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“Propaganda Europa”: contro l’europeismo acritico. (Ed. Gruppo Abele)

Terminato a fine 2021 e uscito a ridosso della guerra in Ucraina, “Propaganda Europa” (di Alexander D. Ricci, Ed. Gruppo Abele) partendo dai nodi centrali delle migrazioni, dello stato di diritto, del modello sociale europeo, fornisce un quadro di riferimento utile a delineare le possibili sorti della UE in un momento delicatissimo della sua storia, caratterizzato da manifeste contraddizioni interne e (anche) dalla impressionante carenza di iniziativa autonoma sullo scenario internazionale. La prima parte del libro evidenzia, con abbondanza di citazioni e valutazioni critiche di osservatori non italiani, le innumerevoli incongruenze tra principi dichiarati e le concrete prassi comunitarie nei tre ambiti presi presi ad esempio. Mentre nella seconda parte si tenta di individuare le possibili strade per il loro superamento, a partire da un atteggiamento critico e dall’auspicio di una partecipazione dal basso delle rappresentanze sociali e civili, come possibile, e forse unica opportunità di attuarlo.

Ma qui emerge la contraddizione forse più significativa e i limiti insiti della costruzione comunitaria: la sistematizzazione normativa e tecnocratica dell’Europa non è fondata sulla partecipazione (dei popoli), anzi la scavalca (e la esclude) a priori. L’edificio europeo sembra restare in piedi perché, se non ci fosse, la “libera” dinamica dei loro attori creerebbe ulteriori elementi di caos sistemico e accentuerebbe le frizioni interne allo spazio europeo. I minimi comun denominatori ponderati tra singole dimensioni di potenza nazionali e la comune membrana ideologica del libero mercato, configura un equilibrio instabile che va ricondotto ad un ordine accettabile e sostenibile pur con continue sollecitazioni di ardua gestione: tutto il resto (i presunti principi fondanti della civiltà europea) può essere di volta in volta sacrificato.

Resta la narrazione come elemento portante e indispensabile del processo unitario, senza il quale, l’edificio rischierebbe di crollare da un momento all’altro. Narrazione che si attua attraverso imponenti investimenti mediatici e che deve necessariamente ridurre al minimo gli spazi critici. Resta cioè un’Europa che, come conferma a posteriori la totale incapacità di porsi come attore internazionale autonomo e credibile nella crisi Ucraina-Russia che stiamo vivendo, si dà, essenzialmente, e non solo nei peggiori esiti italiani, come pura Propaganda.

Il pressappochismo del dibattito sull’Ue e il bisogno di europeismo critico

Il dibattito sull’Ue soffre di un livello di approssimazione abbastanza grave, quando in realtà il panorama mediatico italiano avrebbe bisogno di un approccio critico-costruttivo

Alla mancata problematizzazione delle strategie della Commissione europea, alla forzatura di un dibattito sul futuro dell’Unione presentato alla stregua di Guerre Stellari con tanto di Jedi (integrazionisti) e Sith (sovranisti), all’esistenza di tabù narrativi forti, si aggiunge infine un problema di linguaggi e vocabolario.

In primis, il dibattito sull’Europa soffre di un livello di approssimazione abbastanza grave: basti pensare alle formule vuote «Serve l’Europa», «Ce lo chiede l’Europa», «I soldi dell’Europa» che, di fatto, hanno trasformato l’«Europa» stessa in un feticcio, utile, al massimo, a condurre qualche programma televisivo. Fuor di metafora, dietro alla parola Europa si celano perlomeno tre istituzioni differenti: Commissione, Consiglio e Parlamento.

Probabilmente si potrebbe andare ben più in là, specificando sempre, esattamente, chi si stia chiamando in causa o a chi ci si stia rivolgendo – pensiamo alla Cgue, alle agenzie (Frontex), alla Bce o alle altre istituzioni consultive dell’Ue.

Può sembrare un problema marginale, ma chi userebbe lo stesso grado di approssimazione in Italia, parlando delle varie istituzioni dello Stato italiano, nel contesto della cronaca politica? Nessuno. Eppure, una proporzione considerevole delle leggi approvate nei Parlamenti nazionali deriva, in un modo o in un altro – e al netto dei ritardi –, da quanto viene deciso a Bruxelles e a Strasburgo.

Sebbene gli ultimi due decenni passeranno probabilmente alla storia come l’epoca della nascita dei social media, i media tradizionali rimangono saldamente al timone di quella che potrebbe essere definita come capacità di plasmare e indirizzare il dibattito pubblico nazionale e l’opinione pubblica. Ciò vale in particolare, nel breve periodo, per il media televisivo.

Oltre a giocare un ruolo chiave nel determinare la strutturazione del dibattito sul futuro dell’Unione europea e la capacità da parte dei cittadini di comprendere correttamente e criticamente la posta in gioco nei processi legislativi europei, i media tradizionali possono avere anche una funzione di veicolazione di messaggi critici portati da attori del cambiamento come Ong e movimenti sociali.

E, quindi, stimolare un processo di trasformazione.

Eppure, nel corso degli ultimi quindici anni, ciò è avvenuto probabilmente soltanto in un’occasione: durante la crisi della potenziale Grexit del 2015. Ed è anche a partire da quell’esperienza che si è cominciata a fare largo, a sinistra, la discussione sull’opportunità di continuare a scommettere su un’evoluzione dell’Unione europea.


Mercoledì 2 marzo, per Edizioni Gruppo Abele, è uscito in libreria Propaganda Europa, di Alexander Damiano Ricci. Un testo che invita al dibattito sull’europeismo acritico e analizza pregi e difetti dell’attuale modello europeo.
L’11 marzo scorso è stato presentato presso il circolo Sparwasser di Roma e sono in programma altre presentazioni in diverse città.

“Al netto della pandemia Covid-19, l’Europa sembra immersa in un grande e prolungato ventennio di crisi”. Migratoria, economica, politica, sociale. Una crisi che genera un profondo senso di inadeguatezza davanti alle istituzioni europee e alle loro scelte: come si può lodare senza se e senza ma l’Europa malgrado il suo silenzio sulla crisi dei profughi dell’isola di Lesbo? Come si può rimanere eurottimisti quando l’Europa tace in tanti contesti dove sarebbe dovuta intervenire ma non l’ha fatto? Alexander Damiano Ricci – giornalista esperto di tematiche europee – in Propaganda Europa prova a sistematizzare quella sfasatura sempre più crescente fra la narrazione autoreferenziale e autoassolutoria dell’Europa fatta dai media e la realtà vissuta da chi opera con continuità nei contesti di crisi. È un viaggio attraverso le contraddizioni e i tabù del processo d’integrazione europea, visti da una prospettiva di sinistra, di movimento, progressista.

Superare lo scontro ideologico
Con un approccio giornalistico, ogni capitolo è una combinazione di interviste, analisi, storie ed esperienze di attiviste e attivisti di tutta Europa.
Nella prima parte del volume prendono spazio diverse indagini tematiche: migranti e richiedenti asilo in Grecia; lo Stato di diritto – e il suo fallimento – in Ungheria e Bulgaria; la crisi abitativa in Portogallo e Irlanda; i diritti delle persone LGBTQIA+ e delle donne in Polonia. Per ognuno di questi contesti, l’Europa c’è ma non si vede: “La Commissione europea conta in mesi, ma la nostra vita è a rischio ogni giorno” racconta Marta Lempart del movimento polacco per i diritti delle donne Ogólnopolski Strajk Kobiet. Un insieme di fallimenti che rischia di minare alla base la fiducia nell’Europa da parte di cittadine e cittadini.
Nella seconda parte di Propaganda Europa, Alexander Damiano Ricci analizza l’evolversi della narrazione europea e delle sue istituzioni. Con un occhio critico e realista, l’autore mette in luce le imperfezioni e i difetti anche su quei temi che paiono inopinabili, come gli strumenti democratici ed elettivi delle istituzioni europee: ad esempio, perché il Parlamento europeo, l’unico organo che ha investitura popolare, gode di così pochi poteri? E ancora, perché sono stati posti tanti lacci e lacciuoli alle iniziative di democrazia partecipativa  dal basso?

Propaganda Europa non è un libro euroscettico, quanto più un’analisi critica – sempre più rara – dei dogmi dell’europeismo a tutti i costi. Alexander Damiano Ricci, forte del suo lavoro radicato in tutto il territorio europeo, propone una riflessione che cerca di superare il generale appiattimento dello scontro ideologico di sovranismo contro europeismo. Un punto di partenza necessario e imprescindibile per costruire un’Europa che sia davvero unita e, soprattutto, funzionale. Per tutte e tutti.

L’autore
Alexander Damiano Ricci
è direttore editoriale dell’agenzia podcast europea Bulle Media. È ideatore del progetto e network giornalistico Sphera-hub.com e del portale di reportage multilingue ereb.eu. Si occupa di Europa dal 2013 per testate italiane e internazionali. Nel 2019 è stato grantee della European Cultural Foundation (ECF) con il progetto Europa Reloaded – il podcast sulle lotte sociali in Europa.

Per acquistare il libro:

https://www.gruppoabele.org/event/esce-in-libreria-propaganda-europa-di-alexander-damiano-ricci/

Versione E-book:

https://store.streetlib.com/it/alexander-damiano-ricci/propaganda-europa?_ga=2.67337361.1815287928.1647600581-344207539.1647600581

Le contromisure russe e l’Occidente.

di Tonino D’Orazio

La Russia stila l’elenco dei paesi ostili. C’è anche l’Italia. Oltre che l’Ucraina, gli Usa, i paesi Ue, la Gran Bretagna, il Giappone, l’Australia, la Corea del Sud, l’Australia, Taiwan, e Singapore. Anche la Svizzera che ha interrotto la sua proverbiale neutralità. Nella lista figurano anche piccoli paesi, Andorra, Islanda, Liechtenstein, Monaco, San Marino e Micronesia. (Sono tutti paradisi fiscali).

Decreto: la Stato, le imprese e i cittadini russi che abbiano debiti verso creditori stranieri appartenenti a questa lista potranno pagare in rubli. Il principio è il seguente: per pagare i prestiti ottenuti da un paese sanzionatorio che superano i 10 milioni di rubli al mese, le società russe non hanno bisogno di effettuare un trasferimento. Chiedono a una banca russa di aprire un conto di corrispondenza in rubli a nome del creditore. Quindi la società trasferisce rubli su questo conto al tasso di cambio corrente e tutto ciò è perfettamente legale. L’equivalente in rubli sarà depositato da qualche parte, nelle banche russe, ma le banche occidentali, allo stato attuale, non possono accedervi. I bond emessi dallo stato russo potrebbero perdere valore, anche se il rublo è stato agganciato al valore dell’oro, superando “il Bretton Woods” americano del 1971 che indicava il dollaro come unica moneta internazionale non convertibile.

Tuttavia, non si possono escludere altre contromisure. Oltre alla completa de-dollarizzazione la Russia potrebbe vietare l’esportazione di titanio, terre rare, combustibili nucleari e, già in vigore, motori a razzo. Alcune delle misure altamente tossiche includono il sequestro di tutti i beni esteri di nazioni ostili, il congelamento di tutti i rimborsi dei prestiti alle banche occidentali e il deposito di fondi in un conto congelato presso una banca russa, il divieto totale di tutti i media stranieri ostili, la loro proprietà, ONG di facciata, oltre a fornire alle nazioni amiche armi avanzate, condivisione di informazioni e addestramento ed esercitazioni congiunte.

Blocco del sistema Swift? Quel che è certo è che una nuova architettura dei sistemi di pagamento che già unisce SPFS russo e CHIPS cinese, potrebbe presto essere offerta a decine di nazioni eurasiatiche e del Sud, molte delle quali già sanzionate, come Iran, Venezuela, Cuba, Nicaragua, Bolivia, Siria, Iraq, Libano e RPDC. Lentamente ma inesorabilmente, siamo già sulla strada per l’emergere di un grande blocco nel Sud del mondo che è immune alla guerra finanziaria degli Stati Uniti. I BRICS, RIC – Russia, India e Cina – stanno già aumentando il commercio nelle proprie valute. Se guardiamo all’elenco delle nazioni che all’ONU non hanno votato contro la Russia o si sono astenute dal condannare l’Operazione Z in Ucraina, più quelle che non hanno sanzionato la Russia, abbiamo almeno il 70% dell’intero Sud del mondo. Quindi, ancora una volta, è l’Occidente – più le satrapie coloniali come il Giappone e Singapore in Asia – contro il resto: Eurasia, Sud-est asiatico, Africa, America Latina. L’altro lato della nuova cortina di ferro.

L’agenzia di rating Fitch ha declassato i titoli di Stato russi con rating C, catalogandoli come  “spazzatura”. Il declassamento è ovviamente dovuto alla guerra e al conseguente tentativo di isolamento economico del Paese. Il rating C indica una “insolvenza sovrana”(default) che si va ad aggiungere all’embargo contro il gas e il petrolio russo dichiarato da USA e UK. Veramente forse ce lo taglia Putin il gas e il petrolio, imbarcandoci in una nuova era di energia nucleare. In quanto al default politico, perché la Russia ha debito sovrano minimo e nessun bisogno del mercato dei capitali globali, chi deve temere sono i creditori e i risparmiatori privati. (Credit Ansa). l’Italia e l’Europa subiranno delle ripercussioni economiche per quanto riguarda l’approvvigionamento energetico, alimentare, di materie prime e il pagamento dei crediti in rubli. Un grande problema per i creditori internazionali perché non saprebbero, poi, cambiare quanto ricevuto in altra valuta. Il problema non tocca tanto l’emissione dei bond statali, quanto quelli societari, molto più diffusi, anche tra gli investimenti dei piccoli risparmiatori italiani.

i fatti sul campo alla fine porteranno intere economie occidentali al macello, con il caos delle merci che porterà a costi energetici e alimentari alle stelle. A rischio fino al 60% delle industrie manifatturiere tedesche e il 70% delle industrie manifatturiere italiane; potrebbero essere costrette a chiudere definitivamente, con conseguenze sociali catastrofiche. Il che fa dire che è una guerra degli Usa contro una potenza economica concorrente, la Ue. Non possiamo più comprare a Russia e Cina, ma solo agli Usa e rilanciare la loro economia per competere, fuori noi, con la potenza commerciale cinese.

Oppure gli Stati Uniti e l’Europa occidentale si aspettavano un Froelicher Krieg (“guerra felice”) ? La Germania e altri paesi non hanno ancora iniziato a sentire il dolore della privazione di gas, minerali e cibo. Questo sarebbe il vero obiettivo: strappare l’Europa dal controllo degli Stati Uniti attraverso la NATO. Ciò necessita un movimento e un partito politico per un Nuovo Ordine Mondiale, come il movimento comunista di un secolo fa. Potremmo chiamarlo un nuovo Grande Risveglio o una rivolta contro il capitalismo becero. Purtroppo all’orizzonte momentaneamente ci sono solo destre nazionalistiche, sempre molto legate al – o prodotto del – capitalismo.

L’amministrazione americana del presidente Joe Biden è ora assolutamente disperata: oggi (10 marzo), ha vietato tutte le importazioni di petrolio e gas dalla Russia, che risulta essere il secondo esportatore di petrolio negli Stati Uniti, dietro al Canada e davanti al Messico. La grande “strategia di sostituzione” degli Stati Uniti per l’energia russa consiste nel chiedere petrolio all’Iran e al Venezuela. All’Iran al tavolo delle trattative a Vienna, sull’eventuale ripristino dell’accordo strappato da Trump, sulle centrali atomiche. Forse, senza ironia, un po’ gliene daranno. In Venezuela, sono arrivati con addirittura una delegazione governativa di livello. L’offerta Usa è quella di “alleviare” le sanzioni imposte a Caracas in cambio di petrolio. Il governo degli Stati Uniti ha passato anni, anche decenni, a bruciare tutti i ponti con il Venezuela e l’Iran. Gli Stati Uniti hanno distrutto l’Iraq e la Libia e hanno isolato il Venezuela e l’Iran nel tentativo di prendere il controllo dei mercati petroliferi mondiali, solo al fine di tentare miseramente di rilevare entrambi i paesi e poi fuggire schiacciati dalle forze economiche che avevano scatenato. Ciò dimostra, ancora una volta, che i “decisori” imperiali sono totalmente disperati. Caracas ha chiesto la rimozione di tutte le sanzioni contro il Venezuela e la restituzione di tutto l’oro confiscato. Aspettano risposta.

L’Europa importa circa 400 miliardi di metri cubi di gas all’anno, di cui 200 miliardi provengono dalla Russia. È impossibile per l’Europa trovare 200 miliardi di metri cubi altrove per sostituire la Russia, che sia in Algeria, Qatar o Turkmenistan. Per non parlare della mancanza dei necessari terminali GNL. L’Europa si ritroverà con una produzione ridotta di gas per la sua industria in declino, la perdita di posti di lavoro, la riduzione della qualità della vita, l’aumento della pressione sul sistema di sicurezza sociale e, ultimo ma non meno importante, la necessità di richiedere ulteriori prestiti, con carta straccia, agli Stati Uniti. (Nuovo Piano Marshall, Nuovo debito di guerra). Alcuni paesi tornano al carbone per il riscaldamento e l’energia, e quella atomica sicura (altro specchietto per merli) che si realizzerà fra minimo 10 anni. I Verdi e Cop26 diventano semplicemente lividi. Mi dispiace moltissimo, anche perché mi toccherà conviverci in questo mondo senza speranza.

Sostengo Putin? No, dico solo che la guerra è perdente per chi la fa, chi la subisce e peggio ancora per chi la sostiene con attacca brighe per conto terzi.

11 marzo 2022.

Cile 11 marzo: emerso dalle proteste popolari, si insedia il governo Boric. Cronologia degli eventi cileni dal 1970 ad oggi

Grandi attese per la conclusione del processo costituente, per la fine della “transizione democratica” e per l’attuazione di un piano di riforme sociali ed economiche all’insegna della giustizia e del progresso sociale

Dall’esplosione delle proteste di piazza del 2019 alle elezioni presidenziali di fine 2021

Due contributi di giovani studenti di Geopolitica

Noi ragazzi del corso di “Geopolitica e analisi dei conflitti internazionali” dell’Ite Pacinotti di Pisa seguiamo le vicende del Cile, con l’aiuto dell’esule cileno Rodrigo Rivas, almeno dall’autunno del 2019 quando improvvisamente scoppiarono le proteste popolari innescate dall’aumento del costo dei trasporti pubblici. Manifestazioni oceaniche che, nel biennio 2019/20, costarono la vita a 34 pacifici manifestanti e l’arresto di alcune migliaia, a causa delle violente repressioni delle forze di sicurezza e dell’esercito. Nonostante, ciò il movimento di protesta giovanile ha continuato a scendere in piazza per alcuni mesi fino a trasformarsi in soggetto sociale più ampio e articolato in grado di elaborare un programma di riforme, compresa quella costituzionale, col quale il governo Pinera, ob torto collo, è stato costretto a confrontarsi.

A seguito delle incessanti richieste popolari, il 25 ottobre 2020 si è finalmente svolto il Plebiscito per l’approvazione di una nuova costituzione e per l’organismo che avrebbe dovuto redigerla con un duplice schiacciante successo (78%) in entrambi i requisiti, dai quali è emersa la chiara volontà dei cileni per una “Costituzione scritta dal popolo”, senza la partecipazione di membri del Parlamento in carica.

Nel maggio del 2021, si sono, quindi, tenute le elezioni per l’Assemblea costituente (Convenciòn Constituyente), dalle quali sono emersi vincitori gli indipendenti esponenti nel movimento popolare con 48 seggi su 155, organismo che sta continuando a lavorare nel tentativo di redigere un nuovo testo costituzionale.

A fine 2021 si sono svolte le previste elezioni presidenziali, il cui primo turno del 21 novembre ha evidenziato una polarizzazione dei risultati tra il candidato dell’estrema destra, ex-pinochetista, José Antonio Kast in testa col 29% e, dall’altra parte, un giovane esponente della sinistra emerso dalle proteste giovanili, Gabriel Boric, posizionarsi al secondo posto con il 27% dei consensi.

Domenica 19 dicembre si è svolto, infine, il secondo turno che ha posto il Cile di fronte ad un bivio storico: un ritorno verso i tempi bui della dittatura (1973-1990), oppure compiere un’ulteriore passo avanti verso una democrazia compiuta, scongiurando il ritorno degli eredi di Pinochet al potere.

Lo scontro elettorale è parso sin da subito frontale fra due concezioni alternative di società. Da una parte il blocco che possiamo qualificare di destra con un candidato estremista di nome Kast che non ha mai rinnegato le sue simpatie per la dittatura di Pinochet e per il nazismo. Non per caso, ha pubblicamente affermato che tutto sommato nella Germania di Hitler ci furono tante cose buone e che Pinochet sicuramente è un personaggio estremamente positivo nel caso cileno.

Uno dei suoi deputati eletti al primo turno, ha dichiarato che avere concesso il voto alle donne probabilmente è stato un errore nel Cile e altrove, perché le donne non hanno la capacità di decidere meditatamente. Sostanzialmente, i primi soggetti che in Cile sarebbero stati discriminati se Kast avesse vinto sarebbero state le donne.

In Cile la popolazione è prevalentemente di origine europea, anche se non esclusivamente spagnola; se esiste una maggioranza relativa è quella meticcia, frutto dell’incrocio fra bianchi e Indios. L’unico elemento etnico che non è presente in Cile, contrariamente alla maggioranza dei Paesi sudamericani, sono i neri e questa è un forte limite culturale perché manca un pezzo di allegria e di grande capacità di movimento fisico. I neri sono stati deportati in America in condizioni di schiavitù per lavorare come manodopera non pagata nelle piantagioni ma, nel Cile questo non era necessario perché le condizioni climatiche temperate non consentivano la coltivazione dei prodotti tropicali che interessavano ai colonizzatori. Stesso motivo per cui i neri sono pochi in Argentina, salvo nel nord del Paese dove però poi sono stati quasi eliminati.

Nel Cile i neri sono arrivati solo dopo i fatti di Haiti (terremoto e vicende politiche), negli ultimi 10 anni, anche a causa del fatto che i cileni bianchi in prevalenza sono razzisti, come lo sono in genere tutti le oligarchie bianche latinoamericane, non è un caso, infatti, che il progetto della Patria grande di Bolivar sia rimasto sostanzialmente incompiuto.

