USA: un debito pubblico che ci fa tremare tutti. In Europa e in Italia
Una serie di interventi di Alessandro Volpi dalla sua pagina Facebook illustrano gli intrecci e le conseguenze della crisi capitalistica, delle guerre, delle narrazioni infondate in auge in Europa e in Italia. I vari aspetti sono riassunti anche nel colloquio video insieme a Paolo Ferrero su Dignità TV

di Alessandro Volpi

C’è un dato colossale che le tante narrazioni televisive e mediatiche italiane sembrano trascurare del tutto, coltivando “un’ignoranza” ben condivisa con le forze politiche. Provo a metterlo in chiaro, sperando che possa essere valutato nella sua enormità. Il debito federale (pubblico) degli Stati Uniti sta ormai avvicinandosi a 40 mila miliardi di dollari, una cifra monstre che presenta alcune caratteristiche. In primo luogo è un debito che corre perché per trovare compratori paga interessi sempre più alti: i titoli a 10 anni hanno superato ormai il 4,5% di interesse e i trentennali sono ben oltre il 5%. Si tratta poi di un debito che, nonostante questi tassi, trova sempre meno compratori esteri: ormai la quota di debito federale in mano a investitori, pubblici e privati, esteri è inferiore al 21%, minimo storico per gli Stati Uniti. In altre parole, nessun compratore estero si fida più del debito federale Usa tanto è vero che i cosiddetti Credit Default Swap, le assicurazioni contro la mancata restituzione del debito americano, sono oggi fra le più alte del mondo, persino più alte di quelle per il debito italiano, e soprattutto dal 2021 sono quadruplicate.

In tale direzione gioca un altro fattore clamoroso: il debito federale Usa è ormai vicino ad essere pari alla metà dell’intero debito pubblico mondiale di tutti gli Stati del mondo: 40 mila miliardi su 92 mila e si prevede che con questo andamento degli interessi entro tre anni il debito federale degli Stati Uniti peserà sul totale mondiale per oltre la metà. In pratica un solo Stato, che non è la più grande potenza mondiale, è indebitato, da solo, per la metà del debito pubblico mondiale: se ci guardiamo indietro, capiamo la gravità della questione perché nel 1975 il debito Usa era il 25% del debito globale e ancora nel 2020 non arrivava al 35%.

il trend ormai pare inesorabile: è inutile sottolineare cosa vuol dire per gli Stati Uniti trovare le risorse per coprire una montagna così alta e, al contempo, cosa significa una presenza così imponente per i mercati obbligazionari, e dunque per i titoli di Stato degli altri paesi, schiacciati dal debito Usa e costretti a competere con interessi sempre più insostenibili perché dettati da un gigante malato come il debito degli Stati Uniti. Peraltro, un debito così svalutato obbliga la Federal Reserve del nuovo presidente Kevin Walsh a non toccare i tassi con conseguenze sociali pesantissime per un popolo di indebitati come quello statunitense.

Ma, potrebbero obiettare i teorici della indistruttibilità degli Usa, il rapporto fra debito e Pil negli Stati Uniti tiene e quindi il debito è sostenibile. In realtà non è più cosi: oggi il rapporto tra debito e Pil negli Stati Uniti è quasi del 137% mentre era di poco superiore al 100% ancora nel 2018. Quindi anche su questo versante la sostenibilità è decisamente scarsa.

A rendere la situazione ancora più grave poi è la sostanziale assenza di un risparmio liquido in grado di coprire il debito, magari con prelievi fiscali straordinari, perché il tasso di risparmio negli Usa è del 4%, ben poco rispetto al tasso europeo, pari al 15%, per non parlare di quello cinese al 45%. Certo, in un momento drammatico di rischio di insolvenza (default…) potrebbe essere fatta convergere verso i titoli del debito la mole enorme di liquidità impegnata nelle ipertrofiche Borse Usa, ma questo significherebbe uno schianto della bolla finanziaria di proporzioni gigantesche, tale da travolgere l’intero capitalismo finanziario globale per “salvare” il debito Usa.

Infine, per comprendere la dimensioni del fenomeno proprio da questo ultimo punto di vista, occorre esaminare chi, oggi, possiede il debito federale Usa, soprattutto quei 32 mila miliardi che sono sul mercato.

I grandi gestori del risparmio Usa, le grandi banche e i grandi fondi hanno, attualmente, poco meno della metà del debito Usa e rappresentano la componente che maggiormente ha incrementato la sua percentuale di possesso. In altre parole, BlackRock, State Street, Fidelity e i fondi consimili hanno in mano buona parte delle sorti del debito Usa verso cui drenano una porzione considerevole della loro liquidità ma, parallelamente, devono “garantire” la tenuta dei titoli azionari dei quali sono azionisti di riferimento, a cominciare dalle Big Tech (Nvidia in primis).

