CRISIS, Diritti sociali diritti umani, Italia, Lavoro economia società, Politica

Un Comitato di Liberazione Nazionale dalla tirannia del pensiero unico

di Ugo Mattei
Siamo a qualche mese dall’attacco internazionale al debito pubblico italiano (stabile da molti anni), la risposta alla propria messa in scacco dalla primavera referendaria italiana. Vale la pena soffermarsi a riflettere sullo stato del conflitto fra diverse visioni del mondo simbolicamente rappresentato nella campagna di giugno. La riflessione ha valenza costituzionale perché la partita in corso coinvolge lo stesso patto fondante la nostra Repubblica democratica fondata sul lavoro.

Essa coinvolge la stessa concezione della giuridicità nei due campi contrapposti, quello del governo tecnico e quello dell’orizzonte di senso evocato dalla proposta del nuovo soggetto politico.

Due sono le norme costituzionali formalmente coinvolte nel conflitto. L’art. 41 (iniziativa economica privata) e l’art. 82 (pareggio di bilancio), ma ben più fondamentale è la partita costituente in corso, perché coinvolge direttamente l’art.1 (il lavoro come fondamento primario del patto costituzionale) e l’art. 3, soprattutto nel secondo comma, che impone alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli di fatto che rendono meramente formale l’uguaglianza di cui al primo comma. Si tratta dunque di una partita che colloca al centro la giustizia sociale e la distribuzione dellee risorse.

Due punti erano pacifici fra i costituenti e possono considerarsi il nucleo del nostro ordine costituito: l’Italia aderisce a blocco capitalista e tutela tanto la proprietà (art. 42) quanto l’iniziativa economica privata (art. 43). La Repubblica tuttavia, si schiera dalla parte del lavoro (art 1) nel suo conflitto storico col capitale, utilizzando il diritto (pubblico e privato) come strumento a tutela del più debole (il lavoratore) nei confronti del più forte (il datore di lavoro), qualora quest’ultimo abusi del proprio potere mettendo in campo pratiche oppressive o di sfruttamento. In quest’ordine di idee i diritti sono baluardo del debole nei confronti del forte ed il diritto è lo strumento attraverso cui la Repubblica può controllare l’ attività privata (per modo che non si svolga in modo contrario alla sicurezza e alla dignità umana). Con lo stesso strumento lo Stato italiano dovrebbe autolimitare il proprio potere (di datore di lavoro, di imprenditore o di proprietario pubblico) facendosi pienamente carico dei propri doveri nei confronti della collettività e del territorio.

Questo equilibrio costituzionale, che ha informato per decenni la sensibilità dei giuristi e delle forze politiche di tutto l’arco costituzionale, è stato sovvertito nel ventennio neoliberale. Il diritto, sempre più di frequente si è trovato dalla parte del più forte tornando ad allontanarsi dagli orizzonti tracciati dalla sua lettura costituzionalmente orientata. Naturalmente, tale scelta di campo, prodotta dalla supremazia del potere economico internazionale nei confronti degli Stati, ottenuta attraverso la corruzione di gran parte del ceto politico professionale, comporta una vera e propria trasformazione della stessa funzione del diritto. Esso non deve che lasciar fare affinché il più forte naturalmente prevalga. Si tratta della visione sostenuta in America dagli economisti raccolti nei più prestigiosi (e corrotti) dipartimenti, da ultimo denunciati nello splendido documentario di Ferguson, Inside job.

Quest’ideologia, all’opera instancabilmente nella produzione del consenso per il nostro modello di sviluppo suicida, presentato invece come salvifico e necessario, era stata rigettata in Italia tramite i referendum sui beni comuni. Essa ha tuttavia irretito il Presidente Napolitano il quale, piuttosto che operare per il rispetto della volontà popolare, ha ritenuto di istituire motu proprio un sistema costituzionale semipresidenziale, promuovendo allo scranno senatoriale prima e poi a Palazzo Chigi, un autentico esemplare di economista neoliberale il quale si è circondato di altri esemplari della stessa rspecie, come la sua ministra del lavoro. Le conseguenze sono disastrose soprattutto in materia di lavoro, settore in cui Monti si era fatto le ossa offrendo alla Commissione Europea la sua consulenza con un rapporto del 2010 che proponeva la cancellazione in toto della giurisdizione sui diritti a favore di mediazioni informali dei conflitti. Tale proposta era così sovversiva della stessa idea di un diritto del lavoro da non esser neppure ripresa per intero dalla recente proposta di regolamento comunitario. Che, tuttavia, giunge a porre sullo stesso piano la libertà di iniziativa economica ed il diritto di sciopero, obbligando le Corti nazionali a «armonizzare questi diritti» quando confliggono.

Porre sullo stesso piano capitale e lavoro fu un’intuizione del ventennio fascista ed in Italia annienterebbe il residuo senso del già ricordato art. 41 della Costituzione. Del resto Monti ha già cercato di modificare tale norma costituzionale per decreto legge. Per ora la proposta di regolamento comunitario ispirata da Monti è limitata almeno formalmente al c.d. “posting” dei lavoratori (ossia al loro trasferimento a seguito di un’impresa dislocata) ma è abbastanza chiaro che esso costituisce un altro passo avanti nell’attacco al lavoro a favore del capitale e della sua libertà di scorazzare liberamente per il più grande mercato del mondo sperimentando sempre nuove pratiche di sfruttamento.