Questo breve excursus sulla popolazione cilena è per introdurre il fatto che Kast ha sostenuto la proposta di costruire una grande trincea per respingere quelli che arriveranno come immigrati nel Paese in futuro. Naturalmente non per quelli che arriveranno in aereo, compresi gli argentini che altrimenti dovrebbero superare la Cordigliera delle Ande. Quelli che arrivano via terra sono sostanzialmente peruviani e boliviani.

Quindi se Kast avesse vinto le elezioni ci sarebbero stati problemi oltre che per i diritti delle donne anche per le diverse etnie minoritarie del Paese, con i Mapuche e con gli immigrati non bianchi, in primis.

Inoltre, sussistono questioni più banali ma ugualmente importanti come per esempio il trattamento di coloro che hanno partecipato come torturatori, unici attori della dittatura che sono in galera in Cile, e questi secondo Kast sono dei prigionieri politici che vanno liberati.

Questo è il profilo sintetico del primo personaggio: Kast è figlio di un sergente dell’esercito nazista delle SS arrivato in Cile come profugo grazie ai buoni auspici del Vaticano che, peraltro, costruì per molti reduci nazisti una via d’uscita verso l’America Latina, e che è rimasto sostanzialmente fedele alle convinzioni politiche del padre. Quindi è anche curioso che il figlio di un “profugo” che arriva in un paese, dopo qualche anno dichiari che il suo primo obiettivo è quello di scavare un fossato per impedire l’arrivo di altri immigrati.

Dall’altra parte c’era Gabriel Boric, il cognome non è spagnolo ma croato.

Le caratteristiche fondamentali di Boric: la prima è la giovinezza, al momento della candidatura aveva 34 anni e per il Cile, che è un paese gerontocratico come l’Italia nel quale se non si ha settant’anni non si può neanche pensare di fare il presidente, già questo sarebbe stato un grande svantaggio, secondo le tradizioni cilene, per il giovane candidato.

Passando al programma politico, Boric ha dichiarato che è assolutamente insopportabile che in Cile esista una sanità per i ricchi e una per i poveri e che quindi vada realizzato un sistema sanitario nazionale. Ha detto inoltre che è inaccettabile che esistano scuole per i ricchi e scuole per i poveri; le università per l’80% sono private e quelle pubbliche sono di scarso livello e quindi va sviluppato un sistema di educazione pubblico. La proposta economica di Boric è sostanzialmente una proposta neo-keynesiana che si basa su una presenza integrativa dello Stato.

In Cile nelle scuole private gli insegnanti sono retribuiti molto meglio di quanto non lo siano nelle scuole pubbliche e lavorano tutto sommato lo stesso tempo. Nelle scuole pubbliche spesso c’è carenza di mezzi e talvolta neanche il gesso per scrivere sulla lavagna.

Chi insegna alla scuola pubblica o è un docente che non trova lavoro alla scuola privata oppure è una sorta di missionario laico che ha deciso di aiutare i ragazzi che hanno minori mezzi economici. Possiamo capire la prima condizione, non è accettabile invece la seconda perché pensiamo che la scuola pubblica non si possa fondare sul “missionariato”. Questo, ovviamente, vale in tutti i settori lavorativi, pertanto i medici delle cliniche private, che in genere sono di livello altissimo, sono molto ben pagati, mentre i pari grado degli ospedali pubblici sono mal pagati e hanno poche medicine, pochi letti a disposizione: sono poveri ospedali per gente povera.

L’idea che deve esistere una sanità pubblica, una scuola pubblica, una pensione pubblica (perché anche le pensioni in Cile sono private) vista dall’Europa è social-democratica ma, vista dal Cile, è invece rivoluzionaria.

DALLE ELEZIONI PRESIDENZIALI ALL’INSEDIAMENTO DEL NUOVO GOVERNO

La maggior parte dei giornali cileni alla vigilia del secondo turno dava come favorito Kast. I risultati invece sono stati diversi visto il totale ribaltamento della situazione del primo turno, per cui Boric si è affermato nettamente con 12 punti di scarto e con un’affluenza record che ha superato il 56%, in più ha accumulato un doppio record: quello del presidente della Repubblica più giovane della storia del Cile e anche quello più votato dal popolo in voti assoluti.

Il risultato definitivo è stato di 56% a 44% grossomodo, quindi 12 punti in termini politici. È stata una grande vittoria. Nonostante la propaganda strumentale fatta durante la campagna elettorale da parte della destra, tutta incentrata sulla paura dell’arrivo dei comunisti. “Arriveranno i comunisti vi toglieranno le macchine, vi invaderanno le case, vi cacceranno via, andrete in galera”: questa è stata la campagna elettorale della destra, del terrore e della paura fondata sul niente visto le caratteristiche del candidato e vista la storia recente del Cile: se nel Cile qualcuno ha compiuto tutto questo non erano di certo i comunisti, ma i militari ed i sostenitori di questa campagna.

La stessa sera della vittoria di Boric alcuni energumeni della destra hanno invocato il “Colpo di Stato”; l’hanno fatto pubblicamente, l’hanno fatto in televisione ma non hanno avuto naturalmente successo.

Un’altra considerazione da fare sulla vittoria di Boric è che da dicembre 2021 fino all’11 marzo 2022 sono intercorsi quasi 3 mesi. Non è esattamente la stessa situazione, ma nel 1970 quando le elezioni cilene furono vinte da Salvador Allende e dall’ “Unidad Popular” nei mesi che separavano le elezioni dal giorno in cui Allende diventava Presidente successe il finimondo, nel vero senso della parola: ci furono uccisioni per strada, appelli di ogni tipo al Colpo di Stato, che peraltro si concretizzò 3 anni dopo e, inoltre, venne ucciso addirittura un comandante dell’esercito.

Quindi questo periodo, questi 3 mesi, sono stati vissuti con apprensione nel Paese perché sono tradizionalmente mesi di un relativo vuoto di potere, potenzialmente rischioso per la tenuta democratica.

Dal 1970 al 2021 sono ovviamente cambiati il candidato ed il programma di governo ma anche il comportamento degli Stati Uniti; nel senso che nel 1970 il Governo statunitense ha organizzato direttamente il Colpo di Stato contro Allende, mentre nel 2021 Biden non è sulle stesse posizioni politiche rispetto all’America Latina e quindi ciò rende queste avventure meno immediatamente pericolose.

Cosa aspettarsi dal Governo Boric

L’11 marzo si è insediata la nuova amministrazione cilena con un mandato quadriennale, in un clima di grande aspettativa nel Paese. Proviamo a sviluppare una riflessione su ciò che ci possiamo attendere parlando in primis del Presidente. Il Presidente eletto ha 35 anni appena compiuti e questo è già una trasformazione enorme per un paese dove il Capo di stato più giovane finora ne ha avuti 60/65.

Boric ha studiato diritto ed inoltre è diventato Presidente della Federazione degli studenti del Cile.

Che cosa rappresenta il Governo Boric?

Per definirlo bisogna far riferimento alla storia del Cile: il Cile ha avuto uno sviluppo politico relativamente lineare e democratico a partire dagli anni ’20 del secolo scorso fino al 1973. In quell’arco di tempo si sono susseguiti governi di destra, di sinistra, conservatori, social-democratici ma, tutto questo è brutalmente finito con il Colpo di Stato nel 1973, durante il mandato del governo più a sinistra della storia del Paese. Questo “Golpe” ha consolidato la tendenza dei Colpi di Stato in tutta l’area latinoamericana ed è anche risultato uno dei più duraturi, visto che ha aperto la strada a 17 anni di dittatura da parte del suo autore: il generale Augusto Pinochet. Questo vuol dire che moltissime persone nate durante il periodo di terrore di Pinochet sono quasi arrivate alla maggiore età senza aver conosciuto altro che una dittatura e questo è molto significativo dal punto di vista della formazione politica e delle abitudini che ognuno ha sviluppato; anche Boric è tra queste persone.

Finita l’era Pinochet con il Plebiscito del 1988, dal 1990 si apre la cosiddetta “transizione” che Rodrigo Rivas definisce con una frase del primo Presidente post diddatura, il democristiano Patricio Alwyn: “bisogna ricostruire la democrazia nella misura del possibile”, cioè che la democrazia va benissimo ma bisogna tenere conto che non può essere democrazia vera, questa transizione purtroppo va avanti dal 1990 fino ad oggi. In questo periodo non ha governato la destra cilena, ma prevalentemente il centro-sinistra. In questi 30 anni circa, si sono susseguiti 8 mandati presidenziali, dei quali 6 appannaggio del centro-sinistra e 2 della destra, quindi questa “transizione” è stata guidata fondamentalmente dal centro-sinistra e in particolare dall’alleanza della Concertacion.

Negli ultimi anni ragazzi e studenti hanno fondato molti partiti ed uno di questi è quello del signor Boric, fondato circa 7 anni fa. Questo per dire che Boric ha raggiunto anche un altro record, ovvero quello di fondare un partito nel 2015 e nel 2022 diventare Presidente.

Contemporaneamente al primo turno delle presidenziali del 21 novembre 2021 è stato eletto anche il nuovo Parlamento cileno che vede la destra maggioranza relativa, quindi Boric dovrà fare i conti con un Parlamento che è “dall’altra parte”. Il Cile ha una struttura costituzionale presidenzialista, ciò significa che il Presidente ha la maggior parte delle attribuzioni di Governo ma il Parlamento contribuisce a redigere e approvare le leggi, quindi può ostacolarle oppure facilitarle.

Il secondo elemento importante è che si è arrivati alle ultime elezioni in seguito ad un periodo di forte agitazione politica popolare che ha portato il Cile tra l’ottobre ed il novembre del 2019 a una situazione

“pre-insurezionale”, con la gente nelle strade permanentemente e con una risposta da parte del governo estremamente dura. L’allora Presidente in carica, il signor Pinera, ebbe a dichiarare che il governo era in guerra contro questa gente che occupava le strade. Un governo in guerra contro il proprio popolo è un evento veramente raro e normalmente nessun politico responsabile compie tali affermazioni.

Come è composto il governo Boric?

Il nuovo governo è composto da 24 ministri con portafoglio, tutte persone sostanzialmente giovani, quindi simili al Presidente con poca esperienza politica, e comprende anche esponenti del partito comunista.

Il partito comunista cileno è un partito che ha partecipato a diversi altri governi nella storia del Cile fin dagli anni ’30 del secolo scorso, ma non ha mai voluto avere un ruolo di prima fila, è stato sempre un partito che si è tenuto dietro le quinte con molta discrezione.

Tuttavia, l’aspetto inedito è che per la prima volta in America Latina un governo avrà la maggioranza di componenti femminili, ben 14, fra cui al Ministero degli Interni Izkia Siches (35 anni), prima donna a ricoprire tale ruolo, e la deputata comunista Camila Vallejo, già leader delle proteste studentesche di inizio anni ’10. Le altre Ministre sono: Antonia Urrejola (Esteri), Maya Fernández Allende (Difesa), Jeanette Vega (Sviluppo sociale), Marcela Rios (Giustizia), Jeanette Jara (Lavoro), Maria Begona Yarza (Salute), Marcela Hernando (Miniere), Javiera Toro (Beni nazionali), Maria Eloisa Rojas (Ambiente), Alexandra Benado (Sport), Antonia Orellana (Donne) e Julieta Brodsky (Cultura). Al Ministero del Tesoro va, invece, Mario Marcel, presidente della Banca Centrale del Cile, ben accreditato negli ambienti economici e finanziari e su posizioni critiche verso Boric durante la campagna elettorale, e probabilmente prescelto proprio per non inimicarsi preventivamente i poteri forti nazionali e internazionali.

Particolare importanza storico-politica riveste la nomina della nipote di Salvador Allende al Ministero della Difesa, la quale, dopo il colpo di stato in cui trovò la morte suo nonno l’11 settembre 1973, all’età di 2 anni riparò esule a Cuba insieme alla madre. Maya Fernández Allende rientrò in Cile al termine della dittatura nel 1990 dove si laureò in biologia e si iscrisse al partito socialista, come il nonno, partecipando attivamente alla vita politica, fino all’elezione in parlamento nel 2014. Sostenitrice di un radicale cambiamento politico, economico e sociale, ha deciso di lasciare la corrente minoritaria di sinistra del partito socialista per aderire al movimento di Boric e contribuire all’affermazione di un governo più a sinistra della tradizionale alleanza di centro-sinistra, più o meno allargata.

Le sfide del nuovo governo?

L’insurrezione popolare 2019, come detto, ha portato alla formazione di un’Assemblea costituente che è stata eletta con voto universale e per la prima volta nella storia del Cile una assise eletta dovrà dare origine ad una nuova Costituzione. Infine, il testo elaborato dovrà essere sottoposto ad un plebiscito popolare per la definitiva approvazione. Si suppone che questa Convenciòn terminerà i suoi lavori tra circa 2 anni.

L’insediamento del nuovo governo Boric, uscito dalle proteste popolari, ha come compito principale quello di vigilare sui lavori dell’Assemblea costituente evitando che tendano ad insabbiarsi, come sarebbe stato nelle intenzioni di Kast, e organizzare lo svolgimento del plebiscito confermativo, oltre ad implementare il piano di riforme economiche annunciati.

Solo allora il Cile volterà definitivamente pagina, chiudendo il lungo capitolo della “transizione” e archiviando l’eredità della Dittatura con la sostituzione della Costituzione fatta approvare da Pinochet nel 1980 con una nuova realmente democratica e plurinazionale in grado di superare l’impianto economico neoliberista introdotto da Pinochet e tutt’ora persistente.

Solo allora i cileni potranno aspirare ad un futuro veramente diverso.

Emiliano Barsotti (da colloqui con Rodrigo Rivas)

11 marzo 2021

Allende, 1970 – Boric, 2022

Cronologia cilena dal governo di Unidad popular ad oggi

4/9/1970: Il candidato di Unidad popular (Up) Salvador Allende viene eletto presidente col 36,3% contro il 35,8% del candidato della destra Jorge Alessandri e il 30% del democristiano R. Tomic

4/11/1970:insediamento di Allende e attivazione delle “Quaranta misure del governo popolare” finalizzate all’attuazione di un programma di costruzione del socialismo per via democratica

6/11/1970: il presidente Usa Nixon davanti al Consiglio nazionale di sicurezza dichiara “Non dobbiamo permettere che l’America Latina pensi di poter intraprendere questo cammino senza subirne le conseguenze”

15/7/1971: nazionalizzazione delle miniere del rame di proprietà di 2 multinazionali statunitensi. Washington indispettita acuisce le azioni di destabilizzazione contro il governo di Allende

Dicembre 1971: prima grande mobilitazione delle “pentole vuote” orchestrata dalla destra

Ottobre 1972: le manovre di destabilizzazione si intensificano minando l’unità del governo e culminano nello sciopero dei camionisti che, finanziato da gli Usa con 4 mln $, paralizza il Paese

Novembre 1972: grazie alla mobilitazione popolare e agli sforzi impiegati, il blocco dei trasporti viene superato. Allende avvia una tournèe mondiale che lo condurrà fino alla tribuna dell’Onu, dove denuncia gli attacchi che subisce il suo governo, soprattutto da parte di imprese statunitensi: “…il potere e la condotta nefasta delle multinazionali, i cui bilanci superano quelli di molti paesi… Gli stati subiscono interferenze nelle loro decisioni fondamentali, politiche economiche e militari, da parte di organizzazioni globali che non dipendono da nessuno stato e che non rispondono né sono controllate da nessun parlamento o istituzione rappresentativa dell’interesse collettivo”. Un’analisi lungimirante di ciò che in seguito sarà definito processo di globalizzazione

Marzo 1973: alle elezioni legislative l’Unidad popular avanza e ottiene il 43,4% dei voti

29/6/1973: un reggimento di artiglieria sotto il comando del Tenente Colonnello Roberto Souper insorge e assedia i palazzi del governo con carri armati e altri mezzi pesanti ma viene respinto dalle forze armate lealiste: è il tanquetazo che servirà come prova generale del golpe

agosto 1973: viene proclamato un nuovo sciopero dei trasporti che paralizza il Cile. Il 22 Pinochet viene nominato capo di stato maggiore dopo le dimissioni di Prats a seguito dei contrasti all’interno delle forze armate. Allende dichiara pubblicamente la propria fiducia nei confronti di Pinochet 

22/8/1973: il parlamento approva una mozione della Democrazia Cristiana in cui si denuncia “il grave deterioramento dell’ordine democratico” perpetrato da Allende e si chiede alle forze armate di “porre immediatamente fine a tutte queste situazioni”

11/9/1973: colpo di stato militare guidato da A. Pinochet sostenuto dalla destra e dalla Democrazia Cristiana e organizzato dagli Usa. Allende assediato alla Moneda con i suoi fedelissimi rifiuta la resa e si suicida. Svanisce il sogno cileno di una transizione democratica verso il socialismo. Nei mille giorni del suo governo il Cile si riappropriò del rame, estese la riforma agraria, difese l’istruzione pubblica e gratuita, ridusse la mortalità infantile, aumentò i salari, creò l’area sociale dell’economia, nazionalizzò le banche e altre imprese strategiche e promosse la partecipazione popolare

Viene instaurata una feroce dittatura militare che provoca 3.200 morti, oltre 100.000 arresti, 38.00 torturati e decine di migliaia di esiliati. Un’intera generazione, insieme alla prospettiva di una società più equa, viene annientata

1975: applicazione delle teorie neoliberiste della ‘Scuola di Chicago’ sul laissez-faire, sul libero mercato e sulla riduzione della spesa pubblica: vennero privatizzate gran parte delle imprese appena nazionalizzate, restituiti ai latifondisti 1/3 delle terre oggetto di riforma, ridotti gli stipendi, privatizzate la sanità e l’istruzione ma, in compenso, vennero aumentate le spese militari. La ricetta neoliberista, in assoluta anteprima mondiale, portò ad un quindicennio di crescita economica sostenuta (6-8% annuo) che andò per l’85% a beneficio del 20% più ricco della popolazione e creò gravi effetti sociali, economici e culturali ai danni dei strati popolari e del ceto medio

11/9/1980: approvazione della nuova costituzione che contiene principi di politiche economiche liberiste e garantisce a Pinochet la presidenza fino al 1989

1988: il Plebiscito indetto da Pinochet per ottenere il prolungamento del mandato presidenziale per un’altro quadriennio viene, a sorpresa, respinto da parte del 56% dei votanti

14/12/1989: le prime elezioni democratiche presidenziali registrano la vittoria della Concertazione Democratica di centrosinistra che porta il democristiano Patricio Alwyin alla presidenza

11/3/1990: insediamento del nuovo presidente e avvio della “transizione alla democrazia” che incontra grandi resistenze da parte dei militari che mantengono ampi poteri ottenendo anche l’impunità per i crimini commessi durante la dittatura. Pinochet nominato Capo delle forze armate

11/3/1994:  Eduardo Frei Ruiz-Tagle, candidato democristiano della Concertazione Democratica si insedia alla presidenza. Sotto il suo governo il Cile ha registrato una sostenuta crescita economica (fino al ’98) ed è entrato a far parte del Mercosur come membro associato nel 1996 e ha stipulato trattati di libero commercio con gli Stati Uniti, la Cina e i paesi dell’Unione Europea.

Le politiche economiche, attuate dai presidenti della Concertazione Democratica dopo il ritorno alla democrazia nel 1990, non sono risultate in controtendenza rispetto al liberismo del periodo di Pinochet: sono infatti continuate le privatizzazioni come è il caso dell’acqua e delle concessioni alle multinazionali per lo sfruttamento del rame. Venne, però, perseguita una politica di riduzione del disagio sociale senza tuttavia incidere in modo sostanziale negli squilibri socioeconomici: nel 1996 il 20% più ricco della popolazione deteneva ancora il 56,5% del reddito nazionale, mentre il 20% più povero solo il 3,9% e nel 2011 erano ancora rispettivamente del 51,03% e del 5,38%. Il Cile è il paese con il maggior squilibrio nella distribuzione della reddito dell’America Meridionale.

1998: Pinochet diventa senatore a vita ma ciò non fu sufficiente, il 17 ottobre del 1998, ad evitargli la reclusione nell’ospedale londinese in cui era ricoverato, a seguito del mandato di arresto internazionale emesso dal giudice spagnolo Baltasar Garcon, per i crimini commessi contro i propri connazionali. Si aprì un complesso caso diplomatico internazionale che coinvolse, oltre il Cile e il Regno Unito, anche la Spagna e che si concluse con la scarcerazione di Pinochet decretata nel marzo 2000 dal ministro degli interni laburista Jack Straw per motivi “umanitari”. La revoca, al rientro in patria, dell’immunità parlamentare da parte della Corte d’Appello, spalancò all’ex dittatore le porte del processo nel quale, dopo un iniziale rinvio a giudizio, ottenne, l’anno successivo, la sospensione per motivi di salute. La Corte Suprema nel 2005 respingendo il ricorso della difesa dette nuovamente via libera all’effettuazione del processo che non arrivò a conclusione per la sopraggiunta morte, il 10 dicembre 2006, dell’ex dittatore che per 17 anni governò il paese con pugno di ferro macchiandosi di orrendi crimini

11/3/2000: Ricardo Lagos socialista diviene il terzo presidente della Concertazione Democratica. Il governo di Lagos è stato uno dei più apprezzati arrivando a toccare il 75% di popolarità. Durante la sua presidenza si sono intensificate le relazioni estere, le riforme istituzionali e la crescita economica dopo la recessione del ’99

11/3/2006: si insedia alla presidenza la socialista Michelle Bachelet della Concertazione Democratica. Rifiuta i funerali di stato a Pinochet. Contro di lei si solleva la contestazione degli studenti per la mancata riforma dell’istruzione. Recupera in seguito popolarità grazie alla capacità di affrontare la crisi economica del 20082009 ottenendo il consenso dell’opinione pubblica e del sistema economico del Paese ma scontentando i ceti popolari per la diminuzione salariale. Nel 2008 è stata nominata Presidente della neocostituita Unasur, l’Unione delle Nazioni Sudamericane

11/3/2010: il magnate SebastianPiñera di Rinnovamento Nazionale, candidato della “Coalición por el Cambio” si insedia come primo presidente di destra dopo il ritorno alla democrazia, favorito dalle divisioni nel campo del centrosinistra, causate dall’incapacità di invertire le politiche neoliberiste di Pinochet.

