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Quando il populismo è strumento di egemonia del potere dominante

di Enzo Pellegrin

ILUSTRACION DE LEONARD BEARD

In uno dei più conosciuti e bei frammenti de L’ideologia tedesca del 1846, Marx ed Engels sintetizzavano:

«Le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti; cioè, la classe che è la potenza materiale dominante è in pari tempo la sua potenza spirituale dominante. La classe che dispone dei mezzi della produzione materiale dispone con ciò, in pari tempo, dei mezzi della produzione intellettuale, cosicché ad essa sono assoggettate le idee di coloro ai quali mancano i mezzi della produzione intellettuale. Le idee dominanti non sono altro che l’espressione ideale dei rapporti materiali dominanti, sono i rapporti materiali dominanti presi come idee: sono dunque l’espressione dei rapporti che appunto fanno di una classe la classe dominante, e dunque sono le idee del suo dominio».

Fin qui tutto bene, ma l’aspetto più interessante non è quello che riguarda la sfera del cosiddetto “conformismo”, ma quello delle reazioni dissenzienti, generate da quelle che altrettanto marxianamente si usa definire contraddizioni. Ad un altro marxista del ventesimo secolo, Ernesto Laclau, nelle sue riflessioni sul concetto di egemonia, populismo e strategia socialista, piaceva parlare di “domande insoddisfatte”.

Possiamo sperimentalmente annotare come negli ultimi anni della politica italiana, le cosiddette contraddizioni o domande insoddisfatte siano state amministrate da quello che viene spesso definito con un intento spregiativo – impropriamente secondo Laclau – “populismo”.

Le contraddizioni della crisi di consenso dei partiti tradizionali, dopo gli anni 80, sono state gestite con concetti populisti come “il cancro della corruzione”, il “parassitismo corrotto del sud del Paese”, concetti di volta in volta utilizzati da partiti come la Lega, ma, anche successivamente e proficuamente – almeno per il primo concetto – dal Movimento Cinque Stelle.

Accanto a questi, quasi tutte le formazioni che hanno fatto uso di concetti considerati “populisti”, non hanno mai mancato di riservare un posto al problema dell’immigrazione: non soltanto la Lega, dagli esordi agli ultimi tempi, ma anche il Movimento Cinque Stelle. Non dimentichiamo che l’agitazione del problema fu tema fondamentale nel Governo Conte 1, dove le “imprese” del Ministro degli Interni Salvini furono in qualche modo avallate dal Ministro dei Trasporti Toninelli. Vien bene a tal proposito ricordare un antico Di Maio, il quale discettava di ONG che trovavano un loro palscoscenico per “sfidare l’Italia”. Video invecchiati malissimo. (1)

La nostra riflessione non riguarda però tanto il merito della questione, che meriterebbe spazi più ampi e dibattuti, quanto l’uso dei concetti considerati populisti per amministrare e gestire la sfera insoddisfatta dei cittadini da parte del potere dominante.

Possiamo sperimentalmente verificare questa ipotesi analizzando quanto successo a proposito della querelle Italia /Francia sullo sbarco in Francia dei migranti della Ocean Viking .

Sfruttando una non ben precisata apertura francese in merito alla disponibilità ad accogliere una quota di rifugiati diretti verso porti italiani, veniva disposto l’invio della nave di soccorso Ocean Viking, con i migranti ancora a bordo, presso il porto di Marsiglia. Lì, “sotto la supervisione della Prefettura” italiana competente, i migranti sarebbero dovuti sbarcare direttamente in territorio transalpino, e poi registrati come richiedenti asilo.

Nella serata, giungeva dal Governo, pubblicata anche a mezzo twitter, una nota di apprezzamento verso il governo francese. «Esprimiamo il nostro sentito apprezzamento per la decisione della Francia di condividere la responsabilità dell’emergenza migratoria, fino ad oggi rimasta sulle spalle dell’Italia e di pochi altri stati del Mediterraneo, aprendo i porti alla nave Ocean Viking». L’asserita apertura francese sarebbe avvenuta a seguito di un colloquio tra il presidente Meloni e il presidente Macron. (2)

L’inquilina di Palazzo Chigi provava così ad incassare un colpo mediatico “populista”, spingendosi a rivendicare “la prima volta che una nave della ONG è stata costretta a sbarcare i migranti raccolti nel porto della sua bandiera.

In realtà l’ONG proprietaria della nave – la SOS Mediterranee – chiariva che «Di fronte al silenzio dell’Italia e a causa dell’eccezionalità della situazione, la Ocean Viking è costretta a richiedere un porto sicuro alla Francia».

Il governo francese smentiva altrettanto vibratamente tale apertura in modo quasi immediato, dichiarando che la situazione di emergenza era stata irresponsabilmente creata dal governo italiano e che le autorità francesi si erano decise ad accogliere la nave nel porto di Tolone solamente per non mettere a repentaglio la vita delle 234 persone migranti ospitate a bordo della nave. (3)

Che cos’era successo in Francia? A seguito della notizia dell’imminente “sbarco”, quasi tutti i concorrenti politici di destra, con in testa Marine Le Pen, avevano lanciato accuse a Macron, lamentando il suo atteggiamento lassista nel consentire all’Italia di umiliare la Francia, facendo ingoiare alla medesima la sua gestione illegale dell’immigrazione. (4)

Va detto peraltro che, nell’attesa dell’arrivo della nave a Tolone, un nutrito gruppo di francesi ha indetto una manifestazione per esprimere solidarietà a tutti i 234 migranti a bordo (5).

Tuttavia, la reazione del governo transalpino è stata durissima. Questo porta a chiederci perchè ogni governo capitalista riservi un’attenzione centrale allo sbarco di pochi migranti, laddove il periodo consiglierebbe di consentrarsi su pesanti ed esplosive contraddizioni sociali, come il carovita e la mancanza di futuro occupazionale.

Un piccolo esercizio razionale aiuterebbe però a smascherare le mistificazioni

Cominciando dall’Italia: è davvero corrispondente al vero che “la responsabilità dell’emergenza migratoria ricade sulle spalle dell’Italia?

I fenomeni agitati hanno ovviamente sempre una base reale: le migrazioni, causate dall’impoverimento di vaste aree del mondo a causa dello sfruttamento delle economie capitaliste dominanti, è in grado di generare grossissime contraddizioni negli stati in cui i migranti fanno ingresso. Basti pensare al fenomeno delle Banlieues francesi o dei quartieri svedesi pieni di immigrati, divenuti ormai scenari di film e note serie televisive. Il contatto ed il confronto con le fasce disagiate autoctone genera fenomeni esplosivi. Le zone più povere della Germania sono un proficuo bacino elettorale per partiti che agitano la tematica dell’immigrazione in modo securitario.

Tuttavia, le contraddizioni generate dall’immigrazione, se ben comprese, dovrebbero spingere chi le subisce a mobilitarsi contro la causa principale – la barbarie dell’economia capitalista – la quale è responsabile del disagio degli autoctoni come delle sofferenze dei migranti.

Perchè cio non avviene? La risposta sta nelle osservazioni contenute nel citato passo dell’Ideologia tedesca: “la classe che dispone dei mezzi della produzione materiale dispone con ciò, in pari tempo, dei mezzi della produzione intellettuale”. La tematica dell’immigrazione è spesso agitata in prima battuta dai media, anche – e forse soprattutto – generalisti. Spesso i partiti populisti si accodano vedendo un’opportunità di egemonia. Ogni giorno il migrante viene presentato come pericolo sociale, evento criminale, fenomeno da combattere con “la forza” dello Stato. Per contro, le visioni opposte che i media mainstream consentono di vedere si polarizzano in un pauperismo pseudoreligioso, che si dedica a descrivere il fenomeno delle migrazioni come sola sofferenza, dimenticando che spesso la sofferenza non crea angeli, ma spine che incidono nella carne viva di altri sofferenti. Dal momento che le contraddizioni sono invece esistenti, gli strati sofferenti autoctoni percepiscono come bugiarda e altoborghese la visione umanitaria, mentre convalidano come aderente alla realtà la propaganda securitaria dei “falchi” dell’immigrazione.

Lo strumento populista consente così di deviare abilmente le conseguenze delle contraddizioni sociali verso un nemico costruito, e di fatto innocente quanto i sofferenti autoctoni. Il colpevole principale viene nascosto con soddisfazione, e con altri benefici che di seguito andiamo a descrivere:

– la marginalizzazione sociale dei migranti consente un proficuo sfruttamento da parte di tutti i settori del capitale, da quello illegale del lavoro in nero, a quello del lavoro povero, agendo da ulteriore spinta alla deflazione salariale.

– la fede degli strati disagiati della popolazione nella narrativa securitaria anti immigrazione rafforza il ruolo e la legittimazione dello Stato ad usare la repressione, scoraggiando anche la mobilitazione di lotte antagoniste.

Le domande insoddisfatte vengono così abilmente sviate dalla classe dirigente verso un bersaglio innocuo, evitando le responsabilità politiche e sociali. Il dissenso viene così “costruito” ed organizzato a favore del mantenimento del potere dominante.

Il meccanismo è simile a quello della fede religiosa. Nel famoso esempio della teiera, Bertrand Russell ricordava amabilmente che “se io sostenessi che tra la Terra e Marte vi fosse una teiera di porcellana in rivoluzione attorno al Sole su un’orbita ellittica, nessuno potrebbe contraddire la mia ipotesi purché io avessi la cura di aggiungere che la teiera è troppo piccola per essere rivelata persino dal più potente dei nostri telescopi. Ma se, visto che la mia asserzione non può essere smentita, io sostenessi che dubitarne sia un’intollerabile presunzione da parte della ragione umana, si penserebbe giustamente che stia dicendo fesserie. Se però l’esistenza di una tale teiera venisse affermata in libri antichi, insegnata ogni domenica come la sacra verità e instillata nelle menti dei bambini a scuola, l’esitazione nel credere alla sua esistenza diverrebbe un segno di eccentricità e porterebbe il dubbioso all’attenzione dello psichiatra in un’età illuminata o dell’Inquisitore in un’era antecedente.» (5)

L’agitazione del pericolo migratorio come fenomeno da tenere oltre confine viene perpetrata sui media considerati più rispettabili ormai da trent’anni buoni, con enorme frequenza. Il difficile diventa quindi propalare una visione diversa, basata sulle reali contraddizioni tra le classi e sul reale responsabile di queste diseguaglianze.

Un piccolo esercizio razionale potrebbe però smascherare le mistificazioni.

Cominciando dall’Italia: è davvero corrispondente al vero che “la responsabilità dell’emergenza migratoria ricade sulle spalle dello Stivale? Un articolo recente del Fatto Quotidiano (6) metteva in luce statistiche ormai note, dalle quali si desume che, in rapporto alla popolazione, l’Italia è nelle ultime posizioni per accoglienza di rifugiati ed immigrati, mentre nelle prime posizioni stanno Francia Svezia e Germania che spesso i politici italiani accusano di relegare sulle spalle del nostro paese il problema della migrazione.

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Anche se le statistiche non determinano la presenza degli irregolari, spesso i migranti che giungono nelle coste meridionali del mediterraneo sono diretti verso paesi più ricchi e con maggiore opportunità, come dimostra anche l’asprezza con la quale paesi come la Francia adottano severi controlli alle frontiere con l’Italia.

Secondo poi i dati ISPI, il numero degli irregolari in Italia è ormai stabile e non in aumento sin dal 2014. Inoltre numeri proporzionali a quelli dell’Italia vi sono anche in altri paesi europei.

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Tornando alla Francia: è così vero che lo sbarco diretto in Francia delle due centinaia e rotti di poveri diavoli a bordo della Ocean Viking sia un problema grave?. Un numero anche maggiore di migranti sarebbe comunque arrivato dopo il ricollocamento, una volta sbarcati in Italia ed ottenuto rifugio. Solo che i ricollocati arrivano in aereo, lontano dalle telecamere, e nessuno li vede, mentre gli sbarchi avvengono di fronte ad un palcoscenico di media affamati di peloso sensazionalismo.

Il danno sta proprio lì: prima o poi qualcuno si accorge che, nonostante questi sbarchi, il problema è diversamente gestibile, e magari iniziano ad affiorare indizi sul vero colpevole di tutte le tragedie: da quelle del mare a quelle delle periferie, del carovita e del lavoro. Si scoprirebbe che nei cieli non orbita alcuna teiera, ma, sulle spalle della povera gente, il capitalismo succhia sangue e vita.


Note:
1 – https://www.youtube.com/watch?v=GT2DQlk37dI
2 – https://www.ilsole24ore.com/art/rise-above-arrivata-porto-reggio-calabria-AEJcP9EC
3 – https://www.youtube.com/watch?v=cnc4fSUJom8
4 – https://www.youtube.com/watch?v=2ed1g6w_PNM
5 – Bertrand RUSSELL, Is There a God? 1952 articolo commissionato ma mai pubblicato dal periodico Illustrated.
6 – https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/11/10/migranti-lemergenza-sulle-spalle-dellitalia-abbandonata-dalleuropa-la-verita-in-quattro-grafici-e-linutilita-dello-sbarco-in-francia/6868424/

FONTE: resistenze.org

La costituzione materiale della Repubblica Popolare Cinese

Sintesi della presentazione del libro La costituzione materiale della Cina, di Giordano Sivini, Asterios Editore, 2022

Il socialismo con caratteristiche cinesi è costitutivo di relazioni sociali produttive diverse da quelle capitalistiche? La risposta va cercata nella storia della Cina a partire dalla costruzione maoista della Repubblica popolare. Dopo la vittoria militare sull’imperialismo, l’attività del Partito Comunista ha puntato sulla diffusione di rapporti di produzione egalitari basati sulla socializzazione dei mezzi di produzione attraverso il lavoro collettivo dei contadini con l’impiego delle risorse e delle tecniche disponibili. La riproduzione della ricchezza, in termini di valori d’uso, è stata realizzata all’interno di un’area di accumulazione esterna e separata dall’area di accumulazione mondiale egemonizzata dagli Stati Uniti.

Dopo Mao Zedong, Deng Xiaoping ha portato il Partito Comunista a sostenere ideologicamente e pragmaticamente il primato delle forze produttive sui rapporti di produzione, l’economia si è aperta al mercato delle merci e dei profitti, e il socialismo in quanto ideologia e prassi, assunte ‘caratteristiche cinesi’, è stato ridefinito come impegno per il superamento della scarsità, posponendo a un tempo indeterminato la prospettiva dell’equità. Zhu Rongji dopo Deng Xiaoping, da capo del governo, ha avviato, con l’obiettivo di entrare nell’Organizzazione Mondiale del Commercio, la trasformazione istituzionale della Cina in senso capitalistico, dando ai mezzi di produzione, già statizzati da Deng, la configurazione giuridica di capitali azionari controllati dal Partito Comunista. Nel contempo, per preservare l’area di accumulazione cinese dalle incursioni dei capitali speculativi internazionali, ha disposto che il capitale finanziario che entrava in Cina fosse messo esclusivamente al servizio dell’economia reale.

Con questo excursus storico si arriva a spiegare perché nell’area di accumulazione cinese il capitalismo produce valore, mentre nell’area di accumulazione dell’economia egemonizzata dagli Stati Uniti il capitale finanziario dominante lo distrugge. In Cina il valore è creato dal lavoro vivo della forza lavoro duramente sfruttata, e i capitali produttivi del mondo se ne avvalgono, purtuttavia contribuendo alla crescita della Cina nelle forme delle valute forti derivanti dai profitti delle esportazioni, degli investimenti diretti e degli acquisti esteri di azioni e obbligazioni cinesi. Per arrivare a queste conclusioni, il libro di Giordano Sivini La costituzione materiale della Cina. Le ragioni storiche della crescita del capitalismo cinese fuori dall’economia-mondo finanziarizzata (Asterios, 2022) affronta, con attenzione alle trasformazioni storiche nella produzione ed accumulazione della ricchezza e alle relative relazioni sociali, l’analisi storica dei problemi che la Cina ha affrontato e risolto negli anni del ‘900 per affermarsi come potenza nel nuovo millennio. Quella che segue è l’introduzione a questo lavoro di ricerca.

La Cina è innanzi tutto un grande spazio antropologicamente produttivo di cui il movimento maoista si è appropriato con la rivoluzione, sottraendolo all’imperialismo e al capitalismo, per fondare la la Repubblica Popolare. All’epoca di Mao (1949-1976), il partito comunista punta a realizzarvi un socialismo egalitario. Nelle campagne, dove vive gran parte della popolazione, costruisce nuove relazioni sociali basate sulla socializzazione dei mezzi di produzione attivati dal lavoro collettivo. La sua capacità di migliorare l’utilizzazione delle risorse storicamente appropriate dai contadini farà sviluppare le forze produttive. Si evita così di dipendere da tecnologie capitalistiche, e si assicura al paese indipendenza e autodeterminazione. La produzione industriale, che separa il proprio spazio urbano da quello agricolo da cui riceve i beni di sussistenza, è sottratta agli imprenditori capitalisti e temporaneamente data in appalto all’Unione Sovietica che contribuisce al suo consolidamento e alla sua espansione.

La Cina non entra a far parte di quelle economie sottosviluppate che cercano di liberarsi dall’imperialismo per affondare nel capitalismo. La rivoluzione maoista la costituisce come Stato, la cui ricchezza si riproduce in maniera allargata confluendo nel centro di un’area di accumulazione controllato dal partito comunista, separata da quella dell’economia-mondo capitalistica. La separazione dall’economia-mondo non viene recepita nelle interpretazioni della Cina, che solitamente fanno riferimento al capitale del mercato mondiale tutto includente. I teorici dell’economia-mondo considerano il capitalismo come sistema di aree interconnesse, nel quale un centro si impone sulle periferie e ne sfrutta le risorse. Mao non pone la Cina come periferia; è una nuova entità nazionale indipendente, autodeterminata e autosufficiente, appunto esterna all’economia-mondo capitalistica.

Deng Xiaoping (1977-1992), successore di Mao, ritiene che la strada tracciata dal maoismo sia quella di un socialismo nella povertà. Un altro socialismo è possibile, fondato sul mercato dove i produttori sono liberi di competere, sviluppando forze produttive che plasmano i rapporti di produzione. Questa inversione della relazione maoista tra rapporti di produzione e forze produttive si impone come elemento della costituzione materiale della Cina postmaoista. Il socialismo per Deng significa superamento della scarsità prima che promessa di redistribuzione della ricchezza al fine di attenuare le disuguaglianze sociali. La rimozione dei vincoli della collettivizzazione genera nelle campagne una esplosione di imprenditorialità fuori controllo. Sul mercato, tra le merci, emerge la forza lavoro, in cerca di salario per la sussistenza delle famiglie contadine che non reggono alla competizione. Deng, che tutto liberalizza nelle campagne, non rimuove il legame di questa forza lavoro con la terra, e la costringe alla condizione di lavoro migrante, che costa meno per chi la usa. Ha bisogno della ricchezza che il suo lavoro vivo produce, per far screscere l’economia e legittimare la leadership del partito.

Il controllo dei mezzi di produzione industriali, insieme alla terra, sono, anche per Deng, le fondamenta per l’indipendenza e l’autodeterminazione del paese. Per Mao erano beni socializzati, Deng li assume come proprietà dello Stato e fa prevalere l’efficienza economica sulle loro funzioni sociali. Per accelerare lo sviluppo delle forze produttive industriali apre l’area di accumulazione ai capitali esteri tecnologicamente qualificati nella forma di joint venture. Vengono attirati dalla incessante disponibilità di forza lavoro migrante per produrre merci da esportare.

Zhu Rongji (1993-2003), dopo Deng, e, da posizioni di governo, accanto a Jiang Zemin segretario del partito, realizza profonde riforme istituzionali. Facendosi aiutare dalla Banca Mondiale, mette sotto controllo, con anni di austerità, l’effervescenza imprenditoriale che creava inflazione, e disegna il nuovo assetto del paese. Ha come obiettivo l’adesione all’Organizzazione Mondiale del Commercio, e per entrarvi vincola le istituzioni ai principi e alle modalità organizzative ed operative dei capitali transnazionali che già si muovono sul mercato globale. Lo Stato riacquista la funzione di regolazione sistemica dell’economia sulla base di regole definite internazionalmente. Tra i mezzi di produzione già statizzati da Deng, fa assumere la forma di capitali a quelli che fanno capo ad imprese di Stato ritenute essenziali per il controllo dell’economia del paese e li proietta sul mercato globale per costringerli alla competitività. Privatizza o chiude le imprese di Stato economicamente inefficienti e licenzia milioni di lavoratori. La loro forza lavoro si aggiunge sul mercato a quella dei migranti rurali, tutti oggetto di tutele legali che non vengono applicate.

Per creare ricchezza espandendo la scala della produzione e aumentando la produttività la Cina ha bisogno di mezzi finanziari e tecnologici. Quelli interni bastano solo in parte; il resto fluisce dall’economia-mondo, nella forma di valuta pregiata creata dai profitti tratti dalle esportazioni, di investimenti diretti, e di partecipazioni azionarie e obbligazionarie estere a capitali cinesi. L’area di accumulazione cinese, che già Deng aveva iniziato ad aprire all’area di accumulazione dell’economia-mondo, viene mantenuta da essa saldamente separata. Traendo insegnamento dalle crisi finanziarie che colpiscono i paesi capitalisticamente periferici, Zhu impone barriere alle attività speculative internazionali. Nell’area di accumulazione cinese possono entrare soltanto capitali finanziari esteri che sostengono attività produttive. Nell’uso corrente con il termine capitalismo non viene fatta distinzione tra capitalismo produttivo che crea valore e quello finanziarizzato che lo distrugge. Nell’area di accumulazione cinese si crea valore in controtendenza rispetto all’economia-mondo dove il capitale finanziario domina quello produttivo. Il capitale finanziario al servizio dell’economia reale è l’elemento che si aggiunge alla costituzione materiale.

La chiusura al capitale finanziario dell’economia-mondo è una misura che va oltre l’obiettivo di sottrarre la Cina alle turbolenze della finanza internazionale e consente di accogliere gli investimenti finanziari diretti dall’estero con finalità produttive e e respingere quelli speculativi. Garantisce anche al partito comunista che governa il centro dell’area di accumulazione al quale sono diretti i flussi di ricchezza prodotti nello spazio produttivo cinese, di decidere senza interferenze esterne le politiche di crescita dell’economia del paese e quelle che assicurano la riproduzione del potere del partito ancorato al controllo dei mezzi di produzione, terra e imprese industriali.

“Il socialismo con caratteristiche cinesi” assume che la Cina sia nella fase iniziale del socialismo, e che il suo sviluppo dipenda da una crescita economica che raggiunga il livello in cui diventi possibile passare ad un socialismo tendenzialmente egalitario. Questo livello rimane indeterminato e lo stesso Xi Jinping nel 2021. in occasione del centenario della nascita del partito comunista cinese, proclamando che la Cina ha raggiunto l’obiettivo di essere una “società moderatamente prosperosa” ha detto: “Noi stiamo marciando a passi fiduciosi verso l’obiettivo del secondo centenario, di trasformare la Cina in un grande paese moderno socialista”. Il Congresso del partito aveva già posto l’obiettivo di diventare un’economia pienamente socialista entro il 2050, ma il problema della connessione del socialismo con questo capitalismo cinese che crea valore sfruttando lavoro salariato con modalità non diverse dalle periferie dell’economia mondo, resta affidato alla leadership cinese.

Rifarsi a Marx e a Lenin per sostenere che il capitalismo di Stato cinese possa sfociare nel socialismo non sembra reggere. Marx prospetta un passaggio rivoluzionario dal capitalismo al socialismo. Lenin sostiene che al socialismo si arriva attraverso un capitalismo sottratto alla borghesia dal proletariato che lo trasforma funzionalmente in capitalismo di Stato per realizzare rapporti di produzione socialisti. In Cina i rapporti di produzione capitalistici sono invece creati dal partito sulle ceneri del socialismo egalitario ma ‘povero’. Occorre dunque indicare una prospettiva socialista per il capitalismo cinese fuori dai riferimenti generici a Marx e a Lenin, e questa è l’ambizione del socialismo con caratteristiche cinesi che punta tutto sul superamento della scarsità. Ha poco senso tenere aperta una discussione sulla Cina di oggi in termini di socialismo o capitalismo, a meno che non si abbia la capacità analitica e teorica di intraprendere una ricerca per individuare gli elementi strutturali di un percorso nuovo.

I rapporti di produzione attuali non sono di difficile lettura, sono rapporti di produzione capitalistici, finalizzati a realizzare plusvalore con il lavoro vivo di una forza lavoro in condizioni di orrendo sfruttamento, e in larga parte tuttora legata giuridicamente alla terra. Il contesto è però profondamente diverso da quello del centro e delle periferie dell’economia-mondo, in quanto il plusvalore, formalmente appropriato privatamente da una moltitudine di imprese di Stato, fluisce nel centro di accumulazione controllato dalla leadership del partito. La sua specificità è legata alle fondamenta della costituzione materiale della Cina popolare, radicata nel maoismo e ridefinita da Deng e Zhu, sulla base della quale nel nuovo millennio la leadership cinese raggiunge l’obiettivo di superare con continuità la scarsità realizzando plusvalore e realizzando la grande infrastrutturazione del paese.

La Cina produce ricchezza che migliora le condizioni della popolazione in termini di redditi medi e di mobilità sociale. La sua leadership, da Deng in poi, guarda con questo obiettivo allo sviluppo tecnologico, riservando attenzione parallelamente, fin da Mao, agli strumenti di difesa necessari a preservare l’indipendenza, che nell’economia-mondo è percepita strumentalmente come sfida egemonica. Questo la rende diversa dai paesi dell’economia-mondo, con il cui centro si sta misurando per condividere l’accesso alle risorse globali. In questi paesi le condizioni sociali regrediscono. L’appropriazione della ricchezza sociale da parte della finanza è un elemento strutturale imposto dal dominio del capitale finanziario condiviso dalla politica, e l’imperialismo continua ad assoggettare periferie e semiperiferie soffiando nel mondo venti di guerra.

L’obiettivo iniziale di questo lavoro era di rispondere al quesito “Che cos’è la Cina?”, a partire dall’analisi delle vicende storiche della Repubblica Popolare, senza ipotesi pregiudiziali e con partecipativa politica curiosità. La risposta è arrivata alla fine dell’esame dei primi tre periodi, quelli di Mao, di Deng e di Zhu. Se c’è una novità nell’approccio rispetto ai tanti altri testi che cercano di interpretare la Cina, sta nella centralità della sua crescita intesa come produzione e accumulazione di ricchezza. Questo porta a dar rilievo al lavoro proletario che la produce e ai rapporti di produzione sottostanti, L’analisi si è conclusa quando dai tre periodi è emersa quella che può essere considerata la costituzione materiale della Cina, che la leadership cinese ha fatto propria posponendo il socialismo in un indeterminato futuro. Nel nuovo millennio il capitalismo cinese creando valore fa crescere i redditi, in controtendenza con quello dell’economia-mondo. Il dato comune è lo sfruttamento della forza lavoro. In Cina è politicamente gestito, nell’economia mondo mantiene le sue basi strutturali.

FONTE: https://www.sinistrainrete.info/politica/24277-giordano-sivini-la-costituzione-materiale-della-repubblica-popolare-cinese.html

Crisi ucraina: un primo bilancio delle sanzioni contro la Russia

di Andrea Vento (*)

Il 6 ottobre scorso l’Unione Europea ha varato l’ottavo pacchetto di misure sanzionatorie contro Mosca1 con il dichiarato fine di fiaccare l’economia russa e indurre Putin ad un accordo di pace da posizioni di debolezza o, addirittura, costringere le truppe impegnate nell’Operazione Militare Speciale alla sconfitta militare, grazie anche alle ingenti forniture militari di Usa e Ue ormai giunte ad oggi a 100 miliardi di dollari. Massiccio sostegno che, sommato al supporto di intelligence degli Usa e del Regno Unito, stanno mettendo in difficoltà sul campo le forze militari russe.

Rispetto alle previsioni dei governi occidentali che hanno accompagnato il varo del primo pacchetto di sanzioni introdotte dalla Ue e dagli Usa il 23 febbraio scorso, a seguito del riconoscimento delle Repubbliche Popolari del Donbass che ha preceduto di un giorno l’Operazione Militare Speciale, quale risulta l’effettiva entità dell’impatto delle sanzioni sull’economia russa e sulle sue relazioni internazionali?

La recessione che avrebbero causato alla Russia dalla previsione del Fmi ad aprile di un pesante -8,5% per il 2022, si è più che dimezzata a -3,5% nel World Economic Outlook di ottobre della stessa istituzione, passando per il -6,0 di luglio, a testimonianza della capacità di tenuta e di resilienza dell’economia russa (tab. 1). Mentre a livello internazionale, seppur oggetto di condanna da parte di una Risoluzione dell’Assemblea Generale dell’Onu del 3 marzo per l’invasione dell’Ucraina votata da 141 Paesi su 193, la Russia, appare tutt’altro che isolata appurato che solo 37 Paesi (pari al 19% del totale) dopo 7 settimane dal 24 febbraio2, avevano aderito alle sanzioni promosse dagli Stati Uniti e imposte da questi ultimi anche all’Ue (carta 1). Anzi, la Russia, isolata verso occidente, ha ridisegnato la propria carta geopolitica approfondendo le relazioni economiche, commerciali e politiche non solo con le potenze emergenti (Cina e India) e regionali asiatiche (Pakistan e Turchia), ma anche con i Paesi africani e latinoamericani, contrari all’adozione delle sanzioni (carta 2).

Tabella 1: Previsioni economiche del Fmi per il 2022 degli World Economic Outllook di ottobre 2021 e gennaio, aprile, luglio, ottobre 2022


Previsioni economiche Fmi per il 2022

Ottobre 2021Gennaio 2022Aprile 2022Luglio 2022Ottobre 2022
Economia mondiale4,94,43,63,23,2
Italia
4,23,82,33,03,2
Russia
2,92,8-8.5-6,0-3,4

Come in occasione delle sanzioni introdotte nel 2014 contro la Russia a seguito dell’annessione della Crimea3, anche nel caso di quelle comminate durante l’anno in corso come Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati ci siamo interrogati su quali fossero gli effetti sulle economie dei Paesi dell’Unione Europea, “costretta” a seguire l’alleato statunitense sulla stessa strada in virtù della cieca fedeltà atlantista.

L’entità dei flussi commerciali Ue – Russia e Usa – Russia

L’interscambio commerciale annuo fra l’Ue e la Russia dai 439 miliardi di $ del 2012, pur riducendosi, in conseguenza della prima ondata di sanzioni del 2014, ad una media annua di 240 miliardi di $ nel periodo 2015-2019, resta tuttavia, nello stesso quinquennio, oltre 9 volte più elevato (25 miliardi di $) di quello fra Stati Uniti e Russia (tab. 2). Le economie dell’Ue e della Russia, pertanto, risultavano fino a febbraio 2022 ancora saldamente integrate, principalmente, in virtù degli investimenti delle imprese comunitarie in Russia e del considerevole interscambio commerciale e finanziario fra le parti. Alla luce di questi dati, risulta evidente come le ricadute sull’economia del soggetto proponente, gli Usa, non potevano non avere rilevanza nettamente inferiore rispetto a quelle sull’Unione Europea, soprattutto per quanto riguarda le forniture energetiche russe a costi contenuti dei quali ha beneficiato fino a pochi mesi fa.

Tabella 2: valore medio annuo dell’interscambio commerciale Ue-Russia, Usa-Russia, Ue-Cina, Usa-Cina del quinquennio 2015-19 in miliardi di $. Fonte: database Onu Comtrade


Interscambio commerciale di beni media 2015-2019
Ue – Russia
240
Usa – Russia
25
Ue – Cina
645
Usa – Cina
626

Le relazioni commerciali ed economiche fra Italia e Russia

Per quanto riguarda le relazioni commerciali fra l’Italia e la Russia, nel 2019, ultimo anno prima della crisi pandemica, registravano un valore di 22,2 miliardi di euro di interscambio di merci che, al cambio medio dell’anno in questione di 1,12 dollari per euro, corrisponde a 24,87 miliardi di $, praticamente la stessa entità di quello fra Washington e Mosca, ma con una incidenza sul totale nettamente diversa. Infatti, nel 2019, l’interscambio commerciale totale di beni degli Usa ammontava a ben 4.172,1 mld di dollari4, pari a 3.671 mld di euro5, mentre il nostro a 904 miliardi euro6, con un rapporto di 4 : 1 a favore dei primi.

L’interscambio fra Italia e Russia, oltre ad avere una rilevanza percentuale nettamente superiore rispetto a quelle fra Washington e Mosca, evidenzia una composizione merceologica tipica delle aree ad elevata integrazione geoeconomica: da un lato, infatti, si esportano materie prime energetiche e minerarie e semilavorati dell’industria pesante, mentre, dall’altro tecnologia e prodotti industriali di livello medio-alto. Le principali voci dell’import italiano nel primo semestre 2022 risultano, infatti, il gas naturale, il petrolio greggio, i prodotti della siderurgia e della raffinazione del petrolio e minerali ferrosi e non che coprono ben il 96,7 del totale delle merci provenienti da Mosca. Il nostro Paese esporta, invece, in Russia un paniere ben più ampio di merci, dai macchinari industriali ai prodotti manufatturieri all’ampia gamma del cosiddetto made in Italy7, tant’è che le principali sei voci coprono il solo 42,8 dell’export verso Mosca.

Anche gli investimenti diretti, vale a dire e scopo produttivo, totali (detti stock) fra i due Paesi risultavano, a fine 2021 di buon livello e nettamente a favore dell’Italia con 11,3 miliardi di euro, contro 0,85 miliardi di Mosca, secondo l’annuario Istat e l’Agenzia Ice8, e nel dettaglio riguardavano in base ai dati più aggiornati, quelli al 31 dicembre 2017, 660 imprese operanti principalmente nei settori energetico, automobilistico, agroalimentare e telecomunicazioni impiegando 39.233 addetti con un fatturato complessivo di 8,8 miliardi di euro, secondo i dati della Banca Dati Reprint9.

Gli effetti delle sanzioni sul mercato dell’energia dei Paesi Ue

Le sanzioni hanno dunque inferto colpi letali all’interconnessione fra l’economia russa e quella comunitaria che si era sviluppata negli ultimi 3 decenni dopo la caduta dell’Urss. In particolare, le forniture di gas via conduttura con contratti pluriennali a prezzi contenuti hanno consentito alle principali 2 manifatture europee, Germania e Italia, di mantenere un elevato grado di competitività sui mercati internazionali anche di fronte all’emergere di nuovi agguerriti concorrenti.

In considerazione di ciò, la decisione degli Stati europei di rinunciare al carbone, al petrolio, a seguito delle sanzioni e, soprattutto, al gas russo tramite il piano comunitario REPowerEu10 varato, dalla Commissione il 18 maggio scorso, con l’obiettivo di “ridurre rapidamente la nostra dipendenza dai combustibili fossili russi” sembra non aver tenuto conto di alcuni fondamentali elementi per il proprio approvvigionamento energetico.

Il primo, già patrimonio dell’opinione pubblica nazionale, risulta l’impennata del costo delle materie prime, soprattutto quelle energetiche, in corso ormai da circa un anno dal momento dell’approvazione, quindi ben prima di febbraio 2022. In particolare, sul mercato del gas olandese Ttf (Title Transfer Facility) dove la quotazione media mensile delle negoziazioni da 20,50 euro a megawattora di aprile 2021, era salito a 87,47 euro ad ottobre, per arrivare a 125,42 euro a marzo 2022 all’indomani delle prime tranche di sanzioni, causata soprattutto dagli effetti dell’attività speculativa tramite la finanza derivata, e del fatto che le stesse sanzioni, innescando una carenza di offerta sui mercati dei Paesi Ue, non potevano che alimentare ulteriormente la compravendita di contratti a termine (detti future) a fini speculativi.

Altro fondamentale elemento che non poteva sfuggire ai politici nazionali e comunitari riguarda la diversificazione degli approvvigionamenti, opera assai complessa e non realizzabile nel breve periodo, in quanto gli altri gasdotti europei di approvvigionamento non sono in grado di sostituire in toto le forniture russe e che il Gas Naturale Liquefatto (Gnl) trasportato via mare, necessita di una congrua dotazione di rigassificatori che, ahinoi, non abbiamo a disposizione. In particolare, il Gnl statunitense del quale l’amministrazione Biden ha fornito garanzie di approvvigionamento ai poco avveduti Paesi europei, presenta problematiche non indifferenti visto che l’estrazione avviene con la tecnica del fracking (fratturazione idraulica delle rocce), devastante dal punto di vista geologico e ambientale, non in grado di offrire garanzie di continuità di forniture per il rapido esaurimento dei giacimenti e con costi di complessivi per l’acquirente decisamente superiori rispetto a quello russo. Su quest’ultimo aspetto iniziano a serpeggiare sempre meno velati malumori in seno all’Ue rispetto al vantaggio di competitività, oltre che commerciale, per le aziende statunitensi, il cui costo del gas risulta nettamente inferiore rispetto a quelle europee, tanto da aver indotto il Ministro francese, Bruno Le Maire, a dichiarare il 12 ottobre scorso all’Assemblea Nazionale di Parigi che “non possiamo accettare che il nostro partner americano ci venda il suo Gnl ad un prezzo 4 volte superiore a quello al quale vende agli industriali suoi connazionali“. Aggiungendo amaramente che “la guerra in Ucraina non deve sfociare in una dominazione economica americana e in un indebolimento dell’Unione Europea“.

La transizione energetica, infine, benché ad essa il governo Draghi avesse dedicato apposito Dicastero, il ministro incaricato, Roberto Cingolani, oltre ad aver brillato per inerzia si è anche contraddistinto per alcune anacronistiche proposte come il nucleare, a suo dire “pulito”, e la riapertura delle centrali a carbone ormai dismesse.

L’impatto delle sanzioni sulla Russia e sui Paesi Ue

Nell’intento di valutare l’effettiva ricaduta delle sanzioni rispetto al fine di sfiancare l’economia russa da parte dei Paesi che le hanno introdotte, risulta fondamentale, fra le varie, confrontare la variazione dell’interscambio commerciale con Mosca del primo semestre 2021 con quello del corrispondente periodo del 2022, quest’ultimo influenzato dai provvedimenti restrittivi.

Per quanto riguarda il nostro Paese nel periodo gennaio-giugno 2021, in condizioni di ristabilita normalità economica dopo la crisi del 2020, abbiamo esportato merci in Russia per un controvalore di 4,4 miliardi di euro, mentre ne abbiamo importati 8,1 miliardi con un saldo per noi negativo di circa 3,7 miliardi di euro, sostanzialmente in linea con i dati del 2019 (tab. 3). Nel primo semestre dell’anno in corso, invece, a seguito delle sanzioni e il piano REPowerEU, tramite i quali ci siamo preclusi attività economiche significative con Mosca, il nostro export è diminuito del 21% sotto i 3,5 miliardi di euro, mentre il valore del nostro import ha subito un aumento del 136,9%, da 8,1 miliardi di euro a 19,1, che ha affossato in tal modo il saldo negativo a 15,7 miliardi di euro, con un aggravio del disavanzo di oltre 12 miliardi.

Tabella 3: valore in miliardi di euro dell’interscambio commerciale Italia-Russia fra 2019 e 2021 e confronto fra 1° semestre 2021 e 2022. Fonte: infomercati esteri su dati Istituto del Commercio Estero (Ice)11

Export italiano verso la Russia2019202020211° semestre 20211° semestre 2022
Totale (mld. €)7,8827,1017,6964,4203,490
Variazione periodo precedente (%)+4,2-9,9+8,8
-21,0

Import italiano dalla Russia
2019202020211° semestre 20211° semestre 2022
Totale (mld. €)14,3249,32913,9848,10119,190
Variazione (%)-4,3-34,9+54,5
+136,9
Totale interscambio (mld. €)22,20616,43021,68012,52122,680
Saldo commerciale Italia (mld. €)-6,442-2,228-6,288-3,681-15,700

Trend decisamente negativo del nostro Paese che, peraltro, ha continuato ad aggravarsi nel mese di agosto, durante il quale, secondo i dati dell’Istat, il valore del saldo commerciale complessivo è sceso a -9,5 miliardi di euro, rispetto a un surplus di 1 miliardo del corrispondente mese dello scorso anno. Un pesante disavanzo sul quale hanno inciso sia il passivo della bilancia energetica, salito addirittura di 12 miliardi, sia la diminuzione del 16,7% dell’export verso la Russia12. Il vertiginoso aumento dei costi del gas e dell’energia elettrica, secondo lo stesso report, hanno influito sul gravoso deficit commerciale totale e ulteriormente sospinto il rialzo dell’inflazione sia nel nostro Paese, arrivato ormai su base annua all’11,9% ad ottobre13, che nell’Eurozona. Concomitanti fattori che, sommati al rialzo dei tassi della Bce (ormai giunti al 2% con il terzo rialzo consecutivo del 27 ottobre14), stanno creando un sensibile rallentamento delle economie occidentali come ci conferma l’ultimo report del Fmi del 18 ottobre, nel cui contesto il responsabile del Dipartimento europeo dell’Istituto di Washington, Alfred Kammer, vi afferma che “questo inverno più della metà dei Paesi nell’area dell’euro sperimenterà una recessione tecnica, con almeno due trimestri consecutivi” di variazione negativa del Pil con situazione particolarmente critica di Germania e Italia. Queste ultime, non casualmente, due fra i Paesi maggiormente dipendenti dal gas russo15, per i quali il report indica tre trimestri consecutivi di contrazione, tant’è che erano già previsti in recessione nel 2023, nel già citato Outlook di ottobre dello stesso Istituto, rispettivamente a -0,3% e -0,2%, e la Russia -2,3%, mentre l’Eurozona subirà un sensibile rallentamento a +0,5% e gli Usa una crescita modesta dell’ +1%.

Tabella 4: previsioni variazione Pil per il 2023. Fonte: World Economic Outlook Fmi ottobre 2022


GermaniaItaliaRussiaEurozonaUsaCina
Previsioni variazione Pil 2023
-0,3%

-0,2%

-2,3%

+0,5%

+1,0%

+4,4%

Le decisioni assunte, su pressioni di Washington, dai Paesi europei e dall’Unione Europea verso Mosca, alla luce dei dati mostrano un impatto negativo, seppur dimezzato rispetto alle prime previsioni, sull’andamento dell’economia russa, sortendo, invece, un effetto opposto sul saldo delle partite correnti che, secondo Boomberg16, è più che triplicato sfiorando di 167 miliardi di dollari fra gennaio e giugno 2022, rispetto ai 50 del corrispondente periodo del 2021, a seguito dell’aumento dei ricavi dell’export dell’energia e delle materie prime, alla diminuzione delle importazioni a causa delle sanzioni e all’apertura di nuovi mercati di sbocco asiatici che hanno compensato l’impatto delle sanzioni.

Se i provvedimenti restrittivi occidentali sembrano aver raggiunto solo parzialmente gli obiettivi prefissati ai danni della Russia, di altra entità risultano, invece, gli impatti negativi causati alle proprie economie che stanno registrando pesanti effetti in termini di deficit commerciale, elevata inflazione, alti tassi di interesse non che rallentamento economico con serie prospettive di recessione tecnica, come indicato dal Fmi.

Le otto tranche di sanzioni comminate, sino a questo momento, dagli Stati europei sembrano, dunque, assumere, sulla scorta dei dati e delle previsioni economiche, connotato di boomerang ancor più clamoroso rispetto a quelle del 2014.

I vertici politici comunitari e nazionali, fra cui il neogoverno Meloni, non possono, a nostro avviso esimersi, dal rendere conto all’opinione pubblica sia della propria consapevolezza rispetto alla loro scarsa efficacia sulla destinataria, che dei costi sociali che saranno causati dal rallentamento economico e dalla probabile recessione che sta insabbiando la ripresa post-covid. Costi che inevitabilmente verranno a ricadere in maniera più gravosa sui ceti popolari e sui lavoratori a causa: della chiusura di aziende che non sosterranno l’aumento dei costi energetici, dell’aumento della disoccupazione e della perdita di potere d’acquisto dei salari e degli stipendi innescata dell’impennata inflazionistica con conseguente, inevitabile, aumento della povertà, che nel nostro Paese già opprime 5,6 milioni di persone.

Come uscire dalla spirale guerra – sanzioni – crisi economica e sociale?

Nella complessità e nella gravità della situazione che si sta, giorno dopo giorno, delineando, riteniamo che solo una massiccia mobilitazione popolare possa indurre, il nostro e gli altri governi europei, ad una seria riflessione sui nefasti effetti interni delle proprie politiche internazionali e a prendere atto che la strada della totale subalternità agli interessi Washington sta spingendo l’economia comunitaria nel baratro e non sta generando alcun effetto fra quelli preventivati rispetto alla risoluzione del conflitto in corso.

E’ necessario che il grande assente di questi di primi 8 mesi di guerra, il movimento internazionale per la pace, prenda coscienza, si organizzi ed apra un fronte di lotta duraturo che spinga i soggetti, direttamente e indirettamente, coinvolti al cessate il fuoco, all’apertura di un concreto negoziato sotto l’egida dell’Onu, riprendendo la piattaforma degli accordi di Minsk I e II (che se fossero stati rispettati non avrebbe portato al disastro in corso) che porti ad un pace equa che consideri i diritti e le necessità di tutti gli attori coinvolti, al fine di evitare un’ulteriore pericolosa escalation del conflitto e una nuova grave crisi economica e sociale a soli due anni da quella pandemica.

Andrea Vento – 3 novembre 2022 – (*) Gruppo insegnanti di Geografia Autorganizzati

Carta 1: votazione dell’Assemblea Generale dell’Onu di condanna dell’invasione russa del 3 marzo 2022

Carta 2: gli stati applicano (in rosso) e che non applicano (in celeste) le sanzioni alla Russia

NOTE:

1 Per una panoramica dettagliata delle 8 tranche di sanzioni dell’Ue alla Russia consultare: https://www.confindustria.it/home/crisi-ucraina/sanzioni

2 https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/tutti-i-buchi-delle-sanzioni-alla-russia-34533

3 “Crisi ucraina: il boomerang delle sanzioni europee” di Andrea Vento – Giga autoproduzioni 2014

4 https://www.infomercatiesteri.it/highlights_dettagli.php?id_highlights=16608

5 Calcolo effettuato allo stesso tasso di cambio medio annuo del 2019 che fra Usd/Eur era pari a 0,88

6 https://www.infomercatiesteri.it/public/osservatorio/interscambio-commerciale-mondo/Tabella%201%20-%20Interscambio%20commerciale%20dell’Italia_1666092101.pdf

7Principali prodotti del Made in Italy esportati in Russia: abbigliamento 244 mld (8,2%), mobili 122,7 mld (4,1%), calzature 99,7 mld (3,3%)

8 https://www.infomercatiesteri.it/public/osservatorio/schede-sintesi/federazione-russa_88.pdf

9 https://www.infomercatiesteri.it/public/osservatorio/schede-sintesi/federazione-russa_88.pdf

10 https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=COM%3A2022%3A230%3AFIN&qid=1653033742483

11 https://www.infomercatiesteri.it/scambi_commerciali.php?id_paesi=88#

12 https://www.istat.it/it/archivio/276078

13 https://www.istat.it/it/archivio/276683

14 https://www.ecb.europa.eu/press/pr/date/2022/html/ecb.mp221027~df1d778b84.it.html

15 Secondo i dati dell’Agenzia dell’Ue per la cooperazione tra i regolatori dell’energia, al 24 febbraio, la Germania importava il 49% del gas dalla Russia e l’Italia il 46%.

16 https://www.bloomberg.com/news/articles/2022-08-09/russia-more-than-triples-current-account-surplus-to-167-billion

La posizione della Germania nel Nuovo Ordine Mondiale americano

di Michael Hudson

La Germania è diventata un satellite economico della Nuova Guerra Fredda americana contro la Russia, la Cina e il resto dell’Eurasia. Alla Germania e ad altri Paesi della NATO è stato detto di imporre sanzioni commerciali e sugli investimenti che dureranno più a lungo dell’attuale guerra per procura in Ucraina. Il Presidente degli Stati Uniti Biden e i suoi portavoce del Dipartimento di Stato hanno spiegato che l’Ucraina è solo l’arena di apertura di una dinamica molto più ampia che sta dividendo il mondo in due serie opposte di alleanze economiche. Questa frattura globale promette di essere una lotta di dieci o vent’anni per determinare se l’economia mondiale sarà un’economia unipolare incentrata sui dollari degli Stati Uniti o un mondo multipolare e multivalutario incentrato sul cuore dell’Eurasia con economie miste pubbliche/private.

