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Perù fa bene i compiti? Il primo anno del Governo di Ollanta Humala

di Adriana Bernardotti (Buenos Aires)
Perù fa bene i compiti: è l’opinione generalizzata dell’establishment economico. Compiuto il primo anno del governo, Ollanta Humala, il presidente che aveva destato alcune aspettative nella sinistra sudamericana e tanti timori nei poteri economici, lascia un bilancio contraddittorio e in generale deludente. Tracciamo un panorama di quanto sta succedendo in questo paese, del quale poco si conosce in Italia.

Ha compiuto un anno al governo del Perú il presidente Ollanta Humala, con un bilancio di risultati molto diverso rispetto a quello che si attendeva la sinistra latinoamericana alla sua assunzione. Un anno di bruschi cambiamenti negli orientamenti politici e nei gruppi dirigenti, come rende evidente la nomina di tre diversi gabinetti di ministri a fronte di successive crisi politiche.

Humala, si sapeva, è un uomo difficile di inquadrare. Militare di carriera – come molti dei leader popolari sudamericani, d’altra parte – annovera nel suo passato qualche sospetto su un suo coinvolgimento in oscuri episodi di tortura negli anni ’90, durante la guerra contro i guerriglieri di Sendero Luminoso. Nel 2000, invece, comanda una ribellione nazionalista contro il corrotto governo di Fujimori[1]; pochi anni dopo fonda il Partido Nacionalista Peruviano che, alleato alla sinistra, lo candida alla presidenza nelle elezioni del 2006, perdute con Alan Garcia.

Ollanta, che si era guadagnato la fama di Chavez peruviano e non nascondeva i suoi stretti rapporti con questo leader che lo aveva sostenuto pubblicamente, ci riprova con miglior fortuna nel 2011, un’altra volta conformando una alleanza con la sinistra (“Gana Perù”) peró mutando filiazione politica dal chavismo venezuelano al Brasile di Lula. Consulenti brasiliani lo accompagnarono nella campagna elettorale, ma è stato uno solo principio – al di là di tutti i consigli di Lula – quello che ha seguito Humala: lasciare il governo dell’economia nelle mani dei neoliberali.

Il Perú ha registrato nell’ultimo decennio una serie di risultati molto positivi nella gestione delle finanze, con benefici che nonostante siano stati molto iniquamente distribuiti,  hanno favorito un miglioramento nelle condizioni di vita della popolazione (es. apparizione di nuovi ceti medi, diminuzione degli indici di povertà), secondo quanto riconoscono tutti gli osservatori.

L’establishment del settore parla addirittura di un “miracolo economico peruviano”, dove quello che conta è la gestione della macroeconomia e “l’ospitalità del clima di affari” verso i capitali, considerata la migliore nel continente assieme al Cile. In effetti, il Perù è oggi uno dei paesi che pone meno ostacoli agli investimenti stranieri e al libero scambio, mentre al contempo dimostra eccellenti risultati macroeconomici: bilanci in positivo sia sul piano dei saldi fiscale che commerciale, debito pubblico molto basso così come l’inflazione (3,4%). Tra il 2001 e il 2011 si è verificato una crescita annuale media del 7%, che ha triplicato il PIL pro capite (vicino a 6.000 dollari), mentre gli investimenti esteri sono aumentati di cinque volte e le esportazioni di sei.

I poteri economici e finanziari apprezzano, soprattutto, la continuità nell’indirizzo economico con i governi di Alejandro Toledo (2001-2006), Alan Garcia (2006-2011) e adesso quello di Humala, appunto, senza particolari soluzioni di continuità. “Dai tempi del fujimorismo, i ministri d’economia non provengono dai partiti che vincono le elezioni, ma dagli organismi finanziari internazionali e dalle banche”, afferma Sinecio López Jiménez, prestigioso accademico e consulente del Presidente.”

Dietro ogni “miracolo” c’è una spiegazione e in questo caso si tratta del boom della Mineria, alimentato dall’incremento dei prezzi e della domanda internazionale di commodities, fondamentalmente proveniente dalla Cina. Il vero miracolo economico del Perù, spiegano alcuni economisti di buon senso, è aver mantenuto il comando della nave per farsi portare dall’onda internazionale perché, d’altra parte, “sarebbe da imbecilli non crescere in un contesto in cui i termini di scambio si sono moltiplicati per tre”[2].

Il settore minerario ha un ruolo fondamentale nelle finanze pubbliche del paese, ha riconosciuto l’attuale Ministro dell’Economia e delle Finanze nel “X Simposium Internazionale dell’ Oro e deII’ dell’Argento” lo scorso mese di maggio: “Negli ultimi dieci anni la produzione di oro si è duplicata mentre quella di rame si è quasi triplicata ed il settore attira più del 50% degli investimenti diretti al paese”[3]. Un’analisi realizzata per l’anno 2010, metteva comunque in evidenza le contraddizioni di questa economia di nicchia e gli scontri che innesca, che sono proprio quelli che hanno angosciato il governo di Humala nel suo primo anno.