2011-2013: Sotto Piñera, riprende forza il movimento studentesco nel 2011 e nel 2013, fino a scuotere l’intera sinistra e a richiedere non soltanto un’educazione ‘gratuita e di qualità ma anche i mezzi per ottenerla: riforma fiscale, nazionalizzazione del rame e, soprattutto, fine del modello liberista inscritto nella Costituzione del 1980 attraverso la convocazione di un’assemblea costituente. Questi sono le richieste più importanti, insieme, alla riforma sanitaria, che gli studenti avanzano a Michelle Bachelet nuovamente candidata, alle presidenziali del 17 novembre 2013 di “Nueva Mayoria” (Nuova Maggioranza) la coalizione che comprende la Concertazione, i partiti di sinistra ed i movimenti.

Dopo decenni in cui Allende ha rappresentato solo un grande politico da commemorare, durante le manifestazioni, in cui gli studenti si sono fusi con i minatori e i portuali, il ritratto di Allende è tornato nelle strade ma, questa volta non si trattava più di celebrare un’icona: i manifestanti affermavano di riconoscersi nel progetto politico che egli incarnava e che continua a rappresentare. L’esperienza dell’Unidad Popular non è fallita: è stata soltanto interrotta e la figura di Allende non è quella di un presidente che si lascia alle spalle un processo politico condannato.Essa incarna l’audacia politica: quella che ha affermato la modernità di un progetto di trasformazione della società, non solo in Cile, ma in tutto il continente latinoamericano.

15/12/2013: al secondo turno delle elezioni presidenziali la socialista Michelle Bachelet, col 62% dei voti sconfigge la candidata dell’Unione democratica Indipendente Evelyn Matthei, sostenuta dalla coalizione di destra Alleanza per il Cile che assume l’incarico l’11 marzo 2014

17/12/2017: Sebastian Piñera di Rinnovamento Nazionale, sostenuto dall’alleanza Chile Vamos, al secondo turno delle presidenziali conquista, col 54,6% dei consensi, il secondo mandato ai danni dell’esponente del Partito Radicale Social Democratico, Alejandro Guiller, appoggiato dalla coalizione Nuova Maggioranza. Anche lui come i predecessori si insedia il 11 marzo successivo

18/10/2019: a Santiago esplodono le proteste studentesche innescata dall’aumento del prezzo dei biglietti dei trasporti urbani che nei giorni successivi si estendono alle classi sociali impoverite dalle mancate riforme della struttura economica ancora di chiara matrice liberista. “Non per 30 centesimi, ma per 30 anni” diviene lo slogan delle piazze gremite, lasciando intendere che l’esasperazione popolare era frutto non tanto dell’aumento dei trasporti urbani di 30 centesimi, bensì di 30 anni di mancate riforme. Durante la “transizione” post dittatura il Cile ha conosciuto un periodo di forte sviluppo economico, ma questo ha ulteriormente ampliato le diseguaglianze, e ha lasciato indietro e ai margini larghe fasce della popolazione. Il Paese non è riuscito a trovare un compromesso tra lo sviluppo dell’economia di mercato e le protezioni sociali, in modo da garantire coesione sociale e stabilità democratica.

Ottobre 2019–18/3/2020: le oceaniche proteste si allargano alle principali città cilene guadagnandosi l’appellativo di Estallido social (esplosione sociale). Il 18 ottobre il presidente Sebastián Piñera dichiara lo stato di emergenza, autorizzando il dispiegamento dell’esercito cileno nelle principali regioni a fianco delle forze di sicurezza (i famigerati Carabineros). L’esercito torna nelle strade per la prima volta dai tempi della dittatura. La repressione violenta dei manifestanti viene denunciata, oltre che dall’Onu, anche dal direttore dell’Istituto nazionale per i diritti umani del Cile Sergio Micco: “L’Istituto ha registrato testimonianze di denudamenti, torture, spari contro i civili, maltrattamenti fisici e mentali, botte e ritardi della polizia nel condurre le persone fermate al commissariato, mantenendole nei furgoni, ammassate e con scarsa ventilazione, per ore”. Le proteste di piazza cessano a metà marzo, a causa dalla pandemia da Covid-19, con un pesante bilancio: 34 fra uccisioni dirette e sospette, 2.400 feriti fra cui alcune centinaia colpiti volontariamente agli occhi, circa 5.000 arresti e numerose violenze sessuali ai danni delle donne fermate.

I partiti presenti in Parlamento si accordano per l’effettuazione di un Plebiscito per una nuova costituzione che chiuda i conti con la dittatura e con il neoliberismo istituzionalizzato.

25/10/2020: il Plebiscito Nazionale 2020 chiama i cileni ad esprimersi su una nuova costituzione o sul mantenimento di quella di Pinochet del 1980 e su quale organo debba provvedere a redigerla. Vittoria schiacciante di Apruebo, nel primo quesito, e di una assemblea costituente elettiva ex novo nel secondo, con oltre il 78% dei consensi in entrambi.

16-17 maggio 2021: votazioni per l’Assemblea costituente (Convenciòn Constituyente), netta sconfitta dei partiti tradizionali, soprattutto di centro-destra (38 seggi), e vittoria degli indipendenti, in prevalenza esponenti del movimento popolare, con 48 seggi su 155, dei quali 24 conquistati dalla Lista del Pueblo; la sinistra radicale (Apruebo Dignidad), alleanza fra Partito comunista e Frente Amplio, ottiene 27 seggi contro i 25 della lista Apruebo di centrosinistra, mentre 17 vengono riservati alle popolazioni amerindie

21/11/2021: il primo turno delle elezioni presidenziali vede in testa José Antonio Kast di estrema destra con il 28%, seguito da Gabriel Boric, giovane esponente della sinistra emerso dalle proteste

19/12/2021: contro i pronostici al secondo turno delle presidenziali Boric sconfigge l’ex pinochetista Kast 56% a 44% divenendo il presidente della Repubblica più giovane della storia del Cile e anche quello più votato dal popolo in voti assoluti. Scongiurato il ritorno verso i tempi bui della dittatura e compiuto un fondamentale passo avanti verso la fine della “transizione democratica”. Promesso sostegno politico dal nuovo governo alla conclusione del percorso costituente che porti all’approvazione di un nuovo testo costituzionale che chiuda i conti con l’eredità della dittatura e con l’impianto neoliberista dello stato cileno

11/3/2022: si insedia il nuovo presidente Boric con il primo governo della storia sudamericana a maggioranza femminile (14 su 24). Al ministero della Difesa va la nipote di Salvador Allende, Maya Fernández Allende, già deputata del Partito socialista e recentemente approdata al partito di Boric.

Emiliano Barsotti, Tobia Fabeni, Federico Barsotti, Riccardo Cesari ed Eludit Vicente Núñez

(Studenti del corso di “Geopolitica e analisi dei conflitti internazionali” dell’ite Pacinotti di Pisa)

13 marzo 2021

Sotto i cieli della guerra

Secondo Carl von Clausewitz, la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi. Questo è quello che ha inteso fare Putin, cercando di tagliare con la spada il nodo dei conflitti politici e d’interesse che lo dividono dall’Ucraina. Però questo assioma si può rovesciare nel suo contrario: la politica può essere la prosecuzione della guerra con altri mezzi.

di Domenico Gallo

Siamo arrivati al quindicesimo giorno di guerra e ancora non sappiamo se e quando arriverà il cessate il fuoco. Quello che è certo è che il linguaggio della guerra si fa sempre più duro e coinvolge l’opinione pubblica, i media e la cultura ancor più che i governi che da questa e dall’altra sponda dell’Atlantico reagiscono agli eventi. La reazione prevalente non è quella della condanna della Russia per aver sollevato l’ascia di guerra che la Carta dell’ONU voleva definitivamente sepolta, ma quella della partecipazione al conflitto, sia pure con mezzi diversi (per ora) dal ricorso alla violenza bellica.

I giornali e le TV hanno indossato l’elmetto e arruolano l’opinione pubblica in una guerra di parole contro il nemico, mentre i governi studiano sanzioni sempre più pesanti per affondare l’economia e isolare la Russia dal resto del mondo. In questa guerra delle parole si è schierata, purtroppo, anche la RAI, adeguandosi ad una direttiva venuta dalle principali agenzie occidentali, ed ha ritirato i propri corrispondenti ed inviati dalla Russia. Ricordiamo che durante la seconda guerra del Golfo (2003), le inviate della RAI, hanno trasmesso da Bagdad, sebbene il regime di Saddam Hussein non fosse paladino della libertà dell’informazione. Anzi se ci sono stati degli attacchi ai corrispondenti di guerra, questi sono venuti dagli americani, visto che un carro armato USA, l’8 aprile 2003 ha sparato contro l’hotel Palestine, quartier generale della stampa estera a Bagdad, uccidendo i cameraman Taras Protsyuk, ucraino della Reuters, e Jose Couso, spagnolo di Telecinco.

Il governo italiano, adeguandosi a decisioni prese altrove, ha (non solo simbolicamente) arruolato il nostro paese nella guerra, decidendo la fornitura di armi letali (il cui elenco è stato rigorosamente secretato) all’Ucraina. Abbiamo già osservato che l’invio di armi ad un paese in guerra è una violazione della neutralità. La costituzionalista Alessandra Algostino ha osservato: “L’invio di armi è una forma di partecipazione alla guerra e la esacerba: è contro il ripudio della guerra ed è contro l’idea di una comunità internazionale fondata sulla pace e sulla giustizia fra le Nazioni..” (il manifesto, 9 marzo). In effetti sia gli USA, sia i principali paesi dell’Unione Europea, fornendo le armi, stanno partecipando alla guerra contro la Russia, mostrandosi disponibili a combattere gli invasori fino all’ultimo uomo (ucraino). Il Presidente Zelensky, nei suoi continui collegamenti video con l’Occidente, l’ultimo con il Parlamento inglese, ricattandoci con le sofferenze del suo popolo ed esaltandone la volontà di resistenza sino all’estremo, cerca di coinvolgerci direttamente nello scontro armato chiedendo che la NATO istituisca una “no fly zone” sui cieli dell’Ucraina. Vale a dire che si impegni in una guerra aerea con l’aviazione della Russia. La via verso il disastro è aperta, se avessimo seguito i consigli di Zelensky la terza guerra mondiale sarebbe già scoppiata. Non è ancora successo, ma siamo ancora seduti sull’orlo dell’abisso.

Secondo Carl von Clausewitz, la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi. Questo è quello che ha inteso fare Putin, cercando di tagliare con la spada il nodo dei conflitti politici e d’interesse che lo dividono dall’Ucraina. Però questo assioma si può rovesciare nel suo contrario: la politica può essere la prosecuzione della guerra con altri mezzi. Nel suo articolato saggio pubblicato su Limes (la via verso il disastro) il generale Fabio Mini ci spiega con dovizia di particolari che la guerra non solo era prevedibile, ma era anche prevenibile. Non si è voluto fare niente per prevenirla, anzi fino all’ultimo non si è arretrato di un passo sul principio “non negoziabile” della libertà dell’Ucraina di scegliersi le alleanze che vuole, né si è fatto nulla per fermare le continue violazioni della tregua nel Donbass. Non dobbiamo stancarci di chiedere il cessate il fuoco, però è evidente che non si potrà mai ristabilire la pace se non si pone mano alla soluzione dei nodi politici che hanno innescato la guerra. Ci vuole una visione del futuro. Il 14 agosto del 1941, quando le armate naziste dilagavano dall’Atlantico agli Urali, il Presidente degli Stati Uniti, Roosvelt e il primo ministro inglese Churchill sentirono l’esigenza di tracciare un nuovo scenario prefigurando il mondo che sarebbe venuto fuori dopo la guerra. Per questo rilasciarono una dichiarazione comune, nota come Carta Atlantica, che preconizzava un nuovo ordine mondiale pacifico e divenne la base per la nascita dell’ONU.

Quale futuro ci prefigurano il riarmo della Germania e l’accanimento di USA e GB per l’irrogazione di sanzioni sempre più soffocanti nei confronti della Russia? In particolare continueranno le continue provocazioni allo scontro della Gran Bretagna, volte ad annullare il ruolo internazionale dell’Unione europea e a destabilizzare l’Euro?

Si uscirà dalla guerra con una nuova Conferenza di Helsinki che rilanci la cooperazione e la sicurezza comune in Europa o si proseguirà la guerra contro la Russia con altri mezzi, cercando di metterla in ginocchio con le sanzioni, come si fece con l’Irak, di sfiancarla con la corsa al riarmo e di rendere perpetua la nuova cortina di ferro?

Quale futuro dobbiamo aspettarci? Dipende anche da noi.

FONTE: https://www.domenicogallo.it/2022/03/sotto-i-cieli-della-guerra/

Domenico Gallo

Nato ad Avellino l’1/1/1952, nel giugno del 1974 ha conseguito la laurea in Giurisprudenza all’Università di Napoli. Entrato in magistratura nel 1977, ha prestato servizio presso la Pretura di Milano, il Tribunale di Sant’Angelo dei Lombardi, la Pretura di Pescia e quella di Pistoia. Eletto Senatore nel 1994, ha svolto le funzioni di Segretario della Commissione Difesa nell’arco della XII legislatura, interessandosi anche di affari esteri, in particolare, del conflitto nella ex Jugoslavia. Al termine della legislatura, nel 1996 è rientrato in magistratura, assumendo le funzioni di magistrato civile presso il Tribunale di Roma. Dal 2007 al dicembre 2021 è stato in servizio presso la Corte di Cassazione con funzioni di Consigliere e poi di Presidente di Sezione. E’ stato attivo nel Comitato per il No alla riforma costituzionale Boschi/Renzi. Collabora con quotidiani e riviste ed è autore o coautore di alcuni libri, fra i quali Millenovecentonovantacinque – Cronache da Palazzo Madama ed oltre (Edizioni Associate, 1999), Salviamo la Costituzione (Chimienti, 2006), La dittatura della maggioranza (Chimienti, 2008), Da Sudditi a cittadini – il percorso della democrazia (Edizioni Gruppo Abele, 2013), 26 Madonne nere (Edizioni Delta Tre, 2019), il Mondo che verrà (edizioni Delta Tre, 2022)

Guerra in Ucraina, invio di armi e propaganda. Il Generale Fabio Mini intervistato da l’AntiDiplomatico

(da l’Antidiplomatico)

“Negoziare, finirla con il pensiero unico e la propaganda, aiutare l’Ucraina a ritrovare la ragione e la Russia ad uscire dal tunnel della sindrome da accerchiamento non con le chiacchiere ma con atti concreti.” E’ il pensiero di Fabio Mini, generale di Corpo d’Armata dell’Esercito Italiano, già Capo di Stato Maggiore del Comando NATO del Sud Europa e comandante della missione internazionale in Kosovo. “E quando la crisi sarà superata, sperando di essere ancora vivi, Italia ed Europa dovranno impegnarsi seriamente a conquistare quella autonomia, dignità e indipendenza strategica che garantisca la sicurezza europea a prescindere dagli interessi altrui”, dichiara a l’AntiDiplomatico.

E’ stato scritto correttamente come le voci più sensate nel panorama della propaganda a senso unico siano quelle dei generali, di coloro che conoscono bene come pesare le parole in momenti come questi. Come l’AntiDiplomatico abbiamo avuto l’onore di poter intervistare uno dei più autorevoli. 

Fabio Mini all’epoca della guerra in Jugoslavia

L’INTERVISTA

Dal Golfo di Tonchino alle armi di distruzione di massa in Iraq- e tornando anche molto indietro nella storia – Generale nel suo libro “Perché siamo così ipocriti sulla guerra?” Lei riesce brillantemente a ricostruire i falsi che hanno determinato il pretesto per lo scoppio di diverse guerre. Qual è l’ipocrisia e il falso che si cela dietro il conflitto in corso in Ucraina?

Il falso è che la guerra sia cominciata con l’invasione russa dell’Ucraina. Questo in realtà è un atto nemmeno finale di una guerra tra Russia e Ucraina cominciata nel 2014 con l’insurrezione delle provincie del Donbas poi dichiaratesi indipendenti. Da allora le forze ucraine hanno martoriato la popolazione russofona ai limiti del massacro e nessuno ha detto niente. Per quella popolazione in rivolta contro il regime ucraino non è stata neppure usata la parola guerra di liberazione o di autodeterminazione così care a certi osservatori internazionali. E’ bastato dire che la “Russia di Putin” voleva tornare all’impero zarista per liquidare la questione. L’ipocrisia è l’atteggiamento della propaganda occidentale pro-Ucraina che, prendendo atto che esiste una guerra, finge di non sapere chi e che cosa l’ha causata e si stupisce che qualcuno spari, qualcun altro muoia e molti siano costretti a fuggire. Ipocrisia ancor più grave della propaganda è il silenzio omertoso di coloro che tacciono sul fatto che dal 2014 Stati Uniti e Nato hanno riversato miliardi in aiuti quasi interamente destinati ad armare l’Ucraina e migliaia di professionisti della guerra per addestrare e arricchire i gruppi estremisti e neo- nazisti.

Nella stampa occidentale si tende a definire Putin come “un pazzo che ha scioccato il mondo con la sua iniziativa”. Eppure in un video del 1997 l’attuale presidente americano Biden dichiarava come l’allargamento ai paesi baltici (non all’Ucraina!) della Nato sarebbe stato in grado di generare una risposta militare della Russia. Non crede che dal 2014 l’Europa abbia sottovalutato la questione ucraina?

Non credo sia stata sottovalutata, ma è stata volutamente indirizzata verso la trasformazione graduale del paese in un avamposto contro la Russia, a prescindere dalla sua ammissione alla Nato. Di qui la pseudo rivoluzione arancione “ (2004), il sabotaggio interno ed esterno di ogni tentativo di stabilizzazione, l’alternanza di governi corrotti, la pseudo rivolta di Euromaidan, il colpo di stato contro il presidente Yanukovich (2014) fino alla elezione di Zelensky. Quest’ultimo è passato da un programma elettorale contro gli oligarchi, contro la corruzione politica e la promessa di “servire il popolo” ad una politica dichiaratamente provocatoria nei confronti della Russia. E questo era esattamente ciò che volevano gli Stati Uniti e quindi la Nato dal 1997.

Il tema dell’espansione Nato però è sempre stato tabù da noi…

L’espansione della Nato a est iniziata in quell’anno dopo una serie di prove di coinvolgere nella “cooperazione militare “i paesi dell’Europa orientale ( programma “Partnership for peace”) è stata una provocazione continua per 24 anni. Per oltre un decennio la Russia non ha potuto opporsi e la Nato, sollecitata in particolare da Gran Bretagna, Polonia e repubbliche baltiche ha pensato di poter chiudere il cerchio attorno ad essa “attivando” sia Georgia sia Ucraina. La Russia è intervenuta militarmente in Georgia e questo ha dato un segnale forte agli Usa e alla Nato, che non hanno voluto intervenire. Durante la crisi siriana del 2011 la Russia si è schierata con il governo di Bashar Assad e successivamente con la guerra all’Isis è intervenuta militarmente dando un contributo sostanziale alla sua neutralizzazione. Bashar Assad è ancora lì. Le operazioni russe in Siria ancorchè concordate e coordinate sul campo con la coalizione a guida americana, hanno disturbato i piani di chi voleva approfittare dell’Isis e delle bande collegate per destabilizzare l’intero medioriente.  Un altro segnale del mutato umore russo è stata l’annessione della Crimea subito dopo il colpo di stato contro Yanukovic sostenuto dagli Stati Uniti e in particolare dall’inviata del Dipartimento di Stato Victoria Nuland e dall’allora vice presidente Biden. Dal 2014 in poi l’Ucraina con il sostegno degli Stati Uniti e della Nato ha assunto una linea ancora più ostile nei confronti della Russia e iniziato ad integrare nelle forze armate e nella polizia  i gruppi neonazisti che si erano “distinti” negli scontri di Maidan. Gli stessi che ora organizzano la “resistenza ucraina” e coordinano i circa 16000 mercenari sparsi per il paese. Per tutto questo mi sento di dire che la Nato non ha trascurato l’Ucraina, anzi l’ha spinta con forza in un’avventura pericolosa per entrambi e soprattutto per noi europei.

In una recente apparizione in TV Lei ha detto di aver avuto modo di conoscere in prima persona i generali russi e ha definito quella russa “una guerra limitata per scopi limitati”. Quali sono gli obiettivi che i russi si sono posti sul territorio secondo lei?

In Kosovo avevo alle dipendenze anche il contingente russo di cui una parte garantiva sicurezza dell’aeroporto militare/civile di Pristina e un’altra schierata nel settore montano al confine con la Serbia. I rapporti con i generali russi erano quasi giornalieri e sempre molto corretti soprattutto nei miei confronti (in quanto italiano). Parlavamo di sicurezza collettiva e di futuro del Kosovo, una cosa alla quale nessuno nella Nato aveva pensato prima di andare in guerra. Parlavamo anche di operazioni militari e di dottrina. Vent’anni fa. La guerra limitata è una categoria prevista anche da Clausewitz e i russi sono sempre stati clausewitziani. All’inizio dell’invasione ho cominciato a vedere i segni non di una operazione speciale come l’ha definita Putin, ma di una serie di operazioni ad obiettivi limitati, unite dallo scopo strategico di impedire all’Ucraina di diventare il fulcro della minaccia militare alla Russia , ma tatticamente indipendenti. Le operazioni riguardavano la messa in sicurezza di territori del Donbass, la fascia costiera del mare d’Azov e del Mar Nero fino a Odessa e, se necessario, fino al confine con la Moldavia neutrale. L’avanzata su Kiev doveva essere l’operazione principalmente politica di pressione per i negoziati e l’eventuale instaurazione di un governo favorevole alla linea russa. Questa operazione non vincolata né al tempo né agli obiettivi: dipende dagli eventi. Se quelli diplomatici, politici e operativi evolvono in maniera soddisfacente l’operazione può essere interrotta. In caso contrario, dalla marcia d’afflusso le forze possono passare allo schieramento attorno alla città, e se ancora gli eventi sono negativi possono passare alla “preparazione” di fuoco poi al fuoco aereo e poi se e quando la città è allo stremo potrà iniziare la presa vera e propria della città. Questo tipo di operazioni con la tecnica del carciofo ha spiazzato tutti gli analisti della domenica che si aspettavano e forse cinicamente si auguravano di vedere la tempesta di fuoco alla quale ci hanno abituato gli americani in tutte le loro guerre. Ovviamente questa incredulità ha alimentato le speculazioni sull’effettiva potenza dell’apparato russo e sulla eroica resistenza ucraina che avrebbe arrestato  l’invasione. L’apparato che vediamo in televisione dice però una cosa diversa: l’operazione è ancora intenzionalmente alla prima fase, in attesa di eventi. In questa situazione i vantaggi vengono soltanto dall’efficacia e credibilità della pressione. Gli svantaggi riguardano sia le provocazioni esterne (da parte della Nato) sia il rafforzamento della resistenza interna che non muterebbe il risultato dell’operazione ma farebbe molti più danni.