Il Presidente Biden ha caratterizzato questa divisione come una divisione tra democrazie e autocrazie. La terminologia è un tipico doppio senso orwelliano. Per “democrazie” intende gli Stati Uniti e le oligarchie finanziarie occidentali alleate. Il loro obiettivo è spostare la pianificazione economica dalle mani dei governi eletti a Wall Street e ad altri centri finanziari sotto il controllo degli Stati Uniti. I diplomatici statunitensi utilizzano il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale per chiedere la privatizzazione delle infrastrutture mondiali e la dipendenza dalla tecnologia, dal petrolio e dalle esportazioni alimentari statunitensi.

Per “autocrazia”, Biden intende i Paesi che resistono a questa finanziarizzazione e privatizzazione. In pratica, la retorica statunitense accusa la Cina di essere autocratica nel regolare la propria economia per promuovere la propria crescita economica e il proprio tenore di vita, soprattutto mantenendo la finanza e le banche come servizi pubblici per promuovere l’economia tangibile di produzione e consumo. In sostanza, si tratta di decidere se le economie saranno pianificate dai centri bancari per creare ricchezza finanziaria – privatizzando le infrastrutture di base, i servizi pubblici e i servizi sociali come l’assistenza sanitaria in monopoli – o di aumentare gli standard di vita e la prosperità mantenendo le banche e la creazione di denaro, la sanità pubblica, l’istruzione, i trasporti e le comunicazioni in mani pubbliche.

Il Paese che ha subito il maggior numero di “danni collaterali” in questa frattura globale è la Germania. In quanto economia industriale più avanzata d’Europa, l’acciaio, i prodotti chimici, i macchinari, le automobili e gli altri beni di consumo tedeschi sono i più dipendenti dalle importazioni di gas, petrolio e metalli russi, dall’alluminio al titanio e al palladio. Eppure, nonostante i due gasdotti Nord Stream costruiti per fornire alla Germania energia a basso prezzo, alla Germania è stato detto di tagliarsi fuori dal gas russo e di deindustrializzarsi. Questo significa la fine della sua preminenza economica. La chiave della crescita del PIL in Germania, come in altri Paesi, è il consumo di energia per lavoratore.

Queste sanzioni anti-russo rendono l’attuale Nuova Guerra Fredda intrinsecamente anti-tedesca. Il Segretario di Stato americano Anthony Blinken ha dichiarato che la Germania dovrebbe sostituire il gas russo a basso prezzo dei gasdotti con il gas GNL statunitense ad alto prezzo. Per importare questo gas, la Germania dovrà spendere rapidamente più di 5 miliardi di dollari per costruire una capacità portuale in grado di gestire le navi cisterna di GNL. L’effetto sarà quello di rendere l’industria tedesca non competitiva. I fallimenti si diffonderanno, l’occupazione diminuirà e i leader tedeschi favorevoli alla NATO imporranno una depressione cronica e un calo del tenore di vita.

La maggior parte della teoria politica presuppone che le nazioni agiscano nel proprio interesse personale. Altrimenti sono Paesi satellite, non in grado di controllare il proprio destino. La Germania sta subordinando la propria industria e il proprio tenore di vita ai dettami della diplomazia statunitense e all’interesse personale del settore petrolifero e del gas americano. Lo fa volontariamente, non grazie alla forza militare, ma per la convinzione ideologica che l’economia mondiale debba essere gestita dai pianificatori statunitensi della Guerra Fredda.

A volte è più facile comprendere le dinamiche odierne allontanandosi dalla propria situazione immediata per guardare agli esempi storici del tipo di diplomazia politica che si vede dividere il mondo di oggi. Il parallelo più vicino che riesco a trovare è la lotta dell’Europa medievale da parte del papato romano contro i re tedeschi – i Sacri Romani Imperatori – nel XIII secolo. Quel conflitto divise l’Europa lungo linee molto simili a quelle odierne. Una serie di papi scomunicò Federico II e altri re tedeschi e mobilitò gli alleati per combattere contro la Germania e il suo controllo dell’Italia meridionale e della Sicilia.

L’antagonismo occidentale contro l’Oriente fu incitato dalle Crociate (1095-1291), proprio come l’odierna Guerra Fredda è una crociata contro le economie che minacciano il dominio degli Stati Uniti sul mondo. La guerra medievale contro la Germania verteva su chi dovesse controllare l’Europa cristiana: il papato, con i papi che diventavano imperatori mondani, o i governanti secolari dei singoli regni, rivendicando il potere di legittimarli e accettarli moralmente.

L’evento principale dell’Europa medievale analogo alla Nuova Guerra Fredda americana contro Cina e Russia fu il Grande Scisma del 1054. Pretendendo un controllo unipolare sulla cristianità, Leone IX scomunicò la Chiesa ortodossa con sede a Costantinopoli e l’intera popolazione cristiana che vi apparteneva. Un unico vescovato, Roma, si isolò dall’intero mondo cristiano dell’epoca, compresi gli antichi patriarcati di Alessandria, Antiochia, Costantinopoli e Gerusalemme.

Questa separazione creò un problema politico per la diplomazia romana: Come tenere sotto il proprio controllo tutti i regni dell’Europa occidentale e rivendicare il diritto di ricevere da essi sussidi finanziari. Questo obiettivo richiedeva la subordinazione dei re secolari all’autorità religiosa papale. Nel 1074, Gregorio VII, Ildebrando, annunciò 27 dettati papali che delineavano la strategia amministrativa con cui Roma avrebbe potuto consolidare il suo potere sull’Europa.

Queste richieste papali sono sorprendentemente parallele all’odierna diplomazia statunitense. In entrambi i casi gli interessi militari e mondani richiedono una sublimazione sotto forma di spirito di crociata ideologica per cementare il senso di solidarietà che ogni sistema di dominio imperiale richiede. La logica è universale e senza tempo.

I Dettati papali furono radicali principalmente in due sensi. Innanzitutto, elevarono il vescovo di Roma al di sopra di tutti gli altri vescovati, creando il papato moderno. La clausola 3 stabiliva che solo il Papa aveva il potere di investitura per nominare i vescovi o per deporli o reintegrarli. A conferma di ciò, la clausola 25 attribuiva il diritto di nominare (o deporre) i vescovi al Papa e non ai governanti locali. La clausola 12 conferiva al Papa il diritto di deporre gli imperatori, seguendo la clausola 9 che obbligava “tutti i principi a baciare i piedi del solo Papa” per essere considerati legittimi governanti.

Allo stesso modo oggi i diplomatici statunitensi si arrogano il diritto di nominare chi debba essere riconosciuto come capo di Stato di una nazione. Nel 1953 hanno rovesciato il leader eletto dell’Iran e lo hanno sostituito con la dittatura militare dello Scià. Questo principio dà ai diplomatici statunitensi il diritto di sponsorizzare “rivoluzioni colorate” per il cambio di regime, come la sponsorizzazione di dittature militari latinoamericane che creano oligarchie clienti per servire gli interessi aziendali e finanziari degli Stati Uniti. Il colpo di Stato del 2014 in Ucraina è solo l’ultimo esercizio di questo diritto degli Stati Uniti di nominare e deporre i leader.

Più di recente, i diplomatici statunitensi hanno nominato Juan Guaidó come capo di Stato del Venezuela al posto del suo presidente eletto e gli hanno consegnato le riserve auree del Paese. Il presidente Biden ha insistito sul fatto che la Russia deve rimuovere Putin e mettere al suo posto un leader più favorevole agli Stati Uniti. Questo “diritto” di scegliere i capi di Stato è stato una costante della politica degli Stati Uniti nel corso della loro lunga storia di ingerenza politica negli affari politici europei a partire dalla Seconda Guerra Mondiale.

La seconda caratteristica radicale dei Dettati papali era l’esclusione di ogni ideologia e politica che divergesse dall’autorità papale. La clausola 2 affermava che solo il Papa poteva essere definito “Universale”. Qualsiasi disaccordo era, per definizione, eretico. La clausola 17 affermava che nessun capitolo o libro poteva essere considerato canonico senza l’autorità papale.

Una richiesta simile a quella avanzata dall’ideologia odierna, sponsorizzata dagli Stati Uniti, del “libero mercato” finanziarizzato e privatizzato, che significa la deregolamentazione del potere governativo di plasmare le economie secondo interessi diversi da quelli delle élite finanziarie e aziendali centrate sugli Stati Uniti.

La richiesta di universalità nella nuova guerra fredda di oggi è ammantata dal linguaggio della “democrazia”. Ma la definizione di democrazia nella Nuova Guerra Fredda di oggi è semplicemente “a favore degli Stati Uniti”, e in particolare della privatizzazione neoliberale come nuova religione economica sponsorizzata dagli Stati Uniti. Quest’etica è considerata “scienza”, come nel quasi Premio Nobel per le Scienze Economiche. Questo è l’eufemismo moderno per l’economia spazzatura neoliberista della Scuola di Chicago, i programmi di austerità del FMI e il favoritismo fiscale per i ricchi.

I Dettati Pontifici delineavano una strategia per mantenere il controllo unipolare sui regni secolari. Essi affermavano la precedenza del papato sui re del mondo, soprattutto sui Sacri Romani Imperatori tedeschi. La clausola 26 dava ai papi l’autorità di scomunicare chiunque non fosse “in pace con la Chiesa romana”. Questo principio implicava la clausola conclusiva 27, che permetteva al papa di “sollevare i sudditi dalla loro fedeltà a uomini malvagi”. Ciò incoraggiò la versione medievale delle “rivoluzioni colorate” per ottenere un cambiamento di regime.

Ciò che univa i Paesi in questa solidarietà era l’antagonismo verso le società non soggette al controllo papale centralizzato: gli infedeli musulmani che detenevano Gerusalemme, i catari francesi e chiunque altro fosse considerato eretico. Soprattutto c’era ostilità verso le regioni abbastanza forti da resistere alle richieste papali di tributi finanziari.

La controparte odierna di questo potere ideologico di scomunicare gli eretici che resistono alle richieste di obbedienza e tributo sarebbe l’Organizzazione Mondiale del Commercio, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale che dettano le pratiche economiche e stabiliscono le “condizionalità” che tutti i governi membri devono seguire, pena l’applicazione di sanzioni da parte degli Stati Uniti – la versione moderna della scomunica dei Paesi che non accettano la sovranità degli Stati Uniti. La clausola 19 dei Dettati stabiliva che il Papa non poteva essere giudicato da nessuno – proprio come oggi gli Stati Uniti si rifiutano di sottoporre le proprie azioni alle sentenze della Corte Mondiale. Allo stesso modo, oggi, ci si aspetta che i satelliti statunitensi seguano senza discutere i dettami degli Stati Uniti attraverso la NATO e altre armi (come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale). Come disse Margaret Thatcher a proposito della privatizzazione neoliberale che distrusse il settore pubblico britannico, There Is No Alternative (TINA).

Il mio intento è quello di sottolineare l’analogia con le odierne sanzioni statunitensi contro tutti i Paesi che non seguono le proprie richieste diplomatiche. Le sanzioni commerciali sono una forma di scomunica. Invertono il principio del Trattato di Westfalia del 1648 che rendeva ogni Paese e i suoi governanti indipendenti dalle ingerenze straniere. Il Presidente Biden caratterizza l’interferenza statunitense come garanzia della sua nuova antitesi tra “democrazia” e “autocrazia”. Per democrazia intende un’oligarchia clientelare sotto il controllo degli Stati Uniti, che crea ricchezza finanziaria riducendo gli standard di vita dei lavoratori, in contrapposizione alle economie miste pubblico-private che mirano a promuovere gli standard di vita e la solidarietà sociale.

Come ho già detto, scomunicando la Chiesa ortodossa di Costantinopoli e la sua popolazione cristiana, il Grande Scisma ha creato la fatidica linea di demarcazione religiosa che ha diviso “l’Occidente” dall’Oriente negli ultimi millenni. Questa divisione è stata così importante che Vladimir Putin l’ha citata nel suo discorso del 30 settembre 2022, descrivendo l’odierno distacco dalle economie occidentali centrate sugli Stati Uniti e sulla NATO.

I secoli XII e XIII videro i conquistatori normanni di Inghilterra, Francia e altri Paesi, insieme ai re tedeschi, protestare ripetutamente, essere scomunicati ripetutamente, ma alla fine soccombere alle richieste papali. Ci è voluto fino al XVI secolo perché Martin Lutero, Zwingli ed Enrico VIII creassero finalmente un’alternativa protestante a Roma, rendendo la cristianità occidentale multipolare.

Perché ci è voluto così tanto? La risposta è che le Crociate hanno fornito una forza di gravità ideologica. Era l’analogia medievale della nuova guerra fredda di oggi tra Oriente e Occidente. Le Crociate hanno creato un fulcro spirituale di “riforma morale” mobilitando l’odio contro “l’altro” – l’Oriente musulmano, e sempre più spesso gli ebrei e i cristiani europei dissidenti rispetto al controllo romano. Questa è l’analogia medievale con le odierne dottrine neoliberiste del “libero mercato” dell’oligarchia finanziaria americana e la sua ostilità nei confronti di Cina, Russia e altre nazioni che non seguono questa ideologia. Nella nuova guerra fredda di oggi, l’ideologia neoliberista dell’Occidente mobilita la paura e l’odio verso “l’altro”, demonizzando le nazioni che seguono un percorso indipendente come “regimi autocratici”. Il razzismo vero e proprio è promosso nei confronti di interi popoli, come è evidente nella russofobia e nella cultura di cancellazione che sta attraversando l’Occidente.

Proprio come la transizione multipolare della cristianità occidentale ha richiesto l’alternativa protestante del XVI secolo, la rottura del cuore dell’Eurasia dall’Occidente NATO centrato sulle banche deve essere consolidata da un’ideologia alternativa su come organizzare le economie miste pubbliche/private e le loro infrastrutture finanziarie.

Le chiese medievali in Occidente furono svuotate delle loro elemosine e delle loro dotazioni per contribuire con la moneta di Pietro e altri sussidi al papato per le guerre che combatteva contro i governanti che resistevano alle richieste papali. L’Inghilterra svolse il ruolo di vittima principale che oggi svolge la Germania. Le enormi tasse inglesi, apparentemente destinate a finanziare le Crociate, furono dirottate per combattere Federico II, Corrado e Manfredi in Sicilia. Questa sottrazione fu finanziata dai banchieri papali dell’Italia settentrionale (Longobardi e Cahorsin) e si trasformò in debiti reali trasferiti a tutta l’economia. I baroni inglesi scatenarono una guerra civile contro Enrico II nel 1260, ponendo fine alla sua complicità nel sacrificare l’economia alle richieste papali.

Ciò che pose fine al potere del papato sugli altri Paesi fu la fine della sua guerra contro l’Oriente. Quando i crociati persero San Giovanni d’Acri, la capitale di Gerusalemme, nel 1291, il papato perse il suo controllo sulla cristianità. Non c’era più “il male” da combattere e il “bene” aveva perso il suo centro di gravità e la sua coerenza. Nel 1307, il re di Francia Filippo IV (“il Bello”) si impadronì delle ricchezze del grande ordine bancario militare della Chiesa, quello dei Templari nel Tempio di Parigi. Anche altri governanti nazionalizzarono i Templari e i sistemi monetari furono tolti dalle mani della Chiesa. Senza un nemico comune definito e mobilitato da Roma, il papato perse il suo potere ideologico unipolare sull’Europa occidentale.

L’equivalente moderno del rifiuto dei Templari e della finanza papale sarebbe il ritiro dei Paesi dalla Nuova Guerra Fredda americana. Ciò sta avvenendo in quanto un numero sempre maggiore di Paesi vede la Russia e la Cina non come avversari, ma come grandi opportunità di reciproco vantaggio economico.

La promessa non mantenuta di un vantaggio reciproco tra Germania e Russia

La dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991 aveva annunciato la fine della Guerra Fredda. Il Patto di Varsavia fu sciolto, la Germania fu riunificata e i diplomatici americani promisero la fine della NATO, perché non esisteva più una minaccia militare sovietica. I leader russi si sono lasciati andare alla speranza che, come ha detto il Presidente Putin, si sarebbe creata una nuova economia paneuropea da Lisbona a Vladivostok. La Germania, in particolare, avrebbe dovuto prendere l’iniziativa di investire in Russia e ristrutturare la sua industria secondo linee più efficienti. La Russia avrebbe pagato per questo trasferimento di tecnologia fornendo gas e petrolio, oltre a nichel, alluminio, titanio e palladio.

Non si prevedeva che la NATO sarebbe stata ampliata fino a minacciare una nuova guerra fredda, né tanto meno che avrebbe appoggiato l’Ucraina, riconosciuta come la cleptocrazia più corrotta d’Europa, che sarebbe stata guidata da partiti estremisti che si identificano con le insegne naziste tedesche.

Come spiegare perché il potenziale apparentemente logico di guadagno reciproco tra l’Europa occidentale e le economie ex sovietiche si sia trasformato in una sponsorizzazione di cleptocrazie oligarchiche. La distruzione del gasdotto Nord Stream riassume in poche parole la dinamica. Per quasi un decennio gli Stati Uniti hanno chiesto costantemente alla Germania di non dipendere più dall’energia russa. A queste richieste si sono opposti Gerhardt Schroeder, Angela Merkel e i leader economici tedeschi. Essi hanno sottolineato l’ovvia logica economica del reciproco scambio di manufatti tedeschi con le materie prime russe.

Il problema degli Stati Uniti era come impedire alla Germania di approvare il gasdotto Nord Stream 2. Victoria Nuland, il Presidente Biden e altri diplomatici statunitensi hanno dimostrato che il miglior modo per farlo era incitare all’odio verso la Russia. La nuova guerra fredda è stata inquadrata come una nuova crociata. In questo modo George W. Bush aveva presentato l’attacco americano all’Iraq per impadronirsi dei suoi pozzi di petrolio. Il colpo di Stato del 2014, sponsorizzato dagli Stati Uniti, ha creato un regime ucraino fantoccio che ha passato otto anni a bombardare le province orientali russofone. La NATO ha quindi incitato una risposta militare russa. L’incitamento ha avuto successo e la risposta russa desiderata è stata debitamente etichettata come un’atrocità non immotivata. La sua protezione dei civili è stata descritta dai media sponsorizzati dalla NATO come così sproporzionata da meritare le sanzioni commerciali e sugli investimenti imposte da febbraio. Questo è il significato di crociata.

Il risultato è che il mondo si sta dividendo in due campi: la NATO incentrata sugli Stati Uniti e l’emergente coalizione eurasiatica. Una conseguenza di questa dinamica è stata l’impossibilità per la Germania di perseguire una politica economica di relazioni commerciali e di investimento reciprocamente vantaggiose con la Russia (e forse anche con la Cina). Questa settimana il cancelliere tedesco Olaf Sholz si recherà in Cina per chiedere che il Paese smantelli il settore pubblico e smetta di sovvenzionare la sua economia, altrimenti la Germania e l’Europa imporranno sanzioni sul commercio con la Cina. Non c’è modo che la Cina possa soddisfare questa ridicola richiesta, così come gli Stati Uniti o qualsiasi altra economia industriale non smetterebbero di sovvenzionare i propri computer-chip e altri settori chiave.[1]

Il Consiglio Tedesco per le Relazioni Estere è un braccio neoliberale “libertario” della NATO che chiede la deindustrializzazione della Germania e la sua dipendenza dagli Stati Uniti per il commercio, escludendo Cina, Russia e i loro alleati. Questo si preannuncia come l’ultimo chiodo della bara economica della Germania.

Un altro sottoprodotto della Nuova Guerra Fredda americana è stato quello di porre fine a qualsiasi piano internazionale per arginare il riscaldamento globale. Una delle chiavi di volta della diplomazia economica statunitense è il controllo da parte delle sue compagnie petrolifere e di quelle dei suoi alleati della NATO delle forniture mondiali di petrolio e di gas, ovvero l’opposizione ai tentativi di ridurre la dipendenza dai combustibili a base di carbonio. La guerra della NATO in Iraq, Libia, Siria, Afghanistan e Ucraina riguardava gli Stati Uniti (e i loro alleati francesi, britannici e olandesi) per mantenere il controllo del petrolio. Non si tratta di una questione astratta come “democrazie contro autocrazie”. Si tratta della capacità degli Stati Uniti di danneggiare altri Paesi interrompendo il loro accesso all’energia e ad altri bisogni primari.

Senza la narrativa della Nuova Guerra Fredda “bene contro male”, le sanzioni statunitensi perderebbero la loro ragion d’essere in questo attacco degli Stati Uniti alla protezione dell’ambiente e al commercio reciproco tra Europa occidentale, Russia e Cina. Questo è il contesto della lotta odierna in Ucraina, che dovrà essere solo il primo passo della prevista lotta ventennale degli Stati Uniti per impedire che il mondo diventi multipolare. Questo processo imprigionerà la Germania e l’Europa nella dipendenza dalle forniture statunitensi di GNL.

Il trucco è cercare di convincere la Germania che dipende dagli Stati Uniti per la sua sicurezza militare. Ciò da cui la Germania ha veramente necessità di essere protetta è la guerra degli Stati Uniti contro la Cina e la Russia, che sta emarginando e “ucrainizzando” l’Europa.

I governi occidentali non hanno lanciato appelli per una fine negoziata di questa guerra, perché in Ucraina non è stata dichiarata alcuna guerra. Gli Stati Uniti non dichiarano guerra da nessuna parte, perché ciò richiederebbe una dichiarazione del Congresso secondo la Costituzione degli Stati Uniti. Quindi gli eserciti statunitensi e della NATO bombardano, organizzano rivoluzioni colorate, si intromettono nella politica interna (rendendo obsoleti gli accordi di Westfalia del 1648) e impongono le sanzioni che stanno facendo a pezzi la Germania e i suoi vicini europei.

Come possono i negoziati “porre fine” a una guerra che non ha una dichiarazione di guerra e che è una strategia a lungo termine di totale dominio unipolare del mondo?

La risposta è che non si può porre fine a questa guerra finché non si sostituisce un’alternativa all’attuale insieme di istituzioni internazionali incentrate sugli Stati Uniti. Ciò richiede la creazione di nuove istituzioni che riflettano un’alternativa alla visione neoliberista incentrata sulle banche, secondo cui le economie dovrebbero essere privatizzate con una pianificazione centrale da parte dei centri finanziari privati. Rosa Luxemburg ha descritto la scelta tra socialismo e barbarie. Ho delineato le dinamiche politiche di un’alternativa nel mio recente libro Il destino della civiltà.

NOTE:

[1] Si veda Guntram Wolff, “Sholz dovrebbe inviare un messaggio esplicito nella sua visita a Pechino”, Financial Times, 31 ottobre 2022. Wolff è direttore e CE del Consiglio tedesco per le relazioni estere.

(Questo articolo è stato presentato il 1° novembre 2022 sul sito web tedesco Brave New Europe.

https://braveneweurope.com/michael-hudson-germanys-position-in-americas-new-world-order

Il video del mio intervento sarà disponibile su YouTube tra una decina di giorni.)

Traduzione: Cambiailmondo.org

FONTE: https://www.unz.com/mhudson/germanys-position-in-americas-new-world-order/

Mobilitarsi per la pace, fermare i costruttori di cimiteri

Di fronte all’incapacità dei governi e delle istituzioni internazionali di arrestare l’escalation della guerra, si devono muovere i popoli. Con difficoltà l’opinione pubblica sta uscendo dal lungo letargo imposto dalla ninnananna del pensiero unico cantata dai media e dalle principali forze politiche. La mobilitazione è cominciata dal basso e si sta estendendo a macchia d’olio.

di Domenico Gallo

L’orribile massacro in corso alle frontiere dell’Europa, sta degenerando verso un’ulteriore escalation. Dopo l’attentato al ponte di Kerch, che unisce la Crimea alla Russia meridionale, si è scatenata una pioggia di bombardamenti con droni suicidi su Kiev e su tutta l’Ucraina, mirata soprattutto a colpire gli impianti civili di produzione di energia elettrica, mentre proseguono  violentissimi gli scontri su più fronti fra le truppe ucraine e quelle russe. In questo momento si stanno addestrando 15 mila soldati ucraini sul territorio europeo con i fondi per la pace dell’European Peace Facility. Ad essi si aggiungono 10 mila soldati ucraini addestrati dal Regno Unito per l’uso delle nuove armi più alcune migliaia di contractors finanziati dagli Stati Uniti con elevate competenze militari. Si prepara quindi una potenza di assalto finalizzata a sfondare quest’inverno le difese russe e filorusse, mentre la Russia dal canto suo sta reclutando e addestrando 300 mila soldati per fronteggiare la controffensiva ucraina . Ci sarà quindi sempre più carne da cannone su entrambi i fronti, e più cimiteri da riempire.

Di fronte a questi ulteriori sviluppi – per quanto sia assurdo – le Cancellerie dei principali paesi europei, le istituzioni europee, compreso il Parlamento Europeo, hanno deciso di continuare a puntare sul prolungamento e sull’escalation della guerra, convinti che la pace potrà essere ristabilita soltanto con la vittoria dell’Ucraina e la disfatta della Russia. Non a caso in tutti i documenti ufficiali non compare mai la parola “negoziato”, “cessate il fuoco”, “neutralità”, “status dei territori contesi”, “conferenza internazionale di Pace” “sicurezza collettiva”. Anche il rischio di un inverno nucleare non porta a più miti consigli, anzi viene apertamente sfidato con minacce di reazioni altrettanto distruttive.

Di fronte all’incapacità dei governi e delle istituzioni internazionali di arrestare questa corsa al suicidio si devono muovere i popoli. Con difficoltà l’opinione pubblica sta uscendo dal lungo letargo imposto dalla ninnananna del pensiero unico cantata dai media e dalle principali forze politiche. La mobilitazione è cominciata dal basso e si sta estendendo a macchia d’olio.

Il primo appuntamento è per il weekend dal 21 al 23 ottobre. Sulla base dell’appello lanciato dalla coalizione Europe for peace si stanno organizzando iniziative varie in 100 città italiane con la richiesta di cessate il fuoco immediato affinché si giunga ad una Conferenza internazionale di Pace.

Nel testo sottoscritto dalle aderenti di Europe for Peace si sottolinea come ““Le armi non portano la pace, ma solo nuove sofferenze per la popolazione. Non c’è nessuna guerra da vincere: noi invece vogliamo vincere la pace”. I promotori sottolineano come invece sia necessario “che il nostro Paese, l’Europa, le Nazioni Unite operino attivamente per favorire il negoziato avviando un percorso per una Conferenza internazionale di pace che, basandosi sul concetto di sicurezza condivisa, metta al sicuro la pace anche per il futuro”.

Tutte queste iniziative locali serviranno ad alimentare una manifestazione nazionale che si svolgerà il 5 novembre a Roma. Le parole d’ordine sono: cessate il fuoco subito – negoziato per la pace, mettiamo al bando tutte le armi nucleari, solidarietà con il popolo ucraino e con le vittime di tutte le guerre.

La buona notizia è che la mobilitazione per la pace sta coinvolgendo tutta la società italiana nella sue più varie articolazioni. Ci sono Arci, Agesci, Anpi, Emergency, Libera, Sant’Egidio, Pax Christi, la FIOM, le tre Confederazioni sindacali e una miriade di associazioni quale non si era mai vista prima.

Questa nascente mobilitazione popolare per la pace è già divenuta oggetto di attacchi rabbiosi da più parti. Quello che è più preoccupante, però, non sono le denigrazioni aperte di coloro che cercano di intimidire il movimento qualificando tutti i pacifisti come putiniani.

L’attacco veramente insidioso è quello di chi cerca di depotenziare la mobilitazione popolare deviandola su un binario morto. Qui non si tratta di agitare una generica aspirazione dei popoli alla pace, su cui a parole tutti concordano. Si tratta di contrastare un indirizzo politico ben preciso che punta alla guerra come unica soluzione della crisi.

Per imbrogliare le acque, anche gli esponenti del partito della guerra sono disponibili a scendere in piazza per invocare la pace. Emblematico è il caso del sit-in all’ambasciata russa, truccato da manifestazione per la pace in cui gli organizzatori hanno discettato di pace “giusta”, chiedendo il ristabilimento della sovranità dell’Ucraina “secondo i confini stabiliti dalla Comunità internazionale prima del 2014”. In altre parole, si pretende di contrabbandare come pace il progetto di alimentare la guerra e portarla sino alle sue estreme conseguenze.

Al contrario se si vuole la pace, non bisogna aizzare il nazionalismo ucraino contro quello russo, ma bisogna mettere mano ai nodi politici reali che hanno determinato lo scoppio del conflitto, dalla questione della neutralità dell’Ucraina a quella dell’autonomia delle regioni russofone del Donbass.

Come sottolinea la Piattaforma per il 5 Novembre: “È urgente lavorare ad una soluzione politica del conflitto, mettendo in campo tutte le risorse e i mezzi della diplomazia al fine di far prevalere il rispetto del diritto internazionale, portando al tavolo del negoziato i rappresentanti dei governi di Kiev e di Mosca, assieme a tutti gli attori necessari per trovare una pace giusta. Insieme con Papa Francesco diciamo: “Tacciano le armi e si cerchino le condizioni per avviare negoziati capaci di condurre a soluzioni non imposte con la forza, ma concordate, giuste e stabili”.

Questo è il momento di alzare la voce per la pace.

FONTE: https://www.domenicogallo.it/2022/10/mobilitarsi-per-la-pace-fermare-i-costruttori-di-cimiteri/

Il metodo Piombino “L’Italia oltre la legge” – Un documentario di Max Civili (su rigassificatore ecc.)

Bellissimo documentario di Max Civili e Gianluca Raccogli sulla situazione di Piombino alle prese con la nuova installazione per la rigassificazione.

Ignazio La Russa, l’amico degli americani

Un articolo di Antonio Mazzeo del settembre 2011

Un ministro da adulare, vezzeggiare, sostenere, consigliare, orientare. Una “rarità” di politico con un cuore tutto per Washington e gli interessi a stelle e strisce in Europa e nel mondo. Sacerdote del pensiero atlantico e strenuo paladino delle crociate contro il terrorismo in Africa e Medio oriente. Il più fedele dei Signorsì per piegare le ultime resistenze all’occupazione del territorio da parte di ecomostri e dispositivi di morte. Lui è Ignazio La Russa, ministro della difesa dell’ultimo governo Berlusconi, leader politico cresciuto nelle organizzazioni di estrema destra. A farne un’icona del filo-americanismo in salsa tricolore sono invece i più alti funzionari dell’ambasciata degli Stati Uniti in Italia nei cablogrammi inviati a Washington, da qualche giorno on line sul sito di Wikileaks.

Roma, 5 ottobre 2009. Fervono i preparativi per il viaggio del ministro La Russa negli States dove incontrerà il segretario della difesa Robert Gates. Il vertice è fissato per il 13 ottobre e l’ambasciata di via Veneto emette il cablo top secret, classificato 09ROME1132. Destinatario proprio mister Gates.“Il tuo incontro con Ignazio La Russa giunge in un momento cruciale, con l’Italia che ritiene possibili i tagli al budget destinato alle missioni militari all’estero”. L’establishment USA è preoccupato per i riflessi che ciò potrebbe avere sulla missione NATO-ISAF in Afghanistan, ma per fortuna a dirigere il ministero della difesa del paese partner c’è “un buon amico degli Stati Uniti, forte sostenitore dei comuni interessi per la sicurezza  transatlantica”.

“La Russa – continua il cablo – a differenza di suoi molti colleghi di governo, è stato un rumoroso sostenitore di un forte sistema difensivo e di robuste operazioni all’estero, sin da quando il governo Berlusconi è giunto al potere nel maggio 2008. Sebbene non appartenga allo stretto circolo di Berlusconi, egli è un importante politico alla sua destra – la seconda figura più potente del partito di Alleanza Nazionale che recentemente si è incorporato nel Popolo della Liberta (PdL). Di professione avvocato, La Russa è un accorto stratega politico, il cui aspetto e comportamenti piuttosto bruschi nascondono un’intelligenza acuta e piena padronanza per i dettagli. Sebbene sia spesso accusato di essere più attento ai partiti politici che alle leadership militari, La Russa è uno strenuo difensore dell’aumento delle spese militari e di maggiori protezioni per le truppe italiane impegnate sul campo, ed è popolare tra le forze armate. Egli tiene tantissimo alla sua personale relazione con te e lo ha dimostrato nei passati meeting, negli incontri interministeriali e nelle dichiarazioni alla stampa”.

“La Russa, una rarità in Europa, è un grande sostenitore della missione NATO in Afghanistan e non teme di esporre pubblicamente la necessità di continuare l’impegno dell’Italia in questo paese. Grazie in buona parte alla sua ferma difesa pubblica, la missione ISAF rimane una priorità italiana di massimo livello. L’obiettivo principale della sua venuta a Washington è di ascoltare da te la posizione assunta dagli Stati Uniti sul futuro della missione in Afghanistan alla luce del report di McChrystal. Il vostro incontro gli darà l’orientamento e gli argomenti per continuare a sostenere efficacemente la causa in Parlamento, sulla stampa, e all’interno del governo. Subito dopo, dovrà ottenere il consenso in consiglio dei ministri per un nuovo decreto che finanzi l’attività all’estero di 9.000 militari italiani, 3.100 dei quali da destinare alla missione ISAF, 2.300 a UNIFIL e 1.900 a KFOR. Per ottenerlo, dovrà respingere le richieste del ministero delle finanze di maggiori tagli al bilancio della difesa e trattare con un partner minore della coalizione del presidente Berlusconi, Umberto Bossi, leader della Lega Nord, che ha espresso scetticismo sulla missione afgana a seguito dell’attentato del 17 settembre a Kabul in cui sono stati uccisi sei soldati italiani. La Russa vorrà essere rassicurato da te sul fatto che gli Stati Uniti hanno implementato una chiara strategia sulla scia delle valutazioni fatte da McChrystal, dato che dovrà sostenere l’aumento del numero dei militari italiani e delle risorse, come richiesto dalla NATO”. 

Secondo i diplomatici statunitensi, il ministro potrebbe pure avere un ruolo importante per impedire il ritiro o il drastico ridimensionamento del contingente italiano schierato in Libano nell’ambito della missione UNIFIL. “La Russa – scrivono – come molti nel centro-destra italiano, tende a considerare UNIFIL come una missione “soft” ereditata dal governo Prodi di centro-sinistra, ma un tuo segnale che gli Stati Uniti non vogliono la riduzione della missione e preferirebbero che l’Italia mantenesse l’odierno livello delle truppe – anche se no al costo dell’impegno militare in Afghanistan – lo aiuterebbe a sostenere la causa in consiglio dei ministri. Con sufficienti volere politico e risorse finanziarie, l’Italia può continuare a mantenere in vita entrambe le missioni con la forza di oggi o meglio”.

La Russa viene inoltre ritenuto l’uomo chiave per conseguire gli obiettivi di potenziamento qualitativo e numerico delle installazioni militari USA presenti sul territorio italiano. “L’Italia è il nostro più importante alleato in Europa per proiettare la potenza militare nel Mediterraneo, in Nord Africa e in Medio oriente. I cinque maggiori complessi militari (Napoli, Sigonella, Camp Darby, Vicenza e Aviano) ospitano approssimativamente 13.000 tra militari statunitensi e personale civile del Dipartimento della difesa, 16.000 familiari e 4.000 impiegati italiani. Miglioramenti o cambiamenti di queste infrastrutture potrebbero generare controversie con i politici locali e noi contiamo sul sostegno politico ai più alti livelli, così com’è stato in passato”. “L’approvazione e il sostegno del governo italiano al progetto di espansione dell’aeroporto Dal Molin di Vicenza per consentire il consolidamento del 173rd Airborne Brigade Combat Team è un esempio positivo di questo tipo di collaborazione” prosegue il cablo. “A breve termine, possiamo richiedere l’aiuto di La Russa su una serie di problemi relativi alle basi militari, ad esempio per la nostra richiesta di riconoscimento formale, da parte del governo italiano, del sito di supporto US Navy a Gricignano (Napoli) quale base militare nell’ambito del NATO SOFA del 1951 (l’accordo sullo status delle forze militari straniere ospitate in un paese in ambito alleato) e del Bilateral Infrastructure Agreement del 1954, e per l’approvazione della costruzione del nuovo sistema di comunicazione globale satellitare Mobile User Objective System (MUOS) della marina militare USA all’interno del Navy Radio Transmitter Facility di Niscemi, in Sicilia. In passato La Russa ha fatto, su nostra richiesta, utili dichiarazioni pubbliche sulla questione MUOS. Un tuo segnale di apprezzamento per il suo sostegno su questo punto aiuterebbe a focalizzare la sua attenzione sulle arcane questioni tecniche e legali che ruotano attorno alla nostra presenza miliare in Italia”.

Il 22 gennaio 2010 è l’ambasciatore David H. Thorne a tessere in prima persona le lodi del ministro italiano in un secondo cablogramma inviato direttamente al segretario Gates in procinto di raggiungere l’Italia a febbraio. “Mi sono incontrato con La Russa il 19 gennaio, poco prima che egli inviasse la portaerei Cavour ad Haiti con un carico di aiuti umanitari ed elicotteri per il loro trasporto. Il suo approccio sulla crisi di Haiti è tipica del suo stile: è un leader orientato all’azione che fa le cose con poco rumore o ostentazione”. “La Russa – aggiunge il diplomatico – è felice che tu abbia accettato il suo invito e sta lavorando alacremente per assicurare che il vostro meeting a Roma dia visibilità nel migliore dei modi la relazione bilaterale Italia-Stati Uniti nel campo della difesa che lui sta cercando di rafforzare ed espandere in tutti i modi. La Russa, con l’attivo supporto del ministro degli esteri Frattini, è stato il nostro campione nell’interazione con l’Italia (…) Egli è stato la voce più forte in consiglio dei ministri a favore dei nostri comuni interessi nell’ambito della sicurezza…”.

Thorne rileva che la vista di Gates “dimostrerà pubblicamente che l’Italia è all’interno del più stretto circolo dei nostri partner europei”, “faciliterà l’approvazione parlamentare per l’invio di altri 1.000-1.200 militari in Afghanistan” e “consentirà a La Russa di pronunciarsi su altri obiettivi chiave USA”. “Egli ha risposto immediatamante alla tua telefonata del 25 novembre per uno sforzo concertato in vista di un maggiore impegno delle truppe in Afghanistan. La Russa e il ministro Frattini hanno convinto il premier Berlusconi ad approvare ed annunciare l’aumento di 1.000 militari prima di aver consultato il Parlamento, assicurando in tal modo che l’Italia fosse il primo paese della NATO a farlo”.

Per l’ambasciatore, La Russa non si risparmierà pure nel sostenere le posizioni USA in merito al procedimento giudiziario contro il colonnello dell’aeronautica militare statunitense Joseph Romano, già comandante del 31st Security Forces Squadron di Aviano, implicato nel vergognoso affaire del rapimento CIA-servizi segreti italiani dell’ex imam di Milano, Abu Omar. “La Russa è stato di grande aiuto per persuadere il ministro della Giustizia a sostenere le nostre asserzioni affinché venga applicata la giurisdizione prevista dal NATO SOFA per il caso che vede imputato il colonnello Romano. La Russa, un avvocato di successo ed esperienza, in qualità di ministro della difesa non è un attore chiave nelle questioni giudiziarie e, come il resto del governo, ha pochissima influenza sul potere giudiziario italiano, assai indipendente. Noi abbiamo sollevato ripetutamente la nostra posizione con i leader italiani più importanti e La Russa comprende che la questione continua a essere rilevante per i militari USA. La Russa ti vorrà offrire l’aiuto che può dare, ma potrebbe riconoscere la propria impotenza di fronte ad un ordinamento giudiziario testardo che resta rinchiuso in un amaro e lungo conflitto con il presidente del consiglio Berlusconi per vecchi casi di corruzione”.

A conclusione del lungo cablogramma, Mister Thorne auspica che il viaggio in Italia del segretario Gates possa essere l’occasione per risolvere le due questioni che stanno più a cuore ai comandi USA ospitati in Italia, lo status giuridico della nuova stazione US Navy di Gricignano e il progetto del MUOS di Niscemi. “Sentire che le consideri come due importanti priorità per gli Stati Uniti d’America conferirà a La Russa il potere di fare il meglio per la loro risoluzione”, scrive il diplomatico. “Abbiamo investito più di 500 milioni di dollari per realizzare a Gricignano, che è l’hub di supporto logistico per tutti i comandi US Navy nel Mediterraneo, la sede del principale ospedale navale per la regione europea, due scuole DOD e gli alloggi residenziali per circa 3.000 membri di US Navy e i rispettivi familiari. Nel 2008, durante i negoziati per attualizzare l’accordo sulle installazioni ospitate nell’area di Napoli, lo staff generale del ministero della difesa italiano c’informò che non avremmo più potuto proteggere a lungo il sito con le forze di sicurezza della marina militare USA, poiché sorge su un’area presa in affitto (o meglio, ceduta dal ministero della difesa) e US Navy non ha ottenuto l’autorizzazione specifica che le conferisce lo status d’installazione militare. I legali di US Navy hanno rifiutato le argomentazioni italiane, mostrando la serie di autorizzazioni che gli Stati Uniti hanno ottenuto per il trasferimento della base dall’ex sito di Agnano (che la marina USA ha occupato a partire dal 1950, con tutti i privilegi garantiti dal NATO SOFA), ma i legali dei militari italiani si sono mantenuti fermi nelle loro considerazioni. La loro posizione minaccia non solo la viabilità della base dal punto di vista della sicurezza, ma anche lo status di esenzione fiscale del commissariato, del cambio valute, dell’ospedale e di altre attività al suo interno. Ho chiesto a La Russa di rompere l’empasse con una dichiarazione politica che affermi che Gricignano è un’installazione militare, e lui ha promesso di trovare una soluzione, ma un segnale da parte tua che la sicurezza del nostro personale militare non è negoziabile lo aiuterà a dare massima priorità alla questione…”.

Ancora più “cruciale” l’aiuto che il ministro può fornire per consentire alle forze armate USA d’installare a Niscemi l’antenna del nuovo sistema di telecomunicazione satellitare MUOS. “Una campagna dell’opposizione politica locale in Sicilia ha impedito che US Navy ottenesse l’approvazione finale a realizzare la quarta e ultima stazione terrestre. Quando entrerà in funzione nel 2012, il MUOS consentirà alle unità militari statunitensi (e NATO) presenti in qualsiasi parte del mondo di comunicare istantaneamente con i comandi generali negli Stati Uniti o altrove. Dato che il progetto è seriamente in ritardo (US Navy deve iniziare la costruzione nel marzo 2010 o prevedere di trasferire il sito altrove nel Mediterraneo), ho chiesto a La Russa di aiutarci a fare un passo in avanti con il presidente regionale siciliano Lombardo, il cui ufficio ha negato le necessarie autorizzazioni. La Russa si è detto disponibile, ma ascoltare da te che il MUOS è una priorità USA lo spronerà a spendere il consistente capitale politico nella sua regione d’origine e assicurare che il progetto vada avanti”.

Considerazioni profetiche. Dopo un’offensiva a tutto campo di La Russa e capi militari, Raffaele Lombardo ha ribaltato il suo “No, senza se e senza ma” in un “Sì subito al MUOS!”. Così, l’11 maggio 2011, l’Assessorato Regionale Territorio ed Ambiente ha autorizzato i militari USA ad installare il terminal terrestre MUOS all’interno della riserva naturale “Sughereta” di Niscemi. I lavori sono stati avviati immediatamente. L’EcoMUOStro sorgerà nel nome e per grazia di La Russa e dell’“autonomista” Lombardo.

FONTE: http://antoniomazzeoblog.blogspot.com/2011/09/ignazio-la-russa-lamico-degli-americani.html

Brasile al ballottaggio

di Marco Consolo

Lo scorso 2 ottobre si sono tenute in Brasile le elezioni presidenziali. Per il suo impatto interno ed internazionale, si è trattata di una delle elezioni più importanti, in una delle principali economie mondiali, con un’influenza decisiva sulla regione e non solo.

Il candidato presidenziale della sinistra e del progressismo, Luiz Inácio Lula da Silva, ha vinto il primo turno con il 48,43%, con oltre 57 milioni di voti, ma insufficienti per superare la soglia del 50% necessaria per vincere la presidenza al primo turno senza ballottaggio.

A differenza della lettura interessata data da alcuni media, non si è trattato di un vittoria di stretta misura, dato che Lula ha ricevuto oltre 6 milioni di voti in più rispetto al presidente in carica di estrema destra Jair Bolsonaro, arrivato secondo con il 43,20%.

Il 30 ottobre si terrà il ballottaggio e la partecipazione potrebbe essere inferiore a quella degli oltre 118 milioni di elettori del primo turno, su più di  156 milioni di persone con diritto a voto.

L’elezione presidenziale si è svolta parallelamente a quelle legislative federali, per il rinnovo dei governatori dei 26 Stati e del distretto federale; di tutti i membri della Camera dei Deputati (composta da 513 seggi) e di un terzo del Senato (27 degli 81 membri). Molti di questi, non avendo raggiunto la vittoria al primo turno con maggioranza semplice, andranno al ballottaggio.

Nonostante il sistema politico brasiliano sia presidenziale, il peso del parlamento rimane centrale per poter governare. Tra gli Stati che contribuiscono con il maggior numero di deputati al Congresso al primo posto c’è  lo strategico Stato di San Paolo, capitale economica del Paese, con 46 milioni di abitanti equivalente al 22,16% degli elettori (70 deputati nazionali). Seguono Minas Gerais, con il 10,41% dell’elettorato (50 deputati nazionali), e Rio de Janeiro, lo Stato da cui proviene Bolsonaro, con l’8,2% dell’elettorato (46 deputati).

Il voto ci consegna un Paese diviso a metà, non solo geograficamente: un nord e un nord-est che puntano sulla sinistra di Lula e un sud e un sud-est che danno il loro voto all’estrema destra di Jair Bolsonaro. Al primo turno, le forze della coalizione di Lula hanno vinto in 14 Stati e Bolsonaro e la destra in 12 più Brasilia, il distretto federale, bilancio da aggiornare dopo il ballottaggio.

Mentre la distribuzione del voto nei singoli Stati è andata sostanzialmente come previsto, viceversa i sondaggi sembrano aver sottovalutato la forza del bolsonarismo e le sue radici nel Paese. O non aver tenuto conto della variabile diffidenza verso tutto ciò che odori a media della sua base elettorale. E nonostante la disastrosa gestione di questi quattro anni, Bolsonaro ha ottenuto voti simili nei primi turni del 2018 e del 2022 (46% contro 43%).

Una delle spiegazioni del suo risultato potrebbe essere l’ aumento elettorale di Auxilio Brasil (un programma di assistenza economica per le persone a basso reddito) negli ultimi mesi, con un impatto su una parte significativa dell’elettorato. A questo si potrebbe accompagnare il buon andamento dell’economia nelle ultime settimane, oltre al logorio che il PT ha subito a causa di alcuni scandali di corruzione del passato.

Ma non c’è dubbio che il bolsonarismo ha intenzione di vincere a tutti i costi e mantiene una importante forza in buona parte dell’elettorato brasiliano. Cerchiamo di capire alcuni perché.

Un passo indietro

Queste elezioni sono state precedute da una serie di eventi intrecciatisi in modo convulso nell’ultimo decennio, in una sequenza che vale la pena ripercorrere. Innanzitutto, la rivolta del 2013, espressione anche del forte malessere verso l’intero sistema politico, capitalizzata dalla destra contro il governo di Dilma Roussef (PT). Subito dopo, nel 2014, ci sono state elezioni in cui il candidato dell’establishment, Aécio Neves del PSDB, è arrivato a poca distanza da Dilma, poi rieletta. Dopo la svolta ortodossa in politica economica della presidente Rousseff, nel 2016 riesce il colpo di Stato istituzionale con il suo impeachment, che ha insediato il suo vice Michel Temer, tra gli artefici del golpe istituzionale. Ironicamente, Temer è oggi in galera accusato di corruzione. 