“Nel 2010 – rivela – il settore ha rappresentato il 70% delle esportazioni, ha contribuito con il 5,2% del PIL, ha concentrato il 23% dello stock di investimenti esteri, però ha assorbito solo l’1% della popolazione economicamente attiva. E’ stata anche una norma, il ripetersi di conflitti sociali che hanno generato uno scenario di instabilità e incertezza, che ha portato a critiche continue dell’ attuale modello di sviluppo del settore minerario e della sua sostenibilità ambientale”[4].

Sono stati, infatti, gli scontri con le popolazioni vittime dello sfruttamento delle miniere il motivo alla base delle diverse crisi del governo di Humala.

Per maggior precisione, vale la pena menzionare che Ollanta aveva superato il primo turno delle elezioni presidenziali dello scorso anno, con un programma denominato “La Grande Trasformazione” che postulava un forte interventismo statale e che la sua “conversione” si era prodotta nella lotta per il secondo turno, contro la candidata figlia di Fujimori. Nasceva lì il “Foglio di strada” (Hoja de ruta), un secondo programma di governo condizionato dalla nuova alleanza con i settori di centro e centro-destra che le danno l’appoggio di fronte al rischio di un ritorno del fujimorismo, in particolare i socialdemocratici dell’ ex presidente Alejandro Toledo e i liberali dello scrittore Mario Vargas Llosa.[5]

Il nuovo programma accettava la continuità economica, ma incorporando anche come priorità le politiche d’inclusione sociale. Nei primi mesi di governo Humala portò avanti, in effetti, alcune delle promesse della campagna elettorale: la creazione di un Ministero per l’Inclusione Sociale e l’avvio di alcuni programmi sociali, l’aumento del salario minimo, la riforma dello statuto del lavoro aumentando i diritti della classe lavoratrice, l’imposizione di un tributo alle imprese minerarie che oggi rappresenta un ingresso fondamentale per lo Stato, l’approvazione di una legge che impone la consulta previa delle popolazioni amazzoniche per la realizzazione di progetti che coinvolgono lo sfruttamento delle risorse naturali, che costituiva una vecchia richiesta dei movimenti sociali.

Tuttavia, quando nel mese di ottobre scoppia il conflitto nella miniera d’oro di Yanachocha, in Cajamarca, in poco tempo il Governo volta pagina. L’impresa americana Newmont si è impegnata a realizzare grandi investimenti per il progetto denominato Conga, che richiede l’eliminazione di quattro lagune e gran parte del giacimento acquifero per l’estrazione di oro e rame. Esistevano tra l’altro nell’area antecedenti di resistenza popolare contro l’industria estrattiva, e un numero importante di attivisti sociali, ambientalisti e popoli autoctoni in stato di mobilitazione, ai quali Humala aveva annunciato in campagna elettorale che avrebbe considerato l’acqua più importante dell’oro.

Arrivato al potere, il Presidente invece appoggia la realizzazione del progetto e di fronte ai blocchi e altre forme di resistenze dei residenti, dichiara lo stato d’emergenza e invia le forze di gendarmeria a reprimere. Questi avvenimenti portano nel dicembre del 2011 alla rinuncia del Primo Ministro Salomon Lerner, originariamente incaricato delle negoziazioni con la popolazione di Cajamarca, che è stato seguito da altri membri del Gabinetto e da diversi dirigenti e parlamentari che rappresentavano l’ala sinistra dentro la coalizione.

Humala nomina nuovo Primo Ministro il suo ministro dell’Interno, Oscar Valdez, un ex militare che era stato il suo istruttore e che porterà avanti una dura politica di repressione contro le varie manifestazioni di resistenza popolare che sorgono attorno all’attività miniera.

Al conflitto di Cajamarca, ancora aperto, si sono aggiunti quest’anno quelli di Espinar (Cusco), anche questo per la difesa delle risorse idriche contro lo sfruttamento dei minerali, e le proteste di Madre de Dios (al nord del Cusco e Puno) per la resistenza di 5.000 minatori informali contro la norma che autorizza le forze dell’ordine a sequestrare i macchinari di estrazione illegale. La politica di mano dura praticata dal Governo ha avuto il risultato di 17 morti ed ha costretto Humala, qualche settimana fa, a chiedere le dimissioni di Valdez per nominare un nuovo Primo Ministro: Juan Jimenez Mayor.