Ritiene che le armi che l’Italia invierà e i mercenari che stanno influendo potranno incidere sulle sorti del conflitto? E se comunque possono essere causa di ulteriori rischi…

Credo proprio di no. Lo renderanno più sanguinoso e anche di livello operativo più elevato. In caso di squilibrio di forze tattiche , si tende a passare a quello strategico e allora potranno essere impiegate armi di livello strategico come bombardieri, missili e perfino armi nucleari tattiche: tutte cose che porterebbero ad uno scontro diretto fra Nato e Russia.

Ritiene che il pericolo che i jihadisti-mercenari possano affluire dalla Siria in Ucraina in gran numero? E che complicanze si creerebbero nel conflitto?  

I Jihadisti mercenari saranno pochi e potranno influire sul livello di barbarie, alzandolo. Di mercenari ce ne sono tanti e sono anche ben pagati. Quelli per l’Ucraina con i soldi nostri e quelli per la Russia con i soldi russi. L’afflusso di mercenari ha però un lato interessante: smonta completamente la tesi dei volontari combattenti per la patria. Inoltre, le compagnie di mercenari o contractors non si accontentano mai della semplice paga per i soldati ma pretendono sempre grandi cose dagli stati che li assoldano. Vogliono anche potere, assetti  nazionali importanti come miniere, industrie, infrastrutture sensibili. Non sono mai soddisfatti e sono caduti dei regni per mercenari insoddisfatti.

Sui negoziati in Bielorussia. La Francia e Germania sembrano orientate ad un approccio di maggior mediazione mentre il nostro paese, assente nel vertice franco-tedesco-cinese, sembra preferire una visione più oltranzista. Giudica le richieste della Russia una base di partenza valida per l’Europa e cosa si rischia prolungando l’attesa di un vero confronto?

Le richieste russe, come in qualsiasi negoziato sono la base di una discussione. Se non è soddisfacente, ciascuna parte deve finirla di dire cosa vuole e cominciare a pensare cosa può cedere. In genere il più forte è quello più disponibile a cedere perché ritiene di “concedere” e quindi mantiene il prestigio intatto. La parte più debole deve solo ridimensionare il livello di ambizione. In questo caso ogni minima riduzione dell’ambizione ucraina porterebbe una grande concessione: la salvezza del paese. Il nostro paese ha decretato unilateralmente, come se parlasse per tutti, la fine dei negoziati, fra l’altro con un atteggiamento bullistico. L’atteggiamento degli altri è molto meno arrogante. E questo li rende in sintonia. Ma anche nel bullismo non siamo fra i migliori. La Gran Bretagna e la Polonia ci battono.

Il governo polacco ha dichiarato di voler fornire i propri Mig alle forze ucraine, ma facendoli partire dalle basi tedesche. Gli Stati Uniti hanno poi frenato l’iniziativa polacca. Quanto è reale l’opzione di una No fly zone in Ucraina e quanto è probabile un futuro coinvolgimento militare della NATO?

La dichiarazione di No fly zone dei cieli dell’Ucraina sarebbe un modo per accelerare il disastro. Chi la sta chiedendo a gran voce vuole il disastro e dimostra la propria incapacità di controllare il proprio spazio aereo. Vuole un pretesto per trascinare in guerra tutta l’Europa. Non dobbiamo cedere a questa tentazione perversa, soprattutto nei momenti come questi quando un attacco aereo finisce per colpire un padiglione di ospedale e l’emozione soffoca la razionalità.

La narrativa occidentale cerca oggi di minimizzare (o censurare del tutto) la presenza di neo-nazisti nei battaglioni incorporati alle forze ucraine, nonostante decine di reportage (dalla Bbc al Time al Guardian) in passato avessero fatto luce sulla vicenda con toni giustamente inorriditi. Ritiene credibile Putin quando parla di denazificare l’Ucraina come uno degli obiettivi?

La denazificazione a cui si riferisce Putin non riguarda l’Ucraina, ma il suo apparato governativo in cui tali elementi si trovano anche in posizione di vertice. I reportage hanno tutti ragione e comunque non rendono l’esatto conto della presenza e dell’influenza di questi gruppi. Sono state proprio le forze di polizia e dell’intelligence ucraina ad opporsi all’inserimento di tali elementi nei loro ranghi. Hanno dovuto subire ma oggi la caccia al russo (o filorusso) potrà mutare in caccia al nazi e visti i numeri e la frenesia degli interessati non mi stupirei se domani l’Ucraina cadesse dalla padella della guerra contro la Russia nella brace di una guerra civile .

Cosa dovrebbe fare il governo italiano in questo contesto e più in generale l’Europa?

Negoziare, finirla con il pensiero unico e la propaganda, aiutare l’Ucraina a ritrovare la ragione e la Russia ad uscire dal tunnel della sindrome da accerchiamento non con le chiacchiere ma con atti concreti. E quando la crisi sarà superata, sperando di essere ancora vivi, Italia ed Europa dovranno impegnarsi seriamente a conquistare quella autonomia, dignità e indipendenza strategica che garantisca la sicurezza europea a prescindere dagli interessi altrui.

FONTE: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-guerra_in_ucraina_invio_di_armi_e_propaganda_lintervista_del_generale_fabio_mini_a_lantidiplomatico/5496_45535/

Guerra Ucraina: note sul punto di vista dell’altra metà del mondo.

di Alessandro Visalli

Con 141 voti favorevoli, 5 contrari e 35 astenuti è passata all’Onu una risoluzione che condanna l’invasione russa dell’Ucraina. Hanno votato contro la Russia, la Bielorussia, la Corea del Nord, l’Eritrea e la Siria, voleva votare anche il Venezuela, ma gli è stato impedito con un cavillo. Gli astenuti, posizione molto difficile in questo contesto, sono la Cina, l’India, l’Iran, l’Iraq, il Pakistan, l’Algeria, l’Angola, l’Armenia, il Bangladesh, la Bolivia, il Burundi, la Repubblica Centro Africana, il Congo, El Salvador, il Kazakistan, il Kyrgystan, il Madagascar, il Mali, la Mongolia, il Mozambico, la Namibia, il Nicaragua, il Senegal, il Sud Africa, il Sud Sudan, il Tajikistan, l’Uganda, la Tanzania, il Vietnam, lo Zinbabwe. Quindi molti paesi asiatici, africani e sudamericani.

La risoluzione chiedeva la fine della guerra ed il ritiro delle forze di invasione.

Si sono espressi con un’astensione paesi che complessivamente comprendono oltre quattro miliardi di persone. Proviamo a vedere quali ragioni avevano.

Sulla stampa cinese. Maria Siow su South Csulina Morning Post[1] si chiede se il rifiuto della Cina e dell’India di condannare la Russia danneggerà la loro reputazione nell’Asean (che ha votato a favore della risoluzione dell’Onu con l’astensione, oltre che di Cina e India, solo di Vietnam e Laos). La posizione cinese è quindi descritta come ambivalente, dal ministero degli esteri che accusa gli Usa di aver provocato la guerra allo stesso Ministro che, tuttavia, si dichiara addolorato per il conflitto e le perdite civili.

Il China Daily[2] descrive, come tutte le altre testate, l’apertura della 13° sessione del NPC nella quale Xi ha proposto l’ampliamento del budget militare del 7,1% (la Cina spende ca 250 miliardi di dollari, gli Usa 780 e la Russia 61 miliardi, l’India 72, la Ue 378 miliardi). Quindi in un articolo di commento di Zhang Zhouxiang vengono descritte le posizioni propagandate dal New York Times[3]. Secondo le fonti di intelligence citate dal giornale americano la Cina avrebbe chiesto alla Russia di spostare la guerra a dopo le olimpiadi. Ne deriverebbe che conosceva i piani russi. Questa illazione viene respinta fermamente, ricordando come l’intelligence occidentale avesse dato pessima prova nella guerra irachena. L’intensificazione della crisi è, invece, interamente attribuita alla continua espansione della Nato verso Est e quindi le “politiche aggressive degli Stati Uniti”. Secondo il motto cinese per il quale “un nodo può essere sciolto solo dalla persona che lo ha fatto” è tempo quindi che gli Usa assumano la propria responsabilità.

Una linea che è ripresa da un durissimo articolo di Lui Ruo “Dove ancora l’America vuole portare il fuoco?” nel quotidiano Beijing Ribao[4], che è il quotidiano organo ufficiale del Partito Comunista di Pechino. lo spunto viene dalla visita di Mike Pompeo a Taiwan nella quale l’ex esponente dell’amministrazione Usa ha dichiarato che dovrebbe essere riconosciuta la regione cinese come stato autonomo. Inoltre viene ricordato il passaggio del cacciatorpediniere USS Johnson nello stretto. Ovviamente la cosa è inscritta nel quadro della ricerca dei democratici di acquisire consensi in vista delle elezioni di medio termine, ma anche della costante “intenzione di creare controversie e disastri” della potenza americana. Gli Stati Uniti sono, infatti, “il più grande esportatore di disastri”; dal 1945 al 2001 dei 248 conflitti armati in 153 regioni ben 201 sono stati avviati dagli Stati Uniti, dalla fine della guerra fredda in 80 casi sono state condotte operazioni armate all’estero e più di 800.000 persone sono morte a causa di ciò (di queste 335.000 erano civili). Le guerre hanno causato 21 milioni di emigrati. Nell’articolo si continua dichiarando che gli iniziatori del conflitto tra Russia e Ucraina sono ancora gli Usa, a causa della persistente espansione verso Est della Nato, promossa dal complesso militare-industriale. Espansione che “ha minato l’architettura ed il pensiero della sicurezza europea”.

In Asia Times[5] David Goldman afferma invece che la strategia della Russia per distruggere l’esercito ucraino procede secondo i piani[6], avvolgendo l’esercito nemico in una serie di sacche (come fecero nella grande offensiva durante la seconda guerra mondiale). D’altra parte dalla stampa indiana si ricava che gli Stati Uniti stanno lanciando una campagna “in grande scala” per reclutare piloti militari privati e da Francia e Germania, oltre che dal Regno Unito, la Danimarca, la Lettonia, Polonia e Croazia sono in arrivo mercenari o combattenti in Ucraina[7]. Il premier Modi sta coordinando in questo momento incontri di alto livello per assumere una posizione e sono in corso l’evacuazione dei cittadini indiani.

Nello stesso giornale l’astensione dell’India dal voto del Consiglio di Sicurezza è dichiarata “coerente con il fermo sostegno di Nuova Dehli al suo alleato di lunga data”[8]. Alleato dal quale l’India acquista il 60% delle proprie armi.

In “The Indian Express” un interessante articolo[9] sulle prospettive di accordo tra Russia e Ucraina cita l’opinione di Gustav Gressel dell’ECFR e di Marcel Röthig, Capo dell’ufficio della Fondazione Ebert a Kiev. Quest’ultimo sostiene che si potrebbe arrivare ad una Ucraina federale, con autonomia per il Donetrsk e Luhansk, o alla fine alla diretta cessione a Mosca delle tre aree (Crimea inclusa). Infine una neutralità garantita internazionalmente. Ma segnala correttamente che un compromesso troppo doloroso per l’Ucraina potrebbe portare ad un esito simile a quello che il Trattato di Versailles portò in Germania (ovvero essere la causa di radicalizzazione delle forze nazionaliste, e alla crescita di un nuovo focolare di nazismo in Europa).

Sulla stampa pakistana viene riportata[10] la risposta del governo alle minacce americane seguite al volto all’Onu. Il Pakistan ha dichiarato in risposta di “sostenere un cessate il fuoco e negoziati”, precisando che non ha aderito alla risoluzione per conservare uno spazio diplomatico tra le due parti. Del resto nella regione dell’Asia meridionale solo il Nepal ha votato a favore. L’articolo prosegue dichiarando che la nazione “vede la Cina come il suo più stretto alleato” e, come per il Bangladesh, la percezione della “forte posizione filo-russa della Cina” (come scrivono) ha influenzato la decisione. Per quanto riguarda l’India si tratterebbe (ma su questo anche la stampa cinese sembra concorde) piuttosto di una indecisione tra il vecchio alleato, la Russia, e il nuovo partner strategico (in chiave anticinese). Munir Akram, ambasciatore pakistano alle Nazioni Unite ha spiegato del resto l’astensione in quanto la mozione tralasciava alcuni punti chiave. Precisamente che la Russia era legittimamente preoccupata per l’espansione Nato ai suoi confini, ed era quindi “in un certo senso unilaterale”. Il Pakistan “vuole un approccio equilibrato e ritiene che questa controversia debba essere risolta attraverso negoziati”. Continuando ha confermato di condannare sempre le morti di civili, siano esse in Ucraina, nel Kashmir o in Afganistan, ma che “c’è molta propaganda e notizie false”.

Nell’articolo di fondo del 21 febbraio, “Costruisci vivamente una comunità futura con un futuro condiviso per l’umanità[11], non firmato e dunque posizione del Partito, viene richiamata la dichiarazione di Xi Jinping per la quale “La comunità con un futuro condiviso per l’umanità, come suggerisce il nome, è che il futuro e il destino di ogni nazione e paese sono strettamente legati. La grande famiglia armoniosa ha trasformato il desiderio di una vita migliore di persone provenienti da tutto il mondo nella realtà”. Ora, il concetto di “grande famiglia armoniosa” è uno dei concetti chiave della cultura cinese e dovremo tornarci brevemente. Nell’articolo viene declinato l’universalismo nella visione cinese, per il quale l’umanità ha un “destino condiviso”, cosa che implica che un mondo universalmente sicuro discende dalla condivisione della sicurezza di tutti, secondo lo slogan: “tu sei al sicuro, io sono al sicuro”. Xi Jinping ha sottolineato durante le conferenze dei giochi olimpici: “L’umanità è un tutto e la terra è una patria. Di fronte alle sfide comuni, nessuno o nessun paese può sopravvivere da solo e l’unica via d’uscita per l’umanità è aiutarsi a vicenda e vivere in armonia”. Una “Simbiosi” che ha tre livelli: realizzazione di sé, realizzazione reciproca e realizzazione del mondo.

Ciò significa anche che costruire una comunità con un futuro condiviso per l’umanità è una pratica contemporanea di “comunità di persone libere”. Sapendo che i gruppi umani sono collegati e che l’associazione di uomini liberi rappresentata da Marx è un concetto concepito al di là dell’alienazione dell’uomo nell’era dell’economia industriale. 

La posizione cinese potrà divenire più chiara forse lunedì 7 marzo, quando, alle 15.00, nella Quinta Sessione del 13° Congresso Nazionale del Popolo (una delle più importanti assemblee consultive periodiche del complesso sistema di governo cinese) il Ministro degli Esteri Wang Yi discuterà con la stampa cinese ed estera della “Politica estera e delle relazioni della Cina”.

Intanto alcuni spunti possono essere desunti sia dal concetto cinese di Tianxia, sul quale torniamo alla fine, sia dalla lettura di due documenti recenti: una dichiarazione del Ministro Wang del 26 febbraio, e il protocollo firmato tra Russia e Cina in occasione delle recenti olimpiadi invernali.

Il Ministro Wang ha dichiarato[12] che la posizione si articola in cinque punti:

  • In primo luogo, la Cina sostiene fermamente il rispetto e la salvaguardia della sovranità e dell’integrità territoriale di tutti gli Stati, attenendosi con serietà agli scopi e ai principi della Carta delle Nazioni Unite. La posizione della Cina è coerente, chiara e si applica anche alla questione dell’Ucraina.

Commento: il primo punto non arruola automaticamente la Cina nella guerra di invasione russa, che all’epoca aveva contorni ancora meno definiti, individuando come linea rossa l’integrità territoriale (cfr. Dombass? Taiwan, che, ricordo, è rivendicato dai cinesi come proprio territorio?). In altre parole, con le armi non si spostano i confini.

  • In secondo luogo, la Cina sostiene il concetto di sicurezza comune, globale, cooperativa e sostenibile. La Cina ritiene che la sicurezza di un Paese non possa venire a scapito di quella degli altri e che la sicurezza regionale non possa essere garantita rafforzando e persino espandendo i blocchi militari. Inoltre, le ragionevoli preoccupazioni di sicurezza di tutti gli Stati dovrebbero essere rispettate. Dopo le cinque occasioni consecutive di espansione verso est dell’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico, le richieste legittime della Russia in merito alla sicurezza dovrebbero essere considerate seriamente e risolte in modo adeguato.

Commento: questo è un punto molto denso di teoria ed in linea con la tradizionale linea cinese, la sicurezza non è di uno, è un bene di tutti, quindi è ‘comune, globale, cooperativa e sostenibile’, ogni parola conta. Non è sicurezza quella della Nato che ritiene di essere sicura se sviluppa una soverchiante capacità di minaccia verso un vicino subalterno. Espandendo, appunto, senza limiti il proprio blocco militare. Senza rispettare le ‘ragionevoli preoccupazioni di sicurezza’ di tutti. Quindi cinque e successive espansioni della Nato verso Est determinano ‘legittime richieste di sicurezza’ da parte della Russia.

  • In terzo luogo, la Cina ha seguito l’evoluzione della questione ucraina e la situazione attuale è qualcosa che il Paese asiatico non vuole vedere. È assolutamente indispensabile che tutte le parti esercitino la necessaria moderazione per evitare che la situazione in Ucraina possa peggiorare o addirittura finire fuori controllo. La sicurezza delle vite e delle proprietà della gente comune dovrebbe essere efficacemente salvaguardata, e in particolare, devono essere evitate crisi umanitarie su larga scala.

Commento: la Cina, in quanto grande potenza emergente non ha alcun interesse a veder precipitare il mondo nella guerra indiscriminata (che non potrebbe evitare di coinvolgerla, arrestando il suo sviluppo) prima che il percorso di crescita si compia. A giungere ad un redde rationem prima che si compia sono, casomai, interessati altri (è sempre stata una delle linee difese da parte dell’establishment Usa, fino ad ora minoritaria). La paura che tutto finisca ‘fuori controllo’ (ovvero che tutto finisca) è depositata qui.

  • In quarto luogo, la parte cinese sostiene e incoraggia tutti gli sforzi diplomatici che portano alla soluzione pacifica della crisi ucraina e il Paese asiatico accoglie con favore i colloqui diretti e i negoziati tra la Russia e l’Ucraina, da svolgersi il più presto possibile. La questione ucraina si è evoluta in un complesso contesto storico. L’Ucraina dovrebbe essere un ponte di comunicazione tra l’Est e l’Ovest, invece di essere il fronte di scontro tra grandi Paesi. La Cina sostiene anche l’Europa e la Russia nei propri sforzi per tenere un dialogo su un piano di parità sulla questione della sicurezza europea e alla fine formare un meccanismo di sicurezza europeo equilibrato, efficace e sostenibile.

Commento: deriva dal primo e soprattutto dal secondo punto che la Cina chiede un accordo. L’accordo non potrà che essere, giunti a questo punto della cosa, globale e terrà a battesimo (se eviteremo il peggio) il nuovo mondo multipolare. Ovvero, abbastanza inevitabilmente dato l’atteggiamento americano e nostro, terrà a battesimo la nuova guerra fredda che farà da transizione tra il mondo unipolare occidentale e il mondo futuro. Sarà il caso di ricordare che la guerra fredda è stata tale perché esisteva un sottostante accordo di civiltà che fu probabilmente stipulato al termine della Guerra di Corea. Più specificamente la dottrina cinese individua due poli (‘Est e Ovest’), iscrivendo implicitamente sé stessa e la Russia (ma anche Iran, Pakistan e probabilmente India, per quanto ciò sia iperdifficile) in un campo. Inoltre individua come soluzione la sicurezza europea come problema comune sia della Russia sia della Ue e soci, evidentemente senza gli Usa. Auspica, in altre parole, la dissoluzione della Nato. Sarebbe la cosa giusta (se non avessimo 60.000 soldati occupanti permanentemente sul suolo europeo dal 1945).

  • In quinto luogo, la Cina ritiene che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dovrebbe svolgere un ruolo costruttivo nella risoluzione della questione ucraina e che la pace e la stabilità regionali, così come la sicurezza di tutti i Paesi, dovrebbero essere messe al primo posto. Le azioni intraprese dal Consiglio di Sicurezza dovrebbero quindi ridurre la tensione, piuttosto che gettare benzina sul fuoco, e dovrebbero aiutare a far avanzare la soluzione della questione attraverso mezzi diplomatici, piuttosto che aggravare ulteriormente la questione. La Cina è sempre contraria a citare intenzionalmente il Capitolo VII nelle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza per autorizzare l’uso della forza e delle sanzioni”.

Commento: contro la tradizione di utilizzare l’Onu come proprio utile servitore (salvo ignorarlo quando non si allinea) degli Usa, la Cina individua quindi negli organismi internazionali (nei quali, se la IIWW effettivamente terminasse potrebbe essere molto ben rappresentata insieme ai suoi alleati) il punto di equilibrio decisivo della transizione egemonica di potenza in corso.

Insomma,

  • La Cina aderisce alla via della pace, dello sviluppo ed è impegnata a costruire una comunità con un futuro condiviso per l’umanità. Il Paese asiatico continuerà a respingere fermamente tutte le egemonie e i poteri forti, a salvaguardare fermamente i diritti, gli interessi legittimi e legali degli Stati in via di sviluppo, specialmente di quelli di piccole e medie dimensioni.

Invece la Dichiarazione Congiunta del 4 febbraio[13] i due paesi, Russia e Cina, recita così:

Dichiarazione congiunta della Repubblica popolare cinese e della Federazione russa sulle relazioni internazionali e lo sviluppo sostenibile globale nella nuova era

Su invito del presidente della Repubblica popolare cinese Xi Jinping, il presidente Vladimir Putin della Federazione Russa visiterà la Cina il 4 febbraio 2022. I due capi di stato hanno tenuto colloqui a Pechino e hanno partecipato alla cerimonia di apertura delle 24 Olimpiadi invernali.