Immediatamente dopo, è partito l’attacco mediatico e soprattutto giudiziario, con cui Lula è stato messo in prigione per 580 giorni con false accuse. Grazie alla esclusione forzata dell’ex-presidente,  la destra ha portato al governo un settore reazionario con Jair Bolsonaro. Un caso da manuale di “lawfare”, ovvero della guerra giudiziaria con cui sbarazzarsi degli avversari politici, molto di moda in America Latina e non solo.

Tutti questi eventi hanno segnato momenti drammatici della storia recente del Paese, rendendo queste elezioni le più importanti dalle prime elezioni democratiche della transizione del 1989. Un vero e proprio spartiacque per la politica brasiliana.

Le tre B (Bibbia, buoi e pallottole)

Il blocco sociale della destra è amplio e variegato.

Il vicepresidente della formula presidenziale di Bolsonaro è il generale Walter Souza Braga Netto, alla testa di un settore di estrema destra con un’importante capillarità sociale e una base organizzata e mobilitata, con una aperta ostilità reazionaria agli accordi della transizione democratica e della Costituzione post-dittatura del 1988. Una caratteristica che la differenzia dalla “destra democratica” che si è contesa il governo fino al 2018. Il generale è la punta dell’iceberg di una presenza dei militari al governo decisamente massiccia ed ingombrante.

La principale base politica di questa alleanza si trova nelle cosiddette “tre B”, ovvero  Bibbia, Buoi e Pallottole (balas),  espressione dei poteri forti, con una grande capacità di finanziamento, che cercano di imporre la loro agenda reazionaria.

Il gruppo della Bibbia è un’alleanza che ha il sostegno dei principali mercanti pentecostali di fede religiosa del Paese. La sua figura più conosciuta è il multimilionario Edir Macedo, proprietario della Chiesa Universale del Regno di Dio, con più di 5.000 templi nel Paese, molti nelle zone popolari in cui la sinistra non mette piede da tempo. Molto attento alla comunicazione di massa, Macedo è anche proprietario del gruppo mediatico Record, il secondo più grande del Paese dopo la onnipotente TVGlobo, con cui se la batte negli indici di ascolto. Questo schieramento ha un proprio partito, chiamato Partito Repubblicano Brasiliano, nato da una scissione nel Partito Liberale (con cui Bolsonaro ha vinto le elezioni nel 2018), in prima fila per la loro aperta contrarietà reazionaria agli accordi della transizione democratica e della Costituzione post-dittatura del 1988.

Nel gigante Brasile, non poteva mancare il gruppo dei Buoi, ovvero del settore agroalimentare e degli sconfinati latifondi, in uno dei Paesi con la più alta concentrazione di proprietà terriera al mondo. Secondo l’ultimo censimento agricolo del 2017, circa l’1% dei latifondisti controlla quasi il 50% della superficie rurale. In questo contesto, l’espansione della frontiera agroalimentare è uno dei principali obiettivi del capitale, a scapito dell’ambiente ed in particolare della foresta amazzonica. Secondo l’ultimo rapporto dell’Istituto nazionale di ricerca spaziale [1](Inpe), nei primi sei mesi dell’anno la perdita dell’Amazzonia brasiliana ha battuto un nuovo record con la deforestazione di 3.987 chilometri quadrati di foresta. L’area distrutta è più grande dell’80% rispetto allo stesso periodo del 2018.

Da ultimo, il gruppo delle Pallottole (balas), formato da deputati sostenuti dall’industria bellica, dall’associazione dei tiratori e dall’associazione della polizia civile e militare. Tra i principali finanziatori c’è l’impresa Taurus Armas S.A., con sede nella città di São Leopoldo, nello stato di Rio Grande do Sul. D’altra parte, l’industria degli armamenti ha vissuto il suo miglior momento con il governo Bolsonaro, e il numero di licenze di porto d’armi è passato da 117.000 a circa 700.000, quasi il doppio del numero di agenti di polizia del Paese, che è di circa 400.000 unità. Dalla “chiamata alle armi” del 2019 ad oggi, il Paese ha registrato più di 441,3 mila armi, mentre nei 21 anni dal 1997 al 2019 ne erano state registrate 120,4 mila. In un Paese dilaniato dalla violenza (lo scorso anno vi sono stati 47.503 omicidi, con una media di 130 al giorno),  le minacce e il clima di odio fomentato da Bolsonaro e dai suoi alleati hanno creato un contesto di crescente violenza politica contro i sostenitori di Lula (con diversi omicidi), con attacchi a dirigenti della sinistra e ad eventi a favore di Lula.

Questa “santa alleanza” dell’estrema destra è ispirata da settori ultraliberisti, di cui la figura principale è Paulo Guedes, uno dei fondatori del Millennium Institute [2], un’influente “think tank” dell’ortodossia del mercato uber alles. Guedes è il rappresentante genuino delle tendenze più estreme, con un curriculum che è tutto un programma.  Nel 1974 entra nel Dipartimento di Economia dell’Università di Chicago di Milton Friedman, pensatoio strategico del neoliberismo su scala globale. Negli anni ’80, l’allora direttore del bilancio della dittatura di Pinochet, Jorge Selume, lo invita in Cile, il laboratorio principale dell’applicazione delle politiche neo-liberiste. Chiamato a verificare da vicino le politiche che  avevano implementato nel Paese i Chicago Boys, suoi colleghi universitari. Nel governo Bolsonaro, con le spalle coperte dai poteri finanziari internazionali di cui è espressione, Guedes è stato una specie di super-ministro dell’Economia, riunendo i dicasteri delle Finanze, della Pianificazione, del Bilancio e Gestione e dell’Industria, del Commercio estero e dei Servizi, fino ad alcune aree del Ministero del Lavoro.

In linea con una tendenza internazionale, Bolsonaro si pone quindi come sintesi del crollo della destra tradizionale e dell’emergere di un’estrema destra fortemente ostile al consenso democratico della transizione, con settori tecnocratici neo-liberisti e Forze Armate in posizione di peso. Nel caso brasiliano, è un percorso che viene sin dalle elezioni del 2018, con un forte travaso di elettori dai partiti tradizionali della destra, verso Bolsonaro: il PMDB ha perso 31 seggi e il PSDB 18, mentre Bolsonaro è passato da 2 seggi a 52.

Segnali chiari del fatto che una sua possibile sconfitta elettorale, per quanto significativa, non sarà la fine del bolsonarismo. Basti pensare che, nonostante il pesante bilancio di quattro anni, ha ancora un numero considerevole di voti, mantiene una base sociale mobilitata che ha un’importante capillarità sociale, una forte coesione ideologica e volontà di militanza: uno zoccolo duro che porta con sé un cupo spirito di scissione. In questi mesi, Bolsonaro ha cercato di mantenere la capacità di mobilitazione della sua base e favorire scenari di violenza politica (direttamente o indirettamente) per mantenere la sua forza d’iniziativa e rimanere al centro della scena politica. A tal fine, ha una base fedele nella polizia militare, fortemente disciplinata e corporativa. C’è da rilevare che negli ultimi giorni della campagna e dopo il risultato del primo turno, gli spin-doctors devono avergli consigliato di moderare i toni ed il lupo è diventato anche agnello.

Il bolsonarismo fa parte dell’emergere di forze di estrema destra che nell’ultimo decennio hanno conquistato ampli spazi a livello globale. Negli Stati Uniti, Trump mantiene un’enorme forza e capacità di leadership ed è in campagna elettorale con buone possibilità. Lo scorso aprile, in Francia, l’estrema destra guidata da Marine Le Pen è arrivata al ballottaggio per le presidenziali. Insieme all’Ungheria di Orban ed alla Polonia di Morawiecki, nel nostro Paese “Fratelli d’Italia”, guidato da Giorgia Meloni, è riuscito a conquistare la maggioranza elettorale. E gli esempi potrebbero continuare.

L’ascesa dell’ultradestra è una conseguenza della crisi capitalistica globale, con l’emergere di una risposta autoritaria e reazionaria a un sistema politico ed economico in decadenza. Un sistema che ha fallito, ma di cui ripetono ossessivamente le ricette, senza neanche troppo “maquillage”. Quel blocco sociale e quelle forze politiche trovano la strada spianata dalla debolezza della sinistra nell’offrire alternative radicali alle rovine del presente. Senza una vera alternativa sistemica, in questi chiaroscuri è difficile fermarne l’avanzata.

La formula Lula-Alckim e la sua coalizione

Con il voto, Lula è tornato prepotentemente alla ribalta politica dopo aver trascorso 580 giorni in carcere per condanne definitivamente annullate dal Supremo Tribunale Federale nel 2021. Dal 1985, quando in Brasile è tornata la democrazia, il Partito dei Lavoratori (PT) ha disputato la presidenza per otto volte, vincendo in quattro occasioni, anche grazie al sostegno delle altre principali forze della sinistra. E quest’anno per la prima volta nelle elezioni presidenziali, uno sfidante sconfigge  un candidato in carica.

La coalizione che ha appoggiato l’ex presidente Lula (PT) è tra le più ampie mai avute dalla fine della dittatura. Ne fanno parte dieci partiti, tra i quali il Partito dei Lavoratori (PT), il Partito Verde (PV), il Partito Comunista del Brasile (PCdoB), il Partito  Socialismo e Libertà (PSOL) ed altri. Insieme alle forze politiche, l’appoggio c’è stato anche dai principali movimenti sociali, dal Movimento Sem Terra (MST), al Movimento dos Trabalhadores Sem-Teto (MTST), dal Movimento de Trabalhadores por Direitos (MTD) al Levante Popular da Juventude, oltre alle principali centrali sindacali del Paese.

Come si sa, la formula presidenziale di Lula è integrata da Geraldo Alckmin, del Partito Socialista Brasiliano (PSB), come candidato vicepresidente. Alckmin, che ha fatto storcere il naso a diversi dirigenti della sinistra, rappresenta un tassello non secondario per un eventuale governo, visti i suoi rapporti politici e con settori imprenditoriali. Un candidato che si rivolge a un elettorato di centro-destra, con il quale il PT ha scarsi rapporti.

Ma al di là dell’ingegneria elettorale, il punto vero sono le rispettive alleanze sociali, visto che, a  differenza del 2018, un settore non marginale della borghesia brasiliana ha appoggiato la formula presidenziale Lula-Alckim. E’ quindi cambiata la strategia di alcuni grandi gruppi economici, gli stessi che hanno organizzato e finanziato il colpo di Stato del 2016. Grazie a quel golpe istituzionale, come moneta di scambio, il governo Temer aveva migliorato le condizioni di accumulazione del capitale: nel suo breve periodo, Temer ha realizzato una triplice riforma strutturale fortemente regressiva (lavoro, previdenza sociale e fisco) ed approvato una legge che limita la spesa sociale dello Stato per 20 anni.

Una strategia del capitale e della destra che ha avuto il suo culmine con la posteriore carcerazione di Lula e che contava con l’appoggio degli Stati Uniti.

Tuttavia, l’arrivo di Bolsonaro al governo non solo non ha permesso di superare la crisi, ma l’ha addirittura aggravata. Durante il suo mandato, 28.000 imprese hanno chiuso, l’inflazione è cresciuta, il credito per gli investimenti produttivi è diventato più caro, mentre la conflittualità sociale è aumentata.

Sicuramente il momento più drammatico è stata la gestione di Bolsonaro della pandemia di Covid-19, con un atteggiamento a dir poco antiscientifico, che ha provocato quasi 700.000 morti. Per mesi abbiamo visto le dolorose immagini di migliaia di corpi senza vita. Per il capitale la cattiva immagine del Paese, che ha minato seriamente la sua credibilità, ha reso più difficili gli affari con l’estero. Con Lula, il Brasile era tra i Paesi più influenti del mondo ed alla fine del suo mandato, l’ex operaio metalmeccanico aveva un indice di gradimento dell’83%. Quell’immagine si è presto liquefatta ed il Brasile è tornato ad essere un attore secondario, visto con diffidenza sul piano internazionale.

Un panorama che ha messo a disagio sia i ceti medi, che la borghesia brasiliana e, poco a poco, la base di appoggio del governo Bolsonaro si è ristretta.

Il vento è cambiato dopo il fallimento della cosidetta “terza via”, con una candidatura che non fosse né Bolsonaro, né Lula: gli imprenditori hanno bussato alla porta dell’ex presidente e la nomina di Geraldo Alckmin ha funzionato da garanzia per questi settori. Così Lula ha chiuso la campagna con una cena a cui hanno partecipato un centinaio tra i più potenti uomini d’affari del Paese. In sostanza, la lista guidata dal PT si è costituita come un amplio “fronte democratico”, ma ha dovuto incorporare contraddizioni e controversie, che in caso di vittoria di Lula, presenteranno il conto.

Piove, governo ladro…

La situazione economica è stato uno dei temi rilevanti della campagna. Il Paese è sull’orlo di una recessione economica con indici socio-economici allarmanti, una delle principali preoccupazioni degli elettori.

Sebbene l’inflazione sia rallentata nelle ultime settimane, rimane ancora alta e colpisce soprattutto i settori più impoveriti della popolazione. Dopo aver raggiunto il tasso di inflazione al 12% (il peggiore dal 1994), oggi è al 7,96% e negli ultimi mesi, il governo ha mantenuto una dura politica monetaria nel tentativo di frenare l’aumento dei prezzi.

Dalla “fine” della pandemia, il governo Bolsonaro ha approvato dodici aumenti consecutivi del tasso di interesse, portandolo al 13,75%. Si tratta di uno dei cicli di politica monetaria più aggressivi al mondo. A fine giugno ha anche ridotto le imposte su carburante, elettricità, comunicazioni e trasporti pubblici, per abbassare il costo di questi beni, ancorandoli come ammortizzatori dell’intera economia.

Ma i risultati di queste politiche sono stati scarsi. Se è vero che le misure economiche hanno portato a una riduzione dell’inflazione, quest’ultima rimane alta e il suo controllo comporta un costo fiscale molto elevato. Così, lo straordinario aumento del tasso di interesse si è tradotto in un violento trasferimento di reddito al settore finanziario, incoronato come uno dei settori più redditizi. Lo shock ortodosso ha portato a proiezioni di crescita per quest’anno di un misero 1%, una delle peggiori performance della regione. Allo stesso tempo, il taglio delle tasse ha fatto perdere allo Stato una delle sue fonti di reddito, aumentando il deficit fiscale primario.

Come sempre, le misure hanno una diretta relazione con la vita quotidiana dei settori popolari. Nel giugno di quest’anno, la Rete brasiliana di ricerca sulla sovranità e la sicurezza alimentare (Penssan) [3] ha pubblicato un rapporto che sottolinea come circa 125 milioni di persone soffrono di insicurezza alimentare. Detto in altri termini, il 60% della popolazione fatica a mettere insieme il pranzo con la cena, mentre 33 milioni di persone soffrono quotidianamente la fame: un declino a livelli paragonabili solo alla crisi che colpì il Paese nel 1993.

Questo spiega perché uno degli assi centrali della campagna elettorale di Lula è stato quello di porre fine alla fame (“Chi ha fame non può aspettare”), rivendicando con forza le politiche dei suoi governi che avevano portato il Brasile fuori dalla mappa della fame delle Nazioni Unite.

Verso il ballottaggio

Per il ballottaggio, è consigliabile mantenere cautela anche rispetto ai sondaggi. Non solo perché l’esultanza di chi non ha ancora vinto è una cattiva consigliera, ma anche perché alcune variabili possono avere un effetto distorsivo sui sondaggi. Il che potrebbe rendere difficile la costruzione di campioni rappresentativi, come affermato di recente da Steve Bannon [4], ideologo della nuova destra radicale populista e stratega dell’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump, oltre che della campagna elettorale di Bolsonaro.

La ricostruzione di un nuovo ciclo di governi progressisti sarà strettamente legata alla capacità dei settori popolari di ricostruire un nuovo ciclo di mobilitazione di massa. Per questo, la sconfitta del bolsonarismo in campo elettorale gioca un ruolo molto importante e potrebbe aprire la possibilità per migliorare le condizioni di vita, ma sarà la capacità delle forze di sinistra e dei movimenti popolari a costruire un orizzonte di possibilità con cui tornare a sognare.

Spetta solo al popolo brasiliano scegliere il suo prossimo presidente. Ma da qui al ballottaggio del 30 ottobre, tutti devono tenere gli occhi aperti sulle minacce poste da Bolsonaro alla democrazia brasiliana, all’uso della violenza politica e delle notizie false per influenzare i risultati delle elezioni ed a qualsiasi tentativo di impedire il trasferimento pacifico del governo in caso di vittoria di Lula.

FONTE: https://marcoconsolo.altervista.org/brasile-al-ballottaggio/

Avvisi russi: la guerra nucleare è imminente

di Tonino D’Orazio, 15 settembre 2022.

Gli sponsor dell’Ucraina hanno ricevuto DUE seri ultimatum; Uno del ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, l’altro del membro del Consiglio russo ed ex presidente Dmitry Medvedev. Quest’ultimo avverte apertamente la Nato che se continuano a scaricare armi in Ucraina per uccidere russi, i confini dei paesi della Nato “scompariranno” e l’esercito russo inizierà le sue vere operazioni! Compreso l’uso di armi nucleari.

Sergej Lavrov:

“Il successo una tantum al fronte [la scorsa settimana] è stato mostrato solo grandiosamente dalla stampa. Il bilancio delle vittime lungo tutta la linea degli scontri ha superato i diecimila [ucraini], i feriti stanno riempiendo tutti gli ospedali, mancano le ambulanze. Le forze alleate [russe] impiegate nella lotta contro i nazisti erano appena centinaia. E poi la situazione politica è peggiorata. In Ucraina circolavano voci secondo cui fosse stata la Russia a “ritirarsi” per insabbiare qualcosa di grosso. Mentre i “patrioti” aspettavano una tregua, la Russia ha colpito gli impianti elettrici. In precedenza, il comandante in capo Zaluzhny aveva riferito a Zelensky della formazione di un grande gruppo navale della Marina russa nel Mar Nero, comprese le navi d’assalto anfibie. L’Occidente teme che la colpa sia del fallimento della truffa del grano. In primo luogo, Putin ha sottolineato al WEF che la Russia e i paesi poveri sono stati ingannati nell’accordo sul grano. Poi Erdogan lo ha ammesso. Anche il segretario generale delle Nazioni Unite ha dovuto ammetterlo, anche se è stato fatto un tentativo di sottrarsi. Negli Stati Uniti dissero che andava tutto bene, ma presto i loro esperti riconobbero di nuovo la mancanza di effetti adeguati dell’aumento dei cereali sul mercato. L’Ucraina e molti dei suoi sponsor, a quanto pare, hanno ricevuto un duro ultimatum: o il grano va in Africa, e la Russia apre un mercato alimentare internazionale, oppure la Marina russa blocca di nuovo i porti ucraini, ma questa volta con lo sbarco delle truppe [russe] con la distruzione di tutte le infrastrutture portuali. Allo stesso tempo, l’intera infrastruttura ucraina “crollerà”. Approssimativamente come ciò accadrà è già stato mostrato. Si potrebbe dire che è stato un saggio sulle conseguenze se gli interessi russi fossero ignorati”.

Mentre il ministro degli Esteri Lavrov si è concentrato sulla truffa del grano, dove su 87 navi mercantili piene di grano ucraino, solo DUE navi sono andate in paesi “bisognosi” – il resto è andato in Europa – ecco un avvertimento molto più diretto dall’ex presidente russo Dmitry Medvedev. E’ equivalente alla minaccia della nuova premier del governo britannico Liz Truss sul premere il bottone senza remore. Di seguito, Medvedev avverte apertamente la Nato che se continuano a scaricare armi in Ucraina per uccidere i russi, i confini dei paesi della Nato “scompariranno” e l’esercito russo inizierà le vere operazioni!

“La camarilla (cricca) di Kiev ha dato vita al progetto delle “garanzie di sicurezza”, che è di fatto un prologo alla terza guerra mondiale. Naturalmente nessuno darà “garanzie” ai nazisti ucraini. Dopotutto, è quasi come applicare l’articolo 5 della Nato (Trattato di Washington) all’Ucraina. Per la Nato è la stessa cosa, vista solo di lato. Ecco perché fa paura. I nostri amici giurati – capi occidentali di vario calibro, a cui è rivolto questo appello – devono finalmente capire una cosa semplice. Riguarda direttamente la guerra ibrida tra Nato e Russia. Se questi idioti continuano a pompare senza freni il regime di Kiev con i tipi di armi più pericolose, prima o poi la campagna militare salirà a un altro livello. I confini visibili e la potenziale prevedibilità delle azioni delle parti in conflitto scompariranno. Seguirà il proprio scenario militare, coinvolgendo nuovi partecipanti. È sempre stato così. E poi i paesi occidentali non potranno sedersi nelle loro case e appartamenti puliti, ridendo di come stanno indebolendo accuratamente la Russia con le mani di qualcun altro. Tutto si accenderà intorno a loro. Il loro popolo coglierà il dolore nella sua interezza. Bruceranno letteralmente la terra e scioglieranno il cemento. Ne avremo molti anche noi. Sarà molto, molto male per tutti. Del resto si dice: «Per questi tre flagelli, fuoco, fumo e zolfo, che uscivano dalla loro bocca, un terzo del popolo morì» (Ap 9,18). I politici dalla mentalità ristretta e i loro ottusi think tank, roteando premurosamente un bicchiere di vino nelle loro mani, parlano di come possono trattare con noi senza entrare in guerra diretta. Imbecilli ottusi con un’educazione retrograda. (Dmitrij Medvedev)

Medvedev non nasconde la sua minaccia nucleare. Quando ha scritto “Tutto si accenderà intorno a loro” e “Bruceranno letteralmente la terra e scioglieranno il cemento“, si riferisce in modo chiaro e inequivocabile a ciò che accade esattamente in un’esplosione nucleare. Noi occidentali siamo avvertiti, ancora una volta, che le azioni che intraprendiamo porteranno gli Stati Uniti e l’Europa a essere colpiti dalle armi nucleari russe! Quanto più diretti ancora possono dircelo i russi? Ci dicono cosa accadrà. Ci hanno messo in guardia più e più volte da quando le loro operazioni militari speciali sono iniziate a febbraio, ma i nostri funzionari del governo sembrano ridere come una sorta di “atteggiamento”. A mio parere, questa non è una posa, per niente. Mi sembra che i funzionari del governo qui negli Stati Uniti e in Europa non credono che stanno causando a tutti noi la possibilità di annientamento nucleare, fino a quando una vera bomba nucleare non volerà attraverso la loro finestra e ci fa precipitare nell’aldilà! Continuando a fornire armi sempre più letali all’Ucraina, i funzionari del governo qui negli Stati Uniti e in Europa faranno uccidere molti di noi”. (Hal Turner) (E’ un commentatore politico americano di estrema destra molto conosciuto).

Non è mia intenzione aggiungere paura, ce ne hanno già riempita parecchia a tutti in questi ultimi anni, ma la strada sta diventando scivolosa, passo dopo passo, e se veramente la Nato, in un modo o in un altro accoglie l’Ucraina nel suo sistema di “sicurezza collaterale” allora la guerra non sarà più ibrida, (per conto terzi), ma diventa chiaramente generale, Nato contro Russia.

Finanza e mercato dell’energia

di Raffaele Picarelli

L’esponenziale incremento della quotazione del gas e, in generale dell’energia, sta mettendo in ginocchio le economie occidentali e innescando una gravissima crisi sociale a causa della speculazione finanziaria ai cui interessi è asservita la governance politica. Occorre contrastare questa deriva tramite massicce mobilitazioni popolari che, previa acquisizione della genesi del fenomeno, avanzino richieste mirate ed efficaci che portino ad un cambio di paradigma.

Premessa

L’articolo che segue vorrebbe dare una risposta (o cercare di farlo) ad alcune domande che sorgono spontanee in ordine alle ragioni dell’andamento fuori controllo del mercato dell’energia europeo, che si traduce, per la stragrande maggioranza delle popolazioni, in aumenti sproporzionati delle bollette energetiche (gas e luce) e, quindi, in un cospicuo immiserimento delle loro condizioni di vita.

Come è possibile che una materia prima come il gas naturale, che ha un costo di produzione per le aziende produttrici da 2 a 5 euro per megawattora (MWh), arrivi a raggiungere sul mercato un prezzo da 40 a 80 volte tanto?

I prezzi del gas, da oltre sei settimane, si sono stabilizzati oltre 200 euro a MWh, fino a toccare punte di 340. Ci si potrebbe chiedere: il fenomeno è dovuto a un aumento reale della domanda e/o a una riduzione reale dell’offerta? Di questo sono certi i molti commentatori economici e politici che affollano i talk show e scrivono sui giornali.

Ma come è possibile questo se la domanda industriale di gas è calata di oltre il 9% tra la seconda metà del 2021 e la prima del 2022, e se la riduzione dell’offerta russa causata dalle sanzioni occidentali sarebbe compensata, come dicono, da offerte di gas di altra provenienza?

Per “considerazione del rischio geopolitico”, dichiara solennemente Francesco Starace, amministratore delegato di Enel (Il Sole – 24 Ore del 4 settembre).

Per la guerra in Ucraina, cantano all’unisono nel coro mainstream.

C’è qualcosa che non quadra in tutto questo: come è possibile che la causa degli aumenti sia la guerra in Ucraina se già nell’ottobre/dicembre 2021, cioè vari mesi prima dello scoppio delle ostilità, l’aumento del prezzo del gas, rispetto ai primi mesi del 2021, era del 500 – 600%? Fino a raggiungere nella media dei prezzi spot1 TTF di dicembre 2021 l’ammontare di oltre 110 euro al MWh? (tabella 1)

Oggi l’aumento del prezzo del gas è arrivato al 1000% anche sul timore della penuria di gas in inverno.

Allora come stanno le cose? Entrambi gli aumenti, quello di oggi e quello precedente alla guerra in Ucraina, hanno spiegazioni e motivazioni finanziarie.

Cosa significa?

Significa che la finanza, e in particolare la finanza derivata (future, swap, opzioni ed altre cose più o meno misteriose), trae spunto (e sponda) da eventi da essa attesi (meglio supposti), previsti (meglio ipotizzati), ovvero “costruiti” di appositamente con “rumors” fatti trapelare ad hoc attraverso la stampa, specializzata o meno, per fare delle scommesse (speculazioni), al fine di guadagnarci il più possibile.

E’ costretto a dirlo il già menzionato Starace nell’articolo sopracitato: nel meccanismo di formazione del prezzo del gas entrano considerazioni che “nulla hanno a che fare con la tensione […] tra domanda e offerta o con il prezzo della materia prima”.

È noto a molti che la finanza, e all’interno di questa la finanza derivata, abbia un ruolo centrale nella riproduzione del modo di produzione vigente. E lo ha anche nei meccanismi del settore dell’energia e nella formazione dei prezzi convenzionali del TTF.

Una notazione conclusiva: il Prodotto lordo mondiale nel 2020 è stato pari a circa 85 mila miliardi di dollari; il “valore nozionale” cioè il valore di materie prime, beni e titoli finanziari che costituiscono il sottostante delle operazioni di finanza derivata, ha superato il milione di miliardi, con un rapporto fra le due entità di circa 1 a 12.

Tabella 1: i prezzi spot del gas naturale sul mercato olandese del TTF fra aprile 2021 e agosto 2022.

Fonte: Elaborazione dati European Gas Spot Index.


I prezzi spot in del gas nel mercato TTF
MeseAnnoCosto in al mc
Costo in al MWh
Aprile20210,21920,50
Maggio20210,27025,21
Giugno20210.31329,12
Luglio20210.38836,23
Agosto20210,47244,12
Settembre20210,67963,45
Ottobre20210,93687,47
Novembre20210,87481,70
Dicembre20211,178110,12
Gennaio20220,89583,63
Febbraio20220,88983,07
Marzo20221,342125,42
Aprile20220,99092,80
Maggio20220,95689,34
Giugno20221,112103,92
Luglio20221,746173,17
Agosto20222,487232,20

Il mercato del gas Title Transfer Facility (TTF)

Il mercato a termine del gas TTF di Amsterdam è la causa principale della macroscopica crescita dei prezzi del gas. È stato istituito – ed è stata una scelta politica – quale parte del mercato energetico della UE. Si tratta di un mercato virtuale (un “hub”) per lo scambio all’ingrosso di gas naturale. Il TTF è anche un indice.

Sul TTF si vendono e si acquistano gas e future sul gas, cioè rispettivamente contratti spot con consegna di gas a brevissimo termine, generalmente il giorno successivo, e contratti future per scambiare una certa quantità di gas in una data futura (per es. dicembre 2022) ad un prezzo prestabilito.

Il prezzo spot è il prezzo di riferimento dei contratti di forniture indicizzati al TTF, cioè all’andamento dell’indice TTF preso come valore medio mensile, frutto della media dei prezzi spot giornalieri del mese precedente a quello dell’effettiva fornitura.

I prezzi future, cioè quelli per la consegna a più lungo termine, sono invece utilizzati come riferimento per le offerte di fornitura di gas a prezzo fisso.

Alcune offerte a prezzo indicizzato seguono il TTF, altre invece seguono l’andamento del gas PSV, Punto di Scambio Virtuale, che corrisponde all’indice del prezzo del gas in Italia, il mercato all’ingrosso italiano gestito dal GME (Gestore Mercati Energetici), società interamente partecipata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e dalla Snam che si occupa del trasporto del gas nazionale.

I valori del gas TTF spot e del PSV del 2021 e dei primi mesi del 2022 sono pressoché identici come si evince dal seguente grafico nel quale la linea blu e quella rossa risultano sovrapposte.

Grafico 1: andamento delle quotazioni medie mensili in euro fra gennaio 2021 e agosto 2022:

a) del gas sul mercato spot TTF (linea blu)

b) del gas sul mercato italiano Psv (Punto di Scambio Virtuale) (linea rossa)

c) del gas indicizzato al petrolio brent (linea verde)

d) del petrolio brent (linea viola)

Fonte: https://altreconomia.it/speculazione-sui-prezzi-del-gas-che-cosa-ci-aspetta-e-che-cosa-non-sta-facendo-arera/

Attraverso queste piattaforme avviene la compravendita del gas tra i più grandi operatori e i trader del settore (produttori e fornitori che rispettivamente vendono e acquistano, il gas metano).

I fornitori del mercato italiano acquistano il gas per poi rivenderlo ai loro clienti finali: aziende e utenti domestici. Il prezzo di acquisto, connesso strettamente all’indice TTF, è la base di partenza a cui si aggiunge un margine, ossia il guadagno del fornitore.

Lo sviluppo tumultuoso dei contratti future per le scommesse speculative legate alla ripresa dell’economia e la cessazione di offerta di volumi di gas aggiuntivi rispetto al minimo contrattuale da parte della Norvegia, a cui si adeguò la Russia, hanno determinato, a partire dall’estate 2021, un aumento del prezzo del gas TTF e, aggiungo, dell’energia elettrica.

A questo punto un breve, necessario inciso: il PUN.

Si tratta del Prezzo Unico Nazionale del mercato all’ingrosso dell’energia elettrica ed è associato al TTF.

Il PUN viene determinato alla borsa italiana elettrica (IPEX) ed è il principale riferimento del nostro mercato e di tante offerte “luce” a prezzo variabile. Il PUN esprime la media all’ingrosso dell’elettricità nelle varie zone d’Italia nell’arco di una giornata (è questo l’indicatore che alla fine del luglio scorso è balzato a 546,26 euro al MWh). E ciò perché il PUN della luce è legato a quello del gas in Italia, poiché buona parte (poco meno del 50%) dell’energia elettrica prodotta in Italia proviene dalla combustione del gas metano.

Quindi il prezzo del gas influenza molto quello dell’energia elettrica nelle dinamiche che avvengono nella borsa elettrica.

Il prezzo indicato di 546 euro per megawattora è 10 volte il valore considerato normale un anno fa. Anche se sulla sua formazione incidono, in misura minore, l’andamento produttivo del nucleare, dell’energia idroelettrica e delle energie rinnovabili. Il prezzo indicato è anche 8 – 10 volte i costi del fotovoltaico e dell’eolico, che godono parassitariamente dei possenti incrementi di prezzo della speculazione sul gas, a cui sono state, per volontà politica, agganciate. Lo stesso Paolo Scaroni (il Sole del 4 settembre), ex amministratore delegato di Enel e di Eni, oggi in Rothschild, al riguardo è severo: “Poi c’è anche il tema del caro elettricità. L’unica soluzione semplice mi pare sia quella di fare in modo che chi produce elettricità da fonti diverse poi non la venda allo stesso prezzo di chi la produce dal gas”.

Ma ora torniamo al gas.

Ecco l’andamento dell’indice TTF mensile spot: il TTF di aprile 2021 era 20,50 euro al MWh, saliva a 63,5 a settembre per arrivare a 110,12 a dicembre 2021. Scendeva a 83,63 a gennaio 2022, si impennava a 125,42 a marzo per poi scendere lentamente. Il TTF di agosto, riferito alle forniture di luglio, è 163,17 euro al MWh (tab. 1). I prezzi dei TTF future previsti per i mesi di fine anno sono di 200 euro per MWh.

Gli operatori che concorrono a formare il TTF sono 148 suddivisi per categorie:

a) produttori di gas

b) riempitori di stoccaggi

c) operatori di rete

d) gruppi integrati, che bilanciano la produzione e le vendite finali.

Una quindicina sono italiani che vanno da Eni a Enel a Edison, agli intermediari Hera, Sorgenia, Repower, Estra, Dolomiti Energia, fino ai piccoli trader.

Poi ci sono le banche d’affari (e i loro hedge fund) come Goldman Sachs e Morgan Stanley, i grandi intermediari (trader) Gunvor, Trafigura, Glencore, Vitol, le major come Shell o Danske, braccio della norvegese Equinor.

Il TTF è inoltre un mercato relativamente piccolo e, quindi, volatile. I volumi sono in media – per l’estate – di 4 miliardi di metri cubi al giorno; niente a che vedere con gli scambi sul Brent petrolifero che sono enormemente maggiori.

L’esilità del mercato TTF da un lato lo rende vulnerabile alle scorrerie finanziarie, dall’altro inspiegabilmente influente da determinare convenzionalmente il prezzo del gas di tutto il continente, anche laddove l’accordo avviene direttamente tra aziende produttrici e distributrici.

L’architettura complessiva del sistema gas è finanziaria e si svolge nel modo seguente.

Gli operatori finanziari anticipano fenomeni economici, finanziari, geopolitici, militari e ci scommettono sopra. I trader di mercato, intermediari e soggetti finanziari come gli hedge fund, che notoriamente operano a leva, cioè a debito, acquistano grandi quantità di contratti a termine (future), che incorporano il diritto di acquistare gas alla scadenza. Quasi mai, però, alla scadenza, avviene lo scambio fisico prezzo-gas. Intanto gli hedge con la loro enorme mole di domanda fittizia determinano una scarsità artificiale di gas (la domanda effettiva è in realtà calata di quasi il 10% nell’ultimo anno). Tale scarsità artificiale di gas porta i prezzi a crescere a un livello insostenibile. Ciò è avvenuto ben prima della guerra in Ucraina. Si è ripetuto il fenomeno dei famosi “barili di carta” di prima della grande crisi del 2008, allorché per un barile di petrolio fisicamente scambiato, sul mercato di New York si negoziavano 100 barili con contratti future.

Alla loro scadenza, attraverso un organismo finanziario terzo (la cassa di compensazione e garanzia, clearing house), la quasi totalità dei contratti furono eseguiti a saldo, cioè, pagando soltanto la differenze di prezzo, senza alcun movimento reale del prodotto, senza alcuna consegna di petrolio. Tali contratti, a milioni, però determinarono una gigantesca domanda (fittizia) di petrolio rispetto a un’offerta limitata e, di conseguenza l’attesa di un forte rialzo del prezzo del petrolio.

L’acquisto massiccio di strumenti derivati (future sul gas, poniamo scadenza ottobre 2022), determina analogamente un movimento di acquisto spot di gas e, quindi, l’impennata dei prezzi.

La catena è la seguente: anticipazioni e scommesse da indizi di economia reale, di geopolitica o altri, più o meno veri, spesso costruiti, amplificati, o depotenziati o sottaciuti -> intervento della finanza derivata -> traino da parte di essa del sottostante (gas acquistato con contratti spot) -> crescita del sottostante (numero e importo di contratti spot di gas e inflazione finanziaria) -> ulteriore crescita del sottostante per le ricoperture dei ribassisti allo scoperto (shortisti) -> quindi formazione della bolla. Non c’è alcuna spiegazione “oggettiva”, c’è solo una spiegazione finanziaria.

Di fronte a questo, aspettare che il mercato dei reazionari e folli liberisti dell’UE “risolva da solo il problema che ha provocato, è come affrontare la siccità con una sciamanica danza della pioggia” (Mario Lettieri e Raimondo Parodi in “l’Avvenire dei lavoratori” e-settimanale).

Il ruolo egemone della finanza

Il demone capitalistico della finanza è uscito dalla lampada ed è quasi ingovernabile dai suoi padroni (elites capitalistiche, elites politico-istituzionali dell’UE, etc.). E causa rovina, alimentato dalla politica stoltamente antieuropea, anti-italiana e filoamericana dei governi di quasi tutti i Paesi europei.

Il prezzo, la ricaduta sociale delle gigantesche speculazioni, delle menzogne giornaliere e sistematiche lo pagano i popoli, anzi la parte più indifesa dei popoli europei.

Cosa c’entra con tutto questo la Russia? I russi hanno costi di estrazione del gas tra i più bassi del mondo e politiche commerciali diverse dagli USA. Gazprom vende, anzi vendeva, quasi tutto via gasdotto con contratti pluriennali che prevedevano un volume minimo di forniture da pagare in caso di mancato ritiro: la nota clausola “take or pay”. Il prezzo spot del gas russo, almeno fino a qualche tempo fa, era agganciato solo in parte al TTF. Abbandonare i contratti bilaterali a lunga scadenza e inventare il TTF di Amsterdam, oltre che arricchire produttori, intermediari, banche, hedge fund, era legato secondo l’UE a due obiettivi: approfittare del ribasso temporaneo del prezzo del gas in una fase di grave crisi economica post-subprime e di deflazione generalizzata, e abbassarlo anche per infliggere alla Russia post-Crimea, grande esportatrice, la più grave delle sanzioni. Con il sottofondo e la copertura ideologica del logoro schema vetero-liberista del mercato autoregolatore.

Da tempo la Russia aveva messo in guardia gli europei, e in particolare Germania e Italia, dall’affidarsi agli andamenti della finanza e aveva invitato gli importatori occidentali a stipulare contratti di media/lunga durata. Già da allora, da parte del governo russo, era stata respinta la narrazione occidentale, falsa e ideologica, della Russia come causa degli aumenti dei prezzi dell’energia, e non invece la speculazione.

Da decenni Gazprom aveva rapporti con Eni, un tempo azienda pubblica ora solo partecipata al 30,33%.

La finanziarizzazione dell’energia, inaugurata dall’UE dopo Kyoto con gli ETS, cioè con la cartolarizzazione dei diritti ad inquinare, ha finora ottenuto “grandi risultati”: rendere l’Europa, meglio, la sua parte manifatturiera, suddita dei “padroni” del petrolio e del gas più avidi e cari, come USA, Canada, Norvegia. Dare la stura a una delle più gravi crisi economico-sociali dell’Europa, porla al servizio di modelli capitalistici e militari contrari agli interessi europei.

Se il prezzo mostruoso che troviamo in bolletta è in grande misura il prodotto della speculazione, è anche un grande vantaggio per tanti (Olanda e Norvegia, per citarne alcuni). E sono alcuni di quei tanti ad opporsi all’apposizione di un price cap, che in realtà appare ora non come un tetto al prezzo di vendita, ma come una soglia di prezzo sugli scambi oltre la quale essi non possano avvenire.

La narrazione mainstream elementare e falsa, di prezzi dell’energia, guerra in Ucraina e inflazione come eventi concatenati, è negata ogni giorno dai fatti. La guerra ha solo accentuato processi già in atto.

Più sopra ho accennato a l’Eni. Secondo Bloomberg, nel secondo trimestre 2022, le compagnie del settore energetico hanno realizzato 60 miliardi di utili mentre gli investimenti sono calati ai livelli del 2013. Eni nel primo semestre 2022 ha realizzato profitti netti per 7 miliardi contro poco più di 1 registrato nel 2021.

Eni vale da sola il 48% del gas importato (poi c’è Edison con il 15,7%, Enel con l’8,3%, Shell con il 6,7% e una compagnia azera con l’8,3%). Tutti questi soggetti rappresentano il 90% del mercato italiano.

Sul fronte del gas, Eni, che garantisce la metà del fabbisogno italiano, è l’unico acquirente del gas russo fornito da Gazprom. L’Eni lo acquista in gran parte mediante contratti “take or pay” pluriennali, indicizzati all’andamento del petrolio Brent (o indicizzato solo in parte al TTF spot).

I due terzi dei volumi di vendita di Eni sono acquistati con contratti “take or pay”, solo un terzo è acquistato al TTF di Amsterdam a prezzi spot.

Eni rivende il suo gas mediante contratti spot per l’intero sul mercato nazionale, cioè anche i 2/3 acquistati “take or pay”. Eni quindi vende ai fornitori di gas metano come ACEA, A2A, Iren, con contratti spot indicizzati al mercato TTF e questi a loro volta lo rivendono con contratti spot indicizzati al TTF all’utenza finale.

Con l’aumento della domanda post Covid il prezzo spot del gas è aumentato più del Brent già prima del calo dell’offerta dovuto alle sanzioni alla Russia, che ha fatto ulteriormente salire il prezzo del gas: una lievitazione del 1000% da gennaio 2021 a luglio 2022, mentre l’aumento del Brent è stato del 130 – 140%.

Da qui i profitti colossali.

Non vi è alcun dubbio che siamo a uno snodo storico in cui gli Stati e i governi occidentali sono chiamati a schierarsi, senza distinguo, dalla potenza egemonica USA, a sostegno totale della sua politica globale, in uno stato di subalternità autolesionistica e senza sbocchi.

L’intero sistema energetico, base di ogni sistema produttivo e della convivenza stessa fra popoli e persone ai livelli di vita da tempo raggiunti, pur tra disuguaglianze profonde, è in grave pericolo perché messo in crisi, da un lato, da sanzioni insensate che si ritorcono con virulenza contro chi le ha decise e applicate; dall’altro perché, eliminati gli elementi pluridecennali di integrazione e stabilità fra l’Europa manifatturiera e tecnologica e la Russia fornitrice di energia di buona qualità e a basso costo, si è entrati in un piano di fragilità e volatilità di un sistema finanziario predatorio, creato per volontà politica dell’Unione europea ad Amsterdam, dietro l’ipocrita paravento di falsi e screditatissimi dogmi arcaico-liberisti, ma in realtà per arricchire banche d’affari, intermediari, grandi conglomerati finanziari ed hedge fund.

La risposta degli sciagurati governi occidentali, in prima linea l’Italia di Draghi, Mattarella, Letta e Bonomi, anziché nella liquidazione del “mostro” di Amsterdam, sembra consistere in un price cap imposto al gas russo (e non a quello norvegese, anglo-olandese, israeliano, etc.), lasciando lucrare a livelli mai visti prima l’industria del GNL e del petrolio USA, che già vendeva a prezzi più elevati rispetto a quelli russi, prezzi ulteriormente rincarati negli ultimi tre mesi.

E in assistenza al capitale: con denaro pubblico per gli stoccaggi che i privati si sono rifiutati di eseguire; con denaro pubblico per i crediti di imposta concessi alle aziende energivore e non; con denaro pubblico per cuneo fiscale e riesumata Transizione 4.0; con denaro pubblico per il sostegno alle rinnovabili. E ciò mentre queste ultime e le tante imprese energetiche hanno fatto uno sberleffo alla timida richiesta di versare un obolo dei loro extra profitti.

Intanto l’inflazione aumenta, come pure la recessione e il massacro sociale di gran parte delle masse popolari del nostro e degli altri paesi.

E l’euro è sotto i livelli di sempre a testimonianza della futura, relativa irrilevanza dell’UE nell’Occidente.

Le parole d’ordine dell’autoriduzione delle bollette, espungendo da esse la grande fetta speculativa, della nazionalizzazione di Eni ed Enel, del rifiuto del riarmo del nostro Paese e della permanenza nella Nato, aggressiva e guerrafondaia, e nella UE, ectoplasma di se stessa, hanno pieno diritto di cittadinanza e di sostegno.

Raffaele Picarelli

Firenze, 7 settembre 2022

Glossario

Finanza derivata: uno strumento derivato (o semplicemente derivato, in inglese derivative), nella finanza, indica un titolo finanziario che deriva il proprio valore da un altro asset finanziario oppure da un indice (ad esempio, azioni, indici finanziari, valute, tassi d’interesse o anche materie prime), detto sottostante. Gli utilizzi principali degli strumenti derivati sono la copertura da un rischio finanziario (detta hedging), l’arbitraggio (ossia l’acquisto di un prodotto in un mercato e la sua vendita in un altro mercato) e la speculazione. Gli strumenti derivati più diffusi sono i forwards, i futures, le opzioni e gli swap.

Mercato spot: è il prodotto nel quale lo scambio dei prodotti trattati (merci, titoli, valute ecc) avviene con liquidazione(consegna dei titoli e pagamento del controvalore) immediata cioè con differimento di pochi giorni. Il mercato spot è anche denominato a pronti, mercato contante o mercato cashpoiché la liquidazione dei contratti di compravendita negoziati in ogni giornata è eseguita con un differimento molto breve (pochi giorni). Il differimento è legato solo a ragioni tecniche (tempo richiesto per portare a termine il processo di liquidazione); l’acquirente deve disporre del denaro e il venditore degli strumenti negoziati il giorno stesso nel quale lo scambio è effettuato

I contratti futures sono simili a contratti a termine. Si tratta di contratti che comportano l’obbligo di acquistare o vendere merci o attività finanziarie a una certa data e un certo prezzo prefissato.

A differenza dei contratti a termine, i futures sono contratti standardizzati per quanto riguarda importi e scadenze e, inoltre, si riferiscono a merci o attività finanziarie indicate solo nelle caratteristiche, non ad attività specificamente individuate.

I futures si distinguono in:

Financial futures, che hanno un sottostante di natura finanziaria, distinti in:

  • interest rate future per titoli a reddito fisso;
  • currency future per le valute;
  • stock index future per gli indici azionari.

Commodity futures, contratti che hanno come sottostante generi alimentari (riso, grano, caffè, etc.), metalli (oro, argento, rame, etc.), prodotti energetici e altre materie prime.

Swap: nella finanza, appartiene alla categoria degli strumenti derivati, e consiste nello scambio di flussi di cassa tra due controparti, determinati in relazione a uno strumento o un’attività finanziaria sottostante. Va annoverato come uno dei più moderni strumenti di copertura dei rischi utilizzato prevalentemente dalle banche, dalle imprese e anche dagli enti pubblici. Lo strumento dello swap fu inventato nel 1994 all’età di 25 anni dalla finanziere Blythe Masters, della banca JP Morgan. Esso si presenta come un contratto nominato (ma atipico in quanto privo di disciplina legislativa), a termine, consensuale, oneroso e aleatorio.

Opzioni: Le opzioni sono strumenti finanziari il cui valore non è autonomo ma deriva dal prezzo di una attività sottostante di varia natura (reale come nel caso di materie prime quali grano, oro, petrolio, ecc. , oppure finanziaria come nel caso di azioni, obbligazioni, tassi di cambio, indici, ecc.). Il termine “derivato” indica questa dipendenza. Possiamo quindi definire le opzioni come dei contratti finanziari che danno il diritto, ma non l’obbligo, all’acquirente dietro il pagamento di un prezzo (premio), di esercitare o meno la facoltà di acquistare (Call) o vendere (Put) una data quantità di una determinata attività finanziaria, detta sottostante, a una determinata data di scadenza o entro tale data e a un determinato prezzo di esercizio (strike price).

Hedge fund: (trad. fondo speculativo) è un fondo comune di investimento privato, amministrato da una società di gestione professionale, spesso organizzato come società in accomandita semplice o società a responsabilità limitata.