Allora la coperta diventa davvero corta: il debito Usa esplode, costa moltissimo, si svaluta e non trova compratori a parte i grandi fondi che devono però tenere in piedi anche la bolla finanziaria. Il pericolo per il capitalismo finanziario è che i risparmi globali di cui i grandi gestori si sono impossessati non bastino più a evitare il fallimento del debito Usa e a garantire la bolla finanziaria. Lo schianto non è troppo lontano, anche perché l’ipotesi di stampare dollari per coprire il debito, il Sacro Graal del signoraggio, è ormai finito e la dedollarizzazione un fenomeno in corso. (21 maggio 2026)


COME SGANCIARSI DALLA CRISI DEL CAPITALISMO FINANZIARIO?

Cuba come il Venezuela.

di Alessandro Volpi

L’isola caraibica figura tra i primi paesi al mondo per riserve di nichel e cobalto, di cui hanno bisogno vitale Tesla, GM, Ford e Apple. In questo momento la gestione è in mano ad una joint venture tra il governo cubano e la società canadese Sherritt International. Guarda caso, in questi giorni, mentre arriva la portaerei americana Nimitz, Ray Washburne, ex consulente di Donald Trump ed ex capo dell’agenzia governativa OPIC/DFC, alla testa di Gillon Capital, ha firmato un accordo preliminare per acquisire il 55% di Sherritt International, con il beneplacito del Dipartimento di Stato e del Tesoro USA. Nell’operazione è coinvolto anche il fondo newyorchese Orion Resource Partners, in collaborazione con la U.S. International Development Finance Corp, che rappresenta il braccio finanziario del governo federale. Le materie prime necessarie alle Big Tech Usa e alla connessa speculazione finanziarie hanno determinato l’incriminazione di Raul Castro. Puro imperialismo. (22 maggio 2026)

Continuo a leggere “Neoliberali” e “liberali progressisti” che sono ostili ad ogni ipotesi di riforma fiscale

di Alessandro Volpi

Sostengono che in Italia il problema non sono le risorse destinate alla spesa pubblica, ma la qualità della spesa. Parto dal primo punto. Fino al 90-95% della popolazione il sistema è progressivo per cui l’aliquota effettiva cresce all’aumentare del reddito. Oltre il 95° percentile (redditi sopra i 75-80 mila euro) la progressività si arresta o si inverte. Per il top 1% e 0,1% (ultra-ricchi) il sistema diventa chiaramente regressivo. Chi guadagna oltre 500.000 euro l’anno paga un’aliquota effettiva (circa il 36-37%) inferiore rispetto a chi sta nelle fasce medie o medio-alte. La regressività per i più ricchi è dovuta principalmente a tre fattori: 1) Tassazione dei capitali vs Lavoro. Mentre i redditi da lavoro sono soggetti alle aliquote IRPEF (che arrivano al 43%), i redditi da capitale (dividendi, rendite finanziarie, affitti con cedolare secca) sono tassati con aliquote piatte (flat tax) molto più basse, solitamente il 26%. Poiché i ricchissimi traggono la maggior parte del loro sostentamento dal capitale e non dal lavoro, il loro carico fiscale medio scende. 2) Contributi Sociali. I contributi previdenziali sono regressivi per natura poiché prevedono dei tetti massimi (massimale contributivo) oltre i quali non si paga più nulla, e non si applicano affatto sulle rendite finanziarie. 3) Erosione della base imponibile. L’introduzione di regimi sostitutivi (come la flat tax per le partite IVA fino a 85.000 euro) ha creato “nicchie” di tassazione agevolata che sottraggono redditi alla progressività dell’IRPEF. C’è poi il fattore della regressività “occulta” per le fasce basse rappresentata dalle imposte indirette. Per le persone con redditi bassi, la regressività non deriva dalle tasse sul reddito (spesso azzerate dalla no-tax area), ma dalle imposte indirette come l’IVA e le accise. Negare questi dati, significa negare l’evidenza. In merito alla sanità è necessario smontare la tesi liberal della cattiva natura della spesa e non della quantità. Il dato citato spesso è quello relativo alla crescita della spesa sanitaria nel corso del tempo. Nel 2000, la spesa sanitaria pubblica era il 5,5% del Pil oggi è del 6,4%, quindi è maggiore, di cosa ci lamentiamo? In realtà questo confronto è folle perché non tiene conto dell’invecchiamento della popolazione, dell’avanzamento delle cure mediche che hanno introdotto farmaci decisivi ma ancora troppo costosi, della comparazione con gli altri paesi europei dove la spesa pubblica per la sanità è ormai vicina al 10% del Pil (Francia, Germania) e dell’aumento significativo della spesa sanitaria privata che rappresenta ormai oltre il 25% della spesa sanitaria globale. I fenomeni neoliberal non vivono nel mondo reale. (23 maggio 2026)

Verso la depressione in EU

di Alessandro Volpi

Basta. Il lettone Valdis Dombrovskis, Commissario Europeo per l’Economia (con deleghe anche alla Produttività, l’Attuazione e la Semplificazione) nella Commissione von der Leyen, ha dichiarato, a margine delle pessime previsioni sull’andamento dell’economia Ue nel 2026 e nel 2027, che l’unica strada è quella dell’austerità: poca spesa pubblica, poco debito e “cautela”.