La Repubblica popolare cinese e la Federazione russa (di seguito denominate le “Parti”) dichiarano quanto segue:

Attualmente, il mondo sta attraversando grandi cambiamenti e la società umana è entrata in una nuova era di grande sviluppo e grande cambiamento. La multipolarizzazione mondiale, la globalizzazione economica, l’informatizzazione sociale e la diversificazione culturale hanno continuato a svilupparsi, il sistema di governance globale e l’ordine internazionale hanno continuato a cambiare, l’interconnessione e l’interdipendenza dei paesi sono state notevolmente approfondite, la distribuzione del potere internazionale è tesa da ristrutturare, e le preoccupazioni della comunità internazionale per la pace e L’appello per uno sviluppo sostenibile è ancora più forte. Allo stesso tempo, l’epidemia di COVID-19 continua a diffondersi in tutto il mondo, la situazione della sicurezza internazionale e regionale sta diventando sempre più complessa e le minacce e le sfide globali sono in aumento. Alcune forze internazionali continuano a perseguire ostinatamente l’unilateralismo, a ricorrere alla politica di potere, a interferire negli affari interni di altri paesi, a ledere i diritti e gli interessi legittimi di altri paesi, a creare contraddizioni, differenze e scontri e ad ostacolare lo sviluppo e il progresso della società umana . La comunità internazionale non lo accetterà mai.

Le due parti invitano tutti i paesi a rafforzare il dialogo, rafforzare la fiducia reciproca, creare consenso, salvaguardare i valori comuni di pace, sviluppo, equità, giustizia, democrazia e libertà per tutta l’umanità e rispettare i diritti delle persone di tutti i paesi a scegliere autonomamente i propri percorsi di sviluppo e la sovranità e la sicurezza di tutti i paesi Sviluppare interessi, difendere il sistema internazionale con al centro le Nazioni Unite e l’ordine internazionale basato sul diritto internazionale, praticare un vero multilateralismo in cui le Nazioni Unite e la Sicurezza delle Nazioni Unite Il Consiglio svolge un ruolo centrale di coordinamento, promuove la democratizzazione delle relazioni internazionali e realizza lo sviluppo della pace, della stabilità e della sostenibilità nel mondo.

uno

Le due parti hanno convenuto che la democrazia è il valore comune di tutta l’umanità, non il brevetto di pochi paesi.Promuovere e salvaguardare la democrazia è la causa comune della comunità internazionale.

Le due parti credono che la democrazia sia un modo per i cittadini di partecipare alla gestione dei propri affari e mira a migliorare il benessere delle persone e realizzare il dominio delle persone sul paese. La democrazia dovrebbe essere un intero processo e orientato verso tutte le persone, riflettere gli interessi e la volontà di tutte le persone, proteggere i diritti delle persone, soddisfare i bisogni delle persone e salvaguardare gli interessi delle persone. La pratica delle istituzioni democratiche non è rigida e dovrebbe tenere conto dei sistemi socio-politici e delle caratteristiche storiche, tradizionali e culturali dei diversi paesi. Le persone di tutti i paesi hanno il diritto di scegliere le forme ei metodi di pratica democratica che si adattano alle loro condizioni nazionali. Se un paese è democratico o meno può essere giudicato solo dalla sua gente.

Le due parti hanno sottolineato che Cina e Russia, in quanto potenze mondiali con lunghe tradizioni storiche e culturali, hanno profonde tradizioni democratiche radicate nell’esperienza di sviluppo del millennio e sono ampiamente sostenute dal loro stesso popolo, riflettendo i bisogni e gli interessi dei loro cittadini. Cina e Russia hanno assicurato che il loro popolo abbia il diritto di partecipare alla gestione dello stato e degli affari sociali attraverso vari canali e forme in conformità con la legge. Le persone dei due paesi hanno piena fiducia in se stessi sulla strada e rispettano i sistemi democratici e le tradizioni degli altri paesi.

Le due parti hanno sottolineato che i principi democratici dovrebbero riflettersi non solo nella governance interna ma anche nella governance globale. Alcuni paesi tentano di tracciare linee ideologiche, costringere altri paesi ad accettare gli “standard democratici” di questi paesi e monopolizzare il diritto di definire la democrazia mettendo insieme vari piccoli gruppi e alleanze “situazionali”. Questo è in realtà un calpestare la democrazia e il spirito di democrazia e tradimento dei veri valori democratici. Tale ricerca dell’egemonia rappresenta una seria minaccia alla pace e alla stabilità regionale e globale e danneggia la stabilità dell’ordine internazionale.

Le due parti credono fermamente che la difesa della democrazia e dei diritti umani non debba essere usata come strumento per esercitare pressioni su altri paesi. Le due parti si oppongono all’abuso dei valori democratici da parte di qualsiasi paese, all’ingerenza negli affari interni dei paesi sovrani con il pretesto della salvaguardia della democrazia e dei diritti umani e alla provocazione della divisione e del confronto mondiale. Le due parti hanno invitato la comunità internazionale a rispettare la diversità delle culture e delle civiltà ei diritti all’autodeterminazione dei popoli di paesi diversi. Le due parti sono disposte a collaborare con tutti i paesi disponibili per promuovere la vera democrazia.

Le due parti hanno sottolineato che la Carta delle Nazioni Unite e la Dichiarazione universale dei diritti umani hanno stabilito obiettivi elevati e principi di base per la causa globale dei diritti umani, che dovrebbero essere seguiti e praticati da tutti i paesi. Allo stesso tempo, ogni Paese ha diverse condizioni nazionali, e ci sono differenze nella storia, nella cultura, nel sistema sociale e nel livello di sviluppo economico e sociale.È necessario aderire alla combinazione dell’universalità dei diritti umani e delle condizioni reali di vari paesi e proteggere i diritti umani in base alle loro condizioni nazionali e alle esigenze delle persone. La promozione e la protezione dei diritti umani è la causa comune della comunità internazionale e tutti i paesi dovrebbero prestare uguale attenzione e promuovere sistematicamente vari tipi di diritti umani. La cooperazione internazionale in materia di diritti umani dovrebbe essere discussa da tutti i paesi sulla base di un dialogo paritario. Tutti i paesi dovrebbero godere dello stesso diritto allo sviluppo. Tutti i paesi dovrebbero svolgere la cooperazione e la cooperazione in materia di diritti umani sulla base dell’uguaglianza e del rispetto reciproco e rafforzare la costruzione del sistema internazionale dei diritti umani.

due

Le due parti credono che la pace, lo sviluppo e la cooperazione siano la corrente principale dell’odierno sistema internazionale. Lo sviluppo è la chiave per raggiungere il benessere delle persone. La continua diffusione dell’epidemia di COVID-19 ha portato gravi sfide all’attuazione globale dell’Agenda per lo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite 2030. È fondamentale migliorare il partenariato globale per lo sviluppo e spingere lo sviluppo globale verso una nuova fase di equilibrio, coordinamento e inclusività .

Le due parti promuoveranno attivamente la cooperazione tra la costruzione congiunta della “Cintura e della strada” e l’Unione economica eurasiatica e approfondiranno la cooperazione pratica tra la Cina e l’Unione economica eurasiatica in vari campi. Migliorare il livello di connettività nelle regioni Asia-Pacifico ed Eurasiatica. Le due parti sono disposte a continuare a promuovere lo sviluppo parallelo e coordinato della costruzione congiunta della “Belt and Road” e del “Greater Eurasian Partnership”, promuovere lo sviluppo delle organizzazioni regionali e il processo di integrazione economica bilaterale e multilaterale, e a beneficio delle persone di tutti i paesi del continente eurasiatico.

Le due parti hanno convenuto di approfondire ulteriormente la cooperazione pragmatica nello sviluppo sostenibile dell’Artico.

Le due parti rafforzeranno la cooperazione nei meccanismi multilaterali come le Nazioni Unite, promuoveranno la comunità internazionale a porre lo sviluppo in una posizione importante nel coordinamento delle politiche macro globali, inviteranno i paesi sviluppati ad adempiere seriamente ai loro obblighi APS, forniranno ai paesi in via di sviluppo maggiori risorse, e risolvere problemi di sviluppo tra paesi e all’interno dei paesi, squilibri e altre questioni e promuovere lo sviluppo globale e la cooperazione internazionale allo sviluppo. La parte russa ha ribadito la sua volontà di continuare a svolgere un lavoro rilevante sulla promozione dell’iniziativa di sviluppo globale proposta dalla parte cinese, inclusa la partecipazione alle attività del “Gruppo di amici dell’iniziativa di sviluppo globale” sulla piattaforma delle Nazioni Unite. Entrambe le parti invitano la comunità internazionale a concentrarsi sulla riduzione della povertà, la sicurezza alimentare, l’antiepidemia e i vaccini, il finanziamento dello sviluppo, il cambiamento climatico, lo sviluppo verde e sostenibile, l’industrializzazione, l’economia digitale, la connettività, ecc. e ad intraprendere azioni pratiche per accelerare il attuazione dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile.

Le due parti chiedono alla comunità internazionale di creare un ambiente aperto, equo, giusto e non discriminatorio per lo sviluppo scientifico e tecnologico, accelerare la trasformazione delle conquiste scientifiche e tecnologiche in vere forze produttive e sfruttare un nuovo slancio per la crescita economica.

Le due parti chiedono ai paesi di rafforzare la cooperazione nel campo del trasporto sostenibile, svolgere attivamente lo sviluppo delle capacità di trasporto e lo scambio di conoscenze, compresi i trasporti intelligenti, il trasporto sostenibile, lo sviluppo e il funzionamento delle vie navigabili artiche, ecc., Per aiutare la ripresa globale dopo l’epidemia .

Le due parti hanno adottato misure forti per affrontare il cambiamento climatico e hanno dato importanti contributi. Le due parti hanno commemorato congiuntamente il 30° anniversario della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, hanno riaffermato la loro adesione agli obiettivi, ai principi e alle disposizioni della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici e del suo Accordo di Parigi, in particolare il principio delle responsabilità comuni ma differenziate , e si è impegnata a promuovere congiuntamente la “Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici” e il relativo accordo di Parigi. L’accordo di Parigi è pienamente ed efficacemente attuato. Le due parti adempiranno ai rispettivi impegni e si aspettano che i paesi sviluppati attuino seriamente i 100 miliardi di dollari annuali di sostegno finanziario per il clima ai paesi in via di sviluppo. Le due parti si oppongono all’istituzione di nuove barriere commerciali internazionali sulla base della lotta al cambiamento climatico.

Le due parti promuovono fermamente la cooperazione internazionale e gli scambi sulla biodiversità, partecipano attivamente al processo di governance globale della biodiversità e promuovono congiuntamente lo sviluppo coordinato dell’uomo e della natura e la trasformazione verde e contribuiscono allo sviluppo sostenibile globale.

I capi di stato di Cina e Russia hanno affermato la fruttuosa cooperazione bilaterale e multilaterale tra le due parti in risposta alla pandemia globale di COVID-19 e salvaguardando la vita e la salute delle persone dei due paesi e del mondo. Le due parti continueranno a rafforzare la cooperazione nello sviluppo e nella produzione di vaccini e nuovi farmaci contro il coronavirus e ad approfondire la cooperazione nei settori della salute pubblica e della medicina moderna. Le due parti rafforzeranno il coordinamento e l’allineamento delle misure di prevenzione delle epidemie per fornire una forte garanzia per la salute, la sicurezza e gli scambi ordinati di personale tra i due paesi. Le due parti hanno commentato positivamente il lavoro svolto dai dipartimenti e dalle località competenti dei due paesi per garantire la prevenzione dell’epidemia nelle aree di confine e il funzionamento stabile dei porti, istituendo un meccanismo congiunto di prevenzione e controllo nelle aree di confine, coordinando la promozione di prevenzione e controllo delle epidemie, condivisione delle informazioni e costruzione di infrastrutture nei porti frontalieri e miglioramento continuo dell’efficienza delle spedizioni portuali.

Le due parti hanno sottolineato che rintracciare l’origine del nuovo coronavirus è una questione scientifica, che dovrebbe essere svolta in collaborazione con scienziati di tutto il mondo sulla base di una prospettiva globale, e opporsi alla politicizzazione della questione della ricerca dell’origine. La Russia accoglie favorevolmente la ricerca congiunta sulla tracciabilità condotta da Cina e OMS e sostiene il rapporto di ricerca sulla tracciabilità congiunta Cina-OMS. Entrambe le parti chiedono alla comunità internazionale di mantenere congiuntamente la natura scientifica e la serietà della ricerca sulla tracciabilità.

La Russia sostiene la Cina nell’ospitare con successo le Olimpiadi e le Paralimpiadi invernali di Pechino 2022.

Le due parti hanno parlato molto del livello di cooperazione tra i due paesi nello sport e nei Giochi Olimpici e sono disposte a promuovere ulteriormente lo sviluppo di una cooperazione pertinente.

tre

Le due parti hanno espresso profonda preoccupazione per le gravi sfide che devono affrontare la situazione della sicurezza internazionale e hanno creduto che le persone di tutti i paesi condividano un destino comune e che nessun paese può e non deve raggiungere la propria sicurezza staccandosi dalla sicurezza mondiale e a spese della sicurezza di altri paesi. La comunità internazionale dovrebbe partecipare attivamente alla governance della sicurezza globale per ottenere una sicurezza comune, globale, cooperativa e sostenibile.

Le due parti hanno ribadito di sostenere fermamente gli interessi fondamentali reciproci, la sovranità nazionale e l’integrità territoriale e si oppongono alle interferenze esterne negli affari interni dei due paesi.

La parte russa ha ribadito che si attiene al principio della Cina unica, riconosce che Taiwan è una parte inalienabile del territorio cinese e si oppone a qualsiasi forma di “indipendenza di Taiwan”.

Cina e Russia si oppongono alle forze esterne che minano la sicurezza e la stabilità delle aree circostanti comuni dei due paesi, si oppongono a forze esterne che interferiscono negli affari interni dei paesi sovrani con qualsiasi pretesto e si oppongono alle “rivoluzioni colorate” e rafforzeranno la cooperazione nei suddetti aree citate.

Le due parti hanno condannato il terrorismo in tutte le sue forme, esortato la comunità internazionale a istituire un fronte unito globale antiterrorismo incentrato sulle Nazioni Unite e rafforzato il coordinamento politico multilaterale e la cooperazione costruttiva nel campo dell’antiterrorismo. Si oppone alla politicizzazione e alla strumentalizzazione delle questioni antiterrorismo e all’attuazione di “doppi standard” e condanna l’uso di organizzazioni terroristiche ed estremiste e l’interferenza negli affari interni di altri paesi in nome della lotta al terrorismo internazionale e all’estremismo per raggiungere obiettivi geopolitici .

Le due parti ritengono che i singoli paesi, alleanze o alleanze politico-militari cerchino la superiorità militare unilaterale diretta o indiretta, danneggino la sicurezza di altri paesi attraverso la concorrenza sleale e altri mezzi, intensifichino la concorrenza geopolitica, esagerino la rivalità e il confronto, minano gravemente l’ordine di sicurezza internazionale , e minano la stabilità strategica globale. Le due parti si oppongono alla continua espansione della NATO e chiedono alla NATO di abbandonare l’ideologia della Guerra Fredda, rispettare la sovranità, la sicurezza, gli interessi e la diversità delle civiltà, della storia e della cultura di altri paesi e considerare lo sviluppo pacifico di altri paesi in modo obiettivo ed equo. Le due parti si oppongono all’instaurazione di un sistema di alleanze chiuse nella regione Asia-Pacifico e alla creazione di un campo di confronto, e sono molto vigili sull’impatto negativo della “strategia indo-pacifica” promossa dagli Stati Uniti sulla pace e la stabilità della regione. La Cina e la Russia si sono sempre impegnate a costruire un sistema di sicurezza nella regione dell’Asia-Pacifico che sia equo, aperto, inclusivo e non mirato ai paesi terzi, e mantenga pace, stabilità e prosperità.

Le due parti hanno accolto con favore la pubblicazione della Dichiarazione congiunta dei leader dei cinque Stati dotati di armi nucleari sulla prevenzione della guerra nucleare e sull’evitare una corsa agli armamenti e hanno affermato che tutti gli Stati dotati di armi nucleari dovrebbero abbandonare la mentalità della guerra fredda e il gioco a somma zero, ridurre il ruolo delle armi nucleari nelle politiche di sicurezza nazionale e ritirarsi Le armi nucleari dispiegate all’estero non consentono lo sviluppo illimitato del sistema antimissilistico globale, riducendo efficacemente il rischio di guerra nucleare e qualsiasi conflitto militare tra paesi con forze nucleari militari .

Le due parti hanno ribadito che il Trattato di non proliferazione delle armi nucleari è la pietra angolare del sistema internazionale di disarmo e non proliferazione nucleare, una parte importante del sistema di sicurezza internazionale del dopoguerra, e il suo ruolo nella promozione della pace e dello sviluppo nel mondo è insostituibile. La comunità internazionale dovrebbe promuovere i tre pilastri del trattato in modo equilibrato e mantenere congiuntamente l’autorità, l’efficacia e l’universalità del trattato.

Le due parti hanno espresso seria preoccupazione per l’istituzione del “Partenariato trilaterale per la sicurezza” (AUKUS) tra Stati Uniti, Regno Unito e Australia, in particolare per la cooperazione nei settori della stabilità strategica come i sottomarini a propulsione nucleare, aggravando il pericolo di una corsa agli armamenti regionale e ponendo un serio rischio di proliferazione nucleare. Le due parti condannano fermamente atti simili ed esortano gli stati membri dell’AUKUS ad adempiere rigorosamente ai loro obblighi per prevenire la proliferazione nucleare e missilistica e mantenere la pace, la stabilità e lo sviluppo regionali.

Le due parti hanno espresso seria preoccupazione per il previsto scarico nell’oceano da parte del Giappone di acqua radioattivamente inquinata dall’incidente della centrale nucleare di Fukushima e il suo potenziale impatto ambientale, sottolineando che il Giappone deve consultarsi pienamente con i paesi vicini e le altre parti interessate e le istituzioni internazionali pertinenti, e condurre dimostrazione aperta, trasparente, scientifica, Smaltire correttamente l’acqua contaminata radioattivamente in modo responsabile in conformità con il diritto internazionale.

Le due parti ritengono che dopo che gli Stati Uniti si sono ritirati dal Trattato INF, hanno accelerato lo sviluppo di missili terrestri a medio e corto raggio e hanno cercato di dispiegarli e fornirli ai loro alleati nelle regioni Asia-Pacifico ed europee , intensificando la tensione e la sfiducia, aumentando i rischi per la sicurezza internazionale e regionale e indebolendo la non proliferazione internazionale e il sistema di controllo degli armamenti mina la stabilità strategica globale. Le due parti esortano gli Stati Uniti a rispondere attivamente all’iniziativa della Russia e ad abbandonare i piani per dispiegare missili terrestri a medio e corto raggio nell’Asia-Pacifico e in Europa. Le due parti manterranno la comunicazione e rafforzeranno il coordinamento al riguardo.

La Cina comprende e sostiene le proposte avanzate dalla Russia per costruire una garanzia di sicurezza a lungo termine legalmente vincolante per l’Europa.

Le due parti hanno sottolineato che il ritiro degli Stati Uniti da una serie di importanti accordi internazionali nel campo del controllo degli armamenti ha avuto un enorme impatto negativo sulla sicurezza e stabilità internazionale e regionale. Entrambe le parti hanno espresso preoccupazione per il progresso degli Stati Uniti nel loro programma antimissilistico globale e il dispiegamento di sistemi antimissilistici in tutto il mondo, rafforzando al contempo le loro armi non nucleari ad alta precisione in grado di condurre missioni strategiche come attacchi preventivi. Le due parti hanno sottolineato l’importanza degli usi pacifici dello spazio extraatmosferico, hanno sostenuto fermamente il ruolo centrale del Comitato delle Nazioni Unite per gli usi pacifici dello spazio extraatmosferico nella promozione della cooperazione internazionale nello spazio extraatmosferico, nel mantenimento e nello sviluppo del diritto internazionale nel campo dello spazio extraatmosferico , e il controllo delle attività nello spazio extraatmosferico, e continuerà a discutere dello spazio extraatmosferico Rafforzare la cooperazione su questioni di interesse reciproco, come la sostenibilità a lungo termine delle attività spaziali e lo sviluppo e l’utilizzo delle risorse spaziali. Le due parti si oppongono ai tentativi di alcuni paesi di trasformare lo spazio esterno in un territorio di scontro militare, ribadiscono che faranno ogni sforzo per prevenire l’armamento e la corsa agli armamenti nello spazio esterno, si oppongono ad attività rilevanti volte a cercare la superiorità militare nello spazio esterno e condurre operazioni nello spazio extraatmosferico e ribadire che sulla base del progetto di Trattato sulla prevenzione del posizionamento di armi nello spazio extraatmosferico, l’uso o la minaccia dell’uso della forza su oggetti dello spazio extraatmosferico, Cina e Russia avvieranno negoziati il ​​prima possibile concludere un documento multilaterale giuridicamente vincolante per fornire una garanzia fondamentale e affidabile per prevenire una corsa agli armamenti e l’armamento nello spazio.

Cina e Russia sottolineano che le iniziative/impegni politici internazionali in materia di trasparenza e misure di rafforzamento della fiducia, compreso il “nessun primo dispiegamento di armi nello spazio esterno”, contribuiscono all’obiettivo di prevenire una corsa agli armamenti nello spazio esterno, ma tali misure sono solo complementari alla regolamentazione misure per le attività nello spazio extraatmosferico e non dovrebbero sostituire un meccanismo giuridicamente vincolante efficace.

Le due parti hanno riaffermato che la Convenzione sulle armi biologiche è un pilastro vitale della pace e della sicurezza internazionali e sono determinate a mantenere l’autorità e l’efficacia della Convenzione.

Le due parti riaffermano che la Convenzione dovrebbe essere pienamente rispettata e ulteriormente rafforzata, compresa l’istituzionalizzazione della Convenzione, il rafforzamento del meccanismo della Convenzione, la conclusione di un protocollo giuridicamente vincolante che includa un efficace meccanismo di verifica e la risoluzione delle questioni relative all’attuazione della Convenzione attraverso una regolare consultazione e cooperazione per qualsiasi problema.

Le due parti hanno sottolineato che le attività di militarizzazione biologica svolte dagli Stati Uniti e dai loro alleati in patria e all’estero hanno sollevato serie preoccupazioni e interrogativi da parte della comunità internazionale sulla sua conformità. Le attività in questione rappresentano una seria minaccia per la sicurezza nazionale di Cina e Russia e danneggiano anche la sicurezza delle regioni interessate. Le due parti esortano gli Stati Uniti ei loro alleati a chiarire le proprie attività di militarizzazione biologica in patria e all’estero in modo aperto, trasparente e responsabile e a sostenere la ripresa dei negoziati su un protocollo di verifica giuridicamente vincolante alla Convenzione sulle armi biologiche.