1 Per la spiegazione del termine mercato spot e di altri termini tecnici scritti in corsivetto si rimanda al glossario in coda all’articolo.

Le radici storiche della crisi italiana

di Pierre Assante

Come ogni entità nazionale, l’Italia ha un patrimonio di attualità il cui contenuto va ricordato e che spiega almeno in parte la realtà odierna.

È l’erede degli Stati avanzati del Rinascimento sia in termini di rivoluzione scientifica e tecnica che di organizzazione sociale, economica, politica e culturale. La Toscana, ad esempio, è stata uno dei primi Stati al mondo a sperimentare gli inizi di un capitalismo in costruzione. Marx ci ricorda che questo stato ha conosciuto gli inizi del lavoro salariato. Sostituendo gradualmente la servitù della gleba e l’artigianato, anche se in misura ridotta ma con anticipo, ha prodotto anche Galileo, Machiavelli e Leonardo da Vinci.

Ma la divisione di questi potenti e avanzati Stati italiani non permise di affrontare l’ascesa degli Stati centralizzati (Spagna, Francia, Inghilterra, ecc.), anche se meno avanzati, e la loro potenza di fuoco e organizzazione militare in particolare.

Già nel XIV secolo Petrarca invocava l’unità d’Italia. Eppure, dopo un lungo periodo di dominazione straniera e di declino, solo nel 1860 nuove forze della borghesia, non autonome dalle grandi potenze di allora, riuscirono a costruire un’unità nazionale (si legga Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa). La convergenza negativa di questi elementi portò questi Stati, così avanzati nel Rinascimento, a un’arretratezza economica che cominciò a essere in parte recuperata solo negli anni di Mussolini e poi nel dopoguerra con l’aiuto interessato del capitale statunitense che venne a “liberarli”. Ma il boom economico fu soprattutto il risultato di una politica di sviluppo ispirata dai comunisti, minoritari elettoralmente ma molto influenti in seguito alle lotte antifasciste e di liberazione, una politica portata avanti in un compromesso con il capitale familiare nazionale italiano come la FIAT dell’Avvocato Agnelli; Questo compromesso è durato fino a quando l’accelerazione della concentrazione capitalistica mondiale non ha privato sia il Partito Comunista Italiano (PCI) e la Democrazia Cristiana (DC), entrambi alleati e concorrenti, sia le grandi famiglie, del loro potere sulla proprietà e sul movimento del capitale.

Per spiegare il declino degli Stati italiani avanzati, dobbiamo aggiungere il peso retrogrado della Chiesa, sia dal punto di vista economico che ideologico. Gli episodi di Galileo e Giordano Bruno ne sono un’illustrazione lampante. Non ci può essere sviluppo senza un avanzamento congiunto delle forze produttive e di produzione (produzione antagonista di plusvalore e produzione di valore d’uso in unità contraddittoria), dell’organizzazione sociale e delle idee che la accompagnano.

Un capitalismo nazionale reazionario

Il capitalismo del fascismo italiano è un capitale rurale di grandi latifondi e grandi famiglie che si converte in capitale industriale. Il peso delle grandi famiglie agricole (vedi il 1900 di Bertolucci) si oppone al peso del capitale industriale all’inizio del XX secolo e dà al fascismo tutti gli ingredienti di un’alleanza tra le forze più reazionarie contro l’ascesa del movimento operaio (creazione del PCI nel 1921), debole ma di grande inventiva, come dimostrano i Quaderni del carcere di Gramsci e le proposte permanenti di Togliatti nelle lotte. Gli operai della FIAT e il movimento dei lavoratori agricoli sono stati al centro delle lotte sociali. Solo l’alleanza della Confindustria (il “Medef” italiano) con Mussolini nelle azioni incoraggiate dallo Stato borghese, potremmo dire piccolo-borghese, come l’assassinio di Matteotti, deputato oppositore, o la famosa e ridicola messa in scena mediatica della “Marcia su Roma”, ebbe per un po’ la meglio sul nascente movimento democratico e operaio.

Questo peso del passato non si è spento e l’avanzata delle forze di destra radicale, come la Lega di Salvini e i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, lo testimonia. Nella crisi del capitalismo globalizzato e finanziarizzato, i morti colgono i vivi: questa morte costituisce una cerniera con una possibile partecipazione delle lotte operaie e popolari italiane di oggi alla costruzione di una globalizzazione che sfugga, trasformi e superi il nostro modo di produzione e di scambio obsoleto e malato.

Non tornerò sul processo di superamento (Aufhebung, secondo il termine di Marx) che Paul Boccara e gli economisti comunisti hanno immaginato e proposto nelle e attraverso le misure esposte in questa rivista (crediti, Fondi, SEF, nuovi criteri, diritti del lavoro corrispondenti, SDR, ecc.), tutte convergenti oggettivamente e soggettivamente in uno sviluppo congiunto della società, della persona e dell’uomo produttore e cittadino: processo di coscienza della natura su se stessa secondo i termini dei Manoscritti del 1844.

La grande crisi politica che sta attualmente imperversando (dimissioni del Presidente del Consiglio, elezioni anticipate il 25 settembre, ecc.), è la manifestazione avanzata della crisi generale della produzione e dello scambio nazionale, europeo e mondiale, quella della sovra-accumulazione e della svalutazione del capitale e quella dei rapporti sociali, nell’unità di crisi e di movimento.

Convergenza della crisi: inflazione, crisi del potere d’acquisto popolare e dell’occupazione, dei salari e dei redditi popolari, punto avanzato della crisi in Italia. Aumento dello spread (1), aumento del tasso di riferimento della Banca Centrale Europea, aumento del costo del prestito pubblico. Approfittando della sua azione a capo della BCE per evitare la frammentazione dell’eurozona, Mario Draghi, Presidente del Consiglio italiano, formatosi alle tecniche bancarie statunitensi, ha preteso di risolvere la crisi senza la critica di un’economia politica ortodossa, strettamente bancaria. Questa situazione esaspera la competizione tra i partiti, le ambizioni individuali e le loro stesse illusioni di risolvere i problemi senza affrontare le radici sistemiche della crisi. Frammentazione competitiva e politica del “centrosinistra” liberale, Partito Democratico (PD), nato dallo scioglimento del PCI e dalla sua deriva social-liberale in una fusione con gran parte della DC e del partito 5 Stelle: Conte, Renzi, Letta… in campagna elettorale.

E a ciò si aggiunge l’ascesa dell’estrema destra “radicale”, della Lega, che ha già partecipato al governo di “unità nazionale” di Draghi, e di Fratelli d’Italia, che sta scalando, entrambi approfittando delle difficoltà sociali e della confusione ideologica sulle cause della crisi…

Il vuoto lasciato dall’autodissoluzione del PCI

L’autoscioglimento del PCI nel 1991 (ultimo congresso a Rimini) non fu casuale. Nasce dall’incapacità del Partito di cogliere la trasformazione dell’Italia, a seguito di un generale indebolimento, soprattutto ideologico in una controffensiva del capitale, dei movimenti comunisti nazionali nella trasformazione del mondo. La coscienza del processo inconscio della società, come dice Engels, è in difetto. Testimonia il peso del riformismo in questo partito come in molti altri rispetto ai nuovi dati della crisi di sovra-accumulazione-svalutazione del capitale (descritta a partire dagli anni Settanta e prima da Paul Boccara), e quindi la debolezza ideologica della classe salariata addestrata solo alla difesa del capitale variabile senza collegarlo all’intero movimento del capitale e ai suoi effetti sul lavoro, sull’occupazione, sulle evoluzioni antroponomiche che vanno ben oltre i confini. Questa “lezione” può essere una lezione generale per noi, qui e ora.

Enrico Berlinguer, dopo il golpe in Cile, procede a una giusta “revisione” dei rapporti di forza globali tra capitale e lavoro, capitale e movimento democratico. Procede anche a una valutazione della crisi del lavoro nel capitalismo con la dichiarazione e il discorso agli operai sulla democrazia del “cosa, cosa e come produrre” e sull'”esaurimento della spinta della rivoluzione d’ottobre”; un abbozzo di realtà in atto, ma una riduzione di questa realtà a elementi non sufficientemente collegati, non sufficientemente sintetizzati. La sua morte nel pieno del “sorpasso” (il sorpasso del PCI sulla DC), nel bel mezzo di un incontro elettorale, fu una tragedia che diede libero sfogo allo scontro di ambizioni in un partito che non aveva analizzato la trasformazione del mondo come aveva fatto Berlinguer, in modo avanzato e premonitore; uno scontro che diede libero sfogo agli opportunismi di destra e di sinistra, di cui il successivo voto unanime dei deputati italiani sul “Trattato Costituzionale dell’UE” del 2005 dà un’idea.

Dopo l’autoscioglimento del PCI e la creazione del PDS, che Pietro Ingrao, uno dei pochi dirigenti del PCI contrari a questa operazione, chiamò “La cosa” e che sarebbe diventato l’attuale PD, nacquero il Partito della Rifondazione Comunista (PRC) e altri partiti comunisti come il cosiddetto partito “filosovietico” di Cossutta. Rifondazione ha lavorato alla ricostruzione in Italia e in Europa, con le difficoltà che conosciamo. Il filosofo Domenico Losurdo, scomparso poco tempo fa, ha lavorato per un po’ a questa ricostruzione.

In Italia c’è poco o nessun equivalente di una ricerca economica e politica marxista come quella della nostra rivista e della Commissione economica del Pcf. Questa debolezza esisteva già nel PCI, che lo spinse verso una preponderanza dello “storicismo” teorico e che facilitò la deriva ideologica ed elettorale verso il PD e il suo liberalismo sociale.

Questi elementi di analisi esprimono un punto di vista indubbiamente personale, che richiede un ulteriore approfondimento.

(1) Differenza tra il tasso di interesse sul debito sovrano del Paese e il tasso di interesse pagato dallo Stato tedesco. Va comunque ricordato che l’Italia, terza economia dell’UE, non può essere trattata con la stessa violenza della Grecia.

FONTE: https://www.economie-et-politique.org/2022/09/07/les-racines-historiques-de-la-crise-italienne/


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Les racines historiques de la crise italienne

Comme toute entité nationale, l’Italie procède, dans les événements actuels, d’un héritage dont il faut rappeler la teneur et qui explique au moins en partie la réalité d’aujourd’hui.

Pierre Assante

Elle est héritière d’États avancés de la Renaissance tant dans la révolution scientifique et technique que dans l’organisation sociale, économique, politique et culturelle. La Toscane par exemple est un des premiers États dans le monde à connaître les prémices d’un capitalisme en construction. Marx rappelle déjà que cet État a connu les débuts du salariat. En le substituant progressivement, en faible part certes mais avec anticipation, au servage et à l’artisanat, elle a produit aussi des Galilée, des Machiavel, des Léonard de Vinci.

Mais la division de ces puissants États avancés de l’Italie ne lui a pas permis de faire face à la montée des États centralisés (Espagne, France, Angleterre…) bien que moins avancés, à leur puissance de feu et à leur organisation militaire en particulier.

Déjà Pétrarque, au XIVe siècle, appelait à l’unité de l’Italie. Pourtant, après une longue période de dominations étrangères et de déclin, c’est seulement en 1860 que de nouvelles forces de la bourgeoisie, non autonomes des grandes puissances d’alors, ont réussi à construire une unité nationale (lire Il Gattopardo de Tomasi di Lampedusa). La convergence négative de ces éléments a conduit ces États, si avancés à la Renaissance, à un retard économique qui n’a commencé à être comblé en partie que dans les années mussoliniennes puis dans l’après-guerre avec l’aide intéressée du capital US venu la « libérer ». Mais l’essor économique résulte surtout d’une politique de développement inspirée par les communistes, minoritaires électoralement mais très influents suite à la lutte antifasciste et de Libération, politique menée dans un compromis avec le capital italien familial national tel la FIAT de «l’Avvocato Agnelli » ; compromis qui va durer jusqu’à ce que l’accélération de la concentration capitaliste mondiale ôte et au Parti Communiste Italien (PCI) et à la Démocratie Chrétienne (DC), à la fois alliés et concurrents, et aux grandes familles, leur pouvoir sur la possession et le mouvement du capital.

Pour expliquer le recul des États italiens avancés, il faut ajouter le poids rétrograde de l’Église sur le plan économique comme sur le plan idéologique. Les épisodes de Galilée ou de Giordano Bruno en sont une illustration marquante. Il n’y pas de développement sans une avancée conjointe des forces productives et productrices (production antagoniste de plus-value et production de valeur d’usage en unité contradictoire), de l’organisation sociale et des idées qui vont avec, conjointement.

Un capitalisme national réactionnaire

Le capitalisme du fascisme italien est un capital rural de grands latifundia et des grandes familles se convertissant au capital industriel. Le poids des grandes familles rurales (Voir 1900 de Bertolucci) s’oppose au poids du capital industriel dans les débuts du XXe siècle et donne au fascisme tous les ingrédients d’une alliance des forces les plus réactionnaires contre la montée du mouvement ouvrier (Création du PCI en 1921), faible mais d’une grande inventivité, que les Cahiers de prison de Gramsci et les propositions permanentes de Togliatti dans les luttes illustrent. Les ouvriers de la FIAT et le mouvement ouvrier agricole sont au centre des luttes sociales. Seule l’alliance de la Confindustria (le « Medef » italien) avec Mussolini dans les exactions encouragées par l’État bourgeois, petit-bourgeois peut-on dire, telles l’assassinat de Matteotti, député opposant, ou la fameuse et ridicule mise en scène médiatique de la « Marche sur Rome », ont raison un temps du mouvement démocratique et ouvrier montant.

Ce poids du passé n’est pas éteint et l’avancée des forces d’extrême droite radicale telles la Lega de Salvini et I fratelli d’Italia de Giorgia Meloni, en témoigne. Dans la crise du capitalisme mondialisé et financiarisé, le mort saisit le vif : ce mort constitue une charnière avec une possible participation des luttes ouvrières et populaires italiennes d’aujourd’hui à la construction d’une mondialisation échappant à, et transformant et dépassant notre mode de production et d’échange obsolète et malade.

Je ne reviens pas sur le processus de dépassement (Aufhebung, selon le terme de Marx) qu’ont imaginé et proposé Paul Boccara et les économistes communistes dans et par les mesures exposées dans cette revue (crédits, Fonds, SEF, nouveaux critères, droits du travail y correspondant, DTS, etc.), le tout convergeant objectivement et subjectivement dans un développement conjoint de la société, de la personne et de l’homme producteur et citoyen : processus de la conscience de la nature sur elle-même selon les termes des Manuscrits de 1844.

La grande crise politique qui sévit actuellement (démission du président du Conseil, élections anticipées le 25 septembre, etc.), est la manifestation avancée de la crise générale de production et d’échanges nationale, européenne et mondiale, celle de la suraccumulation-dévalorisation du capital et celle des rapports sociaux, en unité de crise et de mouvement.

Convergence de crise : inflation, crise du pouvoir d’achat populaire et de l’emploi, des salaires et revenus populaires, pointe avancée en Italie de la crise. Spread (1) en hausse, hausse du taux directeur de la Banque centrale européenne, augmentation du coût des emprunts de l’État. Se prévalant de son action à la tête de la BCE pour empêcher la fragmentation de la zone euro, Mario Draghi, président du Conseil italien, formé aux techniques bancaires étasuniennes, a prétendu résoudre la crise sans une critique d’une économie politique orthodoxe et strictement bancaire. Cette situation exacerbe la concurrence des partis, les ambitions individuelles, et leurs propres illusions de résoudre les problèmes sans s’attaquer aux racines systémiques de la crise. Morcellement concurrentiel et tractations politicardes du « centre gauche » libéral, Partito Democratico (PD) issu de la dissolution du PCI et de sa dérive social-libérale dans une fusion avec une grande partie de la DC et parti des 5 Stelle : Conte, Renzi, Letta… en campagne.

Et là-dessus, la montée de l’extrême droite « radicale », Lega qui a déjà participé au gouvernement Draghi d’« unité nationale », et Fratelli d’Italia qui grimpe, qui profitent tous deux des difficultés sociales et de la confusion idéologique sur les causes de la crise…

Le vide laissé par l’autodissolution du PCI

L’autodissolution du PCI en 1991 (congrès de Rimini, le dernier) n’est pas un hasard. Elle procède de l’incapacité du Parti à saisir la transformation de l’Italie, faisant suite à un affaiblissement général, en particulier idéologique dans une contre-offensive du capital, des mouvements communistes nationaux dans la transformation du monde. La conscience du processus inconscient de la société, comme dit Engels, est en défaut. Elle témoigne du poids du réformisme dans ce parti comme dans bien d’autres par rapport aux nouvelles données de la crise de suraccumulation-dévalorisation du capital (décrite dès les années 1970 et avant par Paul Boccara), et donc de la faiblesse idéologique du salariat formé à la seule défense du capital variable sans la lier à l’ensemble du mouvement du capital et son effet sur le travail, l’emploi, les évolutions anthroponomiques dépassant de loin les frontières. Cette « leçon » peut être une leçon générale pour nous ici et maintenant.

Enrico Berlinguer, après le coup d’État du Chili, procède à une juste « révision » des rapports de forces mondiaux entre capital et travail, capital et mouvement démocratique. Il procède de même à une évaluation de la crise du travail dans le capitalisme avec sa déclaration et adresse aux ouvriers sur la démocratie du « que, quoi, et comment produire » et sur « l’esaurimento de la spinta della revoluzione d’Ottobre », l’épuisement de la poussée de la révolution d’Octobre ; esquisse en cours d’une réalité mais réduction de cette réalité à des éléments insuffisamment reliés, insuffisamment synthétisés. Sa disparition en plein « sorpasso » (dépassement de la DC par le PCI), en plein meeting électoral, est un drame qui va laisser libre cours aux affrontement des ambitions dans un parti n’ayant pas effectué l’analyse de la transformation mondiale comme était en train de la faire Berlinguer, de façon avancée et prémonitoire ; affrontements donnant libre cours aux opportunismes de droite et de gauche dont le vote, plus tard, et à l’unanimité, du « traité constitutionnel de l’UE » de 2005 par les députés italiens, donne une idée.

A la suite de l’autodissolution du PCI, et de la création du PDS que Pietro Ingrao, un des rares dirigeants du PCI opposant à cette opération, appelait « La cosa » (la chose), et qui allait devenir le PD d’aujourd’hui, s’est créé « il Partito della Rifondazione Comunista » (PRC) et d’autre partis communistes comme celui de Cossutta dit « pro soviétique ». Rifondazione  travaille à une reconstruction en Italie et en Europe, avec les difficultés que l’on sait. Le philosophe Domenico Losurdo disparu il y a peu de temps a travaillé un moment à cette reconstruction.

Il existe peu ou pas en Italie l’équivalent d’une recherche économique et politique marxiste du type de celui de notre revue et de la Commission économique du PCF. Cette faiblesse existait déjà dans le PCI, ce qui le poussait à une prépondérance à « l’historicisme » théorique et ce qui a facilité la dérive idéologique et électorale vers le PD et son social-libéralisme

Ces éléments d’analyse expriment un point de vue sans doute personnel, qui appelle des approfondissements.

(1) Écart entre le taux d’intérêt sur la dette souveraine du pays et le taux d’intérêt payé par l’État allemand. Il faut néanmoins se souvenir que l’Italie, troisième puissance économique de l’UE, ne peut pas être traitée avec la même violence que la Grèce.

UNA COSA OCCORRE PUR DIRE, E QUINDI DICIAMOLA: REVOCARE IMMEDIATAMENTE LE FOLLI SANZIONI ALLA RUSSIA, FAR CESSARE IL DISASTRO ECONOMICO E SOCIALE CHE STA TRASCINANDO L’INTERA EUROPA NELL’ABISSO

UNA COSA CHE OCCORRE PUR DIRE, E QUINDI DICIAMOLA: OCCORRE REVOCARE IMMEDIATAMENTE LE FOLLI SANZIONI ALLA RUSSIA, E COSI’ FAR CESSARE IL DISASTRO ECONOMICO E SOCIALE CHE STA TRASCINANDO L’INTERA EUROPA NELL’ABISSO

Occorre revocare le folli sanzioni alla Russia e cosi’ far cessare il disastro economico e sociale che sta trascinando l’intera Europa nell’abisso. E’ la cosa piu’ necessaria e piu’ urgente da fare. Salvare le vite e’ il primo dovere. Solo la pace salva le vite.

* Ed insieme occorre cessare di produrre e fornire le armi che alimentano la guerra e le stragi in Ucraina ed altrove. Occorre adoperarsi per l’immediato cessate il fuoco e l’immediato avvio di negoziati di pace. Il rischio di una catastrofe atomica e’ enorme. Ed e’ enorme il rischio di una guerra mondiale e nucleare che puo’ annientare l’intera umanita’. Salvare le vite e’ il primo dovere. Solo la pace salva le vite.

* Il governo italiano, gli altri governi dell’Unione Europea, i vertici dell’Unione Europea, riconoscano di aver commesso una scellerata idiozia e revochino immediatamente le sanzioni alla Russia cosi’ da ripristinare le necessarie forniture energetiche. Se i governi persisteranno nella loro folle e criminale antipolitica che sta alimentando la guerra e le stragi e sta portando al disastro l’economia e riducendo in miseria le classi lavoratrici e popolari dell’intera Europa, allora siano i parlamenti a togliere loro la fiducia e ad imporre il cambiamento necessario alla salvezza comune. Se anche i parlamenti persisteranno nell’avallare la folle e criminale antipolitica della guerra, delle stragi e del disastro, allora siano i popoli, con gli strumenti nonviolenti della democrazia ed in primo luogo con lo strumento del voto, a difendere il diritto alla vita di tutti gli esseri umani, ad eleggere nuovi parlamenti che esprimano nuovi governi che si adoperino per la pace che sola salva le vite. Salvare le vite e’ il primo dovere. Solo la pace salva le vite.

* Revoca immediata delle sanzioni e conseguente ripristino delle forniture energetiche cosi’ da far cessare ipso facto il disastro economico e sociale che sta gettando nel baratro della miseria e della disperazione le classi lavoratrici e e popolari dell’intera Europa. Cessazione immediata delle forniture di armi che alimentano la guerra e le stragi in Ucraina ed altrove. Impegno immediato per il cessate il fuoco e i negoziati di pace. Subito, prima di una nuova catastrofe atomica. Subito, prima che la guerra dall’Ucraina si allarghi e diventi un conflitto mondiale con armi nucleari che puo’ annientare l’umanita’. Salvare le vite e’ il primo dovere. Solo la pace salva le vite.

Peppe Sini, responsabile del “Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera” di Viterbo Viterbo, 5 settembre 2022

La società Svedese e la NATO

a cura di Enrico Vigna (agosto 2022)

Mentre una grossa parte degli svedesi è favorevole all’adesione alla NATO, ci sono altri settori sociali e politici che sono scesi in piazza per protestare e opporsi. Denunciano che la decisione è affrettata e che la Svezia dovrebbe attenersi più sensatamente alla sua tradizione di neutralità. Prospettano che perdere la neutralità militare non contribuirà alla pace mondiale, ma favorirà ulteriori scenari di guerre.

COMUNICATO STAMPA DELLA SOCIETA’ SVEDESE PER LA PACE E L’ARBITRATO SULLA NATO

L’annuncio del Partito socialdemocratico svedese di richiedere oggi l’adesione della Svezia alla NATO è una decisione triste e affrettata.

Il Partito socialdemocratico svedese ha annunciato la sua decisione di lavorare per una domanda di adesione svedese alla NATO. Questa decisione significa che la Svezia sta per abbandonare oltre 200 anni di non allineamento militare.

– Questa decisione è incredibilmente dolorosa e affrettata e significa che la Svezia contribuirà a rendere il mondo più polarizzato e militarizzato. L’adesione alla NATO non renderà la Svezia, o il resto del mondo, più sicuri o più democratici, ha dichiarato Agnes Hellström, presidente della Società svedese per la pace e l’arbitrato.

Agli occhi di molti, la Svezia è un paese che difende il disarmo, la prevenzione dei conflitti, la mediazione e la diplomazia. Se la domanda di adesione della Svezia alla NATO sarà approvata, la Svezia farà parte di un’alleanza nucleare e dovrà sostenere l’uso di armi nucleari da parte della NATO nel caso in cui tale decisione venga presa.

La NATO è un’alleanza militare che si basa sulla minaccia di omicidi di massa di civili attraverso l’uso di armi nucleari. In quanto membro della NATO, sarà molto più difficile per la Svezia lavorare per il disarmo e saranno necessari ampi sforzi se la Svezia vorrà ancora influenzare il lavoro svolto nel disarmo nucleare, afferma Agnes Hellström.

In un comunicato stampa, il Partito socialdemocratico scrive che “lavorerà per assicurarsi che la Svezia, se la sua domanda di adesione sarà approvata dalla NATO, manifesti obiezioni unilaterali contro il posizionamento di armi nucleari e basi militari permanenti sul territorio svedese

– La questione della NATO e delle armi nucleari è molto più ampia delle sole basi militari e del posizionamento di armi nucleari. La minaccia delle armi nucleari è un principio centrale della NATO. In qualità di membro, la Svezia, a meno che non ci opponiamo, parteciperà attivamente alla pianificazione e all’esercizio dell’uso delle armi nucleari. La Svezia deve emanare una legge nazionale che vieti le armi nucleari dal territorio svedese e ratificare immediatamente il Trattato delle Nazioni Unite sulla proibizione delle armi nucleari, affermato la presidente della Società svedese per la pace e l’arbitrato.

La decisione del Partito socialdemocratico è stata presa in un processo affrettato a pochi mesi dalle elezioni parlamentari. I critici all’interno del partito hanno ritenuto questo processo interno un “dibattito simulato” in cui la leadership del partito aveva già preso una decisione.

– La decisione manca di consenso popolare e quindi di legittimità. Molte domande rimangono ancora senza risposta su quale sarà il ruolo della Svezia nella NATO e cosa significherà esattamente l’adesione, ha affermato Agnes Hellström.

Maja Landin, addetto stampa, Società svedese per la pace e l’arbitrato


Perché molti giovani svedesi rimangono a disagio nell’entrare nella NATO

La cosa migliore per la sicurezza della Svezia e del popolo svedese è entrare a far parte della NATO”,  ha affermato il primo ministro svedese Magdalena Anderssonconfermando l’intenzione di Stoccolma di entrare a far parte della più grande alleanza militare del mondo.

La sua dichiarazione annuncia la fine dei 200 anni di neutralità militare della Svezia, una politica di sicurezza che  il paese nordico ha adottato dal 19° secolo. 

Mentre una maggioranza di svedesi ha espresso sostegno affinché il proprio paese si unisca alla NATO durante la guerra in Ucraina, ci sono molti giovani che sono più esitanti. 

Alcuni sono addirittura scesi nelle strade della capitale svedese in queste settimane, condannando la perdita della neutralità militare come un passo che genererebbe più violenza nel mondo. 

L’adesione alla NATO farà versare più sangue perché la NATO è un’organizzazione bellica e non una che lavora per la pace”, ha detto a DW, Ava Rudberg, 22 anni, presidente del Partito della Giovane sinistra in Svezia che fa parte delle proteste.  “È un’alleanza militare che crea più guerre e siamo anelanti di mantenere la pace in Svezia“.

Linda Akerström della Svenska Fredsoch Skiljedomsföreningen, la Società svedese per la pace e l’arbitrato, ha dichiarato che molte persone erano arrabbiate perché la neutralità nei conflitti militari è storicamente legata all’identità svedese.

Per molte persone, questa decisione è un grande cambiamento perché in tutti questi anni molti svedesi si sono visti come voci che nutrono la pace in tutto il mondo. Ma in questo momento, credo che molti ritengano che la decisione di entrare a far parte della NATO sia stata affrettata e basata sulla paura. Fondamentalmente, prendere una decisione così importante in una situazione molto tesa e in gran parte basata sulla paura è come andare al supermercato quando si ha fame, e sappiamo tutti che non è una situazione in cui si fanno buone scelte. non è stato sufficiente un dibattito con entrambe le parti coinvolte, perché una decisione così grande fosse legittima“, ha aggiunto la Akerstrom.

Lisa Nabo, 27 anni, presidente della Lega giovanile del Partito socialdemocratico al potere in Svezia, ha affermato che, nonostante la precedente cooperazione con la NATO “… la perdita ufficiale della neutralità è un problema contro cui molti giovani svedesi stanno lottando. La mia generazione di ventenni, non ha memoria di una guerra in Europa. Quindi questa situazione in cui ci troviamo ora ci è molto estranea e non abbiamo la stessa storia di guerra di molti dei nostri vicini, paesi che hanno fatto parte della seconda guerra mondiale o della guerra in Jugoslavia. Come giovani socialdemocratici in questo momento stiamo lottando con l’immagine di noi stessi, perché molti di noi hanno iniziato la propria attività politica con l’idea di essere un’organizzazione pacifica che combatte per fermare la militarizzazione. È difficile combinare questo con l’adesione nella NATO “, ha detto a DW.

Nel frattempo, lontano dalle frenetiche città della Svezia, Sara Andersson Ajnnak, una giovane artista che appartiene alla comunità indigena Sami nel nord del Paese , pensa che la  decisione della Svezia di aderire alla NATO potrebbe avere un impatto negativo sui loro diritti.

Sento che è problematico per la Svezia entrare a far parte della NATO, soprattutto per me come indigena del nord. Sento che c’è già una lotta per la terra nel paese e credo che la NATO possa vedere il nord della Svezia, che è Territorio indigeno, come un’enorme regione militare per svolgere le proprie esercitazioni. Quindi vedo questa come un’altra forma di colonizzazione. Già oggi siamo colpiti dalle attività dell’aviazione che ha un impatto negativo sulla popolazione delle renne. Tali attività sono ora destinate ad aumentare e ho paura di come questa decisione influirà sui nostri diritti e sull’ambiente“. ha detto a DW. Da dw

La gente in Svezia è incerta sull’adesione alla NATO di Mike Powers*

In queste settimane dal 21 maggio, in decine di città e paesi in tutta la Svezia, ci sono state manifestazioni e marce di opposizione alla decisione del governo di aderire alla NATO. La decisione formale di abbandonare la politica ufficiale di neutralità svedese, che dura da più di 200 anni, è arrivata nel mezzo di una frenesia di paura alimentata dalla propaganda sul conflitto armato in Ucraina e una presunta minaccia alla sicurezza dell’Europa.

Manifestazione anti-NATO fuori dal palazzo del governo a Stoccolma, Svezia

I partiti conservatori di opposizione sono da tempo favorevoli all’adesione alla NATO. Ma un improvviso cambiamento nella posizione di due dei più grandi partiti, il Partito Socialdemocratico dei Lavoratori (SAP) e quello di estrema destra il Partito Democratico Svedese (SD) di ispirazione neonazista, ha permesso il cambiamento nella politica del governo.

L’SD è un gruppo razzista populista anti-immigrati che si fa facendo strada negli strati popolari. Hanno sostenuto gli altri sul tema della NATO, nella speranza di essere accettati come elementi rispettabili in una nuova maggioranza di destra. Hanno persino cambiato la loro posizione sul non ammettere più rifugiati, a patto che i rifugiati fossero europei bianchi con lo stesso background culturale cristiano e non provenienti dal Medio Oriente! 

I socialdemocratici al potere, di recente al loro ultimo congresso del partito nel 2021, avevano dichiarato che la loro permanenza in carica avrebbe garantito che la Svezia non avrebbe mai abbandonato il non allineamento. Durante la Guerra Fredda, anche se non allineata, la Svezia faceva ufficiosamente parte del fianco settentrionale della NATO con la sua enorme forza aerea che pattugliava gran parte dello spazio aereo sovietico.

Negli ultimi decenni durante l governi SAP, la Svezia si era già avvicinata alla NATO, nel Partenariato per la Pace e nelle coalizioni contro il terrorismo costruite dagli Stati Uniti in Iraq e Siria. La Svezia ha ritirato le sue truppe dall’Afghanistan dopo 20 anni, dopo aver dimostrato la sua fedeltà e sottomissione a Washington. Le strutture spaziali svedesi nel nord sono state determinanti nel guidare i bombardamenti statunitensi contro la Libia nel 2011. Sono state organizzate manovre congiunte con molti paesi della NATO, comprese esercitazioni di bombardamento in Svezia.

Crisi d’identità

Tuttavia, l’abbandono della neutralità sta causando un senso di crisi di identità in Svezia. A volte avere una politica estera indipendente ha consentito di assumere una posizione morale, come quella di opporsi alla guerra degli Stati Uniti in Vietnam, ed essere il primo paese dell’UE a riconoscere lo stato di Palestina e ad operare per promuovere il disarmo nucleare. Eppure l’anno scorso la Svezia ha rifiutato di ratificare l’accordo delle Nazioni Unite sulla proibizione delle armi nucleari, che essa stessa aveva contribuito a scrivere.

Il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti ha semplicemente avvertito pubblicamente che la firma dell’accordo avrebbe “complicato” la cooperazione militare con la NATO. La Svezia ha fatto marcia indietro. I giorni di una politica estera indipendente, già più difficili con l’adesione all’UE, potrebbero presto finire per sempre.

Oggi non c’è una concreta minaccia russa per la Svezia. Eppure il governo svedese afferma che la piena adesione, fornirebbe garanzie di sicurezza alle forze nucleari della NATO, ma le consentirebbe anche di proibire le armi nucleari e qualsiasi base straniera permanente sul suolo svedese!

È vero esattamente il contrario: renderebbe la Svezia un possibile obiettivo per le armi nucleari russe. Ora ci viene detto che la decisione finlandese di aderire, lascia la Svezia senza alternative. Ma la Svezia è un paese indipendente. L’adesione alla NATO trasformerebbe il Baltico in un lago interno della NATO, con 10 paesi che minacciano la Russia! 

Il dibattito sull’adesione è stato per lo più unilaterale. La TV e la radio hanno organizzato programmi in cui i partecipanti pro-NATO, per lo più esperti di ricerca militare, dibattono sui vantaggi dell’adesione tra di loro. I socialdemocratici hanno organizzato dialoghi zoom con migliaia di membri del partito, che hanno dovuto ascoltare i ministri rispondere a domande principali prestabilite da voci anonime, ma non potevano farne loro stesse. Dove si è svolta una votazione, i risultati, spesso negativi, non sono stati resi pubblici.

La dirigenza del partito fa riferimento ai continui e incerti cambiamenti nell’opinione pubblica nei sondaggi settimanali. Ma anche questi indicano che quasi la metà della popolazione, inclusa la maggioranza dei socialdemocratici e dei partiti minori di sinistra e verdi, è ancora contraria o indecisa! I lealisti del partito che seguono sempre il leader possono aver cambiato opinione, ma possono rappresentare solo il 10% degli elettori.

L’intero processo è stato ridicolo e una parodia della democrazia. Tutti i maggiori partiti sono contrari a un referendum popolare, poiché considerano la questione troppo complicata e trattano questioni di sicurezza delicate. Si oppongono anche all’attesa fino a dopo le elezioni programmate di settembre, e al lasciare che siano gli elettori a decidere, al fine di conferire alla decisione una qualche forma di legittimità democratica. Molti si sentono spinti dall’élite del partito. Ma hanno paura della democrazia diretta da parte del popolo.  Tra i relatori della protesta di Stoccolma c’erano Thomas Hammarberg, ex parlamentare socialista e Commissario del Consiglio europeo per i diritti umaniKajsa Ekis Eknman, nota scrittrice e giornalista; così come i rappresentanti del NO NATO, Folket I Bild (Persone in immagini); Donne per la pace e la Gioventù Comunista Rivoluzionaria

I mercanti della morte festeggiano 

Quelli che festeggiano di più sono i produttori di armi svedesi, i mercanti di morte, inclusa SAAB Dynamics. Vedono opportunità di vendere armi anticarro e possibilmente jet da combattimento svedesi ai futuri alleati della NATO. Che i coscritti svedesi debbano essere carne da cannone nelle guerre della NATO non fa parte dei loro calcoli capitalisti. E la Svezia ha già, in ampia unità, accettato di aumentare la spesa militare al 2% del suo budget, la nuova linea guida Trump-Biden per i partner europei.

Potrebbe volerci del tempo prima che venga concessa l’adesione formale. Il regime turco ha lanciato una chiave inglese nel procedimento. Si rifiuta di ammettere nuovi membri a meno che non trattino gli oppositori curdi del regime turco come “terroristi”. Il governo svedese ha stretti legami con l’enclave curda in Siria sostenuta dagli USA e con il Kurdistan iracheno; il regime turco afferma che queste entità curde forniscono rifugio alle forze del PKK, che combatte il dominio turco. La Svezia non consegnerà i rifugiati alla Turchia. La Svezia ha anche imposto un embargo sulle armi alla Turchia nel 2019 e ha contribuito a fermare l’adesione della Turchia all’UE. 

C’è grande incertezza su quanto tempo potrebbe richiedere il processo. Ma potrebbe non essere ancora un affare fatto.

  • Powers è un americano che si è opposto alla guerra dai tempi del Vietnam, emigrato in Svezia, è un noto attivista del movimento antimperialista da oltre 50 anni.

(A cura di Enrico Vigna, Iniziativa “Per un Mondo Multipolare”/ CIVG agosto 2022)

Il Cile a un bivio storico: si vota per la nuova Costituzione

di Marco Consolo

Domenica 4 settembre il Cile vota a favore o contro una nuova Costituzione che dovrebbe sostituire quella imposta con la forza delle armi nel 1980, durante la dittatura civico-militare di Pinochet. Non ci sono vie di mezzo.  Se il Cile dirà sì alla nuova Costituzione, questa volta si potrà iniziare a smantellare l’edificio ultra-neoliberista costruito dalla dittatura. In caso contrario, rimane vigente l’attuale Carta Magna. La posta in gioco è quindi enorme.

Il voto arriva dopo la massiccia rivolta sociale iniziata nell’ottobre 2019 e, in qualche modo, ne rappresenta una logica conseguenza. Una rivolta che, come si ricorderà, è stata repressa nel sangue dal precedente governo di Sebastian Piñera, con decine di morti, centinaia di feriti e di gravissime lesioni oculari. Sulla spinta e pressione della piazza (anche con l’idea di depotenziarla), c’è stato un accordo tra il governo e parte dell’opposizione con cui si è aperto un percorso verso la  convocazione di una “Convenzione Costituente” con il compito di redattare una nuova Costituzione.

Nel primo referendum del dicembre 2020, quasi l’80% dei votanti ha votato a favore di una nuova Costituzione, scritta democraticamente dalla Convenzione Costituente, eletta nell’aprile 2021. Una Convenzione di 155 persone, con una totale parità di genere per la prima volta nella storia, con 17 seggi riservati ai popoli originari, con una forte diversità e frammentazione interna, che rappresentava il Paese in molti dei suoi aspetti e profonde contraddizioni.

Dopo poco più di un anno di lavori, il 4 luglio 2022, la proposta di nuovo testo costituzionale è stata consegnata al Presidente della Repubblica, Gabriel Boric, eletto nel dicembre 2021 alla testa di una coalizione anti-neoliberale, con una importante presenza del Partito Comunista.

Oggi siamo arrivati al dunque: questo secondo referendum è quello decisivo, perchè convalida o meno la proposta di nuova Costituzione.

LA STRATEGIA DELLE DESTRE: los dueños del fundo

Gli eredi dei “Chicago Boys”, le 7-8 famiglie che hanno in mano il Paese in alleanza con il capitale multinazionale, quelli che si sentono “los dueños del fundo” (i padroni del fondo) non hanno nessuna intenzione di perdere un centimetro del loro potere, economico e sociale.

La campagna delle destre ha puntato allo stomaco, non alla ragione ed è iniziata il giorno stesso delle elezioni che hanno permesso all’estrema destra di essere forte in parlamento.

Ma anche per la tempistica elettorale, quello stesso schieramento è stato paradossalmente in minoranza nella Convenzione Costituente, che infatti ha cercato di sabotare in ogni modo. Da subito sono partiti all’attacco con una campagna aggressiva, minacciosa, a tratti violenta. Contro la Convenzione, contro il suo lavoro, contro i singoli Costituenti, sostanzialmente contro chiunque  volesse  cambiare la Costituzione della dittatura.

I poteri forti non hanno badato a spese, e l’artiglieria mediatica è partita da subito, con una campagna sostenuta sfacciatamente da quasi tutti i media, con un uso massiccio del Big Data: telefonate personali per invitare a votare contro, mailing massiccio, SMS, “reti sociali”,  porta a porta anche in zone rurali, etc.

Una campagna con al centro la paura, l’odio di classe, il profondo disprezzo contro i popoli originari (da sempre depredati e negati), un carosello di notizie false, etc.

E quando si parla di balle, la fantasia di lor signori continua a sorprendere. Nel vasto campionario, le destre hanno sostenuto che sarebbero stati cambiati la bandiera cilena, l’inno nazionale e addirittura il nome del Paese. Che con la nuova Costituzione non era più possibile possedere una casa propria. Che lo Stato si sarebbe impossessato dei tuoi soldi versati ai Fondi Pensioni privati per uno straccio di pensione. Che con il riconoscimento dei popoli originari, ci sarebbero stati due sistemi giuridici e che il loro avrebbe prevalso e garantito privilegi esclusivi ai Mapuche, permettendo loro di fare la bella vita con le tasse pagate dal resto della popolazione. Che l’aborto sarebbe stato possibile fino alla fine del nono mese di gravidanza (con diverse chiese evangeliche in prima fila).  Che il Cile sarebbe diventato “Chile-zuela” con la nuova Costituzione, e un lungo etc. etc.

Certo è che, nell’immaginario creato ad hoc, la campagna della paura sembra produrre risultati. Per quel che valgono i sondaggi, da marzo quasi tutti danno la maggioranza al Rechazo (NO alla nuova Costituzione), nonostante un recupero nelle ultime settimane dell’Apruebo (SI alla nuova Costituzione).

Sapientemente, la coalizione del Rechazo ha nascosto dietro le quinte il ciarpame “pinochetista”, nonchè le figure più conosciute e screditate, proiettando un’immagine di “società civile” mobilitata contro la “minaccia del caos”. Hanno anche reclutato figure del centro-sinistra, passate armi e bagagli dall’altra parte e hanno mandato avanti loro per convincere gli indecisi.

Nel frattempo il fascismo cileno perde il pelo, ma non il vizio e, mentre mostra la “faccia buona”, si riorganizza territorialmente e si arma. La campagna di odio si è concretizzata in diversi attacchi squadristi ai sostenitori dell’ Apruebo, spesso sotto lo sguardo benevolo delle “forze dell’ordine”, in un clima che si scalda.

L’OTTIMISMO DELL’APRUEBO

Di fronte a tanto odio, viceversa,  la campagna dell’ Apruebo ha voluto proiettare ottimismo e allegria, si è concentrata sul cambio e sul futuro, mettendo al centro un messaggio di speranza. Importante è stato l’appoggio immediato del settore dell’arte e della cultura, così come del mondo accademico,  della comunità scientifica e di molti altri.

Ma mentre le destre hanno iniziato la loro campagna sin dalla prima sessione della Costituente nel luglio 2021, la variegata coalizione dell’Apruebo è partita in ritardo e deve rimontare. Di fatto,  ha iniziato a organizzare una campagna (in parte comune) solo a luglio, dalla fine dei lavori costituzionali. Oltre ai partiti, sempre meno organizzati su base di massa, in queste settimane i protagonisti sono state migliaia di persone mobilitate con grande creatività. Lo hanno fatto spontaneamente, settorialmente, in modo più o meno coordinato.

Da una parte sulle “reti sociali” con messaggi e video di ogni tipo, con ironia, fantasia e poesia. Dall’altra con una gigantesca campagna porta a porta per visitare più di due milioni di case in tutto il Paese. Gli incontri dell’ Apruebo hanno riunito grandi folle, in un’atmosfera pacifica e a tratti familiare. Le tradizionali “carovane” di veicoli o biciclette hanno attraversato le città, mobilitando molte persone. E giovedì scorso, la manifestazione di chiusura della campagna per l’Apruebo ha visto una enorme e impressionante presenza di circa mezzo milione di persone riempire le strade della capitale (vedi foto di apertura).

La speranza è che il successo di questa appassionata campagna possa ribaltare i sondaggi, convincendo donne e uomini, indecisi ed ingannati. Il Cile riserva sorprese e, anche se difficile, niente è impossibile.

VOTO OBBLIGATORIO

Fino al 2012 il voto era obbligatorio, ma l’iscrizione nel registro elettorale era volontaria. Più di un terzo degli aventi diritto al voto non si era registrato e, nonostante l’obbligo, l’astensione era stata del 15%. Dal 2012 in poi, la registrazione degli elettori è stata automatica, ma il voto non era più obbligatorio e così l’astensione era salita a circa il 50%. Poi, la legge elettorale è cambiata di nuovo. Oggi, tutta la popolazione è registrata e il voto è obbligatorio, anche se sono stati cambiati molti seggi di votazione. Anche per questo regna una grande incertezza e nessuno è davvero in grado di prevedere come voterà quella metà dell’elettorato che non è andata alle urne per tanti anni.

In caso di vittoria del Rechazo, il presidente Boric ha già annunciato che riconvocherà una nuova Assemblea Costituente. Ma se vincerà l’Apruebo, è importante che vinca con una grande differenza, visto che la destra si prepara a contestarne i risultati (alla Trump) gridando ai brogli e agitando possibili violenze di piazza. I risultati dell’Apruebo devono quindi essere indiscutibili, perchè il Cile possa continuare pacificamente il cammino di un cambiamento reale, cercando di ricomporre un Paese profondamente polarizzato.

Con un parlamento dove il governo non ha la maggioranza, se non si approva la nuova Costituzione, ci sono pochi margini per fare le necessarie riforme strutturali: una sicurezza sociale per tutti, un sistema pensionistico in cui lo Stato abbia un ruolo centrale, la ricostruzione di un sistema educativo e sanitario di qualità davvero accessibile a tutti, l’utilizzo delle materie prime (in primis rame e litio) a beneficio del Paese e nel rispetto delle norme ambientali, l’attuazione di un piano per sottrarre l’acqua al controllo dei privati…

La storia bussa alla porta: il 4 settembre del 1970 veniva eletto il Presidente martire Salvador Allende. In una giornata carica di significato simbolico, 52 anni dopo il popolo cileno è di nuovo di fronte a un bivio storico.

Appello: rimuovere le sanzioni contro la Russia

Le ragioni dell’appello a favore della rimozione delle sanzioni alla Russia

Successivamente al 24 febbraio 2022 sono state imposte alla Russia sei tranche di draconiane sanzioni da parte di Stati Uniti, Regno Unito, Paesi Ue, Giappone,  Corea del Sud, Australia, Nuova Zelanda, Svizzera, Ucraina oltre ad Albania, Andorra, Islanda, Canada, Liechtenstein, Micronesia, Monaco, Norvegia, San Marino, Macedonia del Nord, Singapore, Taiwan e Montenegro. Un gruppo di Stati cosidetti Occidentali (atlantisti) che rappresentano solo il 19% degli Stati mondiali (dati Ispi), i quali, invece, in grande maggioranza, pur condannando l’operazione militare russa, hanno preso le distanze dalle imposizioni unilaterali volute in primis dagli Usa e dal Regno Unito.

A circa 6 mesi dall’introduzione della prima tranche, gli effetti dei pesanti provvedimenti restrittivi hanno al momento sortito un limitato impatto sull’economia e sulla finanza russa, tant’è che se il Prodotto Interno Lordo (Pil) russo del secondo trimestre è stimato da Rosstat in contrazione del 4%, soprattutto a causa del ritiro di aziende occidentali, la bilancia commerciale ha registrato un surplus da record (a causa dell’aumento dei prodotti energetici – vedi approfondimento) ed il rublo dopo una iniziale flessione ha ripreso ad apprezzarsi fino a superare la quotazione del 24 febbraio scorso.

Gli Stati che hanno comminato le sanzioni alla Russia, soprattutto quelli europei, stanno invece subendo significative ripercussioni in termini di rinuncia al mercato russo per l’export, ad aumento dei costi dell’energia e carenza della stessa, pesante impennata dell’inflazione, interruzione delle catene mondiali del valore, diminuzione della produzione industriale e rallentamento economico con prospettiva più che concreta di recessione. Addirittura gli Stati Uniti sono già entrati in recessione tecnica, visto il secondo trimestre consecutivo di variazione negativa del Pil.

