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Egitto: tempeste e nebbie

di Elisa Ferrero (Il Cairo)
Questa mattina (18/04, ndr), il Cairo e l’Egitto si sono svegliati sotto una portentosa tempesta di sabbia (piazza Tahrir nella foto). Cosa frequente e normale in questa stagione, ma la tempesta è anche una bella metafora della situazione attuale nel paese, così come la scarsa visibilità che porta con sé. Sempre questa mattina, si scherzava sull’interpretazione metafisica da dare alla tempesta di sabbia: è il segno dell’ira divina per aver escluso Abu Ismail dalle elezioni presidenziali oppure, al contrario, è il segno che Dio ne ha abbastanza dei sostenitori del salafita, che hanno iniziato un sit-in di protesta, e vuole costringerli a tornare a casa?

Ma torniamo a ieri sera, quando la Commissione Elettorale ha finalmente annunciato la sua decisione in merito ai ricorsi degli esclusi dalla corsa alla Presidenza: squalifica confermata per tutti e dieci, incluso il salafita Hazem Abu Ismail, l’ex capo dell’intelligence Omar Suleyman e il candidato dei Fratelli Musulmani Khairat el-Shater. Abu Ismail non l’ha presa bene. E’ rimasto in attesa del verdetto davanti alla sede della Commissione Elettorale, assieme a un centinaio di suoi sostenitori che sono andati aumentando nella notte. Poi, alla notizia della sua esclusione definitiva, ha tentato di fare irruzione nell’edificio, ma è stato fermato dalle guardie. Pertanto, infuriato, ha tenuto un discorso ai suoi fans, nel quale ha sostanzialmento dato del miscredente a chiunque avesse abbandonato il luogo, invitando i presenti a dare inizio a un sit-in a oltranza. Lui, però, se ne è andato. Per fortuna, nonostante qualche tafferuglio iniziale, la situazione non è degenerata, come temevano invece molti egiziani. Tuttavia, non bisogna abbassare la guardia, perché gli Hazeemoon (dal primo nome di Abu Ismail, Hazem, che in arabo ha anche il significato di “determinato”, “risoluto”) progettano di spostarsi in piazza Tahrir venerdì prossimo, dove saranno presenti anche altri manifestanti di ogni colore politico.

Come l’hanno presa, invece, gli Shateroon (da Khairat al-Shater, dove “shater” in arabo vuol dire “furbo”, “intelligente”)? Con rabbia, naturalmente, ma con più stile. In effetti la Fratellanza Musulmana aveva già pensato all’eventualità di un’esclusione di al-Shater ed era corsa ai ripari preparando un rimpiazzo, ovverosia Mohammed Morsy, presidente del Partito Libertà e Giustizia. La Fratellanza ha immediatamente dato inizio alla sua campagna elettorale, anche se sarà più difficile, perché Morsy non ha il carisma di al-Shater, descritto dai suoi fans addirittura come un “novello Giuseppe”, in grado di salvare l’Egitto dalla catastrofe economica, trasformando anche la polvere in oro halal. E adesso – sghignazzano i giovani liberali – a quale profeta paragoneranno il grigio Morsy?

Che dire invece di Omar Suleyman? In realtà c’è chi crede che la sua candidatura sia stata soltanto una farsa, voluta dal Consiglio Militare per “coprire meglio” la squalifica degli islamisti. Suleyman è un personaggio troppo furbo – pensano costoro – per farsi squalificare solo per una manciata di firme. Chi lo sa…

Nel frattempo, è stata avanzata la proposta di formare una nuova Costituente con il 75% di membri eletti al di fuori del Parlamento. Il problema, però, è che se si vuole riscrivere la Costituzione prima delle presidenziali, non resta che poco più di un mese. Come si fa a eleggere la Costituente, scrivere la nuova Costituzione e sottoporla a referendum in questo breve periodo? E’ un’impresa impossibile, se si vuole fare un lavoro serio. Chi vincerà? Il partito che vuole rimandare la Costituzione a dopo le presidenziali, svincolandola dal controllo dei militari, oppure il partito che vuole eleggere il nuovo Presidente con poteri ben definiti e dunque desidera prima scrivere la Costituzione, a costo di rimandare le elezioni? E se le elezioni fossero davvero rimandate, come reagirebbe la popolazione egiziana?

Nulla è ancora scontato.