Le due parti hanno riaffermato il loro impegno per l’obiettivo di un mondo libero dalle armi chimiche e hanno invitato tutte le parti della Convenzione sulle armi chimiche a sostenere congiuntamente l’autorità e l’efficacia della Convenzione. La Cina e la Russia sono profondamente preoccupate per la politicizzazione dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche e invitano gli Stati parti a rafforzare la solidarietà e la cooperazione e a mantenere la tradizione del consenso. Cina e Russia esortano gli Stati Uniti ad accelerare la distruzione delle scorte di armi chimiche come unico Stato parte che non ha completato la distruzione di armi chimiche.

Le due parti hanno sottolineato che l’attuazione degli obblighi di non proliferazione dovrebbe essere bilanciata con la salvaguardia dei diritti e degli interessi legittimi dei paesi nella cooperazione internazionale nell’uso pacifico di tecnologie, materiali e attrezzature avanzati. Le due parti hanno sottolineato che la risoluzione su “Promuovere l’uso pacifico della cooperazione internazionale nel campo della sicurezza internazionale” proposta dalla parte cinese e proposta congiuntamente dalla parte russa è stata adottata dalla 76a Assemblea generale delle Nazioni Unite.

Entrambe le parti attribuiscono grande importanza alla questione della governance dell’IA. Le due parti sono disposte a rafforzare gli scambi e i dialoghi su questioni di intelligenza artificiale.

Le due parti hanno ribadito che approfondiranno la cooperazione nel campo della sicurezza internazionale dell’informazione e promuoveranno la creazione di un ambiente aperto, sicuro, sostenibile e accessibile per le tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Le due parti hanno sottolineato che i principi di non uso della forza, rispetto della sovranità nazionale e dei diritti e delle libertà fondamentali dell’uomo e della non interferenza negli affari interni stabiliti nella Carta delle Nazioni Unite si applicano allo spazio dell’informazione, hanno riaffermato il ruolo chiave dell’ONU nel rispondere alle minacce alla sicurezza internazionale dell’informazione e ha sostenuto le Nazioni Unite nella formulazione di nuove politiche in questo settore.codice di condotta nazionale.

Le due parti accolgono con favore lo svolgimento di negoziati globali nel campo della sicurezza dell’informazione internazionale nel quadro di un meccanismo unificato, sostengono il lavoro del gruppo di lavoro aperto delle Nazioni Unite sulla sicurezza dell’informazione per il periodo 2021-2025 e sono disposte ad esprimere posizioni comuni all’interno il gruppo di lavoro. Le due parti ritengono che la comunità internazionale dovrebbe lavorare insieme per formulare un nuovo e responsabile codice di condotta nazionale nel cyberspazio dell’informazione, compreso un documento legale internazionale universale con forza legale che regoli le attività di vari paesi nel campo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione . Le due parti ritengono che la Global Data Security Initiative proposta dalla Cina e sostenuta in linea di principio dalla Russia fornisca una base per il gruppo di lavoro per discutere e formulare contromisure per la sicurezza dei dati e altre minacce internazionali alla sicurezza delle informazioni.

Le due parti hanno ribadito il loro sostegno alle Risoluzioni 74/247 e 75/282 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, al lavoro del Comitato intergovernativo di esperti ad hoc, alla promozione della negoziazione di una convenzione internazionale contro l’uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione a fini criminali nel quadro delle Nazioni Unite e ha sostenuto che tutte le parti partecipino in modo costruttivo ai negoziati per garantire che una convenzione globale autorevole e universale possa essere raggiunta il prima possibile in conformità con la risoluzione 75/282 dell’UNGA e presentata alla 78a sessione dell’UNGA . Cina e Russia hanno presentato congiuntamente il progetto di convenzione come base per i relativi negoziati.

Le due parti sostengono l’istituzione di un sistema internazionale di governance di Internet. Credono che tutti i paesi abbiano uguali diritti alla governance di Internet e che i paesi sovrani abbiano il diritto di controllare e proteggere la propria sicurezza della rete. Qualsiasi tentativo di limitare la sovranità della rete nazionale è inaccettabile , e l’Unione internazionale delle telecomunicazioni dovrebbe essere incoraggiata a risolvere le questioni rilevanti. svolgere un ruolo più attivo.

Le due parti approfondiranno la cooperazione bilaterale nel campo della sicurezza internazionale dell’informazione sulla base dell’accordo tra il governo della Repubblica popolare cinese e il governo della Federazione russa sulla cooperazione nel campo della garanzia della sicurezza internazionale dell’informazione (firmato a maggio 8, 2015) programma di cooperazione in questo campo.

quattro

Le due parti hanno sottolineato che Cina e Russia, in quanto maggiori potenze mondiali e membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, sosterranno la responsabilità e la moralità, salvaguarderanno fermamente il sistema internazionale in cui l’ONU svolge un ruolo centrale di coordinamento negli affari internazionali e con fermezza sostenere i principi del diritto internazionale, compresi gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite.Lavoreremo insieme per costruire un mondo più prospero, stabile, equo e giusto e costruire un nuovo tipo di relazioni internazionali.

La parte russa ha parlato positivamente del concetto cinese di costruire una comunità con un futuro condiviso per l’umanità, che aiuterà a rafforzare la solidarietà della comunità internazionale e ad affrontare insieme le sfide comuni. La Cina parla positivamente degli sforzi della Russia per costruire un sistema di relazioni internazionali equo e multipolare.

Le due parti hanno difeso fermamente la vittoria della seconda guerra mondiale e l’ordine internazionale del dopoguerra, hanno salvaguardato risolutamente l’autorità delle Nazioni Unite e l’equità e la giustizia internazionali e si sono opposte ai tentativi di negare, distorcere e manomettere la storia della seconda guerra mondiale.

Per evitare che si ripetesse la tragedia della guerra mondiale, le due parti condannarono risolutamente gli aggressori fascisti e militaristi ei loro complici a sottrarsi alle colpe storiche e calunniare i paesi vincitori.

Le due parti hanno sostenuto e promosso la costruzione di un nuovo tipo di relazione tra i principali paesi caratterizzati da rispetto reciproco, convivenza pacifica e cooperazione vantaggiosa per tutti, e hanno sottolineato che il nuovo tipo di relazione tra Cina e Russia va oltre il modello di alleanza politico-militare durante la Guerra Fredda. Non c’è limite all’amicizia tra i due paesi, non c’è uno spazio ristretto per la cooperazione.Il rafforzamento della cooperazione strategica non è rivolto a un paese terzo, né è influenzato dai cambiamenti del paese terzo e della situazione internazionale.

Le due parti hanno ribadito che la comunità internazionale dovrebbe essere unita piuttosto che divisa e dovrebbe cooperare piuttosto che confrontarsi. Le due parti si oppongono al ritorno delle relazioni internazionali nell’era del confronto tra le grandi potenze e la legge della giungla. Contrastare i tentativi di sostituire accordi e meccanismi generalmente accettati conformi al diritto internazionale con regole di “piccola cerchia” formulate da singoli paesi e gruppi di paesi, opporsi all’uso di soluzioni evasive che non hanno raggiunto un consenso per risolvere problemi internazionali, contrastare la politica di potere, il bullismo , e sanzioni unilaterali e “giurisdizione a braccio lungo”, che si oppone all’abuso dei controlli sulle esportazioni e sostiene e facilita il commercio conforme all’OMC.

Le due parti hanno ribadito che rafforzeranno il coordinamento della politica estera, praticheranno un autentico multilateralismo, rafforzeranno la cooperazione all’interno dei meccanismi multilaterali, salvaguarderanno gli interessi comuni, manterranno l’equilibrio del potere internazionale e regionale e lavoreranno insieme per migliorare la governance globale.

Le due parti sostengono e mantengono il sistema commerciale multilaterale con al centro l’OMC, partecipano attivamente alla riforma dell’OMC e si oppongono all’unilateralismo e al protezionismo. Le due parti rafforzeranno il dialogo, la cooperazione e il coordinamento delle posizioni su questioni economiche e commerciali di interesse comune, contribuiranno a garantire il funzionamento stabile ea lungo termine delle catene industriali e di approvvigionamento globali e regionali e promuoveranno l’istituzione di un sistema più aperto, inclusivo, sistema di regole economiche e commerciali internazionali trasparente e non discriminatorio.

Le due parti sostengono il G20 per svolgere il ruolo di forum principale per la cooperazione economica internazionale e un’importante piattaforma per la risposta alle crisi, e promuovono congiuntamente il G20 per portare avanti lo spirito di solidarietà e cooperazione nella lotta internazionale contro l’epidemia, la ripresa dell’economia mondiale, la promozione dello sviluppo inclusivo e sostenibile e il miglioramento di un ambiente globale equo e ragionevole Giocheremo un ruolo guida nel sistema di governance economica e in altri aspetti e lavoreremo insieme per affrontare le sfide globali.

Le due parti sostengono i paesi BRICS per approfondire la loro partnership strategica, espandere la cooperazione nelle tre direzioni principali di sicurezza politica, economia, commercio e finanza e scambi interpersonali e culturali, promuovere la cooperazione nelle innovazioni scientifiche e tecnologiche come quelle pubbliche salute, economia digitale e intelligenza artificiale e migliorare il livello di cooperazione internazionale BRICS. Le due parti sono impegnate nel modello “BRICS+” e nel Dialogo BRICS come meccanismo di dialogo efficace con i paesi in via di sviluppo ei paesi dei mercati emergenti, i meccanismi e le organizzazioni di integrazione regionale.

La parte russa sosterrà pienamente la parte cinese nel suo lavoro come presidenza BRICS nel 2022 e promuoverà congiuntamente la 14a riunione dei leader BRICS per ottenere risultati fruttuosi.

Le due parti rafforzeranno e rafforzeranno ulteriormente il ruolo dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai e promuoveranno la costruzione di un modello mondiale multipolare basato su norme riconosciute di diritto internazionale, multilateralismo, uguaglianza, comune, indivisibile, globale, cooperativo e sostenibile sicurezza.

Le due parti ritengono che sia fondamentale attuare il consenso sul miglioramento della risposta degli Stati membri della SCO alle sfide e alle minacce alla sicurezza e, a tal fine, entrambe le parti sostengono l’espansione delle funzioni dell’agenzia regionale antiterrorismo della SCO.

Le due parti promuoveranno il miglioramento e il potenziamento della cooperazione economica tra gli Stati membri della SCO, continueranno a rafforzare la cooperazione tra gli Stati membri in aree di interesse comune come il commercio, l’industria, i trasporti, l’energia, la finanza, gli investimenti, l’agricoltura, le dogane, telecomunicazioni, innovazione, ecc. Risparmio, risparmio energetico, applicazione della tecnologia verde.

Le due parti hanno sottolineato che lo “Shanghai Cooperation Organization Member States Intergovernmental Cooperation Agreement on Safeguarding International Information Security” (firmato il 16 giugno 2009) e la cooperazione nell’ambito del SCO Member States International Information Security Expert Group hanno ottenuto risultati fruttuosi Il “Piano di cooperazione 2022-2023 per gli Stati membri della SCO per salvaguardare la sicurezza dell’informazione internazionale” adottato dal Consiglio dei capi di Stato degli Stati membri della SCO a Dushanbe il 17.

Le due parti ritengono che l’importanza della cooperazione interpersonale e culturale per lo sviluppo della SCO sia in costante aumento. Le due parti approfondiranno ulteriormente la cooperazione in materia di cultura, istruzione, scienza e tecnologia, salute, protezione ambientale, turismo, scambi di personale e sport tra gli Stati membri della SCO e miglioreranno la comprensione reciproca tra le persone degli Stati membri.

Le due parti continueranno a consolidare il ruolo dell’APEC come principale piattaforma di dialogo economico multilaterale nella regione, rafforzeranno la collaborazione nell’attuazione dell’APEC Putrajaya Vision 2040 e costruiranno aree regionali libere, aperte, eque, non discriminatorie, trasparenti e prevedibili. commercio Ambiente di investimento, concentrandosi sul rafforzamento della risposta alla nuova epidemia di polmonite coronarica, sulla promozione della ripresa economica, sulla promozione della trasformazione digitale in vari campi, sul rilancio dell’economia delle aree remote e sul sostegno dell’APEC e di altre organizzazioni multilaterali regionali per svolgere la cooperazione nelle aree di cui sopra .

Le due parti continueranno a portare avanti la cooperazione nell’ambito del meccanismo Cina-Russia-India e rafforzeranno la cooperazione in piattaforme come il vertice dell’Asia orientale, il forum regionale dell’ASEAN e l’incontro dei ministri della difesa dell’ASEAN Plus. Cina e Russia sostengono la centralità dell’ASEAN nella cooperazione dell’Asia orientale, continuano a rafforzare il coordinamento per approfondire la cooperazione con l’ASEAN, promuovono congiuntamente la cooperazione in materia di salute pubblica, sviluppo sostenibile, antiterrorismo e lotta ai crimini transnazionali e rafforzano il ruolo dell’ASEAN come componente chiave della architettura.

4 febbraio 2022 a Pechino

Si tratta di una dichiarazione molto lunga, che non nomina la parola “alleanza”, ma ci va vicino. In essa viene dichiarata con una formula tipicamente cinese la necessità di plasmare un mondo multipolare e cita i due nodi rispettivamente cruciali dell’espansione della Nato e della richiesta indipendenza di Taiwan, sostenendo le posizioni rispettive. Taiwan è parte della Cina “inalienabile” e la Nato non deve espandersi ancora. La dichiarazione non fa capire che la Cina fosse al corrente dell’imminente invasione.

Altri elementi:

  • impegno ad aumentare l’interscambio di 250 miliardi all’anno (oggi è 140, traduzione: triplica),
  • promozione delle valute nazionali (traduzione: il gas ed il petrolio russo non saranno più pagati in dollari),
  • cooperazione tecnico-militare,
  • interoperabilità informatica,
  • potenziamento della vendita di gas e petrolio (10 miliardi di mc, traduzione: meno per noi, anche se poco)
  • rivendicazione del multilateralismo e del principio di autodeterminazione dei popoli,
  • censura ai tentativi di ideologizzare le relazioni internazionali, di stabilire standard e doppi standard e di imporli con la forza, delle ‘rivoluzioni colorate’,
  • invito a dismettere arsenali chimici e biologici (diretto agli Usa per esplicita menzione),
  • impegno al sostegno reciproco.

Sostegno che al momento è solo diplomatico, in quanto l’invasione russa è fortemente estranea alle tradizioni diplomatiche dell’impero di mezzo e imbarazzante per il complesso quadro d’area nel quale la Cina si muove.

Nel concetto cinese di Tianxia (la “via del cielo”) è presente quel che Azzarà in un suo recente libro[14] chiama universalismo concreto e dialettica dell’inclusione. Contro la tradizione del razionalismo occidentale, che pensa a partire dal principio individuale e finisce per divenire copertura di interessi di parte, geopolitici o altro, seguendo una falsa generalizzazione autocontraddittoria (ovvero non realmente universalizzabile, se non piegando e non riconoscendo l’altro) per l’impostazione cinese la razionalità è realmente tale se porta ad una situazione collettiva accettata senza coercizione. Una ‘razionalità collettiva’ che non può essere definita ex ante, ma solo a seguito di un processo concreto di confronto. Processo dal quale emerge il piano cooperativo. Una “razionalità relazionale”, come propone di chiamarla Azzarà[15], che non produce necessariamente e strutturalmente amici e nemici. Per il Tianxia, al contrario, ogni fenomeno produce necessariamente una ‘vita in comune’ e rappresenta una ‘totalità’. Questo è una componente del concetto di “armonia” che è al centro dell’approccio diplomatico cinese.

Il sistema mondiale è di tutti in questo senso, 大道之行也天下為公, “quando prevarrà la Grande Via, l’Universo apparterrà a tutti”, un verso del testo confuciano “I riti”, ripreso da Qing Kang Youwei e dal Sun Yat-sen nell’espressione “Tian xia wei gong”. Come ogni concetto sintetico ha una dimensione utopica (sin dalla sua formazione nella tarda epoca Qing, ma anche di orientamento.

Del resto la radice di tale diverso atteggiamento è molto profonda, come mostra Yuk Hui nel suo “Cosmotecnica”[16] il tema al cuore della filosofia cinese non è l’’essere’, quanto il ‘vivente’. Ovvero, nel confucianesimo come nel daoismo, la possibilità di condurre una vita morale e buona. La vita è soggetta a causalità reciproca e l’universo è in essa sempre pensato come una totalità di relazioni. Nel confucianesimo, racconta il filosofo cinese, “il Dao è riconosciuto come coerenza tra l’ordine cosmologico e quello morale, e tale coerenza è chiamata zi ran, spesso tradotto con ‘natura’”[17]. ‘Natura’ nel cinese moderno significa piante, fiumi, etc. ma anche attuare e comportarsi in armonia con il sé e senza pretesa, “lasciare che le cose siano come sono”. Cosmo ed essere umano sono sempre connessi, se pure mediati da esseri tecnici (Qi). Nella cultura cinese l’odine cosmologico non può essere ‘perfezionato’ dalla techné, perché è sempre anche un ordine morale.

Ne segue che la verità non può derivare dalla violenza, ma solo dall’armonia. Incarnando l’armonia.

Quindi la relazione tra umani è pensata a partire dalla risonanza, anziché come nel pensiero greco sulla guerra (polemos) e il conflitto (eris). Nel daoismo il principio del governo sarà wu wei zhi zhi, “governare senza intervenire”, ovvero lasciare che le cose siano, si sviluppino, diventino se stesse e raggiungano il proprio potenziale.

Avremmo da imparare, se sapessimo essere con l’altro.

FONTE: https://tempofertile.blogspot.com/2022/03/guerra-ucraina-note-sul-punto-di-vista.html

Note

[1] – https://www.scmp.com/

[2] – http://www.chinadaily.com.cn/

[3] – https://www.nytimes.com/

[4] – https://news.bjd.com.cn//2022/03/05/10050663.shtml

[5] – https://asiatimes.com/

[6] – https://asiatimes.com/2022/02/russias-strategy-to-destroy-ukraine-army-going-to-plan/

[7] – https://timesofindia.indiatimes.com/india/data/russia-ukraine-history

[8] – https://timesofindia.indiatimes.com/india/six-times-when-the-soviet-veto-came-to-indias-rescue/articleshow/89941338.cms

[9] – https://indianexpress.com/article/world/ukraine-russia-war-what-could-be-a-way-out-7802307/

[10] – https://www.dawn.com/news/1678353/us-warns-pakistan-of-ukraine-war-consequences

[11] – https://news.bjd.com.cn//2022/02/21/10044979.shtml

[12] – https://www.ansa.it/amp/sito/notizie/mondo/dalla_cina/2022/02/26/cina-wang-yi-elabora-posizione-sullucraina_c588f530-bc74-44a8-a89d-4637eea4c122.html?fbclid=IwAR2ppmNzWfUqTJUE5zpqj4wGFsdcoGKIr20MyTPktnpHbTDlIVsKMevLfok

[13] – Che devo riprendere da questo link non essendo più disponibili i siti russi:

https://observatoriocrisis.com/2022/02/06/desempaquetando-la-declaracion-conjunta-china-rusa/?fbclid=IwAR3tadzZ0rJFXhsIq95hdypqf7wrA1nl0lb1A3ZcF3Wf6dZnJsZDm43f2Nw ;

questa è la versione cinese: http://www.gov.cn/xinwen/2022-02/04/content_5672025.htm

[14] – Stefano G. Azzarà, “Il virus dell’occidente”, Mimesis 2020.[15] – Ivi, p. 108[16] – Yuk Hui, “Cosmotecnica. La questione della tecnologia in Cina”, Nero 2021.[17] – Ivi, p.65.

ILAN PAPPE’- “LE QUATTRO LEZIONI DALL’UCRAINA: I DOPPI STANDARD OCCIDENTALI”

USA Today [terzo quotidiano più venduto negli USA, ndtr.] ha informato che una foto diventata virale di un grattacielo colpito da un bombardamento russo in Ucraina è risultata essere di un grattacielo demolito nella Striscia di Gaza dall’aviazione israeliana nel maggio 2021. Pochi giorni prima il ministero degli Esteri ucraino si è lamentato con l’ambasciatore israeliano a Kiev che “ci state trattando come Gaza”. Era furioso che Israele non avesse condannato l’invasione russa e fosse interessato esclusivamente a portare via i cittadini israeliani dallo Stato (Haaretz, 17 febbraio 2022). Si è trattato di un misto di riferimenti all’evacuazione da parte dell’Ucraina di mogli ucraine sposate con palestinesi dalla Striscia di Gaza nel maggio 2021 e un ricordo a Israele del pieno appoggio del presidente ucraino all’attacco israeliano contro la Striscia di Gaza di quel mese (tornerò a quell’appoggio verso la fine di questo articolo).

In effetti quando si valuta l’attuale crisi in Ucraina gli attacchi israeliani contro Gaza dovrebbero essere citati e presi in considerazione. Non è un caso che alcune foto vengano confuse: non ci sono molti grattacieli che siano stati abbattuti in Ucraina, ma ce ne sono parecchi che sono stati distrutti nella Striscia di Gaza. Tuttavia quando si prende in considerazione la crisi ucraina in un contesto più ampio non emerge solo l’ipocrisia riguardo alla Palestina. È il complessivo doppio standard dell’Occidente che dovrebbe essere analizzato, senza rimanere neppure per un istante indifferenti alle notizie e alle immagini che ci giungono dalla zona di guerra in Ucraina: bambini traumatizzati, flussi di rifugiati, bellezze architettoniche distrutte dai bombardamenti e il pericolo incombente che ciò sia solo l’inizio di una catastrofe umanitaria nel cuore dell’Europa.

Nel contempo quanti di noi hanno sperimentato, informato e raccontato le catastrofi umanitarie in Palestina non possono ignorare l’ipocrisia dell’Occidente, e possiamo evidenziarlo senza sminuire per un solo momento la nostra solidarietà umana ed empatia con le vittime di ogni guerra.

Lo dobbiamo fare in quanto la disonestà etica che è implicita negli scopi ingannevoli stabiliti dalle élite politiche e dai media occidentali li porterà ancora una volta a nascondere il loro razzismo e la loro impunità in quanto continuerà a garantire l’immunità a Israele e alla sua oppressione dei palestinesi. Ho individuato quattro affermazioni false che fino ad ora sono al centro dell’impegno delle élite occidentali con la crisi ucraina e le ho strutturate come quattro lezioni.