Le sanzione volute dagli Usa e adottate supinamente dai Paesi europei si stanno rivelando un clamoroso boomerang che avrà effetti pesanti su chi le ha imposte sia livello economico che sociale, soprattutto, a danno delle fasce sociali più deboli.

Per questi motivi abbiamo elaborato il seguente appello a favore della rimozione delle sanzioni unilaterali alla Russia da lanciare a livello nazionale a beneficio di associazioni, movimenti e singoli cittadini al fine di esercitare pressioni sul governo e sulle forze politiche affinché desistano dal proseguire su questa scellerata strada.

 Appello: rimuovere le sanzioni contro la Russia

La crisi politica, le elezioni anticipate in Italia e l’estromissione dalla carica di premier di Boris Johnson nel Regno Unito, sono le ricadute politiche più vistose delle colossali contraddizioni economiche, sociali, istituzionali e finanziarie, internazionali e interne ai vari paesi, che si sono manifestate a partire dalla metà del 2021 e si sono acuite nei mesi successivi, fino a trovare una potente accelerazione a seguito della messa in campo, a cominciare dal febbraio scorso, da parte degli USA e dei governi vassalli (in primis l’Italia), di un vasto e complesso apparato sanzionatorio contro la Russia, apparato mai prima applicato su tale scala.

Le sanzioni, fin dalla loro iniziale concezione e applicazione, si sono configurate come veri atti di guerra aventi lo scopo di paralizzare l’economia russa e, per tale strada, condurre la Russia alla disfatta nell’operazione militare in Ucraina.

Le difficoltà (in taluni casi il blocco) nelle catene di approvvigionamento di materie prime, semilavorati e merci, il loro accorciamento, la forte ripresa, anche se diseguale, della domanda di beni e servizi a seguito delle politiche ultraespansive con cui le banche centrali avevano cercato di governare (immettendo grandi quantità di denaro) i gravi effetti della crisi sistemica del 2007-2009 e del debito pubblico in Europa del 2011-2013, le politiche di riapertura dei traffici e dei mercati dopo la prima ondata di Covid del 2020, avevano determinato fin dai primi mesi del 2021, la comparsa e la rapida crescita dell’inflazione in USA, nei paesi occidentali e, in parte, nel resto del mondo.

Accanto all’inflazione, i primi aumenti dei tassi di interesse e i primi segni di recessione.

I processi in atto hanno trovato una possente accelerazione nelle sanzioni che hanno decretato, in date diverse, il “sequestro” delle riserve valutarie russe, l’embargo del carbone, del petrolio e dell’oro russi e di una vasta serie di beni strumentali e tecnologie necessarie alla produzione. Il gas, essenziale ai processi produttivi di molti paesi occidentali, era stato escluso dall’embargo.

La violenza delle sanzioni, il riarmo massiccio e crescente dell’Ucraina da parte dell’Occidente, il rifiuto da parte di quest’ultimo di ogni negoziato di pace, la rottura strategica dell’Unione europea con la Russia nelle forniture di gas (piano REPower EU), hanno indotto la Russia a ridurre le forniture di metano ai paesi europei. Da qui, favorita dalle dinamiche ultraspeculative dei mercati internazionali e privatizzati dell’energia, l’impennata dei prezzi del gas (e delle altre materie prime), l’incremento dell’inflazione, la violenta stretta creditizia, la recessione.

Draghi ha colto l’opportunità delle tensioni politiche ed, irrigidendosi di fronte alle varie richieste partitiche, ha operato in modo che il suo governo cadesse perché ha intravisto lo tsunami sociale in arrivo in autunno, causato dalla folle e antinazionale politica bellicista sfacciatamente filostatunitense e filoatlantica sua e del suo governo, politica che produrrà lo smantellamento di buona parte dell’apparato produttivo italiano, disoccupazione di massa, miseria, emarginazione, crescita del debito pubblico.

Da qui nasce l’impellente necessità di una mobilitazione ampia per opporsi alle sanzioni e a tale devastazione in nome:

·         del lavoro,

·         della cessazione dell’invio di armi all’Ucraina,

·         del ripristino di un minimo di pluralismo democratico, liquidato dalle politiche “minculpop” dei gruppi dominanti e dei loro media,

·         dell’azzeramento degli aumenti speculativi nelle bollette di luce e gas,

·         del rifiuto di subire i costi economici, sociali e ambientali delle politiche scellerate di Draghi, dell’UE e degli USA.

Il comitato promotore

(Il testo dell’appello si trova anche all’interno della prima edizione de “I quaderni di Lotta Continua”, il nuovo periodico in cartaceo appena uscito. Coloro che intendono sostenere e promuovere o semplicemente sottoscrivere l’appello possono scrivere a quadernilc@gmail.com.)

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Approfondimenti:

L’andamento della bilancia delle partite correnti in Russia

(Fonte La Stampa)

L’avanzo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti della Federazione Russa, ha continuato a crescere e ammonta a 138,5 miliardi di dollari nel periodo gennaio-giugno 2022, aumentando di circa 3,5 volte rispetto al corrispondente periodo dell’anno precedente. Lo afferma la stima preliminare della Banca di Russia, che fotografa un record (almeno dal 1994) di 70,1 miliardi di dollari nel secondo trimestre dell’anno, con l’aumento dei ricavi dalle esportazioni di energia e materie prime che ha contribuito a compensare l’impatto delle sanzioni.

Il secondo trimestre del 2021 aveva registrato un avanzo delle partite correnti pari a 17,3 miliardi di dollari, mentre l’intero primo semestre dello scorso anno aveva registrato 39,7 miliardi di dollari. Il conto delle partite correnti è un saldo della bilancia dei pagamenti che sintetizza i flussi lordi relativi agli scambi di beni, servizi e redditi tra residenti e non residenti di un’economia.

La dinamica delle partite correnti “è stata determinata dall’allargamento dell’avanzo del saldo di beni e servizi a seguito della significativa crescita delle esportazioni, trainata da un contesto di mercato favorevole e dal calo delle importazioni”, sottolinea la Bank of Russia in una nota.

Le esportazioni sono state di 153,1 miliardi di dollari nel secondo trimestre, in leggero calo rispetto ai 166,4 miliardi di dollari del primo, sempre secondo i dati della Banca di Russia. Anche le importazioni sono diminuite, a 72,3 miliardi di dollari da 88,7 miliardi di dollari.

Sanzioni-boomerang Occidente-Russia. Chi ci perde e chi ci guadagna
di Ennio Remondino (Fonte: remocontro)

‘Sanzione’, come ‘sancire’ una qualche regola. Diritto e sanzione alla base dell’agire geopolitico e di qualsiasi cultura giuridica. Il diritto alla sanzione. Minacciare ripetutamente sfaceli senza che alle parole seguano i fatti, diventa una scelta politica a perdere. Lo stanno valutando ormai molti analisti e vertici politici soprattutto in Europa.

Il caso carbone petrolio e gas russo mostra da una parte i limiti delle misure economiche che i governi europei hanno approvato a partire da febbraio per ottenere dalla Russia la fine della guerra in Ucraina, e apre, dall’altra, una serie di interrogativi sulle conseguenze che questa dinamica produrrà di cui già ha detto oggi Piero Orteca.

«La società francese Kpler, impegnata nel settore delle materie prime, ha pubblicato negli ultimi giorni un rapporto interessante sulla Russia», segnala Luigi De Biase sul Manifesto. «Secondo gli analisti di Kpler Mosca sta riuscendo a vendere tutto il carbone che aveva in programma di esportare, nonostante le sanzioni. Già a giugno i russi erano riusciti a piazzare all’estero sedici milioni e mezzo di tonnellate, il 3,5 per cento in più rispetto allo stesso periodo del 2021».

Carbone e petrolio, ‘offerta speciale’

La ‘madre di tutte le sanzioni’ promessa dagli Usa. Dalla minacce (o dalla promesse), ai fatti. A luglio tutti prevedevano una forte crisi economica russa per embarghi e restrizioni approvate dall’Europa e dagli Stati uniti. Ora, metà agosto, assieme all’inflazione che ci divora, scopriamo che Cina e India hanno assorbito la produzione russa in eccesso, grazie anche a notevoli ribassi per i ‘Paesi amici’. «A giugno il carbone consegnato ai porti di Amsterdam, Rotterdam e Anversa era quotato 370 dollari a tonnellata. Quello venduto a luglio a cinesi e indiani fra i 180 e i 185 dollari. Praticamente metà prezzo».

Di più e ’peggio’ per il petrolio

L’Agenzia internazionale dell’energia ha stimato in due milioni e duecentomila barili al giorno il calo delle esportazioni russe verso Stati uniti, Unione europea, Regno Unito e Corea del Sud dall’inizio dell’invasione. Ma Un milione e mezzo di barili in più, però, la Russia li ha venduti ogni giorno a Cina, India e Turchia. A marzo l’export verso l’India era irrilevante. A giugno i russi sono diventati il primo fornitore del paese davanti a Iraq e Arabia saudita.

Nuovi amici con lo sconto

Le quotazioni elevate del petrolio hanno permesso a Mosca un taglio di 19 dollari a barile rispetto ai rivali, restando comunque sopra i cento dollari. «La sete di petrolio dell’India è, peraltro, al centro di interessanti riflessioni», sottolinea Luigi De Biase, su cui Remocontro qualcosa ha già detto ma su cui certamente torneremo. Il governo di Delhi non solo non ha aderito alle misure internazionali per la guerra in Ucraina, ma ha chiesto pubblicamente alle società di stato di alzare il livello delle scorte acquistando grandi quantità di petrolio russo a prezzo scontato.

Meno gas e più soldi

Ma è sul gas, che la questione diventa strategica per l’Europa. I rifornimenti nella CSI russa, ultimi dati di Gazprom, sono diminuiti in un anno del 36 per cento. E il calo ha colpito soprattutto i paesi dell’Unione, perché i volumi di gas diretti in Cina crescono costantemente sulla base di accordi a lungo termine. Mentre il colosso dell’energia Gazprom registra incassi elevati per effetto delle quotazioni record. «Ieri, ad Amsterdam, il mercato di riferimento per i paesi europei, il metano ha chiuso a 241 euro/megawattora, il livello più alto che sia mai stato raggiunto».

Europa a perdere, chi ci guadagna

«Il gas non va più in Europa», ha scritto in settimana il quotidiano economico russo Kommersant. Per l’Ue fine di una fase di crescita facile con energia e materie prime russe a basso costo. Per la Cina, l’India e la Turchia l’arrivo di materie prime a prezzi scontati rappresenta un enorme vantaggio competitivo, un vantaggio che sul lungo periodo potrebbe modificare gli equilibri produttivi globali.

La situazione in Libia: destabilizzazione permanente delle forze unipolariste

La situazione in Libia, ennesimo tassello di destabilizzazione permanente delle forze unipolariste, legata alla crisi ucraina, ….e Saif al Islam Gheddafi

A cura di Enrico Vigna (25 agosto 2022)

Forse è ora che l’Europa e l’Italia in particolare, presti sensatamente attenzione alla situazione in Libia

Le continue e crescenti tensioni minacciano di rigettare il paese in una guerra civile dispiegata e avranno conseguenze per l’Europa, oltre alla comunità internazionale. Ma soprattutto per l’Italia, stante la posizione geografica e la storia che ci ha legato, una storia che rappresenta anche, per l’Italia, un debito storico, visti gli orrori, le atrocità e devastazioni compiute dal colonialismo prima e dal fascismo poi. I problemi della Libia non sono solo locali. L’Italia e l’Europa, con la Libia condividono il Mar Mediterraneo: Alessandro Magno, i Greci, i Romani e anche i Normanni hanno tutti scambiato beni, cultura e archetipi con la Libia. Ma questa prossimità ha anche significato che i problemi lì, si riversano quasi sempre sulle coste europee. 

Da febbraio, gli occhi del mondo sono ovviamente rivolti sugli avvenimenti Ucraina. Ma mentre l’attenzione è sul fianco orientale europeo, i problemi che stanno deflagrando su quello meridionale in Libia sono molto trascurati o sottovalutati. Le crescenti tensioni politiche e le quotidiane esplosioni di violenza, stanno riportando il paese verso la guerra civile, con conseguenze a domino che investiranno sia gli equilibri dell’Africa del nord, ma anche avranno un impatto sull’Italia e sull’Europa. E’ decifrabile che la crisi in Libia, si inserisce nel quadro delle crisi mondiali, dove i poteri legati al mantenimento di un mondo multipolare stanno supportando logiche di innescamento e scatenamenti di crisi politiche e militari che possono portare il mondo verso catastrofi devastanti in cui nessuno sarà escluso.

Oggi, quella che, fino al colpo di stato USA/Francia del 2011, con l’assassinio di Muammar Gheddafi e la distruzione della Jamahirija, era la nazione più ricca di petrolio dell’Africa, si trova in uno stato di totale annichilimento sociale e politico, e viene ormai indicato nelle sedi internazionali come uno stato fallito. Una guerra civile che non è mai finita da quel 2011, e che ha composto uno scenario che vede un governo riconosciuto a livello internazionale dai paesi occidentali, con sede a Tripoli e la Cirenaica nell’est del paese con il Governo di Tobruk, guidato dal generale Haftar sostenuto da Russia, Egitto, Algeria e altri paesi come EAU.

Due problemi basilari e strategici dovrebbero far riflettere gli italiani: da un lato il dato di fatto che la costa libica è il cuore del problema, il punto di partenza dei disperati che hanno l’obiettivo di raggiungere l’Europa, ma che hanno la sponda italiana come primo punto d’arrivo con ciò che ne consegue per l’Italia. Il secondo dato su cui riflettere, altrettanto basilare e strategico è quello delle conseguenze delle sanzioni alla Russia della UE e poiché ora i paesi europei hanno necessità di fonti energetiche alternative, mentre cercano di svincolarsi dai combustibili russi, la Libia è la fonte di approvvigionamento alternativo più vicina. L’UE è già logorata al suo interno nel tentativo di tenere ferma la posizione dell’unità sulle sanzioni russe e, di settimana in settimana la ricerca frenetica per trovare nuovi abbondanti rifornimenti di gas, fa emergere le divisioni e la prospettiva di una possibile revoca dell’embargo petrolifero a Mosca. Ma la perdurante instabilità della Libia, dietro cui non è esclusa la mano statunitense, rende le sue forniture in gran parte inaccessibili o non sufficienti, poiché la stragrande maggioranza delle sue riserve è sotto il controllo dell’Esercito Nazionale libico (LNA) di Khalifa Haftar. Questi sono solo due dei tanti motivi per cui la Comunità internazionale e l’Italia in primis, dovrebbero cominciare a preoccuparsi seriamente per il caos in Libia e cominciare politiche indipendenti dagli interessi di Washington, più legate all’interesse nazionale e a letture geopolitiche multipolariste.

Continui scontri armati e violenze tra le bande di miliziani rivali, proteste di strada della popolazione sfinita da violenze, soprusi, vessazioni, continui aumenti del costo della vita, lunghi tagli all’elettricità, l’aumento dei prezzi dei generi alimentari, l’assurdità in un paese che naviga nel petrolio è quella delle carenze e code per il carburante, caos e assenza statale, un paese fratturato in due parti, colloqui politici sistematicamente fallimentari e altro ancora. Nel frattempo in tutti questi anni le varie milizie armate terroriste si sono spartite le città, dove operano come banditi e predoni senza nessun freno di alcuna autorità di Tripoli.

Questa è la realtà della Libia degli ultimi anni.

Dalla designazione di Fathi Bashagha a primo ministro a febbraio dalla Camera dei rappresentanti (HoR) con sede a Tobruk e dal fallimento dei colloqui sia al Cairo che a Ginevra sugli accordi costituzionali per le elezioni, continua un sempre più insostenibile caos politico nel paese.

Nel frattempo c’è stato un costante peggioramento delle condizioni economiche e sociali, anche a causa della chiusura dei terminal petroliferi e delle strade principali e dalla sempre più probabile prospettiva di un nuovo scontro militare. Anche perché a metà luglio Bashagha ha annunciato che a breve entrerà nuovamente a Tripoli, roccaforte del governo riconosciuto dalla comunità internazionale occidentale, per insediarsi nella capitale. Quando era arrivato a Tripoli nel maggio scorso e aveva tentato di assumere il suo incarico, si sono scatenati scontri tra le forze armate che lo sostenevano e le milizie fedeli ad Abdulhamid Dbeibah che era salito al potere nel 2020 a seguito di un cessate il fuoco che aveva posto fine alla battaglia durata un anno per conquistare Tripoli, da parte dell’Esercito Nazionale Libico (LNA).

Secondo l’analista arabo Harchaoui, la maggior parte dei gruppi armati più forti delle tribù di Sabratha, Zawiyah, Ajeelat, Jumail, Warshefana e Zintan sono anti-Dbeibah. Inoltre, anche la Brigata Nawassi all’interno di Tripoli è chiaramente anti-Dbeibah, e questo dà al governo di Tobruk forza per ritenere possibile la presa di Tripoli, ma certamente con pesanti spargimenti di sangue, dando per scontato che la parte di Dbeibah è determinata a reagire a qualsiasi ipotesi di perdere il potere e questo è facilmente immaginabile, provocherà una ennesima violenta collisione. 

Bisogna tenere presente che diverse tribù della Libia nord-occidentale sono profondamente filo-Bashagha e anti-Dbeibah, oltrechè “gheddafiane”. Anche altre regioni del paese sono pronte a ridiscendere in campo militarmente come a Sirte, Jufrah, Shwayref e parti del Fezzan, dove la coalizione armata guidata dal governo di Tobruk sta piano piano assumendo un carattere sempre più conflittuale e aggressivo.

Il governo di transizione aveva il mandato di tenere le elezioni lo scorso dicembre sotto l’egida ONU, ma poi non si sono svolte a causa di divisioni interne e sabotaggi esterni. Dbeibah ha dichiarato che cederà il potere solo a un’autorità eletta, mentre Bashagha ribadisce che il suo governo è “illegittimo”.

I libici sono ormai frustrati da questa conflittualità permanente che dura ormai da 11 anni e secondo una stima accreditata da Al Arabiya, una delle più accreditate agenzie mediorientali, i sostenitori nostalgici di Gheddafi e della Jamhirya sarebbero tuttora il 50-70% dei libici.

Dall’altra parte la presenza massiccia della Turchia a Tripoli, ha creato un equilibrio militare che finora ha protetto il governo “tripolino” e impedito alle forze dell’ELN di dispiegare un offensiva finale e la presa di Tripoli, quindi della Libia, e qui decisiva sarà la capacità della diplomazia russa e di Lavrov, nel trovare all’interno dello scacchiere geopolitico e del confronto ormai a tutto campo tra Russia e Turchia, una forma per indurre la Turchia ad abbandonare la difesa di Tripoli e del governo di Dbeibah, evitando una nuova guerra. Ma molti esperti internazionali ritengono che il caos politico e nuove escalation militari siano il futuro del paese.

Saif al Islam Gheddafi nello scenario presente e futuro della Libia

Questa situazione è la dimostrazione materiale che la strategia di riconciliazione nazionale, sotto l’egida internazionale è solo una progettualità virtuale e da uffici delle cancellerie diplomatiche, ma che non ha alcun supporto nella realtà e nelle dinamiche sul campo. E probabilmente non è nei programmi reali di alcuna parte.

In questo scenario Saif al Islam Gheddafi, ormai riconosciuto come uno degli attori politici principali, se non fondamentale per le prospettive del paese, ha rovesciato il dibattito politico interno, proponendoun’iniziativa che può essere paragonata a un scossa scompaginante che, comunque si sviluppi, avrà conseguenze politiche.

La proposta prevede il ritiro di tutte le controverse figure politiche che hanno causato la sospensione delle elezioni parlamentari e presidenziali, e lui sarà il primo a ritirarsi. L’obiettivo sarebbe di aprire la strada alle elezioni legislative, a una nuova Costituzione e a un successivo consenso sulla presidenza.

Con questa mossa Saif Gheddafi ha messo in un angolo tutte le forze politiche che controllano le sorti del Paese e del popolo libico, e soprattutto degli sponsor stranieri, guidate dal principale attore del fascicolo libico, il consigliereOnuStephanie Williams, che ha lavorato per impedire le elezioni generali per un motivo arcinoto e proclamato: quello di impedire la partecipazione proprio diSaif al-Islam alle elezioni presidenziali, dopo che i sondaggi d’opinione gli avevano dato un netto vantaggio sul resto dei candidati e una popolarità nelle più grandi tribù libiche, senza rivali.

Saif al-Islam, nel processo di legittimazione della sua presenza politica nell’ultimo anno, ha ottenuto ciò che voleva e ora può manovrare ampiamente come personalità politica di primo piano in una scena politica che ha raggiunto il punto di decadenza economica e sociale e presa di potere.

Dopo aver attraversato tutti gli stadi legali che gli hanno ridato lo status giuridico di cittadino libico senza precedenti giudiziari e penali a suo carico, si è poi proposto come candidato alla presidenza del paese, nonostante tutti i tentativi fatti dai suoi oppositori, compresi attentati alla sua vita, per impedirgli questa battaglia. Ora il mandato del Tribunale internazionale cade, dopo che il candidato alla presidenza ha attraversato tutte le fasi dei tribunali nazionali libici.

Saifè stato molto abile nel scegliere la tempistica dell’iniziativa, questo è molto importante, in quanto si fonde con le proteste di piazza in tutte le città, che chiedono l’esclusione di ogni ceto politico di questi anni, elezioni libere ed eque e il ritiro di tutte le forze straniere dal Paese. L’iniziativa ha dato anche supporto e slancio, al movimento popolare di difesa degli immiseriti, dei disoccupati ed emarginati. Ora che le loro richieste e la loro rabbia, hanno trovato un esponente politico ufficiale, possono trovare una prospettiva realistica e realizzabile.

A Sebha nel sud della Libia, regione che in questi 11 anni non è mai stata domata dalle milizie terroriste di Tripoli, il 1° agosto la popolazione ha impedito ad una delegazione del governo di Tripoli di sbarcare all’aeroporto locale.

Nella città di Ubari, l’1 agosto, dopo che un camion che trasportava benzina è esploso nel comune di Bint Baya, a sud della Libia, uccidendo otto persone e ferendone altre 70,manifestazioni di massa hanno condannato l’esplosione di Bint Baya.. e scadito slogan che chiedevano a Saif Al-Islam Gheddafi di assumere la guida del Paese.

Ubari, 1 agosto 2022

Già le prime reazioni dopo l’iniziativa, indicano che il movimento intorno a Saif al-Islamè ormai diventato una forza importante che va oltre le variegate contese soggettivistiche o dei signori della guerra fondamentalisti. Oggi, la corrente di Saif Gheddafi è diventata un processo di unificazione del nazionalismo patriottico libico, che trascende la polarizzazione rovinosa che ha distrutto il Paese e la dignità del suo popolo.

Il progetto sta ora procedendo al prossimo passo, costruire un ampio movimento nazionale con uno specifico programma politico, sociale ed economico, e il più ampio dialogo con tutte le componenti giovanili, politiche, civili e tribali che convergono attorno all’idea della salvezza e della dignità nazionali.

Saif al-Islam, con un tale peso politico, sociale e tribale, può oggi proporre un nuovo obiettivo nell’interessi di tutti, avviando un programma di riconciliazioni nazionali interne, su basi solide, sentite e riconosciute dal popolo libico. Unire il popolo libico e sollevarlo a battersi per un nuovo contratto sociale è la più grande protezione per fermare i tentativi di sabotare, procrastinare e interrompere le influenze esterne e i loro conflitti sul suolo libico.


Enrico Vigna, 25 agosto 2022

Ucraina: l’invasione del capitale

di Michael Roberts

La scorsa settimana, i creditori privati stranieri dell’Ucraina hanno accolto la richiesta del Paese di congelare per due anni i pagamenti di circa 20 miliardi di dollari di debito estero. Ciò consentirebbe all’Ucraina di evitare l’insolvenza sui prestiti contratti all’estero. A differenza di altre “economie emergenti” in difficoltà sul fronte del debito, sembra che gli obbligazionisti stranieri siano felici di aiutare l’Ucraina, anche se solo per due anni. La mossa farà risparmiare all’Ucraina 6 miliardi di dollari nell’arco del periodo, contribuendo a ridurre la pressione sulle riserve della banca centrale, che sono diminuite del 28% da un anno all’altro, nonostante gli ingenti aiuti esteri.

L’economia ucraina è, non a caso, in uno stato disperato. Si prevede che il PIL reale diminuirà di oltre il 30% nel 2022 e il tasso di disoccupazione è del 35% (Constantinescu et al. 2022, Blinov e Djankov 2022, Banca Nazionale Ucraina 2022). “Siamo grati per il sostegno del settore privato alla nostra proposta in tempi così terribili per il nostro Paese”, ha risposto Yuriy Butsa, viceministro delle Finanze ucraino, “Vorrei sottolineare che il sostegno che abbiamo ricevuto durante questa transazione è difficile da sottovalutare…”. Rimarremo pienamente impegnati con la comunità degli investitori anche in futuro e speriamo nel loro coinvolgimento nel finanziamento della ricostruzione del nostro Paese dopo la vittoria della guerra”, ha detto Butsa.

Qui Butsa rivela il prezzo da pagare per questa limitata generosità da parte dei creditori stranieri: l’accelerazione della richiesta delle multinazionali e dei governi stranieri di assumere il controllo delle risorse dell’Ucraina e di portarle sotto il controllo del capitale straniero senza alcuna restrizione e limitazione.

In un post passato, avevo delineato il piano per privatizzare e consegnare le vaste risorse agricole dell’Ucraina alle multinazionali straniere. Da diversi anni, una serie di rapporti dell’ Oakland Institute economic observatory, hanno documentato le acquisizione del capitale straniero. Gran parte di ciò che segue proviene da questi studi.

L’Ucraina post-sovietica, con i suoi 32 milioni di ettari coltivabili di ricca e fertile terra nera (nota come “cernozëm”), possiede l’equivalente di un terzo di tutta la terra agricola esistente nell’Unione Europea. Il “granaio d’Europa”, come viene chiamato, ha una produzione annuale di 64 milioni di tonnellate di cereali e semi, tra i maggiori produttori mondiali di orzo, grano e olio di girasole (per quest’ultimo, l’Ucraina produce circa il 30% del totale mondiale).

Come ho spiegato nel mio precedente post, l’acquisizione pianificata delle risorse dell’Ucraina ha in parte provocato il conflitto: la guerra semi-civile, la rivolta di Maidan e l’annessione della Crimea da parte della Russia. Come ha sottolineato l’Oakland Institute, per limitare la privatizzazione sfrenata, nel 2001 era stata imposta una moratoria sulla vendita di terreni agli stranieri. Da allora, l’abrogazione di questa norma è stata uno dei principali obiettivi delle istituzioni occidentali. Già nel 2013, ad esempio, la Banca Mondiale ha concesso un prestito di 89 milioni di dollari per lo sviluppo di un programma di atti e titoli di proprietà fondiaria necessari per la commercializzazione delle terre di proprietà dello Stato e delle cooperative. Nelle parole di un documento della Banca Mondiale del 2019, l’obiettivo era quello di “accelerare gli investimenti privati in agricoltura”. Quell’accordo, denunciato all’epoca dalla Russia come una porta di servizio per facilitare l’ingresso delle multinazionali occidentali, include la promozione di una “produzione agricola moderna… incluso l’uso di biotecnologie”, un’apparente apertura verso le colture OGM nei campi ucraini.

Nonostante la moratoria sulla vendita di terreni agli stranieri, nel 2016 dieci multinazionali agricole erano già arrivate a controllare 2,8 milioni di ettari di terreno. Oggi, alcune stime parlano di 3,4 milioni di ettari nelle mani di società straniere e di società ucraine con fondi stranieri come azionisti. Altre stime arrivano a 6 milioni di ettari. La moratoria sulle vendite, che il Dipartimento di Stato americano, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale avevano ripetutamente chiesto di rimuovere, è stata infine abrogata dal governo Zelensky nel 2020, prima di un referendum finale sulla questione previsto per il 2024.

Ora, con la guerra in corso, i governi e le imprese occidentali stanno intensificando i loro piani per incorporare l’Ucraina e le sue risorse nelle economie capitalistiche dell’Occidente. Il 4 e 5 luglio 2022, alti funzionari di Stati Uniti, Unione Europea, Gran Bretagna, Giappone e Corea del Sud si sono incontrati in Svizzera per la cosiddetta “Conferenza sulla ripresa dell’Ucraina”.

L’agenda dell’URC era esplicitamente incentrata sull’imposizione di cambiamenti politici al Paese, ovvero “rafforzamento dell’economia di mercato“, “decentralizzazione, privatizzazione, riforma delle imprese statali, riforma fondiaria, riforma dell’amministrazione statale” e “integrazione euro-atlantica“. L’ordine del giorno era in realtà un seguito alla Conferenza sulla riforma dell’Ucraina del 2018, che aveva sottolineato l’importanza di privatizzare la maggior parte del settore pubblico ucraino rimanente, affermando che “l’obiettivo finale della riforma è quello di vendere le imprese statali agli investitori privati“, insieme alla richiesta di ulteriori “privatizzazioni, deregolamentazione, riforma energetica, riforma fiscale e doganale“. Lamentando che “il governo è il più grande detentore di beni dell’Ucraina”, il rapporto afferma: “La riforma delle privatizzazioni e delle aziende di Stato è stata a lungo attesa, poiché questo settore dell’economia ucraina è rimasto in gran parte invariato dal 1991“.

L’ironia è che i piani dell’URC per il 2018 sono stati osteggiati dalla maggior parte degli ucraini. Un sondaggio dell’opinione pubblica ha rilevato che solo il 12,4% è favorevole alla privatizzazione delle imprese statali (SOE), mentre il 49,9% si oppone. (Un ulteriore 12% era indifferente, mentre il 25,7% non ha risposto).

Tuttavia, la guerra può fare la differenza. Nel giugno 2020, l’FMI ha approvato un programma di prestito di 18 mesi e 5 miliardi di dollari con l’Ucraina. In cambio, il governo ucraino ha revocato la moratoria di 19 anni sulla vendita di terreni agricoli di proprietà statale, dopo le forti pressioni esercitate dalle istituzioni finanziarie internazionali. Olena Borodina, della Rete ucraina per lo sviluppo rurale, ha commentato che “gli interessi del settore agroalimentare e gli oligarchi saranno i primi beneficiari di questa riforma… Questo non farà altro che emarginare ulteriormente i piccoli agricoltori e rischia di separarli dalla loro risorsa più preziosa“.

E ora l’URC di luglio ha ribadito i suoi piani di acquisizione dell’economia ucraina da parte del capitale, con la piena approvazione del governo Zelensky. Al termine dell’incontro, tutti i governi e le istituzioni presenti hanno approvato una dichiarazione congiunta denominata Dichiarazione di Lugano. Questa dichiarazione è stata integrata da un “Piano di ripresa nazionale“, a sua volta preparato da un “Consiglio di ripresa nazionale” istituito dal governo ucraino.

Il piano prevedeva una serie di misure a favore del capitale, tra cui la “privatizzazione delle imprese non critiche” e la “finalizzazione dell’aziendalizzazione delle SOE” (imprese di proprietà dello Stato), come ad esempio la vendita della società statale ucraina di energia nucleare EnergoAtom. Per “attrarre capitali privati nel sistema bancario”, la proposta chiedeva anche la “privatizzazione delle SOB” (banche statali). Cercando di aumentare “gli investimenti privati e di stimolare l’imprenditorialità a livello nazionale”, il Piano di ripresa nazionale ha sollecitato una significativa “deregolamentazione” e ha proposto la creazione di “progetti catalizzatori” per sbloccare gli investimenti privati nei settori prioritari.

In un esplicito invito a ridurre le tutele del lavoro, il documento ha attaccato le rimanenti leggi a favore dei lavoratori in Ucraina, alcune delle quali sono un retaggio dell’era sovietica. Il Piano di ripresa nazionale lamentava una “legislazione del lavoro obsoleta che porta a complicare i processi di assunzione e licenziamento, la regolamentazione degli straordinari”, ecc. Come esempio di questa presunta “legislazione del lavoro obsoleta”, il piano sostenuto dall’Occidente lamentava che ai lavoratori ucraini con un anno di esperienza viene concesso un “periodo di preavviso per il licenziamento” di nove settimane, rispetto alle sole quattro settimane di Polonia e Corea del Sud.

Nel marzo 2022, il Parlamento ucraino ha adottato una legislazione d’emergenza che consente ai datori di lavoro di sospendere i contratti collettivi. Poi, a maggio, ha approvato un pacchetto di riforme permanenti che esentano di fatto la stragrande maggioranza dei lavoratori ucraini (quelli delle aziende con meno di 200 dipendenti) dal diritto del lavoro ucraino. I documenti trapelati nel 2021 mostrano che il governo britannico ha istruito i funzionari ucraini su come convincere un’opinione pubblica recalcitrante a rinunciare ai diritti dei lavoratori e ad attuare politiche antisindacali. I materiali di formazione lamentavano il fatto che l’opinione popolare nei confronti delle riforme proposte fosse in gran parte negativa, ma fornivano strategie di messaggistica per indurre gli ucraini a sostenerle.

Mentre i diritti dei lavoratori saranno eliminati nella “nuova Ucraina”, il Piano di ripresa nazionale mira invece ad aiutare le imprese e i ricchi riducendo le tasse. Il piano si lamentava del fatto che il 40% del PIL ucraino provenisse dal gettito fiscale, definendolo un “onere fiscale piuttosto elevato” rispetto all’esempio della Corea del Sud. Il piano chiedeva quindi di “trasformare il servizio fiscale” e di “rivedere il potenziale per diminuire la quota del gettito fiscale sul PIL“. In nome dell’”integrazione nell’UE e dell’accesso ai mercati”, ha proposto anche la “rimozione delle tariffe e delle barriere non tariffarie non tecniche per tutti i beni ucraini“, chiedendo al contempo di “facilitare l’attrazione degli IDE (investimenti diretti esteri) per portare in Ucraina le più grandi aziende internazionali”, con “speciali incentivi agli investimenti” per le società straniere.

Oltre al Piano di ripresa nazionale e al briefing strategico, la Conferenza sulla ripresa dell’Ucraina del luglio 2022 ha presentato un rapporto preparato dalla società Economist Impact, una società di consulenza aziendale che fa parte del Gruppo Economist. L’Ukraine Reform Tracker spingeva ad “aumentare gli investimenti diretti esteri (IDE)” da parte delle società internazionali, e non a investire risorse in programmi sociali per il popolo ucraino. Il rapporto del Tracker sottolinea l’importanza di sviluppare il settore finanziario e chiede di “rimuovere le regolamentazioni eccessive” e le tariffe. Ha chiesto di “liberalizzare ulteriormente l’agricoltura” per “attrarre gli investimenti stranieri e incoraggiare l’imprenditoria nazionale”, così come “semplificazioni procedurali” per “rendere più facile per le piccole e medie imprese” espandersi “acquistando e investendo in beni di proprietà dello Stato”, rendendo così “più facile per gli investitori stranieri entrare nel mercato dopo il conflitto“.

L’Ukraine Reform Tracker ha presentato la guerra come un’opportunità per imporre l’acquisizione da parte del capitale straniero. “Il momento postbellico può rappresentare un’opportunità per completare la difficile riforma fondiaria estendendo il diritto di acquistare terreni agricoli a persone giuridiche, anche straniere“, si legge nel rapporto. “L’apertura della strada al capitale internazionale per l’agricoltura ucraina probabilmente aumenterà la produttività del settore, incrementando la sua competitività nel mercato dell’UE”, ha aggiunto. “Una volta terminata la guerra, il governo dovrà anche prendere in considerazione la possibilità di ridurre in modo sostanziale la quota delle banche statali, privatizzando Privatbank, il più grande istituto di credito del Paese, e Oshchadbank, che si occupa di pensioni e pagamenti sociali”.

Altrove le politiche pro-capitale offerte dagli economisti occidentali semi-keynesiani sono meno esplicite. In una recente raccolta del Center for Economic Policy Research (CEPR), diversi economisti hanno proposto politiche macroeconomiche per l’Ucraina in tempo di guerra. In questo documento gli autori “sottolineano all’inizio che la crisi ucraina non è un contesto per un tipico programma di aggiustamento macroeconomico, cioè non le solite richieste di austerità fiscale e privatizzazione del FMI. Ma dopo molte pagine, diventa chiaro che le loro proposte sono poco diverse da quelle dell’URC. Come dicono loro stessi, “l’obiettivo dovrebbe essere quello di perseguire un’ampia e radicale deregolamentazione dell’attività economica, evitare il controllo dei prezzi, facilitare l’incontro tra lavoro e capitale e migliorare la gestione dei beni russi sequestrati e di altri beni sottoposti a sanzioni“.

L’acquisizione dell’Ucraina da parte del capitale (principalmente straniero) sarà così completata e l’Ucraina potrà iniziare a ripagare i suoi debiti e a fornire nuovi profitti all’imperialismo occidentale.

(Traduzione: Emi-News)

FONTE: https://emigrazione-notizie.org/?p=39021

FONTE Originale: https://thenextrecession.wordpress.com/2022/08/13/ukraine-the-invasion-of-capital/

Su virus, vaccini e loro uso militare e geopolitico. Il Prof. TRITTO bannato definitivamente da Youtube

Ancora su virus, vaccini e uso militare e geopolitico delle biotecnologie: Dopo le affermazioni di Jeffrey Sachs, che presiede la commissione Covid-19 della prestigiosa rivista medica The Lancet, secondo il quale il COVID-19 “è frutto di un errore della biotecnologia, non di un incidente di percorso naturale” e che i database dei virus, i campioni biologici, le sequenze dei virus, le comunicazioni e-mail e i quaderni di laboratorio potrebbero aiutare a far luce sull’origine della pandemia, ma finora nessuno di questi materiali è stato sottoposto a una “revisione indipendente, oggettiva e scientifica”, il Prof. Joseph Tritto, ha presentato insieme a numerosi altri scienziati un dossier al Tribunale Penale Internazionale dell’Aia chiedendo l’incriminazione di altrettanti dirigenti di istituzioni internazionali che sovrintendono alla sicurezza sanitaria per non aver controllato o chiuso numerosi laboratori in diversi paesi che lavorano al potenziamento delle funzioni dei virus ignorando i gravissimi rischi per l’umanità.

Il prof. Tritto, presidente esecutivo della World Academy of BioMedical Sciences and Technologies aveva pubblicato un libro nel 2020 in cui riepilogava le sue tesi, dal titolo CINA, COVID-19, LA CHIMERA CHE HA CAMBIATO IL MONDO; più recentemente, dalla fine dello scorso anno aveva rilasciato una serie di interessanti interviste al giornalista Franco Fracassi che erano state viste da molti utenti su Youtube.

Dopo la comunicazione della recentissima presentazione del dossier al Tribunale penale internazionale de l’Aia, Youtube ha cancellato tutti i video e interviste al Prof. Tritto. La tesi di fondo del Prof. Tritto è che l’origine del Covid-19, come anche del Monkeypox, il cosiddetto vaiolo delle scimmie è artificiale ed è il prodotto di un uso militare e geopolitico delle operazioni di potenziamento dei virus e produzione dei relativi vaccini.

Si tratterebbe, per dirlo più chiaramente, dello sviluppo dell’idea di “DETERRENZA BIOLOGICA” che si sarebbe sostituita negli ultimi anni, ad altre forme di deterrenza, come quella nucleare, che è sottoposta a controlli molto più ferrei approdati, nel corso dei decenni, ad importanti accordi internazionali.

In questo campo, invece, non sussistono adeguati controlli e il fatto che tali tecnologie siano realizzabili con costi relativamente bassi in numerosi laboratori di molti paesi, espone l’umanità a rischi fuori controllo.

Gli elementi portati a sostegno di questa tesi sono diversi e vengono puntualmente illustrati con riferimenti inquietanti nelle citate interviste bannate improvvisamente da Youtube. Restano però ancora disponibili sul sito WWW.OVAL.MEDIA.

L’approccio proposto da Tritto, come anche da Sachs, è tutt’altro che un approccio no-vax, per intenderci, ma piuttosto ripropone un problema centrale della ricerca scientifica quando essa è controllata dalle grandi compagnie private, in stretto rapporto con gli apparati militari e politici delle maggiori potenze.

D’altra parte, la tempistica e la dinamica di distribuzione dei vaccini, il conflitto tra vaccini americani, europei e quelli russi o cinesi, il green pass rilasciato alle persone solo se vaccinate con determinati sieri piuttosto che con altri, avevano fatto già emergere molti dubbi e aperto un universo di contraddizioni non riconducibili alla scienza, ma piuttosto alla geopolitica e alla guerra: una guerra combattuta senza armi che, alla fine, è destinata inesorabilmente a sfociare in guerra senza esclusione di colpi.

A questa situazione è indispensabile porre rapidamente un freno nelle sedi opportune, a partire dall’ONU. La “scoperta” del monkeypox è, secondo Tritto, un altro passaggio di questo confronto che prevede la proliferazione di altri virus letali, magari anche orientati etnicamente, e il controllo geopolitico dei vaccini: praticamente, la competizione tra potenze prevede la creazione di chimere e la produzione esclusiva dei relativi vaccini. In riferimento al monkeypox, già brevettato in USA nel 2004 e al successivo vaccino di riferimento, Tritto ci dice che per la prima volta, la Cina “ha risposto” rendendo noto di aver realizzato un proprio virus monkeypox molto più aggressivo lasciando supporre che dispone anche del relativo vaccino.

Armi di distruzione di massa che si inseriscono nella competizione per l’egemonia mondiale a spese delle popolazioni. Uno sviluppo terrificante della logica di genocidio.


Le interviste a Joseph Tritto che andrebbero ascoltate e diffuse:

LA GUERRA SENZA COMBATTERE (I° e II° Parte)

La comunicazione di Franco Fracassi della cancellazione delle interviste da Youtube:


Le altre interviste rilasciate da Tritto a fine 2021 e nei mesi scorsi:

I PADRONI DEL GENOMA:

CHIMERE EMERGENTI:

DAL COVID AL MONKEYPOX:


Joseph Tritto è medico e ricercatore italiano, da anni lavora all’estero principalmente a Parigi, Londra e New York.

Professore di Microchirurgia and Microtecnologie all’Aston University di Birmingham, e in Micro e Nano Tecnologie, presso la BIB, Brunel University, di Londra.

Direttore di Nano Medicina, all’Amity University di New Delhi, India, Vice Primario alla Kamineni Institute of Medical Sciences, Hyderabad, India.

Presidente della World Academy of Biomedical Sciences and Technologies – WABT academia sotto l’egida dell’ INSULA/UNESCO). Presidente dell’ICET/International Council for Engineering and Technologies. Presidente WABIT – World Association of Bio Info Technologies. Presidente BioMiNT (WABT) – Micro and NanoTechnologies in BioMedicine.

FONTE: Su virus, vaccini e loro uso militare e geopolitico. Il Prof. TRITTO bannato definitivamente da Youtube

RAZIONAMENTO: Lo vuole e lo decide l’Europa

di Tonino D’Orazio (1 agosto 2022)

Un Consiglio europeo dei ministri dell’Energia ha convalidato, il 20/7/22, COM(2022)361Final, una proposta di Regolamento presentata dalla Commissione per organizzare il taglio del gas nell’Unione. L’operazione è ricoperta dalla modesta denominazione di “riduzione dei consumi”, in questo caso del 15%. La stampa sovvenzionata (e anestetizzata dagli elementi di linguaggio forniti dall’American Deep State) è attenta a non svegliare il pubblico comune: evita di spiegare chiaramente che la riduzione dei consumi si tradurrà in un razionamento più o meno brutale a seconda dei paesi. E il regolamento prevede espressamente di prendere di mira, in via prioritaria, le famiglie tralasciando le imprese.

Dobbiamo assaporare le formule pudiche che la stampa riprende continuamente senza spiegarne chiaramente il significato al grande pubblico. Il regolamento che l’Unione sta per imporre ai popoli che la compongono si chiama “misure coordinate di riduzione della domanda di gas”. Questa formula tecnocratica non significa altro che “tagli gas per le famiglie ordinati dalla Commissione europea”. La mia formulazione ha lo svantaggio di indicare esattamente quale sia il prezzo che i cittadini dell’Unione devono pagare per il loro sostegno alla politica suicida americana di guerra contro la Russia; che dovremo pagarne il prezzo alto, vale a dire, diventare più poveri e avere freddo d’inverno, e forse non basterà. Per finire, i tagli del gas a gennaio 2023 saranno ordinati da Ursula von der Leyen e dalla sua Commissione burocratica (di nuovo la Troika), senza tener conto dei bisogni popolari… o dei governi nazionali. Questo è ciò che la Commissione chiama ironicamente “riduzioni volontarie della domanda”.

Scopriamo inoltre, in questo regolamento, il cui scopo principale è trasferire la nostra cosiddetta “sovranità energetica” alla Commissione von der Leyen, l’invenzione di un nuovo concetto: “l’allarme dell’Unione”. “Allarme dell’Unione” indica un livello di crisi specifico dell’Unione che fa scattare un obbligo di riduzione della domanda e che non è collegato a nessuno dei livelli di crisi di cui all’articolo 11, paragrafo 1, del regolamento (UE) 2017/1938. Infatti il nuovo regolamento in arrivo prevede una tappa aggiuntiva nei dispositivi repressivi e di spoliazione pazientemente costruiti dal 2014: in questo caso, un “allerta dell’Unione” dà a Bruxelles il potere di tagliare il gas ai cittadini dell’Unione senza che uno Stato membro possa opporsi. Sono convinto che questa innovazione sarà un altro punto di rottura della stessa Unione europea.

Questo principio di “allerta dell’Unione” è al centro del regolamento (17 pagine), che ne dà istruzioni per l’uso: La Commissione può dichiarare una segnalazione dell’Unione solo in caso di rischio significativo di una grave carenza di approvvigionamento di gas o di una domanda di gas eccezionalmente elevata. Il caso è cucito con filo bianco: in caso di “grave carenza di approvvigionamento di gas”, la Commissione europea prenderà il controllo e deciderà tagli drastici alla distribuzione del gas per evitare disastri. I criteri definiti dal regolamento per innescare questa “allerta”, che altro non è che una presa di potere da parte della Commissione, sono talmente vaghi che tutto è ormai possibile. In pratica, alla minima ondata di freddo, gli Stati saranno espropriati del loro ruolo di “regolazione del mercato”, e tutto si deciderà a Bruxelles, (o forse meglio, a Berlino). Poi dicono che Orban è cattivo.

In pratica, una segnalazione dell’Unione fa scattare una “riduzione obbligatoria” (che non è più una riduzione del tutto volontaria, si concorderà) dei consumi di gas. Ai fini della riduzione obbligatoria della domanda, fintantoché l’allerta dell’Unione è dichiarata, il consumo aggregato di gas naturale di ciascuno Stato membro nel periodo dal 1 agosto di ogni anno al 31 marzo dell’anno successivo (“periodo di attuazione”) è ridotto di almeno il 15% rispetto al consumo medio di questo Stato membro nel periodo dal 1 agosto al 31 marzo (“periodo di confronto”) per i cinque anni consecutivi precedenti la data di entrata in vigore del presente regolamento.

Anche qui, va notato che il cartello della stampa sovvenzionata evita abilmente di specificare che i tagli del gas sono previsti per un intero inverno… Questi tagli dovrebbero ufficialmente far risparmiare il 15% dei consumi di ciascuno Stato. Ma nulla esclude che, in solidarietà con l’industria tedesca, (fino ad oggi rifiutato dai paesi/colonie del Mediterraneo), ogni Paese sia chiamato a fare temporaneamente di più…

Saranno quindi le famiglie ad essere colpite in via prioritaria per proteggere le imprese … Sono soprattutto i criteri di selezione dei target a meritare un’attenzione particolare, criteri di cui ovviamente nessuno parla per paura di suscitare rabbia contro la solita e stupida sottomissione dell’Unione a Washington. La selezione spiega semplicemente chi non dovrebbe essere influenzato dai tagli di gas che si stanno preparando. In questo caso, queste persone privilegiate, ribattezzate “clienti tutelati”, sono quelle che ricoprono un ruolo essenziale “per la società”, e che non potrebbero più ricoprirlo in caso di mancanza gas, ma anche coloro che svolgono un “ruolo essenziale per la società” degli altri Stati membri. A questo gruppo si aggiungono le industrie che rischierebbero di essere danneggiate in caso di interruzione della fornitura di gas, o quelle (un gruppo ancora più vago) che davvero non possono fare a meno di utilizzare il gas. Coloro che non sono in questa lista sono “clienti non protetti”. In concreto, si tratta di famiglie e società di servizi che pagheranno per i protetti. E’ il cetriolo legalizzato.

