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TEMPO SCADUTO: Europa al bivio

di Massimo Demontis (Berlino)
Non se ne può davvero più di vertici tra i capi di stato e di governo convocati per salvare l’euro e l’Eurozona. I risultati di questi summit sono sotto gli occhi di tutti e sono piuttosto magri: si discute molto, si litiga per lo più, ma nessuno sembra avere una visione chiara dei problemi che scuotono l’Europa, nessuno sinora è stato in grado di presentare un piano strategico per salvare l’euro, l’Eurozona e la stessa idea di Unione europea.

A lanciare allarmi sul futuro dell’Europa sono tutti bravi, ma poi quando si deve decidere quale strada prendere i leader europei si chiudono nelle quattro mura confortevoli dell’interesse particulare.

Una situazione paradossale visto che non riusciamo a vedere la luce in fondo al tunnel di una crisi che ha messo in ginocchio tutti i paesi dell’area mediterranea e causato enormi sofferenze a milioni di persone.

Per chi suona allora la campana? Per la politica innanzitutto.

Si può discutere se la crisi attuale è figlia delle speculazioni finanziarie o di mercati e globalizzazioni incontrollate e senza regole, del turbocapitalismo, degli hedge fund o delle responsabilità delle agenzie di rating.

A prescindere dai punti di vista di chi individua l’origine della crisi in uno o più dei settori citati, bisogna dire a chiare lettere, anzi bisogna urlarlo affinché tutti sentano e capiscano, che il problema è la politica o anche la politica.

La crisi ci sbatte in faccia giorno dopo giorno, vertice dopo vertice, il fallimento della politica, fallimento che potrebbe tradursi in qualunque momento nel fallimento della democrazia.

Non possiamo nasconderci dietro un dito e non vedere che la crisi, soprattutto nei paesi mediterranei, è stata causata anche dalla politica. In Grecia due partiti e due famiglie gestiscono da generazioni le sorti di quel paese, ridotto allo stremo, con i risultati che abbiamo visto. Non molto diversa la situazione in Italia, dove il ricambio delle classi dirigenti che siedono in parlamento da venti, trent’anni, è una chimera.

Pur avendo fondamentali diversi, come si dice in gergo giornalistico, tutti i paesi dell’area mediterranea dell’Eurozona sono caratterizzati da immobilismo politio e decisionale, da sistemi politici e in alcuni casi anche elettorali bloccati, vecchi, farraginosi, dalla mancanza di riforme strutturali, da una pubblica amministrazione pletorica e malfunzionante, da una gestione della spesa pubblica poco oculata, fatta più di sprechi che di interventi qualificati, da uno stato sociale sempre più debole se non inesistente, da una scuola, università e ricerca sostanzialmente distrutte – che poi significa distruggere il futuro – da un mercato del lavoro atrofico, dominato dalla precarietà, da stipendi da fame e da generazioni di giovani che forse un lavoro non lo troveranno mai.

E poi ci sono le mafie che imperversano, che come un cancro inarrestabile hanno ammorbato la politica e l’economia e ormai controllano le scelte politiche, economiche e i processi decisionali, da sud a nord. E c’è la corruzione e la corruttibilità diffusa, si veda a questo proposito l’ultimo rapporto di Transparency International, l’evasione e l’elusione fiscale, lo scarso senso dello stato e del bene comune a vantaggio degli interessi familiari e di gruppo piuttosto che di quelli generali e di comunità.

Solo un sussulto della politica, deputata a trovare soluzioni, può salvarci dalla crisi che sta sconquassando l’Europa, ammesso e non concesso che i leader europei lo vogliano veramente, che siano in grado di farlo e che non sia troppo tardi.

Ma è altresì necessario un sussulto dei cittadini per costringere i leader politici a prendere decisioni.

Mentre prosegue il teatrino dei vertici, con la Merkel, Hollande, Monti, Rajoy, Barroso, Van Rompuy e tutto il gotha della politica internazionale che litigano sui debiti sovrani e sulla rigidità della Germania, sul fiscal compact, sulla crescita e sugli Eurobonds il tempo per salvare l’euro e l’Eurozona è scaduto.

I segnali sono molteplici. Le vere e proprie scommesse sulla fine dell’euro, le previsioni dei guru dell’economia e della speculazione finanziaria, gli inviti a tornare alle vecchie valute nazionali, la crescente insofferenza delle opinion pubbliche nei confronti dell’euro ma anche dell’Unione Europea, la grande instabilità del sistema Target2.

Dopo aver discusso al telefono con Obama della crisi dell’Eurozona, domani arriva a Berlino il premier britannico Cameron per chiedere alla Merkel “un piano immediato per la risoluzione della crisi e iI ripristino della fiducia nei mercati” ha reso noto a Londra un portavoce del governo. Cameron chiederà alla cancelliera tedesca un accordo su una strategia anticrisi da approvare al G20 che si terrà il 18 e 19 giugno in Messico o al più tardi al vertice di Bruxelles di fine giugno e la rapida introduzione degli Eurobond, finora respinti con veemenza dalla Merkel.

L’incontro di domani e i prossimi giorni ci diranno sino a che punto la Merkel è disposta a fare compromessi senza perdere la faccia e soprattutto se vorrà e saprà convincere la sua maggioranza e l’opinione pubblica tedesca entrambe contrarie agli Eurobond.

Intanto, secondo indiscrezioni del settimanale tedesco Welt am Sonntag, il presidente del Consiglio europeo Van Rompuy, il presidente della Commissione UE Barroso, il presidente dell’Eurogruppo Junker e il presidente della Bce Draghi starebbero preparando un documento per il salvataggio dell’euro e dell’Eurozona da presentare al vertice di Buxelles del 28 giugno. Il documento si articolerebbe su quattro direttrici: unione bancaria, fiscale e politica e riforme strutturali.

Vedremo se ancora una volta si tratterà di belle intenzioni soltanto annunciate oppure se siamo finalmente di fronte ad una accelerazione vera e ad una road map condivisa di proposte, soluzioni, date e documenti concreti. Tempo non ne abbiamo più perché già scaduto.

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