L’idea forte tratta dallo studio di Monti è quella per cui le differenze di potere contrattuale fra capitale e lavoro non possano più essere prese in considerazione dal diritto. Il diritto non può più schierarsi dalla parte dei più deboli ma le corti devono essere neutrali nell’armonizzare i diritti confliggenti dei lavoratori e dell’impresa. Si supera così un nuovo tabù come l’art. 18 o prima di esso il modello Pomigliano. In effetti, il ritorno alla piena mercificazione ottocentesca del lavoro che la conquiste del diritto avevano progressivamente superato è già una realtà. I lavoratori svantaggiati possono oggi esser dati in affitto con lo sconto, grazie a una convenzione fra Fornero e una nota agenzia interinale, restituendo dignità a quella figura di locatio operis con cui i giuristi romani duemila anni fa inquadravano il contratto di lavoro.

In un tale quadro reazionario è difficile non prevedere che la riforma dell’articolo 18 ed il licenziamento per ragioni economiche, siano volti principalmente a preparare licenziamenti massicci nel settore pubblico quando la troika ci chiederà di farlo, come già avvenuto in Grecia. Se a questo aggiungiamo la quasi avvenuta modifica dell’art. 82 Costituzione per l’ introduzione del pareggio di bilancio (che un Parlamento con la fiducia di meno del 10% degli Italiani sta per approvare in seconda lettura con una maggioranza tale da escludere il Referendum costituzionale confermativo), ben possiamo comprendere la drammatica urgenza democratica di cui parlava Marco Revelli sul manifesto di venerdì.

Alcuni di noi, che da ormai oltre due anni stanno sul territorio italiano, praticando la politica di movimento sono ben consci del potenziale politico della resistenza contro il montismo, vissuto da tante persone normali come un nuovo fenomeno postfascista italiano ormai più pericoloso dello stesso berlusconismo. Per noi è giunto il momento di mettere in campo un Comitato di Liberazione Nazionale dalla tirannia del pensiero unicoe di farlo con tutte le forze che ancora credono che il diritto debba governare l’economia e non esserne dominato. Unire le persone per bene intorno ad un metodo per superare una situazione drammatica è più agevole che farlo sul merito ed è certamente foriero di potenziali egemonie nuove che superino finalmente vecchi steccati. Di qui il senso di una soggettività politica nuova che sappia stare sempre dalla parte del lavoro e dei beni comuni.

Fonte: www.ilmanifesto.it

Discussione

3 pensieri su “Un Comitato di Liberazione Nazionale dalla tirannia del pensiero unico

  1. VOLEVO, A TALE PROPOSITO, SEGNALARVI IL SITO:

    http://www.appelloalpopolo.it/?p=22

    "Mi piace"

    Pubblicato da ALESSANDRO | 04/04/2012, 12:12
  2. A tale proposito ( riconquista della democrazia ) avrei sviluppato un’idea, non so quanto utopistica possa essere, ma a me sembrerebbe fattibile ed anche di notevole impatto e forte suggestione:

    La percentuale di cittadini completamente “schifata” dalla politica attuale raggiunge ormai il 50% come pure la consapevolezza che questo “sistema” ci ha espropriato della sovranità.
    Sono profondamente convinto che si debba mettere in piedi un’operazione che ricalchi, dal punto di vista organizzativo, ciò che avvenne durante la guerra di liberazione, ossia l’unione di tutte le forze sane della nazione, anche con diverso orientamento politico, ma con un imperativo comune: LA LIBERAZIONE.

    – Posto che il tentativo di riconquista dovrà avvenire in modo pacifico e partecipato;
    – Considerato che attualmente il Popolo non è rappresentato in Parlamento e una parte sempre più ampia dell’elettorato si sta allontanando dall’esercizio dello
    strumento del voto, per sfiducia generalizzata nella politica;
    – Posto che il Progetto dovrà essere finalizzato alla riconquista del Parlamento da parte del Popolo Italiano;
    – Posto che ciò potrà avvenire solo dopo aver “spazzato via” tutte le forze che attualmente lo occupano;

    propongo:

    che il soggetto politico che il Progetto andrà a costituire, e che si dovrà presentare alle prossime elezioni del 2013 sia definito “Parlamento Italiano in esilio”.

    Che per permettere agli elettori di “riconoscersi” con il proprio passato, e le proprie tendenze ideologiche, sia strutturato in 3 sezioni :
    Parlamento in esilio (destra)
    Parlamento in esilio (centro)
    Parlamento in esilio (sinistra)

    Tutte e tre le sezioni dovranno riconoscersi nel Progetto e avranno come unico scopo la riappropriazione della rappresentanza parlamentare da parte del Popolo;

    Alle prossime elezioni i seggi conquistati dal soggetto Politico “Parlamento in esilio”, se inferiori al 50% + 1 , rimarranno VUOTI.

    Tutta l’attività del movimento avverrà fuori dal Parlamento, nel segno di una chiara “opposizione” degli italiani all’attuale regime, fino a che, attraverso ulteriori elezioni, non venga raggiunto il 50%+1 dei votanti.

    A questo punto, riconquistato il Parlamento, le 3 forze (destra-centro-sinistra del Parlamento in esilio) dovranno dare attuazione al Programma e “scacciare” la feccia residuale ancora presente nelle istituzioni.

    "Mi piace"

    Pubblicato da ALESSANDRO | 12/04/2012, 08:18

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  1. Pingback: REMATE E VIVRETE « il Moralista - 05/04/2012

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