E’ il prezzo da pagare per l’Ucraina. Molti europei, a febbraio, erano soddisfatti della narrazione ufficiale, “fabbricata” da organizzazioni vicine alla CIA, per decifrare la situazione in Ucraina. Il malvagio Putin ha brutalmente invaso i gentili ucraini che meritano il nostro pieno sostegno. Finché la guerra è stata uno spettacolo televisivo, lontano da noi, con le sue immagini piene di emozioni binarie, appoggiandosi anche su allestimenti crudi e macabri come in Bucha, molti potrebbero essere pigramente soddisfatti di questa spiegazione. Ma, a poco a poco, la guerra in Ucraina e la strategia americana di mettere in ginocchio l’Europa sotto la copertura di una frenetica difesa del loro Occidente, oltrepasserà lo schermo e si intrometterà nella vita quotidiana degli europei: inflazione, privazioni di gas, elettricità, razionamento del carburante attraverso aumenti di prezzo. Povertà. Rivolte sociali?

Scommetto sul fatto che l’escalation del caos che la casta organizza per difendere il proprio ordine, strumentalizzando tutto ciò che può, comprese le tragiche morti dei poveri ucraini, produrrà lo stesso effetto degli sproloqui e delle incongruenze sul COVID: a poco a poco, interi settori dell’opinione pubblica capiranno il trucco e, con dolore, rivolgeranno le loro armi, politiche, contro il loro governo corrotto. A tirare troppo la corda, alla fine questa si strappa.

Colonizzatori e colonizzati

di Andrea Zhok

L’altro giorno stavo assistendo ad una bella discussione di tesi avente per oggetto autori dei cosiddetti “postcolonial studies”.

Era tutto molto interessante, ma mentre ascoltavo gli argomenti di Frantz Fanon, Edward Said, ecc. ad un certo punto ho avuto quello che gli psicologi della Gestalt chiamano un’Intuizione (Einsicht, Insight).

Ascoltavo di come gli studi postcoloniali cercano di depotenziare quelle teorie filosofiche, linguistiche, sociali ed economiche per mezzo delle quali i colonialisti occidentali avevano “compreso” i popoli colonizzati proiettandovi sopra la loro autopercezione.

Ascoltavo di come veniva analizzata la natura psicologicamente distruttiva del colonialismo, che imponendo un’identità coloniale assoggettante intaccava la stessa salute mentale dei popoli soggiogati.

Queste ferite psicologiche, questa patogenesi psichiatrica avevano luogo in quanto lo sguardo coloniale toglieva al colonizzato la capacità di percepirsi come “essere umano pienamente riuscito”, perché e finché non riusciva ad essere indistinguibile dal colonizzatore.

Ma tale compiuta assimilazione era destinata a non avvenire mai, ad essere guardata sempre come ad un ideale estraneo ancorché bramato. Di conseguenza il subordinato era condannato ad una esistenza dimidiata, in una sorta di mondo di seconda classe, irreale.

Quest’inferiore dignità rispetto alla cultura colonizzante finiva per inculcare una mentalità insieme servile e frustrata, perennemente insoddisfatta.

Di fronte al rischio di perenne dislocazione mentale una parte dei colonizzati reagiva cercando di fingere che la propria condizione subordinata era proprio ciò che avevano sempre desiderato.

D’altro canto, con il consolidarsi del dominio coloniale la stessa capacità di organizzare la propria esistenza in una forma diversa da quella del colonizzatore andava impallidendo, con sempre meno gente che aveva memoria del mondo di “prima”.

Il passo finale decisivo era l’adozione della lingua del colonizzatore, che il colonizzato parlava naturalmente sempre in modo subottimale e riconoscibile come derivato. Nel momento in cui i colonizzati iniziano ad adottare la lingua dei colonizzatori essi importano lo sguardo degli oppressori e le loro strutture di alienazione: il colonizzato introiettando lo sguardo del colonizzatore finiva per generare forme di sistematico autorazzismo.

Ecco, mentre sentivo tutte queste cose, ragionavo, come fanno tutti, assumendo che “noi” fossimo i colonizzatori e gli altri i colonizzati.

Ma poi, d’un tratto, lo slittamento gestaltico, l’intuizione.

D’un tratto ho visto che immaginarci come quel “noi” era a sua volta frutto della nostra introiezione della cultura dei colonizzatori.

Noi, come italiani, o mediterranei, dopo essere stati colonizzati dagli angloamericani, ne abbiamo adottato lo sguardo fino ad immaginare che “noi” fossimo come loro, che fossimo noi ad avere sulla coscienza secoli di tratta degli schiavi e di sfruttamento coloniale imperialistico con cui fare i conti (innalzando un paio di patetici e fallimentari episodi in Libia e nel corno d’Africa come se giocassero nella stessa lega con i professionisti).

Nell’ultimo mezzo secolo, abbiamo adottato pienamente e senza remore tutte le dinamiche dei popoli assoggettati, fantasticando che la “vita vera” fosse quella che ci arrivava come immaginario d’oltre oceano, dimenticando tutto ciò che avevamo ed eravamo, per proiettarci nell’esistenza superiore dei colonialisti, pronti ad assumerne i peccati nella speranza che ciò ci assimilasse, almeno da quel punto di vista, al modello irraggiungibile.

Questa condizione di esistenza a metà, tremebonda e felice di essere assoggettata, ma frustrata dal nostro essere ancor sempre distanti dal modello, ha creato ondate di autorazzismo inestinguibile e ha bruciato tutte le possibilità di rinascita.

In sempre maggior misura tutta la nostra cultura, da quella popolare a quella accademica ha iniziato questo processo di mimesi, immaginando che se farfugliavamo qualche neologismo in inglese o se ne infarcivamo i documenti ufficiali (dai programmi scolastici alle direttive ministeriali) avremmo magicamente acquisito la potenza del nostro santo oppressore.

Come paese sotto occupazione ci siamo inventati di essere “alleati” degli occupanti, e mentre eravamo orgogliosi del nostro acume nel denunciare “governi fantoccio” in giro per il mondo non vedevamo quelli che si succedevano (e succedono) in casa nostra.

In tutta questa storia di falsa coscienza conclamata, di cui si dovrebbero narrare le vicende in un libro apposito, siamo sempre rimasti un passo al di sotto della consapevolezza di ciò che siamo e possiamo.

Oggi che gli orientamenti della potenza occupante danno segni di progressivo disinteresse per noi – salvo che come ponte di volo per cacciabombardieri – oggi forse si presenta per la prima volta dopo tre quarti di secolo la possibilità di uscire da questa condizione di falsa coscienza.

Tra non molto saremo forse in grado di applicare lo sguardo dell’emancipazione coloniale anche a noi stessi. Sarà una presa di coscienza dolorosa e vi si opporranno forze enormi, ma il processo è avviato e con il fatale deterioramento della situazione interna esso emergerà sempre di più.

FONTE: Pagina Facebook di Andrea Zhok

https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/23470-andrea-zhok-colonizzatori-e-colonizzati.html?auid=76958

L’AMERICA LATINA SI COLORA NUOVAMENTE DI ROSA?

Aldo Zanchetta dopo un periodo di silenzio è tornato a realizzare il Mini Notiziario America Latina dal basso che offre una panoramica generale della fase evolutiva che sta imboccando il sub-continente e analizza nello specifico la situazione di alcuni Paesi. Proposta editoriale fuori dagli schemi tradizionali della sinistra istituzionale che offre chiavi lettura e di proposta politica “dal basso” che inoltriamo per una diffusione quanto più ampia possibile a beneficio di coloro che desiderano ricomporre un quadro oggettivo e ampio delle tendenze latinoamericane in corso. 

Nel post scrittum l’amico Aldo offre ai lettori del mini notiziario la possibilità di acquistare la sua ultima pubblicazione realizzata in collaborazione con Roberto Bugliani sugli zapatisti del Chiapas ad un prezzo scontato del 30%.

Il coordinamento del Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

L’AMERICA LATINA SI COLORA NUOVAMENTE DI ROSA?

Con la storica vittoria elettorale di Gustavo Petro e Francia Márquez in Colombia il 26 giugno sorso, e quella precedente di Gabriel Boric in Cile, l’America  Latina torna a colorarsi di rosa, secondo la nota immagine con cui Hugo Chávez, col suo non dimenticato “rojo, rojito”, celebrò all’inizio del secolo l’ondata di governi “progressisti” che si erano andati affermando nella regione. Fatto veramente storico questa vittoria in Colombia, un paese che per molte decadi è  stato insanguinato da governi autoritari[1] al cui esercito era stato tacitamente consentito di praticare ogni forma di violenza verso i “dissenzienti”, fino alla pratica orrenda dei “falsi positivi”, e dove da anni si procede a una sistematica uccisione di leader indigeni e popolari.[2]

La vittoria, (50,57% dei voti al ballottaggio contro il 47,16% del suo avversario, l’industriale Rodolfo Hernandez), rappresenta perciò veramente un risultato storico eccezionale, come detto, perché apre al paese la possibilità di cessare di essere una <confederazione di piantagioni e di raffinerie> e di diventare uno Stato, come ha acutamente annotato nel suo blog Rodrigo Andrea Rivas, al quale rimandiamo per una meno sintetica presentazione della situazione nel paese.[3] Questa possibilità di ricostruire il paese era stata evocata dallo stesso Petro nel Manifesto con cui il 9 marzo 2021 aveva annunciato il fatto nuovo, eccezionale,  della costituzione del Pacto Historico che per la prima volta vedeva unite le opposizioni di sinistra[4] ed in cui ricordava, dopo essersi riferito al filosofo Rousseau, che:

Il patto storico è il patto Nazionale fondamentale per la convivenza e della Pace.

Quando parliamo di una Nazione come contratto sociale, parliamo dell’inclusione di tutta la società nelle decisioni e nella distribuzione della ricchezza. Una nazione implica Democrazia. E quando parliamo di pace, non ci riferiamo soltanto agli accordi fra i corpi armati, che rispettiamo ed eseguiremo, ma alla Pace Grande, la pace di tutta la società, la Pace vista come un’era e non come l’inizio di una nuova violenza.

Questo è il compito enorme che attende il presidente Petro e la vicepresidente Márquez consapevoli della posta in gioco: fare della Colombia una “potenza per la vita” dopo tante orrende stragi. Per questo, per aprire una nuova prospettiva, la campagna elettorale è stata accompagnata dallo slogan vivir sabroso, vivere con piacere: una prospettiva stimolante dopo tanti lutti e tante sofferenze. Nello stesso Manifesto di lancio del Patto si legge, fra l’altro:

Il programma di governo sarà l’asse fondamentale del Patto Storico.

Poiché molte delle proposte di riforma richiedono per la loro realizzazione più di un periodo presidenziale, non saremmo onesti se promettessimo di cambiare la Colombia in solo quattro anni, abbiamo proposto, come è stato fatto in Cile che, sempre se i cittadini lo chiedono col loro voto, il Patto storico sia opera di vari governi. Non saremmo seri se non dicessimo che un cambio d’epoca, di storia, implica l’impiego di vari quinquenni di trasformazione. Vari governi diretti da persone diverse. Quello che proponiamo è un cambiamento reale verso una Colombia produttiva, democratica, giusta e in Pace.

Il Manifesto ricorda che quello proposto, che ha visto questo importante avvio, non sarà un percorso realizzabile in una sola legislatura, perché i problemi da risolvere sono molti e impegnativi, dalla storica presenza nel paese dei narcos e delle formazioni paramilitari illegali alla ingombrante presenza di sei basi militari statunitensi che considerano il paese come sua linea di difesa meridionale (la Colombia confina con il Venezuela, stato che Obama denunciò essere paese pericoloso per la sicurezza degli Stati Uniti), tanto che sotto la presidenza Santos (2010-2018) e precisamente nel 1918, come uno degli ultimi suoi atti, il paese è stato aggregato alla NATO[5] come <Partner Globale> (sic!). Mastico amaro ricordando che Santos fu premiato col premio Nobel per la pace per l’iniziato processo di pace con le FARC, la principale guerriglia antigovernativa del paese, portato avanti con scarsa determinazione e molta ipocrisia. Nei giorni scorsi è stato ucciso il 324esimo ex-guerrigliero tornato alla vita civile[6] e questo sottolinea ancora una volta come andare al governo non significa poter trasformare di colpo con una bacchetta magica la realtà.[7]

Uno dei primi impegni enunciati da Petro è stato quello di dichiarare la volontà di ripresa del dialogo di pace con l’ELN, l’Esercito di Liberazione Nazionale, formazione guerrigliera rimasto attiva dopo l’accordo con le FARC del 2016. A questa dichiarazione si è aggiunta quella di voler ristabilire i rapporti diplomatici col confinante Venezuela, interrotti da tempo.

LA NUOVA NUOVA SINISTRA LATINOAMERICANA

Questo il titolo di un articolo di Josè Natanson, direttore dell’edizione argentina di Le Monde Diplomatique, pubblicato sul numero di giugno-luglio di Nueva Sociedad (NUSO)[8], in cui egli affronta il problema di definire le caratteristiche e di valutare le possibilità di successo di questa nuova “ondata rosa”. Parla di “nuova nuova” sinistra perché l’espressione “nuova sinistra” –con un solo “nuova”- era stata impiegata con dovizia per definire l’ondata rosa del primo decennio del secolo. Data la diversità dei caratteri specifici e dei diversi contesti in cui opera la sinistra odierna rispetto a quella di allora, sembra corretto distinguerla. 

Un inciso. La lettura dell’articolo di Natanson, che condivido per alcuni aspetti ma non per altri, mi ha suscitato una domanda: perché continuare ad usare la parola “sinistra” per alludere a tutte le forze “progressiste” (altra qualificazione problematica), che però ne lascia fuori una parte importante quali ad esempio i movimenti indigeni e afroamericani –presenti questi ultimi in forme differenziate sia nel sud come nel nord del continente americano? In realtà non ricordo di aver mai trovato da qualche parte la qualifica di “sinistra” applicata agli zapatisti messicani o ai mapuche cileni e argentini, per fare un esempio.[9] Per gli zapatisti l’inclusione nella sinistra, quella messicana, la fa Natanson, ma per dichiararne il loro fallimento politico. Da aggiungere che in questo panorama delle sinistre nel subcontinente dimentica del tutto i movimenti indigeni e afro. Certo, da un rigoroso punto di vista storico la sinistra è quella nata in Europa durante la rivoluzione francese ma alla parola sinistra è stato dato un significato più ampio, di “progressismo” che quindi dovrebbe includere anche queste forze. Sarà che la “sinistra” così denominata ha dei problemi on il mondo indigeno, anche in America Latina? Un problema che meriterà essere ripreso, ma per ora, per non complicare le cose, limitiamoci a quanto scrive Natanson della “nuova nuova” sinistra.

Il non dimenticabile Giulio Girardi nel 1996 aveva intitolato un suo libro Gli esclusi costruiranno la nuova storia? Il movimento indigeno, negro e popolare, riferendosi ovviamente all’America Latina, terra che alimentava le sue speranze. La domanda sembrava troppo bizzarra perché il libro avesse allora successo, ma talora i tempi di leggibilità di certe idee seguono a distanza il momento in cui vengono elaborate.

Chiuso per ora l’inciso,  torno a Natanson e alla “nuova nuova sinistra”, prima di parlare della quale egli rievoca il “giro verso sinistra” degli anni 2000 con le vittorie elettorali diHugo Chávez nel 1999 e le successive di Luiz Inácio Lula da Silva, Néstor Kirchner, Evo  Morales, Tabaré Vázquez, Rafael Correa e Fernando Lugo nei rispettivi paesi (Venezuela, Brasile, Argentina, Bolivia, Uruguay, Ecuador e Paraguay), alle quali aggiunge, con una certa generosità però con titubanza, i governi di centrosinistra in Cile succeduti a Pinochet. Questa “nuova sinistra” che, ricorda:  

In alcuni casi pervenne al governo dopo anni di paziente costruzione partitica e territoriale (il Partito dei Lavoratori brasiliano, il Frente Amplio uruguayano, il socialismo cileno e il Movimiento al Socialismo boliviano; in altri, spiccò il volo diretto al governo come un lampo inatteso(Hugo Chávez, Rafael Correa e, in parte, Néstor Kirchner);e alcuni di questi movimenti e leader (in particolare Evo Morales) combinarono l’azione diretta nelle strade con la classica disputa elettorale.

E  aggiunge:

In tutti i casi la <nuova sinistra>, che al suo zenith arrivò a governare tutti i paesi sudamericani salvo Colombia e Perù, priorizzò l’accesso al potere rispetto alle discussioni astratte. E da lì dispiegò una serie di politiche che le permisero, in un contesto certamente favorevole per i prezzi crescenti delle materie prime, di combinare tre cose: sostenibilità macroeconomica […], ampie politiche di trasferimento delle entrate che consentirono formidabili spinte di inclusione (soprattutto nelle zone più sfavorite, come l’altopiano boliviano e il Nordest brasiliano) e una continuità politico-istituzionale che consentì cicli lunghi di riforme. Il dibattito che divise le diverse componenti della famiglia di sinistra, più pratico che teorico, faceva riferimento al miglior cammino per progredire nelle trasformazioni proposte: promuovere una riforma costituzionale che resettasse il paese per iniziare da un <anno zero>, come fecero Chávez, Morales e Correa, ogarantire una maggior continuità secondo lo stile di Lula da Silva, Kirchner o Tabaré Vázquez?

A differenza del dibattito nella decade del 1960, questa discussione, riassunta nella dicotomia chavismo/lulismo, non alludeva alla profondità delle riforme (non c’è modo per argomentare che, nei fatti, Lula da Silva fosse meno riformista di Correa, o Kirchner di Evo Morales), ma al miglior modo di realizzarle.

Discordo in parte da questa visione di Natanson, come forse ricorderà qualche lettore dei mini dell’epoca, dove trovo un’eccessiva semplificazione e un po’ di smemoratezza, soprattutto per quanto riguarda le ragioni della fine dell’ondata rosa, <la più lunga e brillante della sinistra latinoamericana>, che Natanson motiva così: <mutamento delle condizioni internazionali, l’usura naturale dopo più di un decennio di esercizio ininterrotto del potere, le difficoltà nell’elaborare la successione e il rafforzamento del blocco di destra>. Alcune cose sarebbero da discutere comunque abbiamo riportato queste sue note perché ci hanno permesso di ricordare i governi e i personaggi della sinistra dell’epoca e del contesto in cui operarono e di parlare di filoni di pensiero tuttora ben presenti nella sinistra.

Qual è la sinistra che torna?

Natanson divide i nuovi governi rosa in tre gruppi:

1.  Quello che rappresenta una sinistra autoritaria (Venezuela e Nicaragua)

2. Quello dove la sinistra è al governo per la prima volta (Messico, Honduras, Perù e Colombia)

3. Quello che vi ritorna dopo un’alternanza con la destra (Argentina, Cile, Bolivia, includendo, con una previsione che allo stato delle cose sembra ragionevole, il Brasile).

Liquidare senza un’analisi, nel bene e nel male, il primo gruppo come <sinistra autoritaria>, come in effetti è, senza indagare i contesti, è un po’ sbrigativo (e, per inciso, Cuba dove la mette? Non la cita neppure.  Per lui non è sinistra?)

Sui quattro del secondo gruppo scrive:

Il secondo gruppo, il più nuovo e in certo senso il più interessante, è quello della sinistra che governa in paesi dove la sinistra non aveva governato: Messico, Honduras, Perù e Colombia[10]. Sebbene con enormi differenze fra loro, si tratta in tutti i casi di paesi vicini agli Stati Uniti, per ragioni di emigrazione (Messico e Honduras)[11], commerciali (tutti hanno vigenti trattati di libero commercio con Washington) o di sicurezza (Colombia e Perù sono i due principali produttori di cocaina del mondo e una fonte di preoccupazioni permanenti per gli Stati Uniti).

Resterebbe da parlare del terzo gruppo (Argentina, Cile, Bolivia, Brasile). Un po’ troppo per un mini che tale vuole essere anche nelle dimensioni. In questo il Brasile farà la parte del leone nei prossimi mesi e ci limitiamo al Cile, che invece occuperà lo maggior parte dello spazio del prossimo numero 3.

Sul Cile Natanson annota:

Nel caso di Boric, malgrado sia il candidato di una alleanza alla sinistra della Concertazione[12], il suo programma è lungi dall’essere radicale. E’ piuttosto l’espressione di un progetto di giustizia sociale di tipo socialdemocratico in un paese dove, malgrado l’avanzamento in termini di lotta contro la povertà, sopravvivono forme di disuguaglianza sociale –e gerarchie etniche e di classe- inaccettabili assieme alla mercantilizzazione della vita sociale.

Ci soffermiamo brevemente sul Cile che merita un mini a parte, il prossimo numero 3, e dove la situazione è ancora fluida in quanto è iniziata la fase preparatoria per il Referendum costituzionale -a partecipazione obbligatoria– che si terrà il prossimo 4 settembre, che approverà o respingerà la nuova Costituzione, in cui testo è giunto faticosamente in porto e negli scorsi giorni è stato consegnato dalla Convenzione Costituzionale, conformata da ben 7 gruppi di lavoro, alla Commissione di Armonizzazione incaricata di predisporre il referendum e le modalità dell’eventuale trapasso costituzionale. Possiamo solo dire che il capestro del vincolo dei due terzi di votanti favorevoli (apruebo, approvo) per la sua approvazione, accettato forse troppo incautamente favorevoli per sancirne l’entrata in vigore, rende incerto l’esito, al momento in forse. E fra i molti grossi problemi che il governo Boric si è trovato di fronte, uno dei più scottanti è rappresentato dai rapporti con il popolo mapuche, nel sud del paese, dove il governo ha problematicamente dichiarato lo stato di emergenza.

Circa il Messico, problema affrontato più volte nei mini della precedente serie, il governo di centro sinistra di Lopéz Obrador (AMLO) è in carica ormai da due anni con risultati contrastanti. Si tratta in realtà di un governo della serie social-liberista, con alcune luci (la lotta alla corruzione, l’aiuto ai più sfavoriti) e varie ombre (il programma economico nettamente liberista e le sue ambigue politiche paternaliste verso il mondo indigeno, dove in particolare gli zapatisti –ma non solo loro fra gli indigeni- da tempo sono di nuovo sotto attacco). Nel mondo di “quelli in alto” è già iniziato, con due anni di anticipo, il conto alla rovescia per chi governerà dopo AMLO che, sembra certo, non si ricandiderà. Può stupire ma alcuni analisti qualificati indicano l’astensionismo come il rischio maggiore per le prossime elezioni.[13] A nostro giudizio includere il governo di AMLO fra i governi rosa indica qualche problema di daltonismo politico.

In Perù il governo del contadino e maestro di scuola Castillo, <del popolo e per il popolo>, il prossimo 27 luglio dovrebbe celebrare il suo primo anniversario. Diciamo “dovrebbe” perché fino ad ora la sua è stata una corsa ad ostacoli per superare le continue richieste di impeachement e nel re-impastare il suo governo. Sul Perù però, come sull’Honduras, francamente non abbiamo al momento un quadro sufficientemente chiaro, nè lo spazio, per approfondire.

Per concludere questo numero vogliamo ricordare la situazione esistente in Ecuador dove dal 13 al 30 di giugno si è avuta l’ennesima sollevazione indigena concretizzata col paro (sciopero nazionale) e con la inevitabile occupazione delle strade della capitale da parte delle popolazioni indigene, in particolare quelle della sierra, montagna. In Ecuador, ricordiamo, oggi è al potere il governo di un banchiere, Lasso, la cui elezione, per una serie di circostanze che sarebbe lungo narrare, venne sostenuta anche da parte di elettori indigeni, perché in contrasto con il candidato dello schieramento facente capo all’ex presidente Correa, che tante speranze aveva suscitato con l’andata in vigore di una nuova Costituzione dalle grandi ambizioni (fu la prima Costituzione al mondo a prevedere i “diritti” della natura, mai però realmente attuata con una necessaria coerente legislzione).

Anche questi problemi sono stati da noi trattati nella precedente serie di mini e potrebbe essere utile rileggerne alcuni. Dopo 18 giorni di duri scontri è stato trovato un accordo provvisorio sulla realizzazione del cui contenuto si sta discutendo. Da notare che durante questi 18 giorni il parlamento è stato sul punto di poter dichiarare la destituzione di Lasso, obiettivo alla fine non raggiunto per il voltafaccia finale della frazione correista ma anche di alcuni deputati del Pachakutic, il braccio politico della CONAIE, la Confederazione delle Nazionalità Indigene dell’Ecuador.

Torneremo sull’argomento Ecuador quando saranno più chiari i contenuti di questo accordo in discussione ma ci azzardiamo a introdurre qualche considerazione su un argomento delicato: quanto i processi elettorali di stampo occidentale con la loro logica maggioranza/minoranza sono applicabili a un mondo, quello indigeno, in cui vige invece tutt’altra logica, quella del consenso. Per cui alleghiamo al mini un documento che affronta, anche se in termini abbastanza diluiti, l’argomento. La stessa osservazione vale probabilmente, e ancor più, per la tormentata presidenza peruviana.

Accenniamo infine alle vicende della convocazione “imperiale” dell’OEA (o Vertice delle Americhe, come comunemente denominato) , l’Organizzazione degli Stati Americani, tenutasi nel mese scorso a Los Angeles, negli USA, che ha visto l’assenza non casuale di alcuni capi di Stato (ad es. del Messicano AMLO e dell’argentino Fernández), ma richiederebbe uno spazio che espanderebbe troppo il presente mini, cosa sconsigliabile in tempi in cui usa premettere ai documenti il tempo necessario per la loro lettura. Due sole osservazioni. La prima è che la guerra russo-ucraina e la costruzione in atto di due blocchi mondiali contrapposti, uno “occidentale” e uno “orientale”, o più precisamente di “tutto l’altro mondo”, potrebbe limitare l’ingerenza statunitense. La seconda è che in ogni caso non si deve confondere questa eventualità, che riguarda un conflitto fra interessi degli stati e delle loro gerarchie di potere, con le lotte e gli interessi di “quelli che stanno in basso” contro “quelli che stanno in alto”. Azzardato pensare ad esempio che AMLO e Fernández non rappresentino, seppur con un fazzoletto rosa nel taschino, gli interessi dei loro capitalismi interni. E per quanto riguarda Lula, se tornerà al potere, sarà bene ricordare che le banche e gli imprenditori brasiliani non hanno mai guadagnato tanto come in occasione dei suoi anni di governo. E questa volta avrebbe al suo fianco come vicepresidente quell’Alckmin che fu suo avversario elettorale come rappresentante delle destre. Certamente il “primitivo” Bolsonaro, che ha una buona sponda nei militari, deve essere spodestato. Ma poi, in caso di successo, cosa farà questa anomala coppia?

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PS Al momento di spedire mi è sorto il pensiero che i commenti di Natanson sullo zapatismo rispecchiano un pensiero diffuso nella sinistra, specie di quella europea, e meritano perciò una riflessione che vada al di là del caso specifico. Poiché questo mini è già troppo poco mini, a breve seguirà il n.3 che non riguarderà il Cile, come scritto sopra, bensì lo zapatismo, fra l’altro da alcuni  mesi di nuovo sotto duro attacco paramilitare nel silenzio del governo ‘rosa’ –evidentemente sbiadito- messicano. Colgo l’occasione per ricordare che da poco è stato pubblicato il libro Murales zapatisti. Progetto di un mondo nuovo, curato da chi scrive assieme all’amico e compagno di viaggi in Chiapas, Roberto Bugliani. Il libro è ordinabile all’editore cliccando qui: http://mutusliber.it/ripensare.html al prezzo di copertina (E 19,90) ma per i lettori di questo mini è ottenibile al prezzo di 14 E però passando attraversi chi scrive (aldozancchetta@gmail.com).


[1] Nel corso della presidenza di Ivan Duque (agosto 2018-agosto2022) sono stati ben 692 i leader sociali assassinati, 294 dei quali indigeni e 203 contadini (dati Indepaz – Istituto colombiano di studi per lo sviluppo e la pace).

[2] Lo scandalo dei falsi positivi, emerso nel 2008, coinvolse numerosi militari anche di alto grado, responsabili di omicidi extragiudiziali di civili innocenti fatti passare per guerriglieri uccisi in combattimento. Questo per lucrare  i premi offerti dal governo per i guerriglieri uccisi in combattimento. Migliaia di persone, attratte da annunci sui giornali che promettevano posti di lavoro, vennero così imprigionate e uccise ed i loro corpi venivano rivestiti per apparire come guerriglieri uccisi. Il solo ricordarlo fa rabbrividire. La cifra esatta non si conosce ma si da per certo che supera le seimilacinquecento uccisioni.

[3] Elezioni 2022 – “Il giorno in cui la Colombia potrebbe perdere lo status di confederazione di piantagioni e raffinerie per trasformarsi in un paese”.http://rodrigoandrearivas.com. Consigliamo di visionare questo post  dove si può leggere una panoramica più generale della situazione del paese.

[4] <Il “Pacto Histórico” è un fronte ampio di partiti ed organizzazioni sociali e comunitarie, tra cui “Colombia Humana” (il partito di Petro), la “Unione Patriottica – Partito Comunista”, il “Polo Democratico Alternativo” (dell’attivista sociale, femminista ed ecologista afrodiscendente Francia Màrquez, che accompagna Petro come numero due), il “Movimento Alternativo Indigena e Sociale ed il “Partito del Lavoro della Colombia”,> ibidem

[5] Petro in campagna elettorale aveva alcune volte accennato al fatto che questo nodo andrà sciolto ma prudentemente, nei discorsi dopo la sua elezione, non lo ha citato fra i problemi da affrontare.

[6] Vado a memoria. Il numero probabilmente non è esatto ma l’ordine di grandezza è questo.

[7] Alla vigilia dell’insediamento di Petro si è verificata l’esplosione del valore del dollaro statunitense ed è di ieri l’annuncio che nei prossimi giorni un esponente governativo statunitense di “alto rango” renderà visita a Petro.

[8] static.nuso.org/media/articles/download/1.TC.Natanson299.pdf

[9] Il non dimenticabile Giulio Girardi nel 1996 aveva intitolato un suo libro Gli esclusi costruiranno la nuova storia? Il movimento indigeno, negro e popolare, riferendosi ovviamente all’America Latina, terra delle sue speranze. Questi movimenti sono includibili nella “sinistra”? La domanda di Girardi sembrava troppo bizzarra perché il libro avesse allora successo, ma talora i tempi di leggibilità delle idee di certi pensatori seguono con ritardo il momento in cui sono elaborate.

[10]  La data in cui è stato scritto l’articolo di Natanson è precedente alle elezioni presidenziali in Colombia, per cui l’inclusione nel gruppo era contrassegnata da un punto interrogativo.

[11]  Il Messico, particolare non trascurabile, ha una frontiera con gli Stati Uniti lunga migliaia di km che giustifica il detto popolaro “il Messio è un paese troppo lontano da Dio e troppo vicino agli Stati Uniti.

[12]  Per chi non lo ricorda, la Concertazione era la coalizione di sinistra che dopo Pinochet, ha governato in Cile fra il 1990 e il 2010 e di nuovo  dal 2014 al 2018.

[13]  www.jornada.com.mx/2022/06/07/opinion

Ucraina la trappola mortale

di Tonino D’Orazio

Le tattiche delle incessanti operazioni militari in Ucraina lasciano perplessi i migliori analisti del Pentagono, e solo pochi hanno cominciato a intuire che l’obiettivo principale dell’operazione non è affatto la resa di Kiev. La caduta del regime di Kiev è senza dubbio prevista nei piani dell’operazione militare speciale, ma non come culmine delle azioni russe, ma solo come tappa intermedia. La guerra si sta effettivamente svolgendo a un livello molto più alto. Per i politici e i generali americani gli Stati Uniti stanno usando l’Ucraina come arma per esaurire la Russia. La realtà potrebbe però essere diversa, se non opposta: gli anglosassoni sono stati attirati in questo campo di battaglia per porre fine alla loro dubbia e declinante egemonia. Alcuni a Washington cominciarono a sospettare qualcosa, in ritardo, perché la trappola per gli Stati Uniti era già chiusa e gli stessi americani facevano del loro meglio per perfezionarla. L’astuzia principale dell’operazione speciale della Federazione Russa è stata rivelata dal politico e giornalista ucraino Dmitry Vasilets, il quale ha osservato che andando avanti senza fretta, le forze alleate russe attuano in modo molto efficace il processo di smilitarizzazione non solo dell’Ucraina, ma anche dell’intero Occidente collettivo. Tanto che ormai alcuni paesi rifiutano le armi all’Ucraina perché ne rimangono loro stessi “sguarniti”.

L’esercito russo ha preso una pausa tattica per riorganizzarsi prima dell’attacco a Slavyansk. Anche in Occidente, in diversi hanno rilevato che siamo molto lontani dalla guerra tradizionale motivandolo con il fatto che Putin “ha paura di perdere”. Tuttavia L’esercito russo da tempo potrebbe distruggere tutti i ponti che attraversano il Dnepr e fermare il trasferimento di equipaggiamenti e personale dall’ovest del paese alle forze armate ucraine nel Donbass; dà così al nemico tempo e opportunità per accumulare riserve sulla linea del fronte in modo da poterne distruggere, lentamente, il potenziale militare concentrato ad est.

Sembrerebbe cioè che, in Ucraina, la Russia stia pianificando una guerra di lungo termine con l’Occidente. La maggior parte del territorio dell’Ucraina sta diventando un giogo finanziario per l’Europa e gli Stati Uniti. Come si dice, la politica è un’economia concentrata e la guerra è un’economia ancora più concentrata. Su questo piano, contrariamente alle previsioni, la Russia sta vincendo e arricchendosi. “L’Occidente è caduto in una trappola mortale”.

Per molti anni i ‘partner’ di Kiev hanno esportato molte loro risorse verso l’Ucraina, ma oggi sono solo costretti a iniettare enormi quantità di denaro senza ricevere nulla in cambio. È una trappola mortale per gli Stati Uniti e i suoi satelliti. Il New York Times, citando funzionari statunitensi, ha riferito che gli alleati statunitensi ed europei non saranno in grado di mantenere l’attuale livello di sostegno a Kiev per un lungo periodo. Sebbene il presidente Biden si sia impegnato a sostenere l’Ucraina “per tutto il tempo necessario”, (a che cosa?), nessuno si aspetta che l’Ucraina riceva miliardi di dollari aggiuntivi quando il pacchetto di aiuti da 54 miliardi attualmente autorizzato in dollari (pur con mugugni parlamentari e popolari) per l’assistenza militare e di altro tipo sarà esaurito, compresi i miliardi di euro dell’UE e di vari paesi della Nato.

Inoltre la guerra delle sanzioni sta danneggiando anche l’economia statunitense e soprattutto europea. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti devono comunque tenere in piedi l’Ucraina, arrivando a pagare gli stipendi dell’intero apparato statale, e presto dovranno anche sostenere l’economia in crisi dell’Unione Europea per mantenere sotto controllo la già vacillante coalizione anti-russa. Gli americani semplicemente non usciranno facilmente da una lunga guerra in tali condizioni, e, in teoria, non possono nemmeno ritirarsi, almeno senza gravi perdite geopolitiche. La trappola si è davvero chiusa e in Ucraina loro (i russi) stanno ora operando come uno schiacciasassi, prendendo tempo non solo verso le forze armate ucraine, ma verso l’intero Occidente collettivo.

Aspettando soprattutto l’esito del disastro politico-economico dell’Ue, altro fine prioritario dell’operazione speciale putiniana. E’ possibile allora, che per “denazificazione” si intenda piuttosto, in senso lato, liberare l’Europa dal dogma neoliberista anglosassone così inumanamente disastroso per i popoli? È una operazione iniziata con “fame e freddo”, “grandi sofferenze” in cambio di “libertà” e improvvisamente intaccata dalle evidenze di sputtanamento e corruzione di grandi politici europei, in vista di una rivolta generale? Una “rivolta” politica di quelli che non sostengono più questa stupida guerra a perdere, ivi incluse le classi imprenditoriali della produzione reale? Comprese quelle che fanno riferimento al capitalismo realistico trumpiano e non a quello degli ideologi transumanisti di Davos? Non sarà mica che il problema di quel genio di Draghi sia proprio questo?

Nel giugno 2022, il vice capogruppo del Partito conservatore britannico Chris Pincher è stato visto a Londra ubriaco, molestare e picchiare uomini al Carlton Club. Successivamente, il 3 luglio, varie testimonianze hanno mostrato che non era la prima volta che violava la morale puritana della classe dirigente del Paese. Seguono le dimissioni a catena all’interno dell’amministrazione di Boris Johnson (63 dipendenti su 179) e infine le dimissioni del Primo Ministro, pur se estranei alle vicende, il 7 luglio 2022. “Un clown di meno”.

L’8 luglio 2022, l’ex primo ministro giapponese e uomo forte del suo partito politico, Shinzo Abe, è stato assassinato durante una manifestazione elettorale. Suo padre aveva introdotto la Chiesa dell’Unificazione del Reverendo Moon in Giappone negli anni ’50. L’intero clan Abe era strettamente legato a questo gruppo militare-politico-religioso, uno strumento indispensabile della CIA durante la Guerra Fredda. Shinzo Abe e la setta della Luna stavano influenzando il Giappone ad allearsi pubblicamente con gli Stati Uniti contro la Cina. Ma altri pensano ad un suo realistico avvicinamento pacifico e politico alla Russia.

Il 10 luglio 2022, diverse giovani donne che hanno partecipato a una festa estiva del Partito socialdemocratico tedesco hanno “espresso gravi disagi”. All’evento hanno preso parte un migliaio di persone, tra cui il cancelliere Olaf Scholz, i parlamentari di partito e le loro squadre. Sembra che almeno nove giovani donne siano state inconsapevolmente drogate e violentate. Ma Scholz si deve soprattutto confrontare con gli interpreti del capitalismo reale della Renania i quali non sono pronti a suicidarsi sull’altare della guerra totale contro Putin.

L’11 luglio 2022 il quotidiano Le Monde ha pubblicato a fine mattinata la prima parte di uno studio di documenti ricevuti da un consorzio di media che attestano i metodi dell’azienda Uber. Sembra che il presidente francese Emmanuel Macron abbia stipulato un accordo segreto con la società americana per stabilirla in Francia modificando le leggi in vigore a suo vantaggio. Tuttavia, per il momento, nessun documento pubblicato autorizza a parlare di corruzione. E’ difficile immaginare Macron resistere a una nuova ondata dei Gilet gialli alla potenza, e per giunta, adesso, anche con supporto parlamentare.

In Olanda sono in corso proteste contro la prevista scomparsa di un terzo delle fattorie produttive in applicazione di un piano di acquisizione del massimo di terreni agricoli a fini speculativi per le multinazionali. Il cibo e l’acqua, la (nuova) ricchezza del mondo.

Anche l’Italia guidata dal cassiere-palo Draghi è in fermento e potrebbe cadere anche “in un indefinito coercitivo” non avendo più il reame parlamentare ai suoi piedi, anche se Mattarella ha rifiutato le sue dimissioni, dopo essersi presumibilmente consultato con l’Ambasciata americana, come fanno tutti (o quasi) da 70 anni a questa parte. Era già nell’aria la fuga del cassiere dopo aver distribuito il malloppo europeo a chi di dovere.

Avvertiamo che il Sistema è senza fiato e che la sua “narrativa” si va esaurendo quando anche il muro di bugie sulla pseudo-crisi sanitaria inizia a incrinarsi. L’estate è molto calda, ma si prevede un autunno torrido con, alla fine, forse, il superamento del G7 da parte del G20 (abbiamo capito che non si tratta di una presuntuosa “estensione” dell’Occidente visto che i 7 ormai sono minoranza contro i 13 non anti-russi); ma forse potrebbero essere messe in discussione anche un certo numero di altre organizzazioni internazionali come l’OMS (grato delle donazioni di Bill Gates e che pensa di decidere per il mondo intero), l’OMC (il volume centrale del commercio si sta spostando altrove), l’AIEA (i controllori del nucleare cacciati dall’Iran per visite e intrusioni pretestuose dopo il fallimento degli accordi di Vienna) ed altre che sono diventate, nel tempo, solo cinghie di trasmissione del “mondo aperto” e che sembrano molto poco adatte al nuovo mondo multipolare che si sta aprendo davanti a noi. Allora si potrebbe capire perché l’esercito russo “prenda tempo”. L’arrischiata mossa del cavallo dello scacchista Putin pare una mossa di lungo termine e la scacchiera non è l’Ucraina.

15 luglio 2022

Dall’economia spazzatura a una falsa visione della storia: dove la civiltà occidentale ha preso una svolta sbagliata

di Michael Hudson

Il testo di Michael Hudson è la trascrizione del suo intervento al simposio Costruire ponti. Attorno al lavoro di David Graeber, che si è svolto a Lione in Francia nei giorni 7-8-9 di questo mese, organizzato del Laboratorio Triangle. Di seguito una breve presentazione degli obiettivi del simposio.

David Graeber, Professore di Antropologia alla London School of Economics, scomparso improvvisamente il 2 settembre 2020, durante la sua breve esistenza ha segnato il suo passaggio attraverso la sua creatività scientifica e i suoi contributi originali ai grandi dibattiti pubblici.

Avendo contribuito a un’antropologia che può essere definita politica, dimostrando che la diversità delle organizzazioni sociali rivelata dalle indagini etnografiche apre l’idea di una pluralità di possibilità e quindi la prospettiva di una società più egualitaria e democratica, è diventato una importante figura intellettuale della sinistra libertaria.

Il suo lavoro, associato al suo coinvolgimento nei movimenti politici di protesta transnazionali, sono la fonte della sua forte visibilità pubblica. Ma le sue opere più accademiche costituiscono anche importanti contributi alle scienze sociali: l’etnografia del Madagascar, l’antropologia della magia, la natura della regalità, la conoscenza delle società preistoriche, tra gli altri. Sono spesso attraversati anche da riflessioni filosofiche ed epistemologiche della storia delle idee nelle scienze sociali, come illustrato dai suoi testi sulle concezioni del valore.

David Graeber

Il suo intervento anche nell’ambito degli effetti della crisi finanziaria degli anni 2008 con la pubblicazione nel 2011 del suo libro Debt, The first 5000 Years, ha messo in discussione drasticamente i dogmi delle istituzioni monetarie ed economiche alla luce della profondità storica e antropologica delle pratiche monetarie, un’opera che avrà ripercussioni a livello mondiale. L’ambizione di questo libro è importante nella misura in cui la sua tesi trasversale è che il debito e le pratiche e istituzioni monetarie ad esso collegate costituiscono per esso la relazione sociale fondamentale. Questa tesi differisce in primo luogo dagli approcci – quelli di alcune tradizioni dell’antropologia economica e dell’economia – che si concentrano sullo scambio e sul mercato. Allo stesso modo, considerando il debito e le istituzioni monetarie come una delle principali strutture di dominio, differisce anche dagli approcci, perpetuati dalla tradizione marxista.

In sintonia con il suo tempo, dove la diffusione delle idee è ampiamente pubblicizzata dai social network, avrà ripercussioni mondiali uno dei suoi articoli più originali, On the Phenomenon of Bullshit Jobs, A Work Rant   pubblicato nel 2013, in cui difende una tesi che farà anche parte dei suoi ultimi lavori:  Burocracy, The Utopy of Rules, nel 2015, e Bullshit Jobs, nel 2018. Il talento di Graeber sta in particolare nel suo modo di trasformare alcune idee ben consolidate nelle rappresentazioni del sistema economico contemporaneo, dimostrando che la presunta efficienza dell’economia di mercato si basa infatti meno su meccanismi veramente liberali che su un processo di crescente burocratizzazione sulla base di un’alleanza tra Stato e poteri economici a beneficio di pochi (l’“1%” dei più ricchi). L’economia, sempre più finanziarizzata e segnata dalla crescita delle disuguaglianze reddituali e patrimoniali, è caratterizzata anche dal moltiplicarsi delle fasce occupazionali (spesso le più retribuite) che rispondono al rafforzamento dei meccanismi gestionali. La tesi dei “lavori di merda” — questi lavori ritenuti inutili dai dipendenti che li svolgono, e che si stanno moltiplicando nell’ambito del processo di burocratizzazione in tutte le sfere della società, dalle imprese, alle organizzazioni pubbliche, ai campi creativi – riemerse durante la crisi covid nel 2020 sotto il tema dei lavori essenziali e non essenziali. Questo dibattito ha fatto eco anche al lavoro antropologico di Graeber sulla contrapposizione tra i principi delle “società commerciali” e delle “società umane” (le cui attività sono orientate alla vita umana e alle relazioni sociali, la cura , le arti, i giochi…) nella storia dell’umanità.

Secondo una formula che Jean-Michel Servet aveva usato nel suo tributo dopo la sua morte, “David Graeber era un contrabbandiere”. Primo, un passante tra le discipline. Gli dobbiamo anzitutto di aver accresciuto la visibilità dell’antropologia nelle scienze sociali e di aver mostrato come essa potrebbe alimentare riflessioni sull’organizzazione sociale, le forme di azione, l’immaginazione di alternative, ecc. e influenzare altre discipline, come l’economia, la sociologia o scienze politiche, con particolare riguardo alle questioni monetarie, ai problemi del lavoro e alla crisi della democrazia. Fu anche un ponte tra azione e riflessione (e inoltre scrisse su questo argomento) e questo in due sensi: il suo approccio testimonia che ha difeso una democrazia epistemica, l’idea che la conoscenza del sociale debba basarsi sull’esperienza degli attori e sulle loro storie (che ovviamente possono essere legate al metodo etnografico, da cui il suo interesse per i social network) o sul valore epistemico della cultura popolare (fantascienza, serie, musica pop); e che la conoscenza prodotta dalle scienze sociali aveva una vocazione strumentale, vale a dire che doveva costituire una forza immaginativa e trasformatrice a favore di una società veramente democratica.

L’obiettivo di questo simposio è onorare, mettendo in discussione, il desiderio di David Graeber di costruire ponti tra le scienze sociali e tra scienza e azione per una società più democratica e più umana. Per questo, riunirà i contributi delle varie discipline sfidate dal lavoro di Graeber: antropologia, sociologia, economia, scienze politiche, filosofia sociale, in particolare. Tali contributi possono rientrare in un determinato ambito disciplinare (Antropologia, Scienze Politiche, Economia, ecc.) o, sulla base di un determinato argomento (democrazia, lavoro, debito, ecc.), affrontarlo in una prospettiva transdisciplinare.

Può sembrare strano invitare un economista a tenere un discorso programmatico a un convegno di scienze sociali. Gli economisti sono stati caratterizzati come autistici e antisociali dalla stampa popolare per una buona ragione. Sono addestrati a pensare in modo astratto e utilizzare la deduzione a priori, in base a come pensano che le società dovrebbero svilupparsi. Gli economisti tradizionali odierni considerano la privatizzazione neoliberista e gli ideali di libero mercato come fattori che portano il reddito e la ricchezza della società a stabilizzarsi a un equilibrio ottimale senza alcun bisogno di regolamentazione del governo, specialmente nei campi del credito e del debito.

L’unico ruolo riconosciuto al governo è quello di far rispettare la “santità dei contratti” e la “sicurezza della proprietà”. Con questo intendono l’esecuzione di contratti di debito, anche quando la loro esecuzione espropria un gran numero di proprietari di case indebitati e altri proprietari di immobili. Questa è la storia di Roma. Oggi stiamo assistendo alla stessa dinamica del debito all’opera. Eppure questo approccio di base ha portato gli economisti tradizionali a insistere sul fatto che la civiltà avrebbe potuto e avrebbe dovuto seguire questa politica a favore dei creditori sin dall’inizio.

