non sei d’accordo c’è il voto.Quella gente sembra che vuole un colpo di stato e così non si risolve nulla.

    Mi piace

    Pubblicato da Roby | 19/09/2012, 18:46

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