Prima lezione: i rifugiati bianchi sono benvenuti, gli altri molto meno

L’inedita decisione collettiva dell’UE di aprire le sue frontiere ai rifugiati ucraini, seguita da una politica più prudente della Gran Bretagna, non può passare inosservata rispetto alla chiusura della maggior parte degli ingressi in Europa ai rifugiati che arrivano dal mondo arabo e dall’Africa dal 2015. La priorità chiaramente razzista che distingue in base al colore, alla religione e all’etnia tra chi cerca di salvarsi la vita è aberrante, ma è improbabile che cambi molto rapidamente. Alcuni dirigenti europei non si vergognano neppure di esprimere pubblicamente il proprio razzismo, come ha fatto il primo ministro bulgaro Kiril Petkov:

“Questi (i rifugiati ucraini) non sono i rifugiati a cui siamo abituati…questa gente è europea. Queste persone sono intelligenti, sono istruite… Non è l’ondata di rifugiati a cui siamo abituati, persone della cui identità non siamo sicuri, senza un passato chiaro, che potrebbero persino essere stati dei terroristi…”

Non è solo. I mezzi di comunicazione occidentali parlano tutto il tempo del “nostro tipo di rifugiati”, e questo razzismo si esprime chiaramente ai valichi di confine tra l’Ucraina e i suoi vicini europei. Questo atteggiamento razzista, con sfumature chiaramente islamofobe, non cambierà, dato che i dirigenti europei stanno ancora negando il tessuto multietnico e multiculturale delle società in tutto il continente. Una realtà umana creata da anni di colonialismo e imperialismo europei che gli attuali governi europei negano e ignorano e, nel contempo, questi governi perseguono politiche migratorie basate sullo stesso razzismo che permeava il colonialismo e l’imperialismo del passato.

Seconda lezione: puoi invadere l’Iraq ma non l’Ucraina

La mancanza di volontà dei media occidentali di contestualizzare la decisione russa di invadere all’interno di una più ampia, e ovvia, analisi di come nel 2003 siano cambiate le regole del gioco internazionale è veramente sconcertante. È difficile trovare un’analisi che evidenzi il fatto che gli USA e la Gran Bretagna violarono le leggi internazionali contro la sovranità di uno Stato quando i loro eserciti, con una coalizione di Paesi occidentali, invasero l’Afghanistan e l’Iraq. Occupare un intero Paese per scopi politici non è stato inventato in questo secolo da Vladimir Putin, è stato inaugurato dall’Occidente come uno strumento giustificato di politica.

Terza lezione: a volte il neonazismo può essere accettabile

L’analisi riguardo all’Ucraina non evidenzia neppure alcuni dei validi argomenti di Putin, che non giustificano affatto l’invasione, ma che richiedono la nostra attenzione persino durante l’invasione. Fino all’attuale crisi i mezzi di comunicazione progressisti occidentali, come The Nation, the Guardian, the Washington Post, ecc., ci hanno messi in guardia dal crescente potere dei gruppi neonazisti in Ucraina che potrebbe incidere sul futuro dell’Europa, e non solo. Gli stessi mezzi di informazione oggi ignorano l’importanza del neonazismo in Ucraina.

Il 22 febbraio 2019 The Nation informava:

“Oggi crescenti notizie sulla violenza di estrema destra, dell’ultranazionalismo e dell’erosione delle libertà fondamentali stanno smentendo l’iniziale euforia dell’Occidente. Ci sono pogrom neonazisti contro i rom, crescenti aggressioni contro femministe e gruppi LGBT, censura di libri e glorificazione sponsorizzata dallo Stato di collaboratori del nazismo.”

Due anni prima il Washington Post (15 giugno 2017) aveva avvertito, in modo molto perspicace, che uno scontro dell’Ucraina con la Russia non avrebbe dovuto portarci a dimenticare il potere del neonazismo in Ucraina:

“Mentre la lotta dell’Ucraina contro i separatisti appoggiati dalla Russia continua, Kiev affronta un’altra minaccia a lungo termine alla sua sovranità: potenti gruppi ultranazionalisti di estrema destra. Queste organizzazioni non si vergognano di utilizzare la violenza per raggiungere i propri obiettivi, che sono sicuramente in contrasto con la tollerante democrazia di tipo occidentale che Kiev cerca apparentemente di diventare.”

Tuttavia oggi il Washington Post adotta un atteggiamento sprezzante e definisce una descrizione simile come un’“accusa falsa”:

“In Ucraina agiscono una serie di gruppi nazionalisti paramilitari, come il movimento Azov e il Settore di Destra, che abbracciano un’ideologia neonazista. Benché di spicco, sembrano avere scarse adesioni. Solo un partito di estrema destra, Svoboda, è rappresentato nel parlamento ucraino, e ha solo un deputato.”

I precedenti avvertimenti di un mezzo di comunicazione come The Hill (9 novembre 2017), il principale sito indipendente di notizie degli USA, sono dimenticate:

“In effetti ci sono formazioni neonaziste in Ucraina. Ciò è stato massicciamente confermato da quasi tutti i principali mezzi di informazione occidentali. Il fatto che alcuni analisti possano smentirlo come propaganda diffusa da Mosca è profondamente inquietante, soprattutto alla luce dell’attuale incremento di neonazisti e suprematisti bianchi in tutto il pianeta.”

Quarta lezione: colpire grattacieli è un crimine di guerra solo in Europa

Foto acquisita da ANSA su Twitter e rilanciata da RAI e molti network internazionali

Non solo la dirigenza ucraina ha rapporti con questi gruppi e milizie neonazisti, è anche filo-israeliano in modo preoccupante e imbarazzante. Uno dei primi atti del presidente Volodymyr Zelensky è stato il ritiro dell’Ucraina dalla Commissione delle Nazioni Unite sull’Esercizio dei Diritti Inalienabili del Popolo Palestinese, l’unico tribunale internazionale a garantire che la Nakba non venga negata o dimenticata.

L’iniziativa è stata del presidente ucraino. Egli non ha dimostrato alcuna solidarietà nei confronti delle sofferenze dei rifugiati palestinesi, né li ha considerati vittime di crimini. Nella sua intervista dopo l’ultimo barbaro bombardamento israeliano della Striscia di Gaza nel maggio 2021 ha affermato che l’unica tragedia a Gaza è stata quella patita dagli israeliani. Se è così, allora sono solo i russi che soffrono in Ucraina.

Ma Zelensky non è solo. Quando si tratta della Palestina l’ipocrisia raggiunge livelli mai visti. Un grattacielo vuoto colpito in Ucraina ha dominato le notizie e provocato profonde analisi su brutalità umana, Putin e disumanità. Ovviamente questi bombardamenti devono essere condannati, ma risulta che quelli tra i leader del mondo che guidano la condanna rimasero in silenzio quando Israele rase al suolo la città di Jenin nel 2000, il quartiere di Al-Dahaya a Beirut nel 2006 e la città di Gaza negli ultimi 15 anni in un’ondata di brutalità dietro l’altra.

Non è stata discussa, per non dire imposta, alcuna sanzione di qualunque tipo contro Israele per i suoi crimini di guerra dal 1948 in poi. Di fatto nella stragrande maggioranza dei Paesi occidentali che oggi stanno guidando le sanzioni contro la Russia persino menzionare la possibilità di imporre sanzioni contro Israele è illegale e considerato antisemita.

Persino quando è giustamente espressa la sincera solidarietà umana dell’Occidente nei confronti dell’Ucraina non possiamo ignorare questo contesto razzista ed eurocentrico. La massiccia solidarietà dell’Occidente è riservata a chi voglia unirsi al suo blocco e alla sua sfera di influenza. Questa empatia ufficiale non appare affatto quando violenze simili, e peggiori, sono dirette contro non-europei in generale, e verso i palestinesi in particolare.

Ci possiamo orientare come persone di coscienza tra le nostre risposte alle calamità e la nostra responsabilità per evidenziare l’ipocrisia che in molti modi ha aperto la strada a queste catastrofi. Legittimare a livello internazionale l’invasione di Paesi sovrani e consentire la continua colonizzazione e oppressione di altri, come la Palestina e il suo popolo, porterà in futuro a ulteriori tragedie come quella dell’Ucraina, e ovunque sul nostro pianeta.

– Ilan Pappé è docente all’università di Exeter. È stato in precedenza professore associato all’università di Haifa. È autore di La pulizia etnica della Palestina [Fazi, 2008], The Modern Middle East [Il moderno Medio Oriente], Storia della Palestina moderna. Una terra, due popoli [Einaudi, 2014] e Ten Myths about Israel [Dieci miti su Israele]. Pappé è considerato uno dei “nuovi storici” israeliani che, da quando all’inizio degli anni ’80 sono stati resi pubblici documenti ufficiali britannici e israeliani sull’argomento, hanno riscritto la storia della creazione di Israele nel 1948. Ha concesso questo articolo a The Palestine Chronicle.

(traduzione dall’inglese di Amedeo Rossi)

Pino Cabras su guerra, energia, transizione, informazione, controllo sociale (VIDEO-intervista)

Intervista di Max Civili a Pino Cabras, deputato ex M5Stelle, attualmente gruppo Misto Alternativa, sulle implicazioni della guerra in corso e dell’interventismo italiano e dei paesi occidentali.

Intervista a Pino Cabras del 4 marzo 2022

Anne Morelli sulla propaganda di guerra in Ucraina: Non c’è spazio per le opinioni divergenti

Anne Morelli, storica e docente all’Université Libre de Bruxelles (ULB), specializzata in critica storica applicata ai media, ha pubblicato l’opera di riferimento “Principi elementari della propaganda di guerra” (Ediesse, 2005).

In questa intervista, pubblicata sul sito di Investig’Action, analizza la propaganda di guerra applicata al conflitto ucraino. Scaricare la responsabilità sull’altra parte, come abbiamo visto nei media negli ultimi giorni, è uno dei dieci principi del suo libro. La demonizzazione dell’avversario, la cui parola è costantemente screditata, non aiuta a capire il conflitto, sostiene Anne Morelli.

*****

I nostri media danno tutta la responsabilità a Putin. Perché non guardano le conseguenze delle azioni precedenti da parte dell’Occidente, cioè quelle degli Stati Uniti, dell’Europa e della leadership ucraina?

Siamo in una situazione in cui non c’è spazio per le divergenze. Sono stupita di vedere manifesti nella ULB con “Salvare l’Ucraina”, “Putin è un assassino” e altri messaggi del genere. È la prima volta che vedo studenti posizionarsi così in un conflitto militare.

Bisogna sottolineare che l’Ucraina ha delle armi, e queste armi non sono arrivate da sole. L’Ucraina è armata dal 2014 e il governo lancia regolarmente le sue armi contro gli “indisciplinati” nei cosiddetti territori “filorussi”.

Quando in Jugoslavia, territori come la Croazia e il Kosovo hanno fatto la loro secessione, sono stati applauditi. I paesi occidentali li hanno sostenuti direttamente. Per esempio, la Germania e il Vaticano hanno riconosciuto immediatamente l’indipendenza della Croazia mentre erano impegnati a fare a pezzi un paese che prima era unito.

Ma quando è il contrario, come nel caso del nostro nemico che sostiene l’autonomia, allora diciamo che è scandaloso. Abbiamo un evidente doppio standard. Immaginate se domani i baschi, i catalani o i fiamminghi volessero la loro autonomia. Applaudiremmo?

Non si capisce bene cosa abbia spinto la Russia ad attaccare l’Ucraina, a meno che non si consideri che Putin è un pazzo che vuole dominare il mondo. Un dispaccio dell’AFP, ripreso da molti media, menziona ciò di cui Mosca accusa Kiev: il genocidio nel Donbass, la presenza di neonazisti e le affermazioni atomiche di Zelensky Ma l’AFP precisa che si tratta di “accuse assurde”. È realmente così?

La demonizzazione del nemico è un principio basilare della propaganda di guerra, ed è abbastanza continuo. Napoleone era pazzo. Anche il Kaiser, Saddam Hussein, Milosevic e Gheddafi. E Putin è pazzo, naturalmente. Siamo fortunati ad avere dei leader che sono tutti sani di mente, mentre dall’altra parte sono tutti pazzi furiosi. È un principio elementare della propaganda di guerra.

Eppure la questione dei neonazisti è molto reale. Il Battaglione Azov non sono dei chierichetti, sono neonazisti. Dobbiamo anche ricordare che una parte della popolazione ucraina era solidale con la Germania nazista. C’è una parte della popolazione che ha combattuto i nazisti, ma una parte che ha sostenuto il genocidio degli ebrei e tutte le atrocità.

Quando Putin dice “combatteremo contro i fascisti ucraini”, la Russia sa di cosa sta parlando. Anche qui, la propaganda occidentale ha fatto dimenticare che è stata l’ex URSS a collaborare maggiormente alla sconfitta della Germania nazista. Questo era abbastanza ovvio per la popolazione belga nel 1945.

Ma da allora, la propaganda ha avuto il suo effetto attraverso le produzioni di Hollywood, film come “Salvate il soldato Ryan” e molti altri.

Come possiamo sviluppare un movimento per la pace in queste condizioni e quale ruolo possiamo svolgere?

Al momento è molto difficile. È il decimo principio, se fai domande al momento della guerra stai già andando troppo lontano. In questo modo si viene considerati praticamente come un agente del nemico.

Se chiedi “il popolo del Donbass non ha diritto all’indipendenza, come il popolo del Kosovo?”, sei sospettato di essere un agente di Putin. No, Putin non mi piace affatto. Ma non voglio un’informazione così partigiana, non voglio un’informazione che sia in definitiva un’informazione della NATO!

Cosa fare allora? Sono stata invitata diverse volte ai canali televisivi e quando ho chiesto di proiettare la mappa del 1989 in Europa per mostrare chi sta avanzando le sue pedine verso l’altro, curiosamente mi è stato detto che non era necessario che io intervenissi.

Penso che in una situazione di forte propaganda come quella attuale, la nostra voce sia inudibile.

Ma dobbiamo vedere chi circonda chi. Sono le truppe della NATO che circondano la Russia, non il contrario.

Recentemente, per una manifestazione contro la guerra, c’erano solo poche persone. Dalla guerra in Iraq ad oggi, c’è stato un certo scoraggiamento del movimento per la pace. Quando si vedono le enormi manifestazioni che si sono svolte in Gran Bretagna e in Italia, per esempio, questo non ha impedito ai governi di andare avanti nonostante le reazioni popolari contro la guerra.

Lei ha detto in un’intervista a La Libre Belgique che per Biden “essendo la Cina un pezzo troppo grande, attaccare la Russia attraverso la NATO sembra più accessibile”. La realtà di una guerra USA-Russia non è esagerata?

Non credo che Biden lo farà da solo, ha promesso al suo elettorato che non manderà le truppe americane direttamente al fronte. Ma da un lato, sta inviando truppe in paesi che una volta erano nell’orbita sovietica, come gli Stati baltici, la Polonia, ecc. E dall’altro lato, spera che i paesi europei combattano la guerra contro la Russia.

In questo caso, Biden non dovrà affrontare la sua opinione pubblica. E al contrario, si farà una reputazione di uomo coraggioso nei confronti del nemico. Sono solo uno storico, ma penso che Biden cercherà di convincere altri a combattere la guerra. Gli ucraini hanno già ricevuto molto equipaggiamento militare.

FONTE: https://contropiano.org/

Articolo originale

Anne Morelli sur la guerre en Ukraine: « Il n’y pas de place pour des avis divergents »

Historienne et professeure à l’ULB, spécialiste de la critique historique appliquée aux médias, Anne Morelli a publié l’ouvrage de référence “Principes élémentaires de propagande de guerre“. Nous l’interrogeons sur la propagande de guerre appliquée au conflit ukrainien. Le rejet de la responsabilité sur l’autre partie que l’on peut apercevoir ces derniers jours dans les médias correspond à un des dix principes édictés dans son livre. Elle affirme que la diabolisation de l’adversaire, dont la parole est sans cesse décrédibilisée, ne permet pas de comprendre le conflit.

Nos médias donnent toute la responsabilité à Poutine. Pourquoi n’examinent-ils pas les conséquences des actions qui ont précédé dans le camp occidental, à savoir celles des États-Unis, de l’Europe et des dirigeants ukrainiens?

On est dans une situation où il n’y a pas de place pour les divergences. Je suis sidérée de voir à l’ULB des affiches « Sauver l’Ukraine », « Poutine assassin ! » et d’autres messages de ce type. C’est la première fois que je vois des étudiants se positionner comme ça dans un conflit militaire. Il faut souligner que l’Ukraine à des armes, et ces armes ne sont pas arrivées toutes seules. On arme l’Ukraine depuis 2014 et le gouvernement lance régulièrement ses armes contre les « indisciplinés » des territoires que l’on appelle « prorusses ».

Lorsqu’en Yougoslavie, des territoires comme la Croatie et le Kosovo ont fait sécession, on a applaudi. Les pays occidentaux les ont directement soutenus. Par exemple, l’Allemagne ou le Vatican ont tout de suite reconnu l’indépendance de la Croatie alors qu’on était occupé à dépecer un pays qui jusque-là était uni. Mais quand c’est l’inverse, comme c’est le cas ici avec notre ennemi qui soutient une autonomie, là on dit que c’est scandaleux. On a un deux poids deux mesures flagrant. Imaginez si demain les Basques, les Catalans ou les Flamands voulaient leur autonomie. Est-ce qu’on applaudirait ?

On ne comprend pas très bien ce qui a poussé la Russie à attaquer l’Ukraine, sauf à considérer que Poutine est un fou furieux qui veut dominer le monde. Une dépêche de l’AFP, reprise par de nombreux médias, évoque pourtant ce que Moscou reproche à Kiev: génocide au Donbass, présence de néonazis et prétentions atomiques de Zelensky… Mais l’AFP précise que ce sont des « accusations folles ». Vraiment? 

La diabolisation de l’ennemi, c’est un principe de base de la propagande de guerre, assez continu. Napoléon était fou. Le Kaiser, Saddam Hussein, Milosevic et Khadafi l’étaient aussi. Et Poutine est fou bien entendu. Nous, nous avons la chance d’avoir des dirigeants qui sont tous sains d’esprit tandis que de l’autre côté, ce sont tous des fous furieux. C’est élémentaire comme principe de propagande de guerre.

Pourtant, la question des néonazis est bien réelle. Le Bataillon Azov, ce n’est pas des enfants de choeur, ce sont des néo-nazis. Il faut aussi rappeler qu’une partie des Ukrainiens se sont solidarisés de l’Allemagne nazie. Il y a une partie de la population qui a combattu les nazis, mais une partie qui a soutenu le génocide des juifs et toutes les atrocités.

Quand Poutine dit « On va lutter contre les fascistes ukrainiens », la Russie sait de quoi elle parle. Là aussi, la propagande occidentale a fait oublier que c’est l’ex-URSS qui a le plus collaboré à la  défaite de l’Allemagne nazie. C’était tout à fait évident pour la population belge en 1945. Mais depuis, la propagande a fait ses effets à travers notamment les productions d’Hollywood, des films comme Il faut sauver le soldat Ryan et une multitude d’autres.

Comment développer un mouvement pacifiste dans ces conditions et quel rôle pouvons-nous jouer ?

C’est très difficile pour l’instant. Ça correspond au dixième principe, si on pose des questions au moment de la guerre c’est déjà aller trop loin. On vous considère pratiquement comme un agent de l’ennemi.

Si on demande « Est-ce que des gens du Donbass n’ont pas le droit, comme ceux du Kosovo, d’avoir leur indépendance? », on est suspecté d’être un agent de Poutine. Non, j’aime pas du tout Poutine. Mais j’ai pas envie d’une information qui est si partisane, pas envie d’une information qui est finalement celle de l’OTAN!

Que faire alors? J’ai été plusieurs fois invitée à des chaines de télévision et quand j’ai demandé de projeter la carte de 1989 en Europe pour montrer qui avance ses pions vers l’autre, curieusement on m’a dit que ce n’était finalement pas nécessaire que j’intervienne.

FONTE: https://www.investigaction.net/fr/anne-morelli-sur-la-guerre-en-ukraine-il-ny-pas-de-places-pour-des-avis-divergents/

Russia/Ukraina: La pace si raggiunge con più autonomia UE e bloccando l’allargamento della Nato.

Ciò che è avvenuto e sta avvenendo in Ukraina può essere letto come segue; ma una premessa necessaria riguarda i principi e i riferimenti al diritto internazionale, ai quali è sempre bene riferirsi e che nessuno dei contendenti ha mai rispettato da decenni a questa parte, tanto meno i “civili” europei.

Non lo si è rispettato a partire dalla precedente guerra in Europa, quella in Jugoslavia, paese che è stato bombardato senza alcun ritegno né rimorso dalla Nato, con la partecipazione decisiva del Governo D’Alema, forse varato all’uopo, con ministro della Difesa Sergio Mattarella; con la partecipazione attiva e decisiva del Vaticano di Papa Wojtyla, della Germania e di tutto il resto, inaugurando la tragica stagione dei nazionalismi etnici e religiosi secondo uno schema già sperimentato nel mondo post coloniale in Africa dalle multinazionali americane e europee e proseguito con la creazione e il sostegno all’islamismo wahhabita prima in Afghanistan in funzione anti-sovietica, successivamente nei territori palestinesi occupati da Israele, nel confitto Irak-Iran tra sunniti e sciiti e nella successiva aggressione all’Irak, in Algeria, in Egitto, nel Caucaso, in Libia, in Siria.

Non lo si è rispettato neanche più recentemente con il riconoscimento Usa dell’annessione del grande Sahara occidentale da parte del Marocco e con le assurdità del Kosovo o del Montenegro, di nuovo nei Balcani.

Il principio dell’autodeterminazione da una parte e dell’integrità territoriale degli stati, dall’altra, sono stati usati e vengono usati a piacimento e senza alcuno scrupolo logico o morale. Di volta in volta il quinto potere mass-mediatico è tenuto a cancellare la memoria storica delle masse e a innestarvi il principio di diritto più utile al momento.

Questa è il letamaio, dal punto di vista dei principi, che abbiamo di fronte e rispetto a questa situazione bisognerebbe tener presente che la narrazione con cui ognuno ha a che fare nei rispettivi paesi è intrisa di propaganda, ipocrisie e falsità storiche.

Venendo al presente: sono più di sette anni che la Russia chiede di applicare gli accordi di Minsk seguiti alle vicende di Piazza Maidan e allo spostamento dell’asse di riferimento internazionale dell’Ukraina. Lo ha continuato a chiedere fino alle più recenti settimane. Nel frattempo i morti sul confine delle due repubbliche russofone sono state circa 22 mila e i profughi verso est centinaia di migliaia. L’accordo prevedeva una autonomia delle due repubbliche entro i confini ucraini analoga a quella di cui gode, in Italia, la provincia dell’Alto Adige. L’esercito ucraino ha continuato a presidiare quel confine con bombardamenti che in questi ultimi mesi di crisi, anziché ridursi si sono intensificati.