La realtà è che la civiltà non sarebbe mai potuta decollare se qualche economista del libero mercato fosse entrato in una macchina del tempo e avesse viaggiato indietro nel tempo di cinquemila anni fino al Neolitico e all’Età del Bronzo. Supponiamo che avrebbe convinto gli antichi capi o governanti a organizzare il loro commercio, denaro e proprietà terriera sulla base dell’”avidità è buona” e qualsiasi regolamentazione pubblica è cattiva.
Se qualche Milton Friedman o Margaret Thatcher avessero persuaso i sovrani sumeri, babilonesi o altri antichi a seguire la filosofia neoliberista di oggi, la civiltà non avrebbe potuto svilupparsi. Le economie si sarebbero polarizzate, come ha fatto Roma e come stanno facendo le economie occidentali di oggi. I cittadini sarebbero scappati, oppure avrebbero appoggiato un riformista o un rivoluzionario locale per rovesciare il sovrano che ascoltava tali consigli economici. Oppure avrebbero disertato per rivaleggiare con aggressori che avevano promesso di cancellare i loro debiti, liberare i servi e ridistribuire la terra.

Eppure molte generazioni di linguisti, storici e persino antropologi hanno assorbito la visione del mondo individualistica antisociale della disciplina economica e immaginano che il mondo debba essere sempre stato così. Molti di questi non economisti hanno inconsapevolmente adottato i loro pregiudizi e si sono avvicinati alla storia antica e moderna con un pregiudizio. Il nostro discorso quotidiano è così bombardato dall’insistenza dei recenti politici americani che il mondo si divide tra “democrazia” con “liberi mercati” e “autocrazia” con regolamentazione pubblica e che c’è molta fantasia all’opera sulla civiltà primitiva.

David Graeber e io abbiamo cercato di espandere la coscienza di quanto fosse diverso il mondo prima che la civiltà occidentale prendesse la via romana delle oligarchie pro-creditorie invece delle economie sontuose che proteggevano gli interessi della popolazione indebitata in generale. All’epoca in cui pubblicò il suo Debt: The First Five Thousand Years nel 2011, il mio gruppo di assiriologi, egittologi e archeologi di Harvard stava ancora scrivendo la storia economica del Vicino Oriente antico in un modo radicalmente diverso da come la maggior parte del pubblico immaginava che fosse accaduto. L’enfasi di David e mia su come i proclami reali di Clean Slate che cancellano i debiti, liberano i servi e ridistribuiscono la terra fossero un ruolo normale e previsto dei governanti mesopotamici e dei faraoni egiziani non era ancora creduto in quel momento.

Il libro di David Graeber ha riassunto la mia indagine sulla cancellazione del debito reale nel Vicino Oriente antico per mostrare che il debito fruttifero era originariamente adottato con controlli e contrappesi per evitare che polarizzasse la società tra creditori e debitori. In effetti, ha sottolineato che le tensioni create dall’emergere della ricchezza monetaria nelle mani delle persone hanno portato a una crisi economica e sociale che ha plasmato l’emergere dei grandi riformatori religiosi e sociali.

Come ha riassunto “il periodo centrale dell’età assiale di Jasper …” corrisponde quasi esattamente al periodo in cui è stata inventata la monetazione. Inoltre, le tre parti del mondo in cui furono inventate le monete per la prima volta erano anche le stesse parti del mondo in cui vivevano quei saggi; divennero, infatti, gli epicentri della creatività religiosa e filosofica dell’età assiale. Buddha, Lao-Tzu e Confucio cercarono tutti di creare un contesto sociale in cui inserire l’economia. Non c’era il concetto di lasciare che i “mercati funzionassero” per allocare ricchezza e reddito senza alcuna idea di come sarebbero stati spesi ricchezza e reddito.

Tutte le società antiche avevano una sfiducia nei confronti della ricchezza, soprattutto monetaria e finanziaria in mano ai creditori, perché generalmente tendeva ad essere accumulata a spese della società in generale. Gli antropologi hanno scoperto che questa è una caratteristica delle società a basso reddito in generale.

Toynbee ha caratterizzato la storia come una lunga dinamica dispiegata di sfide e risposte alle preoccupazioni centrali che modellano le civiltà. La sfida principale è stata di carattere economico: chi trarrà vantaggio dalle eccedenze ottenute man mano che il commercio e la produzione aumentano di scala e diventano sempre più specializzati e monetizzati. Soprattutto, come organizzerebbe la società il credito e il debito necessari per la specializzazione delle attività economiche – e tra funzioni “pubbliche” e “private”?

Quasi tutte le prime società avevano un’autorità centrale incaricata di distribuire il modo in cui il surplus veniva investito in modo da promuovere il benessere economico generale. La grande sfida era impedire che il credito portasse al pagamento dei debiti in un modo che impoverisse la cittadinanza, ad esempio attraverso il debito personale e l’usura – e più della perdita temporanea della libertà (dalla schiavitù o dall’esilio) o dei diritti di proprietà fondiaria.

Il grande problema che il Vicino Oriente dell’età del bronzo ha risolto — ma l’antichità classica e la civiltà occidentale non hanno risolto — era come far fronte al pagamento dei debiti, soprattutto a interessi senza polarizzare le economie tra creditori e debitori e, infine, impoverendo l’economia riducendo la maggior parte della popolazione alla dipendenza dal debito. I mercanti si dedicavano al commercio, sia per se stessi che come agenti per i governanti di palazzo. Chi otterrebbe i profitti? E come verrebbe erogato il credito ma mantenuto in linea con la possibilità di essere erogato?

Teorie pubbliche e private sull’origine della proprietà fondiaria

Le società antiche poggiavano su una base agricola. Il primo e più fondamentale problema da risolvere per la società era come assegnare la proprietà della terra. Anche alle famiglie che vivevano in città che venivano costruite intorno a templi e centri civili, cerimoniali e amministrativi, veniva assegnata una terra di autosostegno, proprio come i russi hanno le dacie, dove la maggior parte del loro cibo veniva coltivato in epoca sovietica.

Nell’analizzare le origini della proprietà fondiaria, come ogni fenomeno economico, troviamo due approcci. Da un lato c’è uno scenario in cui la terra viene assegnata dalla comunità in cambio di obblighi di lavoro corvée e servizio militare. D’altra parte è uno scenario individualistico in cui la proprietà fondiaria ha origine da individui che agiscono spontaneamente da soli sgombrando la terra, facendone propria proprietà e producendo artigianato o altri prodotti (anche metallo da usare come denaro!) da scambiare tra loro.

Quest’ultima visione individualistica del possesso della terra è stata resa popolare da quando John Locke ha immaginato individui che si preparavano a ripulire la terra — apparentemente terra boscosa libera — con il proprio lavoro (e presumibilmente quello delle loro mogli). Quello sforzo ha stabilito la loro proprietà e la resa del raccolto. Alcune famiglie avrebbero più terra di altre, o perché erano più forti nello sgomberarla o perché avevano una famiglia più numerosa che le aiutasse. E c’era abbastanza terra perché tutti potessero sgombrare il terreno per piantare raccolti.

In quest’ottica non c’è bisogno del coinvolgimento di alcuna comunità, nemmeno per proteggersi dagli attacchi militari – o per l’aiuto reciproco in caso di inondazioni o altri problemi. E non c’è bisogno di coinvolgere il credito, sebbene nell’antichità questa fosse la leva principale che distorceva la distribuzione della terra trasferendone la proprietà a ricchi creditori.

Ad un certo punto della storia, a dire il vero, questa teoria vede i governi entrare nel quadro. Forse presero la forma di eserciti invasori, ed è così che gli antenati normanni dei proprietari terrieri ai tempi di John Locke acquisirono terra inglese. E come in Inghilterra, i governanti avrebbero costretto i proprietari terrieri a pagare parte dei loro raccolti in tasse e a prestare il servizio militare. In ogni caso, il ruolo del governo è stato riconosciuto solo come “interferenza” con il diritto del coltivatore di utilizzare il raccolto come meglio credeva, presumibilmente per scambiare le cose di cui aveva bisogno, fatte dalle famiglie nelle proprie officine.

Il mio gruppo di assiriologi, egittologi e archeologi sponsorizzato da Harvard ha trovato una genesi completamente diversa del possesso della terra. I diritti sulla terra sembrano essere stati assegnati in appezzamenti standardizzati in termini di resa del raccolto. Per fornire cibo a questi membri della comunità, le comunità del tardo neolitico e della prima età del bronzo dalla Mesopotamia all’Egitto assegnarono terreni alle famiglie in proporzione a ciò di cui avevano bisogno per vivere e quanto potevano consegnare alle autorità del palazzo.

Questa rendita fiscale versata ai collezionisti di palazzo era la rendita economica originaria. Il possesso della terra rientrava in un quid pro quo, con l’obbligo fiscale di fornire servizi di lavoro in determinati periodi dell’anno e di prestare servizio militare. Quindi è stata la tassazione a creare i diritti di proprietà fondiaria, non il contrario. La terra era di carattere sociale, non individualista. E il ruolo del governo era quello di coordinatore, organizzatore e pianificatore, non solo predatorio ed estrattivo.

Origini del denaro pubbliche e private

In che modo le prime società organizzavano lo scambio di raccolti con prodotti e, cosa più importante, per pafavano tasse e debiti? Era semplicemente un mondo spontaneo di individui “autotrasportatori e baratti”, come diceva Adam Smith? I prezzi senza dubbio sarebbero variati radicalmente poiché gli individui non avevano alcun riferimento di base al costo di produzione o al grado di bisogno. Cosa è successo quando alcuni individui sono diventati commercianti, prendendo ciò che hanno prodotto (o prodotti di altre persone in conto deposito) per realizzare un profitto. Se percorrevano grandi distanze, erano necessarie roulotte o navi e la protezione di grandi gruppi? Tali gruppi sarebbero stati protetti dalle loro comunità? Domanda e offerta hanno avuto un ruolo? E, cosa più importante, in che modo il denaro è emerso come denominatore comune per fissare i prezzi di ciò che veniva scambiato o pagato con le tasse e per saldare i debiti?

Un secolo dopo Adam Smith, l’economista austriaco Anton Menger sviluppò una fantasia su come e perché gli antichi avrebbero preferito mantenere i propri risparmi sotto forma di metalli, principalmente argento ma anche rame, bronzo o oro. Si diceva che il vantaggio del metallo fosse che non si deteriorava (a differenza del grano portato in tasca, per esempio). Si presumeva inoltre che fosse di qualità uniforme. Quindi pezzi di denaro metallico divennero gradualmente il mezzo con cui altri prodotti venivano misurati mentre venivano barattati in cambio in mercati in cui i governi non avevano alcun ruolo!

Il fatto che questa teoria austriaca sia stata insegnata ormai da quasi un secolo e mezzo è un’indicazione di come gli economisti creduloni siano disposti ad accettare una fantasia in contrasto con tutti i documenti storici provenienti da ogni parte della storia mondiale registrata. Per cominciare, l’argento e altri metalli non sono affatto di qualità uniforme. La contraffazione è antica, ma le teorie individualistiche ignorano il ruolo della frode e, quindi, la necessità che l’autorità pubblica la prevenga. Quel punto cieco è il motivo per cui il presidente della Federal Reserve statunitense Alan Greenspan era così impreparato ad affrontare la massiccia crisi delle banche dei mutui spazzatura che ha raggiunto il picco nel 2008. Ovunque sia coinvolto denaro, la frode è onnipresente.

Questo è ciò che accade nei mercati non regolamentati, come possiamo vedere dalle frodi bancarie di oggi, dall’evasione fiscale e dalla criminalità che paga molto, molto bene. Senza un governo forte che protegga la società dalla frode, dalle violazioni della legge, dall’uso della forza e dallo sfruttamento, le società si polarizzeranno e diventeranno più povere. Per ovvie ragioni, i beneficiari di queste prese cercano di indebolire il potere normativo e la capacità di prevenire tale grattazione.

Per evitare frodi monetarie, le monete d’argento e successivamente d’oro dalla Mesopotamia dell’età del bronzo fino alla Grecia classica e a Roma furono coniate nei templi per santificare la loro qualità standardizzata. Ecco perché la nostra parola per denaro viene dal tempio romano di Giunone Moneta, dove fu coniata la moneta di Roma. Migliaia di anni prima che fosse coniato il lingotto, veniva fornito in strisce di metallo, bracciali e altre forme coniate nelle aste, a proporzioni di lega standardizzate.

La purezza dei metalli non è l’unico problema con l’utilizzo di lingotti. Il problema immediato che avrebbe dovuto affrontare chiunque cambiasse prodotti con argento è come pesare e misurare ciò che veniva acquistato e venduto, e anche come pagare tasse e debiti. Da Babilonia alla Bibbia troviamo denunce contro i mercanti che usano pesi e misure false. Le tasse implicano un ruolo di governo e in tutte le società arcaiche erano i templi a vigilare sui pesi e sulle misure, nonché sulla purezza dei metalli. E la denominazione di pesi e misure ne indica l’origine nel settore pubblico: frazioni divise in 60esimi in Mesopotamia, e 12esimi a Roma.

Il commercio degli elementi essenziali di base aveva standardizzato i prezzi o i pagamenti consuetudinari ai palazzi o ai templi. Le tasse e i debiti erano i più importanti utilizzati per il denaro. Ciò riflette il fatto che il “denaro” sotto forma di merci designate era necessario principalmente per pagare le tasse o acquistare prodotti dai palazzi o dai templi e, alla fine della stagione del raccolto, per pagare i debiti per saldare tali acquisti.

Il mainstream economico neoliberista di oggi ha creato una favola sulla civiltà esistente senza alcun controllo normativo o ruolo produttivo per il governo e senza alcuna necessità di imporre tasse per fornire servizi sociali di base come l’edilizia pubblica o persino il servizio militare. Non è necessario prevenire le frodi, il sequestro violento di proprietà o la perdita dei diritti di proprietà fondiaria ai creditori a causa di debiti. Ma come notò Balzac, la maggior parte delle grandi fortune di famiglia sono state il risultato di qualche grande furto, perso nella notte dei tempi e legittimato nel corso dei secoli, come se fosse tutto naturale.

Questi punti ciechi sono necessari per difendere l’idea del “libero mercato” controllato dai ricchi, soprattutto dai creditori. Si dice che questo sia il migliore e il modo in cui la società dovrebbe essere gestita. Ecco perché la Nuova Guerra Fredda di oggi viene combattuta dai neoliberisti contro il socialismo, combattuta con violenza, escludendo lo studio della storia dal curriculum accademico di economia e quindi dalla coscienza del pubblico in generale. Come ha detto Rosa Luxemburg, la lotta è tra socialismo e barbarie.

Origini pubbliche e private del debito fruttifero

I tassi di interesse sono stati regolati e stabili per molti secoli e secoli. La chiave era la facilità di calcolo: 10°, 12° o 60°.

Gli scribi babilonesi furono addestrati a calcolare qualsiasi tasso di interesse come tempo di raddoppio. I debiti sono cresciuti esponenzialmente; ma agli studenti degli scribi veniva insegnato anche che le mandrie di bovini e altra produzione economica materiale si assottigliavano in una curva a S. Ecco perché l’interesse composto era proibito. Era anche il motivo per cui era necessario cancellare periodicamente i debiti.

Se i governanti non avessero cancellato i debiti, il decollo del mondo antico avrebbe subito prematuramente il tipo di declino e caduta che impoverì i cittadini di Roma e portò al declino e alla caduta della sua Repubblica, lasciando un sistema legale di leggi pro-creditore a plasmare la successiva civiltà occidentale .

Cosa rende la civiltà occidentale distintamente occidentale? È stata tutta una deviazione?

La civiltà non avrebbe potuto svilupparsi se un moderno Milton Friedman o un suo parente vincitore del Premio Nobel per l’Economia fossero tornati indietro nel tempo e avessero convinto Hammurabi o il faraone egiziano a lasciare che gli individui agissero da soli e che i ricchi creditori riducessero i debitori alla schiavitù — e poi a usare il loro lavoro come esercito per rovesciare i re e assumere il governo per se stessi, creando un’oligarchia in stile romano. Questo è ciò che le famiglie bizantine hanno cercato di fare nel IX e X secolo.

Se i ragazzi della “libera impresa” avessero fatto a modo loro non ci sarebbe stato il conio del tempio o la supervisione di pesi e misure. La terra apparterrebbe a chiunque potesse afferrarla, precluderla o conquistarla. L’interesse avrebbe permesso qualunque cosa a un ricco mercante di poter costringere a pagare un coltivatore bisognoso. Ma per gli economisti, tutto ciò che accade è una questione di “scelta”. Come se non ci fosse un’assoluta necessità: mangiare o pagare.

Un premio Nobel economico è stato assegnato a Douglass North per aver affermato che il progresso economico oggi e in effetti nel corso di tutta la storia si è basato sulla “sicurezza dei contratti” e sui diritti di proprietà. Con questo si intende la priorità dei creditori di precludere la proprietà dei debitori. Questi sono i diritti di proprietà per creare latifondi e ridurre le popolazioni alla schiavitù del debito.

Nessuna civiltà arcaica sarebbe sopravvissuta a lungo seguendo questo percorso. E Roma non è sopravvissuta istituendo quella che è diventata la caratteristica distintiva della civiltà occidentale: dare il controllo del governo e della sua regolamentazione a una ricca classe di creditori che monopolizza la terra e la proprietà.

Se una società antica lo avesse fatto, la vita economica si sarebbe impoverita. La maggior parte della popolazione sarebbe scappata. Altrimenti, l’élite della Thatcherite/Chicago School sarebbe stata rovesciata. Le famiglie benestanti che hanno sponsorizzato questa acquisizione sarebbero state esiliate, come accadde in molte città greche nel VII e VI secolo a.C. Oppure, popolazioni scontente se ne sarebbero andate e/o avrebbero minacciato di disertare davanti a truppe straniere promettendo di liberare i servi, cancellare i loro debiti e ridistribuire la terra, come accadde con le Secessioni della Plebe di Roma nel V e IV secolo a.C.

Quindi siamo riportati al punto di David Graeber secondo cui i grandi riformatori dell’Eurasia sono cresciuti nello stesso momento in cui le economie sono state monetizzate e sempre più privatizzate – un’epoca in cui le famiglie benestanti stavano aumentando la loro influenza sul modo in cui venivano gestite le città-stato. Non solo i grandi riformatori religiosi, ma anche i principali filosofi, poeti e drammaturghi greci hanno spiegato come la ricchezza crei dipendenza e porti a un’arroganza che li porta a cercare la ricchezza in modi che danneggiano gli altri.

Esaminando l’arco della storia antica, possiamo vedere che l’obiettivo principale dei governanti da Babilonia all’Asia meridionale e orientale era impedire l’emergere di un’oligarchia mercantile e creditoria e concentrare la proprietà della terra nelle proprie mani. Il loro piano aziendale implicito era quello di ridurre la popolazione in generale alla clientela, alla servitù per debiti e alla servitù della gleba.

Così è successo in Occidente, a Roma. E stiamo ancora vivendo nel dopo. In tutto l’Occidente oggi, il nostro sistema legale rimane a favore del creditore, non a favore della popolazione indebitata in generale. Questo è il motivo per cui i debiti personali, i debiti aziendali, i debiti pubblici e i debiti internazionali dei paesi del Sud del mondo sono aumentati fino a condizioni di crisi che minacciano di bloccare le economie in una prolungata deflazione e depressione del debito.

È stato per protestare contro questo che David ha contribuito a organizzare Occupy Wall Street. È ovvio che abbiamo a che fare non solo con un settore finanziario sempre più aggressivo, ma che ha creato una falsa storia, una falsa coscienza progettata per scoraggiare la rivolta affermando che non esiste alternativa (TINA).

Dove la civiltà occidentale ha sbagliato

Abbiamo due scenari diametralmente opposti che descrivono come sono nate le relazioni economiche più elementari. Da un lato, vediamo società del Vicino Oriente e dell’Asia organizzate per mantenere l’equilibrio sociale mantenendo i rapporti di debito e la ricchezza mercantile subordinati al benessere pubblico. Quell’obiettivo caratterizzava la società arcaica e le società non occidentali.

Ma la periferia occidentale, nell’Egeo e nel Mediterraneo, mancava della tradizione del Vicino Oriente della “regalità divina” e delle tradizioni religiose asiatiche. Questo vuoto ha consentito a una ricca oligarchia di creditori di prendere il potere e di concentrare la proprietà della terra e della proprietà nelle proprie mani. Ai fini delle pubbliche relazioni, ha affermato di essere una “democrazia” e ha denunciato qualsiasi regolamentazione protettiva del governo come, per definizione, “autocrazia”.

La tradizione occidentale manca infatti di una politica che subordini la ricchezza alla crescita economica complessiva. L’Occidente non ha forti controlli governativi per impedire che un’oligarchia dipendente dalla ricchezza emerga per trasformarsi in un’aristocrazia ereditaria. Trasformare debitori e clienti in una classe ereditaria, dipendente da ricchi creditori, è ciò che gli economisti di oggi chiamano “libero mercato”. È uno senza controlli e contrappesi pubblici contro la disuguaglianza, la frode o la privatizzazione del pubblico dominio.

Può sembrare sorprendente per qualche futuro storico che i leader politici e intellettuali del mondo di oggi abbiano fantasie neoliberiste così individualistiche che la società arcaica “dovrebbe” essersi sviluppata in questo modo — senza riconoscere che questo è il modo in cui la Repubblica oligarchica di Roma si è effettivamente sviluppata, portando al suo inevitabile declino e caduta.

Cancellazione dei debiti dell’età del bronzo e moderna dissonanza cognitiva

Quindi siamo ricondotti al motivo per cui sono stato invitato a parlare qui oggi. David Graeber ha scritto nel suo libro Debt che stava cercando di rendere popolare la documentazione del mio gruppo di Harvard secondo cui le cancellazioni di debiti esistevano davvero e non erano semplicemente esercizi utopici letterari. Il suo libro ha contribuito a rendere il debito un problema pubblico, così come i suoi sforzi nel movimento Occupy Wall Street.

L’amministrazione Obama ha appoggiato la polizia che ha demolito gli accampamenti di OWS e ha fatto tutto il possibile per distruggere la consapevolezza dei problemi di debito che affliggono gli Stati Uniti e le economie straniere. E non solo i media mainstream, ma anche l’ortodossia accademica hanno fatto il giro dei loro carri anche contro il pensiero che i debiti potessero essere cancellati e in effetti dovevano essere cancellati per evitare che le economie cadessero in depressione.

Quell’etica neoliberista pro-creditore è la radice della Nuova Guerra Fredda di oggi. Quando il presidente Biden descrive questo grande conflitto mondiale volto a isolare Cina, Russia, India, Iran e i loro partner commerciali eurasiatici, lo caratterizza come una lotta esistenziale tra “democrazia” e “autocrazia”.

Con “democrazia” intende l’oligarchia. E per “autocrazia” si intende qualsiasi governo abbastanza forte da impedire a un’oligarchia finanziaria di prendere il controllo del governo e della società e di imporre regole neoliberiste — con la forza. L’ideale è fare in modo che il resto del mondo assomigli alla Russia di Boris Eltsin, dove i neoliberisti americani hanno avuto mano libera nell’eliminare ogni proprietà pubblica di terra, diritti minerari e servizi pubblici di base.

FONTE: https://www.acro-polis.it/2022/07/11/dalleconomia-spazzatura-a-una-falsa-visione-della-storia-dove-la-civilta-occidentale-ha-preso-una-svolta-sbagliata/

su Michael Hudson: https://www.acro-polis.it/author/michael-hudson/

L’Ucraina è un trojan per la dipendenza della Germania (e Europa) dagli Stati Uniti

Intervista a Michael Hudson

Il mondo viene diviso in due parti. Il conflitto non è solo nazionale, Occidente contro Oriente, ma è un conflitto di sistemi economici: capitalismo finanziario predatorio contro socialismo industriale che mira all’autosufficienza per l’Eurasia e l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (SCO). I paesi non allineati non sono stati in grado di “fare da soli” negli anni ’70 perché mancavano di una massa critica per produrre il proprio cibo, energia e materie prime. Ma ora che gli Stati Uniti hanno deindustrializzato la propria economia ed esternalizzato la produzione in Asia, questi paesi hanno la possibilità di non rimanere dipendenti dalla diplomazia del dollaro USA

* * * *

Prof. Hudson, il tuo nuovo libro “The Destiny of Civilization” è uscito ora. Questa serie di conferenze sul capitalismo finanziario e la Nuova Guerra Fredda presenta una panoramica unica della tua prospettiva geopolitica.
 Parli di un conflitto ideologico e materiale in corso tra paesi finanziarizzati e deindustrializzati come gli Stati Uniti contro le economie miste di Cina e Russia. Di cosa tratta questo conflitto e perché il mondo in questo momento si trova a un “punto di frattura” unico come afferma il tuo libro?

M. Hudson. L’odierna frattura globale sta dividendo il mondo tra due diverse filosofie economiche: negli Stati Uniti/NATO occidentali, il capitalismo finanziario sta deindustrializzando le economie e ha spostato la produzione alla leadership eurasiatica, soprattutto Cina, India e altri paesi asiatici insieme alla Russia fornendo materie prime e armi.

Questi paesi sono un’estensione fondamentale del capitalismo industriale che si evolve nel socialismo, cioè in un’economia mista con forti investimenti in infrastrutture governative per fornire istruzione, assistenza sanitaria, trasporti e altri bisogni di base trattandoli come servizi pubblici con servizi sovvenzionati o gratuiti per queste necessità. Nell’Occidente neoliberista USA/NATO, al contrario, questa infrastruttura di base viene privatizzata come monopolio naturale per l’estrazione di rendite. Il risultato è che l’Occidente USA/NATO resta un’economia ad alto costo, con le sue spese per l’alloggio, l’istruzione e le cure mediche sempre più finanziate con debiti, lasciando sempre meno reddito personale e aziendale da investire in nuovi mezzi di produzione (formazione di capitale) . Ciò pone un problema esistenziale per il capitalismo finanziario occidentale: come può mantenere il tenore di vita di fronte alla deindustrializzazione, alla deflazione del debito e alla ricerca di una rendita finanziarizzata che impoverisce il 99% per arricchire l’uno per cento?

Il primo obiettivo degli Stati Uniti è dissuadere l’Europa e il Giappone dal cercare un futuro più prospero in legami commerciali e di investimento più stretti con l’Eurasia e l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (SCO, un modo più utile di pensare alla frattura globale dei BRICS). Per mantenere l’Europa e il Giappone come economie satellite, i diplomatici statunitensi insistono su un nuovo muro economico di sanzioni di Berlino per bloccare il commercio tra Est e Ovest.

Per molti decenni la diplomazia statunitense si è immischiata nella politica interna europea e giapponese, sponsorizzando funzionari filo-neoliberisti alla guida del governo. Questi funzionari sentono che il loro destino (e anche le loro fortune politiche personali) è strettamente alleato con la leadership statunitense. Nel frattempo, la politica europea è ora diventata sostanzialmente una politica della NATO gestita dagli Stati Uniti.

Il problema è come mantenere il Sud del mondo – America Latina, Africa e molti paesi asiatici – nell’orbita USA/NATO. Le sanzioni contro la Russia hanno l’effetto di danneggiare la bilancia commerciale di questi paesi aumentando drasticamente i prezzi di petrolio, gas e generi alimentari (oltre ai prezzi di molti metalli) che devono importare. Nel frattempo, l’aumento dei tassi di interesse statunitensi sta attirando risparmi finanziari e credito bancario in titoli denominati in dollari USA.

Ciò ha aumentato il tasso di cambio del dollaro, rendendo molto più difficile per i paesi SCO e del Sud del mondo pagare il servizio del debito in dollari in scadenza quest’anno.
Ciò costringe questi paesi a scegliere: o rinunciare a energia e cibo per pagare i creditori esteri – mettendo così gli interessi finanziari internazionali prima della loro sopravvivenza economica interna – o inadempiere ai loro debiti, come accadde negli anni ’80 dopo che il Messico annunciò nel 1982 di non poteva pagare obbligazionisti stranieri.

Come vede la guerra/operazione militare speciale in corso in Ucraina? Quali conseguenze economiche prevede?

La Russia si è assicurata l’Ucraina orientale di lingua russa e la sua costa meridionale del Mar Nero. La NATO continuerà a “colpire l’orso” con sabotaggi e nuovi attacchi in corso, in particolare da parte di combattenti polacchi.

I paesi della NATO hanno scaricato le loro armi vecchie e obsolete in Ucraina e ora devono spendere ingenti somme per modernizzare il loro equipaggiamento militare. Il deflusso dei pagamenti al complesso militare-industriale degli Stati Uniti eserciterà pressioni al ribasso sull’euro e sulla sterlina britannica, il tutto in aggiunta al loro crescente deficit energetico e alimentare. Quindi l’euro e la sterlina si stanno dirigendo verso la parità con il dollaro USA. L’euro è quasi arrivato ora (circa $ 1,07). Ciò significa un forte aumento dell’inflazione dei prezzi per l’Europa.

Ho letto e sentito informazioni contrastanti sulle nuove sanzioni. Alcuni esperti in Oriente e in Occidente ritengono che ciò danneggerà enormemente l’economia nazionale della Federazione Russa. Altri esperti tendono a credere che ciò si ritorcerà contro o avrà davvero un enorme effetto boomerang sui paesi occidentali.

La politica prevalente degli Stati Uniti è combattere contro la Cina, sperando di rompere le regioni degli uiguri occidentali e dividere la Cina in stati più piccoli. Per fare ciò, è necessario spezzare il supporto militare russo e delle materie prime alla Cina e, a tempo debito, suddividerlo in una serie di stati più piccoli (le grandi città occidentali, la Siberia settentrionale, un fianco meridionale, ecc.) .

Le sanzioni sono state imposte nella speranza di rendere le condizioni di vita così sgradevoli per i russi che avrebbero fatto pressioni per un cambio di regime. L’attacco della NATO in Ucraina è stato progettato per prosciugare la Russia militarmente, facendo in modo che i corpi degli ucraini esauriscano la scorta russa di proiettili e bombe dando la vita semplicemente per assorbire le armi russe.

L’effetto è stato quello di aumentare il sostegno del popolo russo a Putin, esattamente l’opposto di quanto previsto. C’è una crescente disillusione nei confronti dell’Occidente, dopo aver visto cosa hanno fatto gli Harvard Boys alla Russia quando gli Stati Uniti hanno appoggiato Eltsin per creare una classe cleptocratica domestica che ha cercato di “incassare” le sue privatizzazioni vendendo azioni di petrolio, nichel e servizi pubblici a l’Occidente, e poi spronando gli attacchi militari dalla Georgia e dalla Cecenia. C’è un accordo generale sul fatto che la Russia stia compiendo una svolta a lungo termine verso est invece che verso ovest.

Quindi l’effetto delle sanzioni statunitensi e dell’opposizione militare alla Russia è stato quello di imporre una cortina di ferro politica ed economica che blocca l’Europa alla dipendenza dagli Stati Uniti, mentre spinge la Russia verso la Cina invece di separarle. Nel frattempo, il costo delle sanzioni europee contro il petrolio e il cibo russi, a grande vantaggio dei fornitori di gas GNL e degli esportatori agricoli statunitensi, minaccia di creare un’opposizione europea a lungo termine alla strategia globale unipolare degli Stati Uniti. È probabile che si sviluppi un nuovo movimento “Ami go home”.

Ma per l’Europa il danno è già stato fatto, e né la Russia né la Cina dovrebbero credere che i funzionari del governo europeo possano resistere alla corruzione e alle pressioni personali provocate dall’interferenza degli Stati Uniti.

Qui in Germania ascolto il nuovo ministro dell’Economia, Robert Habeck dei Verdi, che parla di attivare il “gas di emergenza” federale e chiede risorse agli Emirati (questo “accordo” sembra già fallito). Vediamo la fine del North Stream II e l’enorme dipendenza di Berlino e Bruxelles dalle risorse russe. Come si riassumerà tutto questo?

In effetti, i funzionari statunitensi hanno chiesto alla Germania di suicidarsi economicamente e di provocare una depressione, prezzi al consumo più alti e standard di vita più bassi. Le aziende chimiche tedesche hanno già iniziato a chiudere la loro produzione di fertilizzanti, vista l’accettazione da parte della Germania delle sanzioni finanziarie che le impediscono di acquistare gas russo (la materia prima per la maggior parte dei fertilizzanti). E le case automobilistiche tedesche stanno soffrendo per i tagli all’offerta.

Queste carenze economiche europee sono un enorme vantaggio per gli Stati Uniti, che stanno realizzando enormi profitti sul petrolio più costoso (che è controllato in gran parte da società statunitensi, seguite da compagnie petrolifere britanniche e francesi). Il rifornimento di armi da parte dell’Europa che ha donato all’Ucraina è anche un vantaggio per il complesso militare-industriale degli Stati Uniti, i cui profitti sono alle stelle.

Ma gli Stati Uniti non stanno riciclando questi guadagni economici per l’Europa, che sembra il grande perdente.

I produttori arabi di petrolio hanno già respinto le richieste degli Stati Uniti di addebitare meno per il loro petrolio. Sembrano essere guadagni inaspettati dall’attacco della NATO sul campo di battaglia per procura dell’Ucraina.

Sembra improbabile che la Germania possa semplicemente restituire alla Russia il Nord Stream 2 e le affiliate di Gazprom che hanno condotto scambi commerciali con la Germania. La fiducia è stata infranta. E la Russia ha paura di accettare pagamenti dalle banche europee a causa del furto di 300 miliardi di dollari delle sue riserve estere. L’Europa non è più economicamente sicura per la Russia.

La domanda è quando la Russia smetterà semplicemente di rifornire l’Europa.

Sembra che l’Europa stia diventando un’appendice dell’economia statunitense, sopportando in effetti l’onere fiscale della Guerra Fredda 2.0 americana, senza alcuna rappresentanza politica negli Stati Uniti. La soluzione logica è che l’Europa si unisca politicamente agli Stati Uniti, rinunciando ai suoi governi ma almeno portando alcuni europei al Senato e alla Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti.

Quale ruolo giocano la a) Nuova Guerra Fredda e b) il capitalismo finanziario neoliberista nell’attuale guerra tra Russia e Ucraina? Secondo la tua recente ricerca.

La guerra USA/NATO in Ucraina è la prima battaglia di quello che sembra un tentativo ventennale di isolare l’area del dollaro occidentale dall’Eurasia e dal sud del mondo. I politici statunitensi promettono di continuare la guerra in Ucraina a tempo indeterminato, sperando che questo possa diventare il “nuovo Afghanistan” della Russia. Ma questa tattica ora sembra che possa minacciare di essere l’Afghanistan dell’America. È una guerra per procura, il cui effetto è quello di bloccare la dipendenza dell’Europa dagli Stati Uniti e con l’euro come valuta satellite del dollaro.

La diplomazia statunitense ha cercato di disabilitare la Russia in tre modi principali. In primo luogo, isolandola finanziariamente bloccandola dal sistema di compensazione bancaria SWIFT. La Russia ha risposto passando senza intoppi al sistema di compensazione bancaria cinese. La seconda tattica consisteva nel sequestrare i depositi russi nelle banche statunitensi e le disponibilità di titoli finanziari statunitensi. La Russia ha risposto raccogliendo gli investimenti statunitensi ed europei in Russia a buon mercato mentre l’Occidente li ha scaricati. La terza tattica era impedire ai membri della NATO di commerciare con la Russia. L’effetto è stato che le importazioni russe dall’Occidente sono diminuite, mentre le sue esportazioni di petrolio, gas e cibo sono in aumento. Ciò ha alzato il tasso di cambio del rublo invece di danneggiarlo. E poiché le sanzioni bloccano le importazioni russe dall’Occidente, il presidente Putin ha annunciato che il suo governo investirà molto nella sostituzione delle importazioni. L’effetto sarà una perdita permanente dei mercati russi per i fornitori e gli esportatori europei.

Nel frattempo, le tariffe Trump contro le esportazioni europee verso gli Stati Uniti rimangono in vigore, lasciando all’industria europea opportunità commerciali in diminuzione. La Banca Centrale Europea potrebbe continuare ad acquistare azioni e obbligazioni europee per proteggere la ricchezza dell’1%, ma semmai taglierà la spesa sociale interna per rispettare il limite del 3% di deficit di bilancio che l’Eurozona si è imposta.
Nel medio e lungo periodo, quindi, le sanzioni USA/NATO sono rivolte principalmente all’Europa. E gli europei non sembrano nemmeno rendersi conto di essere le prime vittime di questa nuova guerra economica degli Stati Uniti per il predominio egoistico di energia, cibo e finanza.

In Germania il progetto Nord Stream II è ancora un grosso problema politico. Nel tuo recente articolo online “Il dollaro divora l’euro” hai scritto: “Ora è chiaro che l’odierna escalation della Nuova Guerra Fredda era pianificata più di un anno fa. Il piano americano di bloccare il Nord Stream 2 faceva davvero parte della sua strategia per impedire all’Europa occidentale (“NATO”) di cercare prosperità attraverso scambi e investimenti reciproci con Cina e Russia”. Potresti spiegarlo ai nostri lettori?

Ciò che definisci “blocco del Nord Stream 2” è in realtà una politica Buy-American. Gli Stati Uniti hanno convinto l’Europa a non acquistare gas al prezzo più basso, ma a pagare fino a sette volte di più per il suo gas dai fornitori statunitensi di GNL e a spendere 5 miliardi di dollari per espandere la capacità portuale, che non sarà nemmeno disponibile subito ma nei prossimi anni.

Ciò minaccia un interregno molto scomodo per la Germania e altri paesi europei che seguono i dettami degli Stati Uniti. Fondamentalmente, i parlamenti nazionali sono ora sottomessi alla NATO, le cui politiche sono gestite da Washington.

Un prezzo che l’Europa pagherà, come notato sopra, è il calo del tasso di cambio rispetto al dollaro USA. È probabile che gli investitori europei trasferiscano i loro risparmi e investimenti dall’Europa agli Stati Uniti per massimizzare i loro guadagni in conto capitale ed evitare semplicemente cali di prezzo per le loro azioni e obbligazioni misurate in dollari.

Prof. Hudson, diamo un’occhiata agli ulteriori sviluppi in Germania. A maggio il parlamento tedesco – Bundestag – ha approvato un nuovo disegno di legge: i legislatori tedeschi hanno approvato un possibile esproprio delle società energetiche. Ciò potrebbe consentire al governo di Berlino di mettere le società energetiche sotto amministrazione fiduciaria se non possono più svolgere i loro compiti e se la sicurezza dell’approvvigionamento è a rischio. Secondo REUTERS, la legge rinnovata – che deve ancora passare alla camera alta del parlamento – potrebbe essere applicata per la prima volta se non si trova una soluzione sulla proprietà della raffineria di petrolio PCK Refinery a Schwedt/Oder (Germania dell’Est), che ha come azionista di maggioranza la Rosneft, di proprietà statale russa.

Sembra che l’Europa e l’America confischeranno gli investimenti russi nei loro paesi e venderanno (o faranno confiscare alla Russia) gli investimenti dei paesi NATO in Russia. Ciò significa uno svincolo dell’economia russa dall’Occidente e un legame più stretto con la Cina, che sembra la prossima economia ad essere sanzionata dalla NATO poiché diventa un’Organizzazione del Trattato del Pacifico orientale che coinvolge l’Europa in questo confronto nel Mar Cinese.

Sarei sorpreso se la Russia riprendesse a vendere petrolio e gas all’Europa senza essere rimborsata per ciò che l’Europa (e anche gli Stati Uniti) ha sequestrato. Questa richiesta aiuterebbe a esercitare pressioni europee sugli Stati Uniti affinché restituiscano i 300 miliardi di dollari di riserve estere che hanno sequestrato.

Ma anche dopo un simile accordo di restituzione e riparazione, sembra improbabile che il commercio riprenda. Si è verificato un cambiamento di fase, un cambiamento nella consapevolezza di come il mondo si stia dividendo sotto gli attacchi diplomatici degli Stati Uniti contro alleati e avversari allo stesso modo.

La mia domanda sarebbe: il socialismo è un argomento importante nel tuo nuovo libro. Qual è la tua opinione su quelle misure “socialiste” prese ora da un paese capitalista come la Germania?

Un secolo fa, ci si aspettava che la “fase finale” del capitalismo industriale fosse il socialismo. C’erano molti diversi tipi di socialismo: socialismo di stato, socialismo marxista, socialismo cristiano, socialismo anarchico, socialismo libertario. Ma ciò che accadde dopo la prima guerra mondiale fu l’antitesi del socialismo. Era il capitalismo finanziario e un capitalismo finanziario militarizzato.

Il denominatore comune di tutti i movimenti socialisti, da destra a sinistra dello spettro politico, era una maggiore spesa per le infrastrutture del governo. La transizione al socialismo è stata guidata (negli Stati Uniti e in Germania) dallo stesso capitalismo industriale, che cercava di ridurre al minimo il costo della vita (e quindi il salario di sussistenza di base) e il costo delle attività economiche mediante investimenti del governo in infrastrutture di base, i cui servizi dovevano essere forniti gratuitamente, o almeno a prezzi agevolati.

Tale obiettivo eviterebbe che i servizi di base diventino opportunità di affitto monopolistico. L’antitesi era la dottrina Thatcher-neoliberista della privatizzazione. I governi hanno consegnato servizi di pubblica utilità a investitori privati. Le società sono state acquistate a credito, aggiungendo interessi e altri oneri finanziari ai profitti e pagamenti alla direzione. Il risultato è stato quello di trasformare l’Europa e l’America neoliberali in economie ad alto costo incapaci di competere nei prezzi di produzione con paesi che perseguono politiche socialiste invece del neoliberismo finanziarizzato.

Questa opposizione nei sistemi economici è la chiave per comprendere la frattura globale del mondo di oggi.

In questo momento sono al centro dell’attenzione soprattutto petrolio e gas russi. Mosca richiede pagamenti solo in rublo e sta ampliando il proprio campo di acquirenti riempiendolo di Cina, India o Arabia Saudita. Ma sembra che gli acquirenti occidentali possano ancora pagare in Euro o Dollaro USA. Qual è la tua opinione su questa guerra in corso sulle risorse? Il Rublo sembra essere un vincitore.

Il rublo è certamente in aumento. Ma questo non rende la Russia un “vincitore” se la sua economia viene sconvolta dalle sanzioni che bloccano le proprie importazioni necessarie per il corretto funzionamento delle sue catene di approvvigionamento.

La Russia finirà per vincere se riuscirà a organizzare un programma di sostituzione delle importazioni industriali e a ricreare infrastrutture pubbliche per sostituire ciò che è stato privatizzato sotto la direzione degli Stati Uniti dagli Harvard Boys negli anni ’90.

Vediamo la fine del petrodollaro e l’ascesa di una nuova architettura finanziaria in Oriente accompagnata da un rafforzamento dei BRICS e dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (SCO)?

Ci saranno ancora petrodollari, ma anche una varietà di blocchi dell’area valutaria mentre il mondo de-dollarizza i suoi accordi internazionali di commercio e investimento. Alla fine di maggio, il ministro degli Esteri Lavrov ha affermato che l’Arabia Saudita e l’Argentina vogliono unirsi ai BRICS. Come ha recentemente osservato Pepe Escobar, BRICS+ potrebbe espandersi per includere il MERCOSUR e la Comunità di sviluppo sudafricana (SADC).

Questi accordi probabilmente richiederanno un’alternativa non statunitense al FMI per creare credito e fornire un veicolo per le riserve ufficiali in valuta estera per i paesi non NATO. Il FMI sopravviverà ancora per imporre l’austerità ai paesi satelliti degli Stati Uniti, sovvenzionando la fuga di capitali dai paesi del Sud del mondo e creando DSP per finanziare le spese militari statunitensi all’estero.

L’estate 2022 sarà un banco di prova poiché i paesi del Sud del mondo subiranno una crisi della bilancia dei pagamenti a causa dell’aumento del deficit petrolifero e alimentare insieme ai maggiori costi in valuta nazionale per sostenere i loro debiti in dollari esteri. Il FMI potrebbe offrire loro nuovi DSP per pagare gli obbligazionisti in dollari USA per mantenere viva l’illusione della solvibilità. Ma i paesi SCO possono offrire petrolio e cibo – i paesi IF danno garanzie di ripagare il credito ripudiando i loro debiti in dollari con l’Occidente.

Questa diplomazia finanziaria promette di introdurre “tempi interessanti”.

Nella tua recente intervista a Michael Welch ( “Crisi accidentale?” ) fai un’analisi specifica sull’attualità della guerra Ucraina/Russia: “La guerra non è contro la Russia. La guerra non è contro l’Ucraina. La guerra è contro l’Europa e la Germania”. Potresti per favore approfondire?

Come ho spiegato sopra, le sanzioni commerciali e finanziarie degli Stati Uniti stanno bloccando in Germania la dipendenza dalle esportazioni statunitensi di GNL e dall’acquisto di armi militari statunitensi per potenziare la NATO nell’autorità di governo europea de facto.

L’effetto è quello di distruggere ogni speranza europea di guadagni reciproci di scambi e investimenti con la Russia. Si sta trasformando nel partner junior (molto junior) nelle sue nuove relazioni commerciali e di investimento con gli Stati Uniti sempre più protezionisti e nazionalisti.

Il vero problema per gli Stati Uniti sembra essere questo: “L’unico modo per mantenere la prosperità se non puoi crearla in casa è ottenerla dall’estero”. Qual è la strategia di Washington?

Il mio libro Super Imperialismo ha spiegato come, negli ultimi 50 anni, da quando gli Stati Uniti hanno abbandonato l’oro nell’agosto 1971, lo standard del Treasury Bill ha dato agli Stati Uniti un passaggio gratuito a spese estere. Le banche centrali estere hanno riciclato il loro afflusso di dollari derivante dal disavanzo della bilancia dei pagamenti statunitense in prestiti al Tesoro statunitense, ovvero per acquistare titoli del Tesoro USA per detenere i propri risparmi. Questo accordo ha consentito agli Stati Uniti di intraprendere spese militari straniere per le sue quasi 800 basi militari intorno all’Eurasia senza dover svalutare il dollaro o tassare i propri cittadini. Il costo è stato sostenuto dai paesi le cui banche centrali hanno accumulato prestiti in dollari al Tesoro degli Stati Uniti.

Ma ora che è diventato pericoloso per i paesi detenere depositi bancari statunitensi o titoli di stato o investimenti denominati in dollari se “minacciano” di difendere i propri interessi economici o se le loro politiche divergono da quelle dettate dai diplomatici statunitensi, come può l’America continuare a fare “un giro” gratis?

In effetti, come può importare materiali di base dalla Russia per riempire parti della sua catena di approvvigionamento industriale ed economica che è stata scomposta dalle sanzioni?

Questa è la sfida per la politica estera degli Stati Uniti. In un modo o nell’altro, mira a tassare l’Europa e trasformare altri paesi in satelliti economici. Lo sfruttamento potrebbe non essere così palese come l’accaparramento da parte degli Stati Uniti delle riserve ufficiali venezuelane, afghane e russe. È probabile che implichi la riduzione dell’autosufficienza straniera per costringere altri paesi alla dipendenza economica dagli Stati Uniti, in modo che gli Stati Uniti possano minacciare questi paesi con sanzioni dirompenti se cercano di porre i propri interessi nazionali su ciò che i diplomatici statunitensi vogliono che facciano .

In che modo tutto ciò influenzerà la bilancia dei pagamenti dell’Europa occidentale (Germania / Francia / Italia) e quindi il tasso di cambio dell’euro rispetto al dollaro? E perché pensi che l’Unione Europea sia sulla buona strada per diventare il nuovo “Panama, Porto Rico e Liberia”?

L’euro è già una valuta satellite degli Stati Uniti. I suoi paesi membri non possono gestire deficit di bilancio interno per far fronte alla prossima depressione inflazionistica derivante dalle sanzioni sponsorizzate dagli Stati Uniti e dalla conseguente frattura globale.

La chiave si sta rivelando una dipendenza militare. Questa è la “condivisione dei costi” per la Guerra Fredda 2.0 sponsorizzata dagli Stati Uniti. Questa condivisione dei costi è ciò che ha portato i diplomatici statunitensi a rendersi conto che devono controllare la politica interna europea per impedire alle popolazioni e alle imprese di agire nel proprio interesse. La loro stretta economica è un “danno collaterale” alla Nuova Guerra Fredda di oggi.