Il terzo Gabinetto dell’anno, si presenta sotto le bandiere del “dialogo sociale” e nasce con la premessa di riprendere l’interlocuzione con le diverse parti sociali per promuovere politiche per prevenire i disordini senza abbandonare gli interventi fermi e decisi all’occorrenza, in consonanza dunque con quello che è uno degli slogan del Governo: “sviluppo con inclusione sociale e senza soprassalti”.

Humala conclude il suo primo anno di governo molto deteriorato nella sua popolarità (36%, era del 62% alla data dell’assunzione) e con evidenti difficoltà sul piano della governabilità, un problema caratteristico delle forze politiche popolari peruviane dove si dice che “chi perde governa”.

La sinistra è disorientata e non da giudizi uniformi sull’operato fin qui raggiunto e su come procedere d’ora in avanti. Una parte è molto critica della sua gestione. Aldilà della questione sociale nelle miniere, si rimprovera ad Humala ad esempio la politica sui Diritti Umani, il fatto che non fa niente per giudicare i militare responsabili ma, al contrario, rivendica come eroi ad alcuni artefici della guerra sporca contro il terrorismo, in un gesto di fedeltà al suo passato militare e di lealtà ai suoi colleghi.

Un altro tema contestato è la politica estera. Il Perù si mantiene fortemente ancorato all’Alleanza del Pacifico, in accordo con i capi di governo di Colombia, Cile e Messico un’asse di paesi con politiche ortodosse in termini economici, a dispetto di quanto aveva dichiarato inizialmente riguardo a un riequilibrio nelle alleanze regionali e a un avvicinamento al Mercosur in particolare. Non sono state manifestate neanche intenzioni di modificare il Trattato di Libero Commercio, firmato con gli Stati Uniti durante il governo di Alan Garcia, malgrado le diverse declamazioni in questo senso in tempi di campagna elettorale.

Altri settori progressisti sperano ancora in un ritorno sulla strada iniziale, a partire del nuovo cambio di ministri e dell’evidente intenzione di Humala di ripristinare le alleanze a sinistra. Ci si attende, soprattutto, che i proventi della crescita economica possano finalmente dare una spinta alla posticipata agenda di inclusione sociale.


[1] L’insurrezione di Locumba di ottobre del 2000, comandata da Ollanta Humala e dal suo fratello Antauro, accelerò la fine del regime di Alberto Fujimori, ormai in profonda decadenza (esistono sospetti, infatti, sugli sfondi politici di quel movimento militare, risoltosi velocemente senza sparare nemmeno un proiettile). I fratelli Humala si identificavano allora con l’etnocacerismo, un movimento nazionalista fondato dal loro padre Isaac che evoca sia l’Impero Inca, come identità originaria, che l’eroe della guerra del Pacifico contro il Cile Andres Avelino Caceres. Isaac aveva un passato di militante comunista, anche se il suo movimento oscilla tra gli ideali socialisti e quelli nettamente fascisti. Quasi tutti i suoi aderenti sono stati riservisti militari.

[2] Perù: milagro economico?, enero 2009. Perueconomico.com

[3] Castilla: “La minería tiene un rol importante en las finanzas públicas”, en “El Comercio”, 14/05/2012

[4] Alvaro Carpio, Centrum, Pontificia Universidad Catolica del Peru, junio 2011.

[5] Nelle elezioni del 2011 il fujimorismo ha avuto come candidato a Keiko Fujimori, la figlia di Alberto, che era uscita seconda, dietro Humala, nel primo turno elettorale. Il fujimorismo è composto da una pluralità di partiti, senza una precisa linea ideologica, ma nella pratica può definirsi come un movimento conservatore di destra a livello politico (ha buoni rapporti con gruppi tradizionalisti, includendo la chiesa cattolica e i gruppi evangelici) e neoliberale a livello economico. Si ricorda che Alberto Fujimori governò tra il 1990 e il 2000 e adesso è in carcere in Perù, con una condanna di 25 anni per i reati di partecipazione in assassinio, sequestro di persona, appropriazione di fondi pubblici, peculato e falso ideologico. Tra gli avvenimenti più noti dei suoi tre mandati, si può menzionare: la guerra e la sconfitta dei gruppi armati (Sendero Luminoso e altri), le violazioni ai diritti umani, l’auto-golpe e la dissoluzione del Congresso, la politica economica di riforme strutturali sotto direzione del FMI e i successi per ridurre l’inflazione e inserire il paese nel mercato mondiale, le politiche di sterilizzazioni forzate, gli incredibili atti di corruzione, la fuga ed esilio in Giappone da dove rinuncia alla Presidenza per evitare i processi giudiziari, l’estradizione dal Cile per essere finalmente condannato.

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