Per capire la follia di queste posizioni è utile fare riferimento proprio ai numeri forniti dalle “stime di primavera” della Commissione von der Leyen. La “crescita” nel 2026 sarà secondo lo scenario migliore del 1,1% e in quello peggiore dello 0,5%, mentre nel 2027 dovrebbe “salire” all’1,4 nell’ipotesi migliore e allo 0,7 in quello peggiore.

Dunque, l’economia della Ue, secondo le valutazioni della stessa Commissione, è inchiodata allo 0%, peraltro con il rischio reale di peggioramenti severi, qualora la crisi di Hormuz non si esaurisse rapidamente!!. Ancora secondo i dati della Commissione, questo ridottissimo incremento del Pil è dipeso quasi interamente dall’effetto dell’intervento pubblico del PNRR, che garantisce una spinta almeno dello 0,4%: quindi senza l’intervento pubblico – e sottolineo pubblico – l’affanno sarebbe totale.

Ma la sequenza di dati eloquenti non finisce qui. Nel 2026 saranno assai probabilmente 11 gli Stati europei in cui il rapporto deficit/Pil sarà superiore al 3% e che sono in procedura di infrazione: tra questi figurano la Francia, l’Italia, la Polonia, la Romania e persino la Germania. E’ significativo notare che tra i paesi “virtuosi”, sotto il 3%, compaiono il paradiso fiscale dell’Irlanda e i grandi beneficiari netti di finanziamenti europei come Lettonia, Lituania, Estonia e Croazia.

Alla luce di questi dati la domanda che sorge spontanea è semplice. Cosa significa per i paesi che non rispettano il vincolo del 3% seguire la “dottrina” Dombrovskis-von der Leyen del rigore? Significa correggere i propri conti pubblici dello 0,5% del Pil l’anno. Per l’Italia, ad esempio, vuol dire un taglio di 10/11 miliardi di euro, da reperire sottraendoli, in primis, alla spesa per il Welfare e per gli investimenti pubblici.

Estesa a tutti gli 11 paesi che stanno violando la regola europea, questa prospettiva si traduce in decine di miliardi tolti ad ogni possibilità di miglioramento delle condizioni economiche solo per rispettare un vincolo del tutto privo di senso. Peraltro proprio l’esperienza del PNRR dimostra che solo gli investimenti pubblici tengono in piedi il paese. Ma perché la regola europea è priva di senso? La risposta è chiara.

L’impianto dei vincoli europei dovrebbe servire ad evitare la crescita dell’inflazione e un maggior costo dei debiti pubblici: due condizioni che, attualmente, hanno ben poco a che vedere con il rispetto del Patto di stabilità. L’inflazione dipende infatti dall’aumento dei prezzi dell’energia e dei beni importati in Europa e non certo da un aumento dei consumi interni; quindi se per ridurre l’inflazione si punta ad azzerare, con l’austerità, i consumi si determina lo strangolamento della popolazione e del sistema produttivo europei.

La seconda condizione riguarda l’aumento degli interessi sul debito pubblico. Tale aumento dipende, in questa fase, dalla forte lievitazione dei rendimenti del colossale debito USA che fa concorrenza ai debiti del resto del mondo; ma si tratta di una concorrenza disperata perché il debito statunitense è fortemente in crisi proprio per la sua dimensione monstre. In questo senso se gli Stati europei facessero più debito, garantito dalla Bce, avrebbero le risorse per finanziare nuovi Piani di intervento pubblico, in grado come il PNRR di spingere la domanda, senza che questo possa riverberarsi troppo sui tassi di interesse e soprattutto li renderebbe sostenibili attraverso l’incremento del Pil. Risulta così palmare che l’Europa di questa Commissione è devastante; anche perché il sospetto vero è che l’austerità punti dalla distruzione degli Stati sociali per costringere la popolazione europea a destinare tutti i suoi risparmi alla finanziarizzazione della Borsa americana dove stanno arrivando le tre operazioni del secolo, la quotazione di Space X, Anthropic e Open Ai, per cui serviranno 5000 miliardi di dollari. (23 maggio 2026)

Sul Festival dell’economia di Trento

di Alessandro Volpi

La pericolosità delle narrazioni dominati. Il Festival dell’economia di Trento, organizzato dal “Sole 24” è davvero una delle espressioni più emblematiche della totale irresponsabilità delle classi dirigenti e di un servilismo quasi scurrile. Partiamo dal titolo: Dal mercato ai nuovi poteri.