Un filosofo svizzero ha scritto un saggio critico a metà marzo per il quotidiano socialista tedesco “Neues Deutschland”, ex testata giornalistica del governo della RDT. La signora Tove Soiland ha criticato la sinistra internazionale per i comportamenti attuali riguardo alla crisi ucraina e alla gestione del covid. La sinistra, dice, è troppo pro-governo/stato autoritario – e quindi copia i metodi dei tradizionali partiti di destra. Condividi questo punto di vista? O è troppo duro?

Come risponderesti a questa domanda , esp. per quanto riguarda la tesi del tuo nuovo libro: “… la via alternativa è in larga misura il capitalismo industriale a economia mista che porta al socialismo…”.

Il Dipartimento di Stato e il “potente Wurlitzer” della CIA si sono concentrati sull’acquisizione del controllo dei partiti socialdemocratici e laburisti europei, anticipando che la grande minaccia per il capitalismo finanziario incentrato sugli Stati Uniti sarà il socialismo. Ciò ha incluso le parti “verdi”, al punto che la loro pretesa di opporsi al riscaldamento globale si è rivelata ipocrita alla luce della vasta impronta di carbonio e dell’inquinamento della guerra militare della NATO in Ucraina e delle relative esercitazioni aeree e navali. Non puoi essere favorevole all’ambiente e alla guerra allo stesso tempo!

Ciò ha lasciato i partiti nazionalisti di destra meno influenzati dalle ingerenze politiche statunitensi. È da lì che viene l’opposizione alla NATO, come in Francia e in Ungheria.

E negli stessi Stati Uniti, gli unici voti contrari al nuovo contributo di 30 miliardi di dollari alla spesa militare contro la Russia sono arrivati ​​dai repubblicani. L’intera “squadra” del Partito Democratico di “sinistra” ha votato per la spesa bellica.

I partiti socialdemocratici sono fondamentalmente partiti borghesi i cui sostenitori sperano di salire nella classe rentier, o almeno di diventare investitori azionari e obbligazionari in miniatura. Il risultato è che il neoliberismo è stato guidato da Tony Blair in Gran Bretagna e dai suoi omologhi in altri paesi. Discuto di questo allineamento politico in The Destiny of Civilization.

I propagandisti statunitensi chiamano “autocratici” i governi che mantengono i monopoli naturali come servizi di pubblica utilità. Essere “democratici” significa lasciare che le aziende statunitensi abbiano il controllo di queste vette, essendo “libere” dalla regolamentazione del governo e dalla tassazione del capitale finanziario. Quindi “sinistra” e “destra”, “democrazia” e “autocrazia” sono diventati un vocabolario orwelliano sponsorizzato dall’oligarchia americana (che eufemizza come “democrazia”).

La guerra in Ucraina potrebbe essere un punto di riferimento per mostrare una nuova mappa geopolitica nel mondo? O il neoliberista Nuovo Ordine Mondiale è in ascesa? Come lo vedi?

Come ho risposto alla tua prima domanda, il mondo viene diviso in due parti. Il conflitto non è solo nazionale dell’Occidente contro l’Oriente, ma è un conflitto di sistemi economici: capitalismo finanziario predatorio contro il socialismo industriale che mira all’autosufficienza per l’Eurasia e la SCO.

I paesi non allineati non sono stati in grado di “fare da soli” negli anni ’70 perché mancavano di una massa critica per produrre il proprio cibo, energia e materie prime. Ma ora che gli Stati Uniti hanno deindustrializzato la propria economia e esternalizzato la produzione in Asia, questi paesi hanno la possibilità di non rimanere dipendenti dalla diplomazia del dollaro USA.

FONTE: https://www.acro-polis.it/2022/07/09/lucraina-e-un-trojan-per-la-dipendenza-della-germania-dagli-stati-uniti/

su Michael Hudson: https://www.acro-polis.it/author/michael-hudson/

GUERRA IN UCRAINA E NUOVO ORDINE MONDIALE: Gli effetti nell’economia, nella finanza, nelle relazioni internazionali (III° Parte)

GUERRA IN UCRAINA E NUOVO ORDINE MONDIALE

Gli effetti nell’economia, nella finanza, nelle relazioni internazionali

Terza parte atti del seminario

(QUI la prima e la seconda parte degli atti già pubblicati)

di Raffaele Picarelli

Inflazione, alti tassi, recessione

Il 31 maggio scorso i dati preliminari di Eurostat hanno mostrato che l’indice dei prezzi al consumo nell’Eurozona è salito all’ 8,1% su base annua, dal 7,4% di aprile, ben al di sopra del “consenso” degli analisti che era di un aumento del 7,7%.

In Germania l’inflazione a maggio ha toccato il 7,9% anno su anno come ai tempi della crisi petrolifera del 1973, in Spagna ha registrato un aumento dell’8,7%.

In Italia, dopo il lieve rallentamento di aprile, l’inflazione è tornata ad accelerare in maggio, portandosi al 6,9% anno su anno, un livello che non si registrava dal 1986.

In USA in aprile l’inflazione era all’8,3%. In maggio è cresciuta all’8,6%, nuovo massimo dal dicembre del 1981. Biden: “I nuovi dati dimostrano il perché l’inflazione è la mia priorità […]. I rialzi dei prezzi causati da Vladimir Putin hanno colpito duramente in maggio […]. Faremo il possibile per ridurre i prezzi.” (“Il Sole – 24 Ore” dell’11 giugno). Non c’è limite alla menzogna e alla spudoratezza! Le cause dell’inflazione sono varie e, si è detto, anteriori all’attuale conflitto in Ucraina, anche se la guerra, in alcuni casi, ha funzionato da acceleratore: prezzi energetici, rottura delle catene di approvvigionamento di materie prime, semilavorati e merci, “rarità” di alcune materie prime.

“Bisogna dare uno sguardo ai cambiamenti in atto. Il primo riguarda la globalizzazione: […] dopo aver […] guidato il mondo dagli anni ’80, si sta bruscamente invertendo. Ormai la maggior parte delle aziende ha capito che tenere catene globali delle forniture troppo lunghe rappresenta un rischio. Basta una pandemia, un porto chiuso o un conflitto che non arriva più nulla. Tanti stanno dunque accorciando le catene. O intendono farlo. Questo terrà alta l’inflazione. Stesso discorso per le materie prime: improvvisamente ci si accorge quanto siano scarse e dislocate nelle parti più instabili […]. Il 44% del palladio globale arriva dalla Russia. Idem per oltre il 16-17% del gas naturale e dei fertilizzanti. Scarsità, in economia, significa rincari. Prezzi alti. Insomma: inflazione […]. L’inflazione è diventata strutturale.” (M. Longo ne “Il Sole – 24 Ore” del 13 giugno). E ancora: “Per anni le aziende hanno aumentato i margini pur in un’economia stagnante, perché potevano tagliare i costi. Riuscivano a farlo perché potevano allungare le “supply chain” e sfruttare la manodopera dove il costo del lavoro era basso, oppure perché potevano usare materie prime anche di scarsa sostenibilità ambientale da qualche parte del mondo. Nessuno lo sapeva.” (R. Almeida di Mfs Investment Management, ibidem).

Ora tutto questo (sfruttamento selvaggio del lavoro, devastazione ambientale ecc) è più difficile. Allora “i costi salgono. E l’accorciamento delle catene globali fa il resto.” E “la domanda è: chi pagherà questi maggiori costi industriali? Le aziende riducendo i margini oppure i consumatori con prezzi più alti?” (Ibidem).

Un’analisi dell’ufficio studi di Intesa Sanpaolo (risalente a fine marzo) dimostra che oggi, in Europa, il balzo dei prezzi è in gran parte causato dall’energia. Prendendo come punto di partenza il maggio 2018, quando l’indice dei prezzi in Eurozona raggiunse l’obiettivo della BCE del 2%, Intesa Sanpaolo ha calcolato da cosa “è stata causata l’extra inflazione di oggi [fine marzo]. Si tratta di 3,9 punti percentuali in più [ora l’inflazione ufficiale è ancora più alta di almeno un punto]. Due terzi sono dovuti proprio alla componente energetica. E un’altra fetta importante (0,8 punti su 3,9) va cercata nel settore alimentare, anch’esso in gran parte gravato dai maggiori costi dell’energia e dei fertilizzanti. Insomma: senza il petrolio e il gas alle stelle, in Eurozona l’inflazione sarebbe ben più bassa.” (M. Longo, “Il Sole – 24 Ore” del 31 marzo).

Diversa la situazione in USA dove la componente energia ha causato solo un terzo del rincaro, mentre la parte più pesante è costituita dai rincari da domanda per consumi.

Di alcuni fattori che rendono strutturale il carovita abbiamo già trattato. La deglobalizzazione, è utile ribadirlo, è uno di questi. Il rischio di filiere produttive lunghe e globali concerne settori sensibili come i semiconduttori, l’energia, i prodotti farmaceutici, ed è opinione diffusa che. principalmente in questi settori, avverrà un rimpatrio delle produzioni (reshoring). E questo farà salire i prezzi. Altro fenomeno inflattivo è la transizione energetica: almeno per un certo lasso di tempo la transizione produce un aumento dei prezzi.

Giordano Lombardo della casa d’investimento Plenisfer, in un’intervista del 7 aprile scorso al giornale confindustriale dichiarava: “In un mondo che va verso una nuova divisione in blocchi è inevitabile che aumenti il potere geopolitico e negoziale di Paesi non allineati con il blocco occidentale ma fondamentali per l’approvvigionamento di materie prime. [E quindi aumentino i prezzi]”. In una realtà fatta “di blocchi antagonisti, uno guidato dalla Cina [e dalla Russia] e uno dall’Occidente, le supply chain (le catene di approvvigionamento) si devono accorciare. Ma […] questo farà salire l’inflazione”. Per il fattore inflattivo rappresentato dalla transizione energetica, il problema è che “da anni è in corso un deciso calo degli investimenti in tutti i combustibili fossili. Peccato che oggi proprio questi combustibili rappresentino ancora l’80% del fabbisogno energetico globale. Si stima che per soddisfarlo con altre fonti, bisognerebbe moltiplicare per tre l’energia nucleare esistente oggi, oppure per cinque quella solare, oppure per 10 quella eolica. Nel breve periodo è impossibile che queste fonti rinnovabili riescano a soddisfare le necessità”(Ibidem).

Allora, dato che in Europa l’inflazione non è da consumi ma quasi interamente causata da rincari eccezionali delle materie prime (accelerati, talora, dal conflitto in corso), si tratta di un’inflazione da costi, un’ “inflazione importata”. Essa riduce gli investimenti perché non sempre si è in grado di trasferire in tutto, ma anche in parte, l’aumento dei costi (prezzi di produzione) sul prezzo finale dei beni e dei servizi. E se questo avviene, l’inflazione riduce il potere d’acquisto dei ceti deboli, dei lavoratori a reddito fisso, dei pensionati, dei piccoli risparmiatori.

Scrive Luca Mezzomo, economista di Intesa Sanpaolo: “Quando l’inflazione dipende dal rincaro dell’energia e delle materie prime, si distruggono i consumi”. Inoltre, le politiche delle banche centrali sono poco efficaci quando l’inflazione è causata da energia e materie prime: per quanto alzino i tassi, i prezzi di petrolio e gas restano elevati. L’unica cosa che possono fare è causare una “devastante” recessione: diminuendo drasticamente i consumi, crolla la domanda di energia e materie prime e quindi, piano piano, anche i prezzi calano. Tutto questo processo, con conseguente aumento dei tassi, accade, non dimentichiamolo, in una fase di contrazione dell’economia europea e globale.

Ma “in Europa i salari non stanno salendo” e se aumenti ci saranno “non saranno elevati […]. Oggi invece l’occupazione è ben diversa: tanti lavoratori sono precari, a tempo determinato, impiegati nella gig economy e in generale meno sindacalizzati” (“II Sole – 24 Ore” cit.).

L’inflazione da costi è per definizione un massacro sociale.

Lo è direttamente perché distrugge redditi e consumi e, in certa misura, cioè nella misura in cui le aziende non riescono a trasferirla sui prezzi finali, anche gli investimenti. I più colpiti sono naturalmente i gruppi sociali più fragili.

Lo è indirettamente, con l’aumento dei tassi di interesse praticato dalle banche centrali e, a cascata, da tutto il sistema creditizio.

Questo aumento se, come si è detto, è vano direttamente contro l’inflazione importata, fa crollare più o meno rapidamente tutti i consumi (perché tende a propagarsi a tutti settori) e anche la domanda di energia e materie prime.

Quindi i prezzi cadono proprio attraverso e a causa di un massacro sociale.

Da qui il passo verso la recessione (forse attraverso una fase di stagflazione) è breve.

Le “stazioni” di tale massacro (riduzione del potere d’acquisto, impoverimento soprattutto dei ceti deboli, svalorizzazione dei risparmi e degli asset, liquidazione degli ultimi brandelli di welfare, disoccupazione, riduzione ulteriore degli investimenti, ulteriore disoccupazione, etc.), hanno anche un contraltare positivo per i governi molto indebitati: il debito pubblico (anche quello privato) con l’inflazione si svaluta.

A fronte di tutto questo, in Italia e non solo, i ceti popolari non hanno nessun valido strumento di protezione e recupero. Ma di ciò parleremo più avanti.

La dinamica dell’adozione dei tassi e delle condizioni finanziarie più restrittive

Il 10 giugno scorso la presidente Christine Lagarde ha anticipato gli aumenti dei prossimi mesi, “rebus sic stantibus”. Il 1 luglio terminerà il programma APP di acquisti netti di titoli pubblici da parte della BCE; il 21 luglio, alla prossima riunione del Consiglio della BCE, i tassi di riferimento saliranno dello 0,25% e di un altro 0,25 o 0,50% (a seconda dell’inflazione) alla riunione successiva dell’8 settembre.

Mercoledì 15 giugno la Federal Reserve ha deciso di alzare i tassi di 75 punti base (0,75%). È la prima volta dal novembre 1994 che un rialzo è così forte. E ulteriori consistenti rialzi sono previsti nei prossimi mesi.

Le borse mondiali hanno reagito con pesanti perdite, e titoli pubblici e corporate bond hanno visto aumentare in modo rilevante i rendimenti e scendere altrettanto cospicuamente i prezzi.

L’aumento dei tassi e la conseguente caduta della domanda non piace a Confindustria perché, in prospettiva, aumenta i costi di produzione e affievolisce le vendite. Per Carlo Bonomi l’aumento dei tassi della BCE “non è la soluzione per controllare l’inflazione […]. Il Paese è fermo, e abbiamo un debito pubblico enorme. Capisco che si debba controllare l’inflazione. Ma con il rialzo dei tassi avremo sicuramente dei problemi” (“Il sole-24 ore” 11 giugno).

Di fronte a possibili rivendicazioni salariali, il fuoco di sbarramento è la richiesta di soldi pubblici per il taglio del cuneo fiscale e contributivo.

Alla luce di quanto detto finora è semplicemente inconcepibile che un’inflazione da costi diventi, sic et simpliciter, un’ inflazione da domanda. Eppure la parola d’ordine in questi tempi del governo e della Banca d’Italia é di “non disancorare” l’inflazione e impedire la spirale prezzi-salari. Se i salari sono fermi, se non esistono meccanismi di indicizzazione e recupero, tali affermazioni surreali e spudorate che senso hanno? Hanno il senso di un fuoco di sbarramento contro ogni futura, possibile richiesta salariale.

E’ una menzogna, nella situazione attuale, evocare la spirale prezzi-salari. Nelle “Considerazioni finali” del 31 maggio scorso, il Governatore della Banca d’Italia Visco ammette che se è concepibile una spirale prezzi-salari in USA ove esiste un’inflazione da domanda, nell’area euro “la dinamica delle retribuzioni è sinora rimasta moderata”. Ciò nonostante, le richieste di adeguamenti salariali sarebbero accettabili solo se si risolvessero “in aumenti una tantum [perché in tal caso] il rischio di un circolo vizioso tra inflazione e crescita salariale sarebbe ridotto”. Anziché ad una “vana rincorsa tra prezzi e salari”, ci ricorda Visco, bisogna mettere mano alla produttività.

Il governo Draghi, in stretta assonanza, ribadisce il salvifico appello: “Sindacati, imprese e governo lavorino insieme”.

Indice IPCA / massacro sociale / un cenno ancora al gas

È giunto ora il momento di affrontare la questione dell’indice IPCA e della contrattazione collettiva. Ho presente al riguardo la pubblicazione online della collana “ADAPT – Scuola di alta formazione in relazioni industriali e di lavoro, numero del 2013”. La collana è (o almeno era) diretta da Michele Tiraboschi e si ispirava ad Ezio Tarantelli. Il paragrafo che ci interessa reca appunto il titolo “Indice IPCA e contrattazione collettiva”.

Vi leggiamo: “Le crisi petrolifere del 1973-74 e del 1979-1980 hanno restituito all’Italia degli anni Ottanta un’inflazione galoppante, contrastata dagli interventi di politica dei redditi studiati dal professor Ezio Tarantelli (lodo Scotti e decreto di San Valentino), volti ad arrestare la spirale prezzi-salari-prezzi e ridurre l’inflazione giocando una politica salariale d’anticipo in grado di programmare gli aumenti retributivi in linea con l’inflazione attesa”.

Si legge inoltre che, nel Protocollo sulla politica dei redditi e dell’occupazione e sugli assetti contrattuali del 1993, le parti sociali “abbandonarono definitivamente il meccanismo della scala mobile, concordando l’utilizzo dell’inflazione programmata nel primo livello di contrattazione e garantendo, quale elemento di tutela del potere d’acquisto dei lavoratori, il recupero dello scostamento tra inflazione programmata ed effettiva.

Al secondo livello di contrattazione spettava invece la regolazione delle retribuzioni sulla base dei risultati di produttività e redditività aziendale”.

Questo meccanismo ha funzionato fino al 2009, allorché, con l’Accordo Quadro sulla riforma degli assetti contrattuali, “governo e parti sociali hanno stabilito un nuovo indice previsionale di inflazione: l’indice dei prezzi al consumo armonizzato per i Paesi dell’Unione Europea (IPCA) depurato della dinamica dei prezzi dei beni energetici importati. L’elaborazione è stata affidata ad un soggetto terzo, identificato […] a partire dal 2011 […] nell’Istat”.

L’IPCA è una delle innovazioni più note dell’Accordo del 2009, (la Cgil non aderì denunciando la minore protezione fornita da questo indice al potere d’acquisto dei salari).

“L’Accordo ha confermato il sistema di salvaguardia del potere d’acquisto [?!] attraverso la verifica di eventuali scostamenti tra l’inflazione prevista [non più programmata] e quella reale effettivamente osservata”.

Quindi, tale indice istituzionalmente non contiene l’inflazione importata. I meccanismi dell’inflazione programmata prima e dell’inflazione prevista poi, prevedono recuperi degli altri tipi di inflazione ex post e solo in parte con l’inevitabile effetto che una parte del salario è sottratta ai lavoratori.

Se l’inflazione prevista non contempla, come non contempla, l’inflazione importata, quale strumento di difesa rimane ai lavoratori?

I rinnovi contrattuali che sono lenti, farraginosi, sempre rinviati.

Leggiamo su “Il Fatto Quotidiano” del 4 giugno scorso: “Quasi sette milioni di lavoratori italiani sono in attesa del rinnovo del contratto nazionale. Per dirla meglio, quasi sette milioni di persone aspettano un aumento in busta paga che permetta quantomeno di far fronte ai rincari. Non è tutto: oltre a questi, tanti altri lavoratori hanno ottenuto di recente il rinnovo, ma non ancorato all’inflazione [ora al 6,9%]. […]. Una serie di trattative sono in corso, ma di solito si ragiona prendendo come riferimento l’indice IPCA che non tiene conto dei rincari energetici importati […]. A marzo 2022, secondo l’Istat, il tempo medio di rinnovo dei contratti scaduti risulta pari a 30,8 mesi”.

Dall’abolizione della scala mobile, avviata con il referendum del 1985, i salari hanno molto perduto. La situazione si è aggravata negli ultimi trent’anni (è del 23 luglio 1993, abbiamo visto, il primo accordo interconfederale post scala mobile).

La massa salariale è scemata in modo esponenziale. l’Istat prevede che quest’anno il potere d’acquisto delle famiglie calerà almeno del 5% (la valutazione è benevola).

Secondo l’OCSE, l’Italia è l’unico Paese sviluppato nel quale durante gli ultimi trent’anni i salari sono calati del 3%, mentre in Germania sono aumentati del 34%, in Francia del 31% e in Spagna del 6% (Grafico 1).

Grafico 1: dinamica degli stipendi nei Paesi Ocse fra il 1990 e il 2020. Fonte Ocse

In conclusione, il governo e le elites dei gruppi capitalistici dominanti italiani ed europei (oltre gli USA) che hanno alimentato il carovita prima della guerra in Ucraina, e lo hanno incrementato con le loro politiche guerrafondaie e sanzionatorie nel corso del conflitto, stanno scaricando, e hanno in progetto di continuare a scaricare in futuro, tutto il peso della crisi sui subalterni, sulle masse popolari, le quali non dispongono in Italia (e non solo), di adeguati strumenti di difesa e di soggetti sociali e politici che abbiano la volontà e/o i mezzi per sostenerli.

Inflazione, riarmo, politiche monetarie restrittive, stagflazione, incipiente recessione (in alcuni paesi, esempio Regno Unito, già cruda realtà), disoccupazione, erosione dei risparmi, sostanziale estinzione dei pochi residui di welfare, è questo il quadro d’insieme che abbiamo davanti.

Solo un’ampia mobilitazione di massa dei lavoratori e dei pensionati contro il carovita e la guerra, per la difesa dei salari e delle pensioni, per il lavoro, può contrastare la deriva alla quale UE ed USA hanno condannato gran parte dei loro popoli.

Abbiamo precedentemente affrontato le dinamiche dei prezzi energetici e della loro riferibilità, se non in termini assai parziali, al conflitto in corso in Ucraina.

Dedichiamo ora un cenno al caso degli ultimi giorni del prezzo del gas e alle parziali sospensioni della sua erogazione, da parte di Gazprom, a Germania e Italia (totale la sospensione del poco gas erogato alla Francia).

Nelle ultime settimane l’UE ha proposto il piano REPower EU (confronta sopra) di chiusura strategica all’apporto del gas russo alle sue economie, ha stipulato accordi con l’Algeria per la fornitura di gas a parziale copertura di quello russo (gas che l’Algeria ha potuto fornire perché, per ragioni legate ai suoi rapporti bilaterali con la Spagna per la questione del Sahara Occidentale, lo ha completamente sottratto a quest’ultima). Sono stati stipulati accordi tra UE, Israele ed Egitto per la fornitura di GNL, trasformato dall’Egitto, ed arbitrariamente estratto come gas naturale da Israele nel Mediterraneo, senza intesa alcuna con altri Stati, come il Libano, che ne rivendicano pure la propria giurisdizione.

Tale accordo prelude a un ridisegno dell’area mediorientale con l’emarginazione definitiva di Libano e Siria dai grandi movimenti e interessi d’area e con l’allineamento, pressoché completo, (e questo è un fatto nuovo) delle politiche dell’UE e degli USA anche relativamente alla questione palestinese (a quando il riconoscimento di Gerusalemme capitale da parte della burocrazia di Bruxelles?).

È nota poi l’estensione della ricerca di fonti di approvvigionamento alternativo dell’UE a paesi africani e all’Azerbaigian.

Non si può sottacere inoltre che la Germania ha espropriato “Gazprom Germania”, nodo distributivo e finanziario importante di Gazprom nella diramazione del gas in Germania (e non solo).

L’UE ha varato, si è visto, la sesta tornata di sanzioni alla Russia per il petrolio e i prodotti petroliferi.

Dopo tutto questo, si attendeva dall’Occidente che tutto continuasse come prima da parte della Russia, in modo da permettere all’Occidente stesso di completare, in tempo utile per l’inverno, le operazioni di stoccaggio con il gas russo! Sembrano le pretese di un bambino prepotente che sottrae i giocattoli, tutti i giocattoli, a un altro bambino e vuole continuare, col consenso di quest’ultimo, a giocare con lui.

Inflazione e recessione: il caso emblematico dell’Inghilterra

All’inizio dell’anno la banconota britannica era ai massimi degli ultimi anni sull’euro. Nel giro di poche settimane la sterlina è di nuovo nel ciclone e sta perdendo rapidamente posizioni contro euro e dollaro. Ora il Pound è definito “il malato del mondo” tra le valute. Ha subito un calo del 10% sull’euro in tre mesi.

È una flessione molto rapida che si spiega con una scommessa al ribasso sul Paese: gli hedge fund hanno cambiato posizione sulla sterlina. I dati del mercato dei future statunitensi mostrano che i fondi speculativi hanno iniziato a scommettere contro la sterlina: una scommessa che ora vale quasi 5 miliardi di dollari.

Poco prima dell’inizio della guerra, il 24 febbraio, i dati della “Commodity Futures Trading Commission” hanno mostrato che i fondi detenevano una piccola posizione lunga scadenza sulla sterlina e la stessa valuta veniva scambiata a 1,4 sul dollaro. Nove settimane dopo, i fondi sono short (corti) in sterline per un totale di circa 59 mila contratti: è la più grande scommessa contro la sterlina da tempo.

La giravolta degli hadge fund è conseguenza dell’imminente recessione economica. La Banca d’Inghilterra teme una “apocalisse” economica nel 2022. Scrive ”Il Sole – 24 Ore” del 25 maggio: “Sono gli effetti del mondo post covid, che ha visto l’inflazione salire; e della guerra in Ucraina che ha dato una mazzata al costo dell’energia. Il costo della vita sta salendo a ritmi insostenibili: l’inflazione è attesa al 10% a fine anno, e i redditi delle famiglie sono erosi per pagare le bollette e gli affitti. Con meno consumi, in un’economia che vive di servizi, l’economia rallenta. Ecco che allora hedge fund fiutano la preda e [prendono] posizione. Il Regno Unito [che importa energia] ma anche molto cibo e semilavorati, ha fatto forza su accordi commerciali extra Ue per compensare le perdite del mercato unico. Accordi che finora hanno funzionato anche grazie una valuta forte. Per un paese importatore, significa potere d’acquisto. Ma con una sterlina debole […] diventa molto più costoso. E quindi, a cascata, ancora più inflazione e un’economia ancora più in difficoltà”.

E quindi ancora più vendite sulla valuta da parte dei fondi speculativi. Allora rialzo dei tassi e recessione.

Economia di guerra / armi / dollaro

L’Osservatorio del sulle spese militari italiane (Milex) – fondato nel 2016 con la collaborazione del Movimento Nonviolento, nell’ambito di attività della Rete italiana per il disarmo – il 16 marzo scorso riporta il voto a larghissima maggioranza (391 voti favorevoli su 421 presenti, 19 contrari) di un ordine del giorno collegato al decreto “Ucraina” proposto dalla Lega e sottoscritto da PD, FI, IV, M5S,e FdI. Il voto di tale odg impegna il governo ad avviare l’incremento delle spese per la “Difesa” verso il traguardo del 2% del Pil. Nella parte dispositiva del testo approvato, si legge che tale risultato dovrebbe essere raggiunto “predisponendo un sentiero di aumento stabile nel tempo, che garantisca al Paese una capacità di deterrenza e di protezione”. Mentre nell’immediato bisogna agire per “incrementare alla prima occasione utile il Fondo per le esigenze di difesa nazionale”. Ciò significherebbe, citando le cifre fornite dal ministro Guerini, passare da 25,8 miliardi l’anno attuali (68 milioni al giorno) ad almeno 38 miliardi l’anno (104 milioni al giorno).

L’indicazione di spese militari pari ad almeno il 2% del Pil in ambito Nato deriva da un accordo informale del 2006 dei Ministri della difesa dei Paesi membri dell’Alleanza atlantica, poi confermato e rilanciato al vertice dei Capi di Stato e di Governo del 2014 in Galles.

Era stato deciso che l’obiettivo dovesse essere raggiunto entro il 2024, con un 20% di spesa da destinare ad investimenti in nuovi sistemi d’arma.

La quota indicata del 2% del Pil non ha mai avuto una giustificazione specifica e di natura militare, cioè dettata da esigenze operative, ma è stata vista come spinta alla crescita della spesa. Accanto e oltre l’obiettivo del 2% dei paesi Nato, c’è un ulteriore fondo, “European Defence Fund” (Edf), per cofinanziare progetti transfrontalieri insieme ai bilanci nazionali.

L’Edf (cfr. “Il Fatto Quotidiano” del 26 maggio) ha il compito di assemblare le proposte della lobby delle armi di cui è espressione il Commissario europeo alla Difesa Thierry Breton.

“L’anno scorso Breton ha ufficialmente istituito un comitato di esperti in cui cura a porte chiuse i suoi rapporti personali con i giganti del business della guerra che ambiscono a spartirsi gli 8 miliardi stanziati dall’Edf dal 2021 al 2027”.

Al comitato partecipano 61 enti, la stragrande maggioranza produttori di armi. Tra questi l’italiana Leonardo, le francesi Thales e Safran, la spagnola Indra e Airbus, la società transeuropea con sede in Olanda.

Leonardo è tra i produttori di armi con cifre record per finanziamenti UE, spese di lobbyng ed export.

Nell’elenco dei primi 100 esportatori di armi al mondo, stilato nel dicembre 2021 dall’Istituto internazionale di ricerca sulla pace (Sipri) di Stoccolma, Leonardo occupa il 13º posto con vendite per un valore di 10,6 miliardi. In Europa è terza, alle spalle solo del britannica Bae Systems (22,7 miliardi) e della franco-tedesca Airbus (11,3 miliardi).

L’annunciato riarmo europeo (cfr. “Il Fatto Quotidiano” del 27 maggio), spingerà i Paesi a una ristrutturazione dell’industrie nazionali per sedersi al tavolo della futura Difesa comune, evitando duplicazioni nei programmi. Per questa ragione il governo sta mettendo a punto un “polo militare italiano”, secondo le parole di Giorgetti, ministro dello Sviluppo economico, che potrebbe passare dalla fusione tra Fincantieri e Leonardo.

Se la guerra darà impulso al progetto di Difesa europea bisognerà presentarsi con gruppi solidi e punti di forza di fronte ai concorrenti e in tale quadro va vista la liquidazione di Giuseppe Bono di Fincantieri, considerato un ostacolo all’operazione (era proprio quel Bono della cena con D’Alema, quest’ultimo scoperto a fare da mediatore per una commessa alla Colombia di armi di Leonardo e Fincantieri).

Germania e armi

“Quello che non è riuscito all’ex presidente USA Donald Trump”, (“Il Fatto” del 5 giugno scorso) ”è riuscito al democratico Joe Biden. La Germania pagherà. Comincerà col fondo straordinario di 100 miliardi di euro [da spendere in 3-4 anni] […] per ammodernare le forze armate tedesche […]. Gran parte di questi soldi verranno usati per comprare armi prodotte da aziende americane, a partire dagli F-35.”

Il Parlamento federale ha approvato il 3 giugno scorso la modifica della Costituzione necessaria per creare, con nuovo debito pubblico, il fondo di 100 miliardi annunciato dal cancelliere Scholz il 27 febbraio. E’ pure confermato l’impegno ad aumentare lo stanziamento annuale per la difesa al 2% del Pil, prodotto che nel 2021 ha superato 3.500 miliardi di euro (il doppio di quello italiano). Il che significa che raggiungere il 2% entro il 2024 vuol dire spendere quasi 17 miliardi in più all’anno. Ne è conseguita naturalmente una grande impennata delle quotazioni delle industrie tedesche di armi, in primis la Rheinmetall, colosso degli armamenti terrestri, e poi la Hensoldt, che produce sensori elettronici per i caccia Eurofighter.

Giulio Da Silva sul “Fatto” cit., ci spiega che appunto buona parte (dei 100 miliardi) verrà usata per armi statunitensi. La Germania in marzo ha deciso di comprare 35 cacciabombardieri F-35 prodotti dalla Lockheed, gli unici in grado di trasportare bombe atomiche. E intende comprare anche 60 elicotteri pesanti da trasporto prodotti dalla Boeing. Dagli USA verranno comprati anche missili della Raytheon.

Se l’80% degli stanziamenti tedeschi sarà mandato altrove (USA in particolare), il 60% delle armi già comprate dai Paesi UE tra il 2007 e 2016 è di provenienza USA (e Israele).

Regime militare USA e dollaro

Il Sipri (Istituto Internazionale di Ricerche per Pace di Stoccolma) ha calcolato che i primi 100 produttori di armi del mercato mondiale hanno totalizzato nel 2020 vendite per 531 miliardi di dollari. Mentre la spesa militare mondiale del 2021 ha superato per la prima volta i 2.000 miliardi, tenendo conto di tutte le voci ad esempio il personale (Grafico 2).

Grafico 2: andamento delle spese militari mondiali dal 1988 al 2021. Fonte Sipri

Sempre nel 2021 il Paese che ha speso di più sono stati gli USA (801 miliardi di dollari), seguiti da Cina (293 miliardi), India (76,6 miliardi), Regno Unito e Russia (Grafico 3).

Grafico 3: la spesa militare per Stato nel 2021. Fonte Sipri

Dati più recenti che tengono conto dell’incremento poderoso delle spese militari nel corso dell’attuale conflitto, proiettano la spesa USA non lontana da 1.000 miliardi nel 2022.

Le aziende statunitensi dominano, sono 41 tra le prime 100.

I dati elaborati dal Sipri sono riferiti al 2020 e solo ai ricavi nelle “armi e servizi militari”. Al primo posto c’è Lockheed Martin: 58,2 miliardi di dollari di ricavi su 65,4 del gruppo; al secondo Raytheon, si è visto primo produttore mondiale di missili, quali i noti Patriot. Produce anche gli Stinger e, con Lockheed, i Javelin anticarro forniti anche, e abbondantemente, all’Ucraina.

Terza è la Boeing, 32,1 miliardi di ricavi nella difesa (produce aerei da caccia e armi da rifornimento).

La prima europea è la britannica Bae Systems, sesta con 24 miliardi di ricavi nel settore delle armi. Di Leonardo abbiamo già detto.

La strategia, ormai quasi ottantennale degli USA, di “costruire nemici”, meglio se stabili e di lunga durata, è propria delle logiche di ogni Stato e regime militare. Serve a più scopi rimasti nel tempo abbastanza invariati.

In primo luogo è utile ai fini interni per compattare la popolazione e ottenere consenso all’azione del regime. L’adesione acritica diffusa, infantile, della gran parte dei nordamericani è “costruita”, direi scientificamente, utilizzando le più moderne tecnologie e un apparato vasto e complesso di personale e competenze permanentemente mobilitati allo scopo. Spesso collegati o addirittura emanazione della CIA e delle altre strutture simili (negli ultimi trent’anni soprattutto nell’est Europa sotto la veste esteriore di Ong).

In secondo luogo è basilare per la per la riproduzione capitalistica USA, cioè per quella parte di essa, assai importante, che si fonda sul complesso militar-industriale. Una spesa militare di quasi 1.000 miliardi all’anno destinata in misura rilevante a commesse verso le proprie aziende militari le quali grazie anche al trasferimento dell’innovazione tecnologica realizzata con fondi pubblici facilitano l’export di armamenti che risulta una voce di primo piano del Pil statunitense e della sua bilancia dei pagamenti (Grafico 4).

Grafico 4: i principali 10 Paesi esportatori di armamenti nel quinquennio 2017-21. Fonte: Sipri.

Qual è lo strumento che si è rivelato storicamente più efficace non solo per il predominio geopolitico, ma per la supremazia valutaria e finanziaria su scala planetaria?

È la forza, la forza militare, la preponderanza strategico-militare. Che è (o è stata) anche preponderanza tecnologico-scientifica.

La forza del dollaro, la possibilità per gli USA di ottenere “in perpetuo” il finanziamento del proprio cronico deficit esterno mediante l’uso dell’avanzo delle bilance dei pagamenti degli altri Stati, cioè con il risparmio mondiale, dipendono dalla (finora) grande affidabilità del dollaro e dall’enorme movimento di capitali planetari verso i porti della finanza americana. E tutto questo discende da varie cose, di cui una è essenziale: la primazia militare.

Per tale ragione le opposizioni – quale quella russa per interposta Ucraina – all’ormai longevo modello statunitense, destano reazioni viscerali e un’aspra volontà di annichilimento dell’oppositore, meglio se attraverso conflitti (degli altri) di lunga durata.

Quindi opporsi ai disegni guerrafondai degli USA, per interposta Nato e con l’assistenza ancillare dell’UE, è opporsi a quel modello e al conseguente signoraggio del dollaro.

Quale Russia?

Due mesi e mezzo fa (a 45 giorni dall’inizio delle ostilità) erano state valutate in più di 600 le multinazionali che si supponeva avessero deciso o annunciato di uscire in tutto o in parte dalla Russia. Nei settori più diversi, da petrolio e hamburger all’high tech, media e banche.

Secondo Jeffrey Sonnenfeld, dell’Università di Yale, gran parte delle imprese in uscita era statunitense ed europea con alcune rilevanti eccezioni asiatiche come Samsung e Toyota.

Del complesso delle aziende alcune si ritirarono (all’aprile scorso 250), altre sospesero le attività (257), altre si ridimensionarono (72), altre ancora presero tempo (99), rinviando gli investimenti. Secondo Sonnenfeld erano 194 i gruppi, per così dire, “arroccati” in Russia. Tra questi la conglomerata USA Koch Industries, Astra-Zeneca, J&J (“Il Sole – 24 Ore”del 9 aprile scorso).

Tra le italiane, l’ad (Amministratore Delegato) di Intesa San Paolo, Carlo Messina, ebbe a dichiarare in aprile che l’impatto sulla banca fosse “assolutamente gestibile”, mentre la presenza in Russia fosse ormai “in fase di revisione strategica”. Intesa “sin dall’inizio della crisi […] non ha perfezionato nuovi finanziamenti con controparti russe e bielorusse e ha interrotto le attività di investimento in strumenti finanziari”. L’esposizione complessiva di Intesa San Paolo verso la Russia era al momento di circa 5,1 miliardi di euro.

Più significativa era l’esposizione di Unicredit Russia (13,3 miliardi), presente al Forum di San Pietroburgo del 15-18 giugno (Spief) con Vadim Aparkhov, membro del consiglio di amministrazione della controllata russa AO Unicredit Bank.

Andrea Orcel, ad di Unicredit, nei giorni a ridosso del Forum, a proposito dell’attività della banca in Russia, ha dichiarato: “La nostra esposizione in Russia è stata gestita in modo razionale: l’abbiamo ridotta, ma svalutare il business non è corretto e non è nemmeno in linea con le sanzioni”. In sostanza Unicredit non intende svendere le sue attività in Russia.

L’ad di Enel, Francesco Starace, nei mesi scorsi a più riprese ebbe a dichiarare che il gruppo “non poteva avere un ulteriore crescita in Russia”, ove controlla tre impianti di generazione a ciclo combinato e due impianti eolici. Tutte le strade per lui “erano percorribili”.

Il 16 giugno scorso (cfr. “Il Sole – 24 Ore” del 17 giugno), prima energy company, Enel ha concluso un accordo di vendita di tutti gli asset in Russia. I compratori sono Lukoil (la più importante società petrolifera russa e una delle principali al mondo) e il Fondo privato di investimento Gazprombank-Frezia, non colpiti dalle sanzioni. Enel ha ceduto per 137 milioni di euro il 56,43% che deteneva di Enel Russia. L’operazione deve ancora ottenere il via libera della Commissione governativa russa per il monitoraggio degli investimenti esteri, autorizzazione che non dovrebbe mancare perché, ci spiega Starace, “i compratori hanno già avuto un via libera quando hanno rilevato le catene di distribuzione che la Shell ha venduto in Russia”.

Gli azionisti di riferimento di Lukoil, fino alle dimissioni in aprile di Alekperov, erano appunto Vagit Alekperov (28,30%) e Leonid Fedun (9,32%). Alekperov era un giovanissimo dirigente d’azienda sovietico, il quale, nella veloce transizione dei primi anni Novanta è diventato dirigente dell’azienda privatizzata e poi socio di riferimento della medesima. Le dimissioni, apparentemente per dissenso con l’ “operazione speciale” in Ucraina, per molti in Russia, sono stati un “escamotage” per salvare Lukoil in caso di esito infausto per la Russia della vicenda Ucraina (e per salvare Alekperov stesso). Non si può dire. Vedremo.

Senz’altro la cessione degli importanti asset dell’Enel in Russia è avvenuta a favore di soggetti privati, uno dei quali è un soggetto finanziario.

Per come si presenta, sembrerebbe un’operazione in continuità con il passato.

Un brevissimo cenno a Eni, la quale ha dichiarato di essere pronta a cedere le quote in Blue Stream (detenute con Gazprom). Fermiamoci qui.

La Duma, la Camera bassa del Parlamento russo, il 25 maggio scorso ha approvato una legge che consente al governo russo di nominare un nuovo management e di fatto espropriare le società (soprattutto USA, giapponesi ed europee) che hanno interrotto la loro attività nel paese, dopo l’inizio del conflitto in Ucraina, non per motivi economici ma “per sentimenti antirussi” (“Il Sole 24 – Ore” del 26 maggio).

Secondo la Yale School of Management, a fine maggio, sono 500 le società che hanno deciso di lasciare la Russia. Esse rappresentano il 63% delle aziende straniere presenti nel territorio russo prima della guerra, con quasi 40 mila dipendenti e un fatturato di circa 7,5 miliardi di euro. “La lista nera stilata da Mosca comprende decine di multinazionali della logistica, dell’industria energetica, delle tecnologie, dell’automotive, della grande distribuzione: da Maersk a Msc; da Shell a Bp; da Volkswagen-Porsche a Toyota, Volvo e Renault; da Apple a Microsoft a Ibm; da McDonald’s a Starbuks, Levi’s, Ikea [etc.]. Molte di queste hanno sospeso le operazioni, […] altre hanno abbandonato tutto, nonostante i notevoli investimenti” (ib.).

Il 25° International Economic Forum di San Pietroburgo (SPIEF)

Il 6 giugno scorso, in un messaggio agli organizzatori del Forum, il presidente Putin ha parlato dei settori industriali in difficoltà. Si tratta in primo luogo del settore automobilistico sul quale pesa (oltre la partenza di importanti case straniere come Renault e Volkswagen), la mancanza, a causa delle sanzioni, di componenti importate. Ciò costringerà le fabbriche a chiudere via via che le scorte si esauriranno. Anche l’industria siderurgica rischia “sostanziali tagli produttivi nel medio termine”.

Entro fine luglio il Governo, secondo una direttiva presidenziale, dovrà definire una nuova impostazione del budget federale per i prossimi anni, che miri a ridare slancio alla crescita.

Sono molte le domande che nascono di fronte alla genericità del progetto di espropriazione delle realtà industriali dei “paesi ostili” e all’altrettale genericità del “nuovo” budget federale. A chi andranno le industrie espropriate o acquistate? Saranno puramente e semplicemente privatizzate? Chi costruirà i loro progetti industriali? Il management proverrà dal bacino del modello economico putiniano dei decenni precedenti? Le aziende pubbliche e/o pubblicizzate che ruolo avranno nella Russia del post-conflitto?

L’intervento di Putin del 17 giugno scorso alla sessione plenaria del Forum, qualche risposta (non molte) l’ha data.

Dividiamo il suo intervento in due parti: quella dell’attacco (fondato e condivisibile) all’Occidente e quella progettuale.

“Gli Stati Uniti si consideravano l’emissario di dio sulla terra ma ora la Russia sta prendendo il proprio posto in un nuovo ordine mondiale le cui regole sono stabilite da Stati forti e sovrani […]. L’era dell’ordine mondiale unipolare fondato sullo strapotere degli USA è finita”.

“Nulla sarà come prima, nulla è eterno” dice poi il presidente della federazione russa. “Il blitzkrieg economico contro la Russia non è riuscito, non aveva alcuna possibilità di riuscire fin dall’inizio”. Ed ora danneggerà di più chi ha imposto le sanzioni “folli e insensate”, una spada a doppio taglio che potrebbe far perdere all’UE più di 400 miliardi di dollari.

“La Russia” prosegue, “non ha alcuna responsabilità” per la crisi economica e per un’inflazione in Occidente le cui radici, sottolinea, risalgono a prima del conflitto. “La Russia perseguirà l’obiettivo di inflazione al 4% […]”.

“Abbiamo sentito parlare tutti di inflazione putiniana […]. Io penso: ma chi ha ideato questa stupidaggine? Chi non sa né leggere né scrivere. Ecco tutto”.

E ancora: “L’UE ha perso la sua sovranità politica, adottando sanzioni che le si sono ritorte contro e i cui costi ricadranno sulle popolazioni […]. Hanno fatto tutto con le loro mani”.

Per l’Europa poi già si intravede “un aggravamento delle disparità, delle tensioni sociali, dei radicalismi […] e in prospettiva il cambio delle elites al potere”.

Passando alla seconda parte, Putin dichiara che la Russia è “pronta ai cambiamenti globali e propone nuove soluzioni alla crisi”. Bisogna trasformare i problemi in possibilità. “Dobbiamo fare un lavoro sistemico, un piano di sviluppo a lungo termine impostato su alcuni principi chiave”.

In primis il rifiuto dell’isolamento: “La Russia si svilupperà come un’economia aperta, non imboccherà la strada dell’autarchia”.

Il secondo elemento fondamentale è l’appello al contributo degli imprenditori privati, come Oleg Deripaska, che ascolta in prima fila.

La Russia “deve essere in grado di produrre tecnologie chiave”. E’ fondamentale raggiungere “l’indipendenza” nelle alte tecnologie.

E, rivolto agli investitori, anche occidentali: “Il nostro Paese ha un enorme potenziale […] investite qui, investite nella creazione di nuove imprese […]”.

Un ruolo centrale nella Russia post-conflitto sembra destinato allora all’impresa privata interna ed esterna. L’inquietante presenza di gente come Deripaska, lascia aperto il dubbio che si tratti solo di un parziale rimescolamento di ceti capitalistici russi sempre interni al modello e alle caratteristiche proprie del ceto dirigente economico-finanziario russo degli ultimi decenni.

Non basta il riferimento, nella relazione, alle indicizzazioni che sono effettive, al mantenimento di una qualche forma di welfare e a misure di tutela dei ceti subalterni, quali i crediti agevolati, i sussidi, mutui a tassi bassi. Ne basta l’importante aumento (10%), operato nei mesi scorsi, di salari e pensioni medio-bassi per fronteggiare l’inflazione. Parte di tutto questo, e in misura certamente minore, lo vediamo anche in Occidente.

Non è visibile al momento, a giudicare dalle parole di Putin, una chiara volontà di costruire un’architettura economico-sociale “alla cinese”, con un ruolo importante deferito al capitale pubblico (e ai soggetti economici pubblici) e con la relativa capacità di orientamento e controllo, se e quando strettamente necessario, da parte del ceto politico nei confronti di un consistente e intraprendente ceto capitalistico.

Nel discorso di Putin al Forum, le aziende a partecipazione statale, per il futuro, sembrano relegate a un ruolo economicamente e politicamente non più rilevante di quello che occupano ora.

Ma esiste un progetto alternativo e di opposizione nella Russia post-bellica, escludendo, il dissenso dei ceti filo-occidentali delle grandi città legati, per rapporti materiali e culturali, alle multinazionali occidentali?

Non è dato sapere con chiarezza. Di certo il partito comunista di Gennadij Zjuganov ha mostrato da tempo subalternità rispetto al disegno e alla prassi politica dei partiti che hanno sostenuto i vari governi russi.

Concludo affermando che sarebbe un’occasione perduta, per la Russia e anche per le masse popolari dell’Occidente, se tutto o gran parte di quello che è successo e sta succedendo fuori dalla Russia e dentro la Russia si risolvesse alla fine in una operazione puramente geopolitica, oltre naturalmente che di difesa delle popolazioni vessate del Donbass e di resistenza all’aggressività della Nato per interposta Ucraina. E non favorisse i “cambiamenti strutturali” economico-sociali e politici (quantomeno verso un’economia mista del tipo cinese), con la comparsa di nuove soggettività, di nuove rivendicazioni e di nuova democrazia sociale, economica e politica.

Firenze, 22 giugno 2022

Raffaele Picarelli

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