 

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19 Aprile:

Alla vigilia di una nuova milioniya, che vedrà il ritorno in piazza Tahrir di quasi tutti i gruppi e i movimenti politici, islamisti in testa, l’opinione pubblica egiziana è catturata da una nuova polemica: la visita inaspettata del mufti della Repubblica, Ali Gomaa, alla moschea di al-Aqsa di Gerusalemme. Il mufti, infatti, ha approfittato dell’occasione fornita dall’inaugurazione di un centro di studi islamici nella città per visitare quello che è il terzo luogo sacro dell’Islam, dopo la Mecca e Medina.

Ma perché questa visita dovrebbe causare polemiche? Perché in Egitto è stata recepita come un tradimento, un’infrazione del boicottaggio che la società egiziana (non il governo) attua da anni nei confronti di Israele, rifiutando qualsiasi tipo di relazione che ne implichi il riconoscimento. Inoltre, quest’infrazione è ulteriormente aggravata dal fatto che a compierla sia stato un esponente illustre dell’Islam istituzionale. Non importa, come ho spiegato varie volte, che esista un trattato di pace tra Israele ed Egitto, perché questo è sempre stato mal digerito dalla popolazione. Anzi, il boicottaggio è anche una conseguenza delle politiche compiacenti dell’ex regime nei confronti di Israele, che hanno fatto seguito a tale trattato. Nessuno vuole la guerra, ma tutti indistintamente ritengono che questo trattato, oggi, vada radicalmente rivisto (se vi interessa, guardate questo dibattito in inglese, che illustra le diverse posizioni al riguardo: http://www.dw.de/dw/0,,30470,00.html).

Tornando al mufti, a nulla è valso il suo ribadire che tale visita non significa, da parte sua, una volontà di normalizzazione dei rapporti con Israele. A nulla è servito dire che è stato accompagnato da un principe giordano, cugino del re, e che dunque non è stato necessario chiedere il visto a Israele (atto che significherebbe un implicito riconoscimento della sua autorità). Ora, diversi politici – islamisti e non – chiedono che il mufti sia rimosso dal suo incarico, invocando contro di lui il tipico, micidiale boicottaggio sociale che sempre si attiva contro chi intrattiene rapporti con israeliani. Nemmeno il mufti si può salvare da questa regola non scritta.

Tuttavia, c’è anche chi è più indulgente, ricordando che è stato proprio il mufti di Gerusalemme a invitare tutti i musulmani a visitare la città santa, per dare un segnale forte in sostegno dei palestinesi e contro la de-arabizzazione in corso di Gerusalemme. Secondo quest’altra logica, il rifiuto di recarsi a Gerusalemme per non riconoscere Israele servirebbe soltanto a isolare di più i palestinesi. Intanto, però, sulla questione si è spaccata anche al-Azhar.

Ma in attesa di sapere che piega prenderà questa polemica, bisogna far notare che la storia delle “visite egiziane” a Gerusalemme non si limita al mufti. La cosa sorprenderà, ma a Gerusalemme, nei giorni scorsi, si è persino recata una delegazione di salafiti del partito al-Nour. In questo caso, però, più che infuriarsi, gli egiziani si sono fatti una grossa risata. Ma come! Proprio i salafiti? Loro che tuonano in continuazione contro l’occupazione sionista e l’imperialismo americano? Beh già, del resto il salafita Abu Ismail è l’unico (ex) candidato alla Presidenza che ha mezza famiglia americana. Come non cogliere l’ironia?

Detto questo, il boicottaggio dei viaggi a Gerusalemme non si limita ai musulmani, ma riguarda anche i cristiani copti. Uno scandalo analogo a quello del mufti egiziano è infatti accaduto all’interno della chiesa ortodossa, in occasione della Pasqua appena celebrata. Un centinaio di fedeli copti sono partiti in pellegrinaggio per Gerusalemme, infrangendo il divieto imposto decenni fa dal defunto papa Shenouda, il quale aveva giurato che i cristiani della sua chiesa non avrebbero mai più visitato la Terra Santa, se non assieme ai loro fratelli di fede musulmana, quando la Palestina fosse stata liberata. Una volta giunti sul posto, tuttavia, i pellegrini ribelli non hanno trovato vita facile, perché il prete della cappella di Gerusalemme ha rifiutato loro l’ingresso, in ottemperanza agli ordini di Shenouda. Non oso pensare come siano stati accolti una volta ritornati in patria.

Come si vede, il problema è politico, non religioso, anche se la religione gioca sempre un ruolo fondamentale nella regione, in ogni questione.

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