Bel titolo, peccato che di nuovi poteri non si sia parlato, o meglio i nuovi poteri stanno nella perfida Intelligenza Artificiale, raffigurata come un’entità astratta e senza padroni, un Leviatano indefinibile quanto potente, del tutto estraneo al capitalismo e anzi un suo pericoloso nemico, a cui bisognerebbe imporre “una morale”, meglio se molto cattolica, direi ecclesiastica. Naturalmente, nessun accenno ai fondi, ai grandi gestori, all’ipertrofia finanziaria, allo scandalo dei super profitti bancari e energetici, all’esplosione delle disuguaglianze. Il problema è dare un futuro ai “giovani” minacciati, appunto, dall’IA.

Per legittimare questa farsa sono stati chiamati due premi Nobel per l’economia, solerti a celebrare l’innovazione “buona” e la distruzione “creativa” e due premi Nobel per la pace dal chiarissimo significato politico. Sui palchi si sono succeduti ben 20 membri del governo Meloni, la presidente del Parlamento europeo Roberta Metzola, Carlo Calenda, Matteo Renzi, omaggiato di una amichevolissima intervista del “sacerdote” di rito ortodosso Sebastiano Barisoni, e Elly Schlein, che non si capisce perché non poteva mancare.

Ma la parte più significativa è stata quella “popolare” con la trasmissione la Zanzara di Giuseppe Cruciani e David Parenzo, due totali idioti assurti al ruolo di animatori del “vero popolo”, e con la presenza di Fedez, impegnato in una riflessione sui grandi temi economici. Naturalmente lo sponsor principale è stato Intesa San Paolo, con Enel, Angelini e Confcooperative. I nuovi poteri non sono stati citati ma hanno messo in piedi una formidabile compagnia di giro. (24 maggio 2026)

Trump, Neocon, Iran

di Alessandro Volpi

Le difficoltà di Donald Trump a porre fine alla guerra in Iran hanno una causa principale. Gli Stati Uniti hanno attaccato per tentare di risolvere una crisi economica e sociale devastante, dal debito pubblico ormai praticamente insostenibile, al debito privato pesantissimo con questi tassi di interesse, alla perdita del primato produttivo, all’inefficacia dei dazi, alla perdita di credibilità del dollaro, alla difficoltà di gestire la iperbolica bolla finanziaria. Il controllo di Hormuz sarebbe stato la chiave di volta di questa guerra imperiale di una potenza in rapido declino; ma, proprio perché in declino, gli Stati Uniti non possono accettare una soluzione che non risolva, almeno in parte, i suoi enormi problemi e questo li rende pericolosissimi. Anche perché, paradossalmente, i repubblicani e i democratici al Congresso stanno già rinfacciando a Trump un’eventuale eccessiva debolezza nei confronti dell’Iran. E dunque, l’ex Tycoon, dal carattere assai bizzoso, potrebbe reagire nel peggiore dei modi alzando il livello della guerra in un tragico “muoia Sansone con tutti i filistei”, convinto che Cina e Russia, per motivi diversi, non interverrebbero nello scontro; uno sbaglio di valutazione davvero enorme. (25 maggio 2026)

La Russia emette titoli del debito federale in Yuan

di Alessandro Volpi

Il mondo cambia, rapidamente. Il governo russo ha emesso, nuovamente, titoli del debito federale in Yuan, con un rendimento del 7,5% per un valore equivalente a circa 2 miliardi di dollari. Si tratta della seconda emissione dopo la prima, avvenuta a dicembre 2025. L’operazione serve fondamentalmente a dare una destinazione alle entrate derivanti dalle esportazioni russe in Cina, pagate in Yuan; una sorta di sistema chiuso tra i due paesi che ha però una grande potenzialità. Se tutti i paesi che scambiano con la Cina – sono ben 114 – e che la Cina sta cominciando a pagare in Yuan emettessero il proprio debito in valuta cinese, lo spazio del dollaro si ridurrebbe progressivamente e lo Yuan raggiungerebbe in maniera graduale una convertibilità in grado di fare una vera valuta internazionale, in cui denominare poi anche una rete finanziaria volta a raccogliere i risparmi mondiali in fuga dal pericoloso debito Usa. La crisi Usa e il servilismo europeo stanno bruciando le radici del capitalismo finanziario rispetto al quale l’euro del folle Patto di stabilità è solo lo strumento per giustificare una drammatica austerità. (25 maggio 2026)


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