Parallelamente la richiesta di adesione alla Nato da parte dell’Ukraina e l’arrivo di armamenti sofisticati da Gran Bretagna e Usa hanno messo sotto ulteriore pressione la Russia, già da anni allarmata dall’avanzamento della Nato fino ai suoi confini, contrariamente a quanto 30 anni prima promesso dai vertici Usa all’atto della riunificazione tedesca.

La vicenda è più che calda da quando la Russia ha rioccupato la Crimea (essenzialmente per non perdere la sua base navale sul Mar Nero) e da allora i segnali di rischio di grave deterioramento delle relazioni tra Russia e occidente erano evidentissimi.

Cosa hanno fatto, in questo frattempo, la Nato e l’Europa rispetto a queste preoccupanti evidenze?

La Nato ha proseguito nella sua strategia di accerchiamento della Russia. L’Europa ha tentato di proseguire su una via di cooperazione economica avviata da tempo (il proseguimento della visione di Willy Brandt in epoca sovietica) ma è stata bloccata proprio nel 2014 con la rivolta colorata di Piazza Maidan e il sovvertimento del governo ukraino di allora: in quegli anni l’allora vicepresidente USA, Biden, piazzò al vertice della compagnia di gas dell’Ukraina (che controllava il gasdotto centrale proveniente dalla Russia che arrivava in Europa), il proprio figlio, Richard Hunter Biden.

Quanto ai rapporti russo-tedeschi, nel board della Gazprom (Consorzio per il gasdotto North Stream) già sedeva, l’ex cancelliere socialdemocratico tedesco, Gerhard Schröder. Gasdotto che era ed è tutto un programma: transazione diretta di energia, senza passare per Ukraina e altri paesi centro europei che, all’occorrenza, possono chiudere il rubinetto o pretendere maggiori royalties per i diritti di passaggio, cosa che l’Ukraina ha fatto con continuità programmatica.

Il North Stream è in nuce la possibilità di una cooperazione diretta EU-Russia, cioè l’aborrito scenario di cooperazione euro-asiatica che il segretario di stato Usa Brezinsky, tra gli ultimi a tornare sulla materia, definì come la cosa più pericolosa che potesse accadere per gli interessi globali USA.

L’ingresso, sotto la presidenza Obama, del giovane Richard Biden ai vertici della compagni ukraina, con annessa parallela rivoluzione colorata che ha annoverato diversi sostenitori anche italiani in missione a Kiev davanti a platee in buona parte composte di neo-nazisti locali, era la risposta americana a questa possibilità da evitare ad ogni costo. Gli eventi politici ukraini sono in perfetta sintonia con questi passaggi.

La tenzone inter-imperialistica tra potenze prevalentemente militari e finanziarie (Usa, Uk) contro potenze prevalentemente produttrici di manufatti industriali (Cina, sud est asiatico ed Europa) arriva al dunque: ciò che i primi debbono evitare è che si consolidi un asse cooperativo dei secondi tra loro e con i produttori di fonti di energia e di commodities (prodotti agricoli, risorse naturali di base, minerali, ecc.) senza passare per il dazio imposto dai detentori dei servizi di transazione, fisici o virtuali, che su questi servizi operano un drenaggio fondamentale alla loro perpetuazione.

Gli interessi tra questi modelli di capitalismo sono così divaricati e divaricanti che anche fenomeni politici come la Brexit e il resuscitare di obsolete compagini, come il Commonwealth, sono in buona parte ad essi riconducibili: gli interessi inglesi sono sensibilmente opposti a quelli dell’Europa continentale. Canada e Australia, due economie profondamente estrattive, sono storicamente legati a quelli angloamericani; la Russia che da questo punto di vista somiglia loro, è geograficamente e storicamente un paese euro-continentale.

Gli anglosassoni, nel rischio di un consolidamento di un asse euro-asiatico, debbono privilegiare le loro relazioni con i paesi est-europei minori ex satelliti dell’Unione Sovietica, per impedirne la realizzazione. Lo strumento soft (e utilmente ambivalente) di questa politica è stata l’adesione alla EU, ma quello vero che dà effettive garanzie è l’adesione alla Nato.

La subalternità euro-continentale agli Usa e l’incapacità di costruire una pratica di reale coesione interna europea, di cui abbiamo visto gli esiti anche con la tragica crisi greca e con quella italiana del 2011-2013, hanno costituito le altre variabili della questione: il mercantilismo tedesco, l’opportunismo francese, da questo punto di vista hanno delle grandi responsabilità. Purtroppo, la logica imperialistica non si applica solo ai primi della classe, ma anche ai secondi, come ha mostrato anche la tragica vicenda libica, da cui, però tutti gli attori iniziali di quella vicenda sono usciti sostanzialmente sconfitti. In modo analogo è andata in Siria.

Ora, ascoltare i proclami occidentali e il richiamo agli accordi di Minsk dalle potenze di second’ordine contro l’aggressione russa all’Ukraina, in pieno accordo con anglosassoni e vertici Nato, è abbastanza impressionante: significa che al momento non vi è alcuna chance di autonomia europea e che la sudditanza al complesso militare-finanziario, o la loro compenetrazione, è fortissima. Gli spazi di manovra limitati. Oltre questi spazi, un intero orizzonte, pieno di incognite, dovrebbe essere ridisegnato.

La Russia, come qualcuno ha detto, si gioca una partita temeraria, ma evidentemente anche loro percepiscono che, alla fine, il potere e la pressione militare è ciò che conta, almeno nel limitato spazio geografico e storico di sua pertinenza. E che, dal loro punto di vista, non vi sono alternative praticabili all’ordine globale e geo-strategico imposto dalla superpotenza atlantica.

Ma sottostante al confronto Nato-Russia, c’è quello tra Usa e nucleo storico Eu (Francia, Germania, Italia, ecc.), e la prospettiva di una sua maggiore, relativa, autonomia; per certi versi esso è molto più significativo, come probabilmente mostreranno gli effetti delle sanzioni e/o gli eventi prossimi venturi.

Anche per tutto ciò, le poche (e non è casuale) manifestazioni per la pace che si annunciano dovrebbero contemplare nel loro programma almeno il richiamo al consolidamento di un’Europa, certamente contro la guerra, ma anche di cooperazione verso est e verso sud. L’autonomia europea può darsi sono in questo quadro. E ciò è possibile solo a condizione di provare ad emanciparsi dalla Nato, o – eresia – di scioglierla. Mentre un obiettivo minimo alla portata di qualsiasi suo componente, ivi compresa l’Italia, è quello di opporsi al suo ulteriore allargamento. Negare quest’ultima possibilità, al netto di principi rivoltabili come calzini, vuol dire cercare la guerra, non la pace.

(Rodolfo Ricci)

LA COSA PIU’ URGENTE DA FARE PER LA PACE IN EUROPA: SCIOGLIERE LA NATO

La cosa più urgente da fare per la pace in Europa e’ sciogliere la Nato, che e’ un’organizzazione terrorista e stragista che mette in pericolo l’umanità intera, e processarne i vertici per crimini contro l’umanità.

*

E’ l’ora della smilitarizzazione del mondo.
E’ l’ora del disarmo del mondo.
E’ l’ora di abolire la guerra e tutte le uccisioni.
E’ l’ora di riconoscere che siamo una sola umana famiglia in un unico mondo vivente casa comune dell’umanità intera.
Salvare le vite è il primo dovere.
Solo la nonviolenza può salvare l’umanità dalla catastrofe.

Peppe Sini, responsabile del “Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfer! a” di Viterbo

Viterbo, 23 febbraio 2022

La guerra senza combattere: Intervista con Joseph Tritto, presidente della World Academy of BioMedical Sciences and Technologies

Narrative #12 by Franco Fracassi – Prof. Joseph Tritto La guerra senza combattere Le notevoli rivelazioni del professor Joseph Tritto, presidente del World Academy of BioMedical Technologies. Una cascata di notizie sul virus, la sua genesi, sul laboratorio gemello di Wuhan e molto altro ancora, da parte di chi conosce profondamente l’elite mondiale degli scienziati e le dinamiche che li coinvolgono. Un ospite che si vorrebbe non smettesse mai di raccontare. Anzi, se volete lasciare delle domande lo invitiamo un´altra volta e gliele facciamo .

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Ucraina, rischi di guerra? Donbass: la guerra c’è già da otto anni, nell’indifferenza generale dell’occidente.

di Enrico Vigna (19 febbraio 2022)

Da due mesi i “distrazionisti” professionali hanno concentrato luci e attenzioni mediatiche su una presunta e ipotetica invasione russa dell’Ucraina, sapendo bene che la Russia, non ha nessuna progettualità di guerra, semplicemente perché non è un suo interesse strategico, uno scontro militare con USA, NATO e Unione Europea. Salvo naturalmente qualche inaccettabile provocazione degli “ucro” neonazisti, pretoriani del governo golpista di Kiev e della NATO.
Mentre la realtà tragica è la guerra che, da otto anni è in atto contro la popolazione del Donbass, di cui solo pochi organi informativi e realtà occidentali hanno finora documentato. Ora che c’è il rischio di un dispiegamento a domino di questo conflitto…fa notizia.
I media occidentali sono una forza che può favorire una guerra, sono un’arma potente, il loro lavoro è un segnale di azione che deve arrivare, che essi preparano in anticipo.
Gli ululati di guerra occidentali, da mesi hanno decretato che Putin intende invadere l’Ucraina. Ma per quale motivo dovrebbe farlo, nessuno sa dirlo. L’ex ufficiale dell’intelligence statunitense e membro di un’associazione di ex professionisti dell’intelligence e dell’utilizzazione dell’intelligence USA (VIP), Raymond Mcgovern, considera un’invasione russa dell’Ucraina, tanto probabile quanto l’arrivo tanto annunciato del sinistro “Godot” nell’opera teatrale di Beckett “Aspettando Godot ”.

In ogni caso…nella dichiarazione congiunta all’inaugurazione delle Olimpiadi invernali del 2022, i presidenti Xi Jin-ping e VladimirPutin hanno sottolineato che “Russia e Cina si opporranno a qualsiasi tentativo di forze esterne, di minare la sicurezza e la stabilità in regioni confinanti e “un ulteriore espansione della NATO “!

Nel frattempo il conflitto armato nel Donbass continua a mietere vittime: morti, feriti e centinaia di edifici bombardati e distrutti ogni anno. Secondo R. Savchenko dell’Ufficio per i diritti umani nella RP di Donetsk, il numero delle vittime nel 2021è aumentato del 46% rispetto al precedente anno.
Questa situazione persiste nonostante il 27 luglio 2020, sia entrato in vigore un cessate il fuoco globale nell’area del Donbass. Kiev, Donetsk e Luhansk si erano impegnati a non usare armi e ad astenersi da qualsiasi provocazione. Ma già dopo pochi mesi sono ripresi gli attacchi e i
bombardamenti degli insediamenti delle Repubbliche Popolari sulla linea di contatto.

Oggi la situazione si sta ampliando con bombardamenti quotidiani, occupazioni di villaggi delle Forze armate di Kiev oltre la linea di contatto stabilita negli accordi di Minsk, ed è palese che si sta cercando di provocare un conflitto armato, incolpando la Russia per questo.
Mai, dalla firma degli accordi di cessate il fuoco nel luglio 2020, la situazione in Donbass è stata così esplosiva. La Missione OSCE, pur in un suo ruolo estremamente “pigro” nel prendere posizione o denunciare molte situazioni, rileva sempre più violazioni del cessate il fuoco e nei vertici politici e militari delle Repubbliche Popolari, c’è sempre più la consapevolezza che le forze armate ucraine (APU) potrebbero presto attaccare il Donbass, altro che invasione russa dell’Ucraina.
Attraverso tutti i contatti quotidiani con i referenti dei nostri Progetti in loco, dai Veterani, ad analisti militari, deputati, responsabili scolastici e sanitari, ai miliziani, alle Associazioni delle vedove di guerra, agli attivisti per la pace, giungono considerazioni e la coscienza che, se non si attenua la tensione, un conflitto dispiegato e devastante può succedere in qualsiasi momento e in questo caso la Russia non potrebbe restare passiva, sia per la difesa della popolazione russofona (il 90%) del Donbass, che per preservare la sua sicurezza nazionale. Voglio sottolineare che queste mie righe sono fondate sulla sintesi e le documentazioni che mi vengono mandate da quei luoghi, non sono esternazioni personali.

Elena Shishkina, deputata del Consiglio popolare della RPD, ha dichiarato che, in ogni caso la Repubblica è pronta a qualsiasi scenario e ad una escalation conflittuale, e che le Forze armate e le
Milizie sono in piena allerta. “Ci sono state dichiarazioni su una possibile provocazione con armi chimiche. Questo, ovviamente, ci allarma e ci preoccupa, ma abbiamo adottato tutte le misure necessarie per proteggerci in caso di una tale provocazione. Sulla base delle dichiarazioni dei funzionari ucraini e dei bombardamenti in corso, temiamo un’escalation del conflitto armato…Possiamo aspettarci tutto dall’Ucraina, sappiamo che le RPDL sono uno strumento della lotta dell’Occidente contro la Russia. Tutto dipende dall’Ucraina. Noi chiediamo solo uno status speciale al Donbass,il ritiro delle forze e dei mezzi militari dalla linea di contatto. Su queste basi un accordo pacifico è possibile”, ha detto la Shiskina.
La situazione nel Donbass si è trasformata in un processo di provocazioni continue, che hanno l’intento di alzare la posta, come ha dichiarato il politologo russo G. Pavlovsky. L’Ucraina golpista sta cercando di aumentare il livello di escalation e di coinvolgere il maggior numero possibile di paesi nel conflitto, attraverso la NATO, così quello che sta accadendo nel Donbass è diventata una questione di politica internazionale.
Analisti dal lato ucraino così inquadrano la situazione: Il capo del consiglio del Centro ucraino per la ricerca politica “Penta” V. Fesenko ritiene che: “ l’aggravamento della situazione in Ucraina sia possibile, la situazione è peggiorata, ma già dal 2014, in Ucraina si sa che qualsiasi tentativo di risolvere il problema del Donbass con mezzi militari provocherebbe un intervento militare russo.
Nessuno combatterà per l’Ucraina, ne siamo coscienti, non ci sono illusioni su questo. Ma siamo fiduciosi che ci sosterranno quei paesi occidentali che già ora supportano l’Ucraina”, ha affermato.
Secondo M. Pogrebinsky, direttore del Centro di studi politici e dei conflitti di Kiev, un aggravamento del conflitto nel Donbass può verificarsi se saltano i negoziati tra il Cremlino e la Casa Bianca. “ La ricerca di un compromesso, è l’interesse sia di Mosca che di Washington, ed è lo scenario più probabile…”, ha dichiarato.

Il giornalista e politologo russo Mikhail Demurin, ha domandato: “ perché la Russia non avrebbe il diritto di agire in Donbass, secondo lo scenario e la prassi della NATO in Jugoslavia e in Serbia poi?”.
Chi sta cercando la pace e la negoziazione, e chi cerca la guerra.

QUI, dati, fatti, documenti inoppugnabili. Non opinioni, valutazioni, analisi personali di esperti e pensatori vari. Questo lo scenario della realtà sul campo:
In questo momento i 3/4 dell’esercito ucraino è concentrato nel Donbass.
Dal 2014 al 2021 i paesi occidentali hanno fornito a Kiev munizioni e armamenti per un valore di 2,5 miliardi di dollari, comprese armi letali. Su richiesta del presidente ucraino Zelensky alla NATO, tonnellate di armamenti continuano ad entrare nel Paese, anche dagli Stati Uniti. Il tutto in violazione palese degli accordi di Minsk.

Biden ha annunciato il trasferimento di altre forze armate statunitensi nell’Europa orientale e nei paesi della NATO. Il Senato statunitense ha presentato un disegno di legge per fornire all’Ucraina aiuti militari nell’ambito della legge Lend-Lease (affitti e prestiti), per proteggersi dalla Russia.
Gli Stati Uniti hanno anche consentito ai paesi baltici di fornire assistenza militare all’Ucraina trasferendo armi di fabbricazione americana.

L’UE chiede l’introduzione preventiva di sanzioni anti-russe, sulla base di una invasione che non c’è.
Il portavoce del presidente della Federazione Russa Peskov, ha invitato tutte le parti a evitare di creare una maggiore tensione attorno alla situazione nel Donbass: “ nelle condizioni attuali che si sono sviluppate intorno al Donbass, occorre evitare provvedimenti che provochino un aumento della tensione nella regione , che è altissima in questo momento. E’ molto importante essere consapevoli della responsabilità di passi equilibrati che tengano conto dell’attuale situazione di tensione “, ha affermato Peskov.
L’ex deputato ucraino della Verkhovna Rada, A. Zhuravko, ha dichiarato che: “Quando la Russia conduce esercitazioni sul suo territorio, l’Occidente e gli Stati Uniti sono isterici. Ma quando l’Ucraina, in prossimità del confine con la Crimea, spara con i sistemi a lancio multiplo BM-21 Grad, nessuno strilla. Perché gli standard sono doppi. Non ci sono soldi nel paese, le persone sono per metà affamate e per metà infreddolite, la disoccupazione dilaga, le infrastrutture stanno cadendo a pezzi davanti ai nostri occhi, lo stato sta sprofondando nel baratro e questi idioti continuano a sparare soldi al cielo. Questa è un’ assurdità pazzesca. Semplicemente non si adatta a una mente normale. L’ Ucraina è povera, impoverita e questo stolto regime di Kiev chiama la guerra a casa sua”, ha detto Zhuravko.
Il 1 ottobre 2021, il comandante in capo delle forze armate ucraine Zaluzhny ha consentito l’uso di tutte le armi disponibili sulla linea di contatto del Donbass. In questo modo i comandanti delle unità sul fronte non hanno bisogno di coordinarsi con il comando centrale. Inoltre, i droni d’attacco turchi Bayraktar sono stati schierati in prima linea.
Il 21 gennaio il presidente della Bielorussia Lukashenko ha dichiarato che la situazione ai confini meridionali è allarmante: “…l’Ucraina sta rafforzando pesantemente il suo contingente militare.
Con il dolore nel cuore, stiamo osservando tutto ciò che sta accadendo in Ucraina. La sua attuale leadership politica, essendo sotto il controllo straniero, si comporta in modo imprevedibile e inadeguato. Pertanto, nei casi di imprevedibilità e inadeguatezza, e nel caso, Dio non voglia, di azioni militari, noi dobbiamo prendere decisioni. Abbiamo quasi un migliaio e mezzo di chilometri di confine meridionale tra Bielorussia e Ucraina. Qualunque sia l’onere, dobbiamo non solo vedere cosa accadrà e sta accadendo su questo confine, ma dobbiamo essere pronti a proteggerci in modo affidabile. Sappiamo come rispondere a questo. Oggi, dobbiamo prevedere la situazione per il futuro: cosa accadrà domani e dopodomani. Pertanto, la massima “Se vuoi la pace, preparati alla guerra”, brutale, ma realistico è presente nei nostri pensieri. Dobbiamo fare di tutto per garantire di non essere colti di sorpresa e che possiamo rispondere al momento giusto. Sono assolutamente convinto che i nostri uomini in divisa, sanno cosa bisogna fare per proteggere la nostra terra”, ha osservato il leader bielorusso.
Il 21 gennaio 2022 un drone e un aereo da ricognizione strategica statunitense hanno sorvolato il territorio contiguo all’area del conflitto armato e pattugliano il cielo nella regione nel Donbass.
Questo è stato documentato dai dati del servizio di tracciamento dei voli dell’aviazione Flightradar.

Il 24 gennaio il Dipartimento della Milizia popolare della Repubblica Popolare di Lugansk ha comunicato che, secondo il loro lavoro di Intelligence, le forze armate ucraine si stanno preparando per un’offensiva nel Donbass, per la quale stanno rafforzando i gruppi d’assalto. L’ informazione è stata confermata dal rappresentante ufficiale della Milizia popolare della RPD, il colonnello Basurin.
Il 30 gennaio il primo ministro britannico Johnson ha ordinato ai militari inglesi di essere pronti a schierarsi sul fianco orientale della NATO vicino ai confini dell’Ucraina. Aerei da trasporto RAF C-17A hanno portato armi anticarro NLAW, il cui numero, secondo indiscrezioni, sarebbe di circa 2000 pezzi. La Gran Bretagna ha anche inviato Rangers della “ Army Special Operations Brigade ” per addestrare le forze armate ucraine.
Il 4 febbraio, giorno di apertura delle Olimpiadi invernali in Cina, l’esercito americano ha trasportato i suoi rinforzi da Ramstein via Görlitz, a Rzeszow-Jasionka in Polonia, vicino al confine ucraino. Pochi giorni prima, gli Stati Uniti avevano già spostato caccia F-16 a Łask, in Polonia.
Nello stesso tempo, si svolgevano nel Mediterraneo le manovre Neptune Strike 22 della NATO, che hanno coinvolto più di 140 navi e 10.000 soldati. Il segretario alla Difesa statunitense Lloyd Austin ha poi deciso di lasciare la portaerei “USS Harry Truman” nel Mediterraneo, per “rassicurare” gli europei alla luce del conflitto con la Russia. La sua funzione è che i droni da ricognizione, possono monitorare l’area di crisi dalla portaerei. Inoltre, la nave potrebbe anche spostarsi rapidamente nel Mar Nero.
Il 9 febbraio, in una tumultuosa sessione parlamentare, i deputati slovacchi hanno votato a favore di un accordo militare con gli Stati Uniti: nel quale è previsto che la Slovacchia metterà a disposizione i due aeroporti militari di Sliac e Kuchyna, sotto il pieno controllo delle forze statunitensi per i prossimi dieci anni. Alla fine, 79 parlamentari su 140 presenti hanno votato a favore di questo “Accordo di cooperazione per la difesa” (DCA), mentre i due terzi della popolazione sono contrari, prevedendo la perdita di sovranità, lo stazionamento di armi nucleari sul proprio territorio e il pericolo di essere coinvolti in un possibile conflitto armato tra la vicina Ucraina e la Russia.
Dal 9 febbraio, in Germania nella regione della Sassonia, la popolazione è stata informata che convogli militari dell’esercito USA stavano spostando 500 veicoli militari verso l’Europa orientale principalmente di notte per le esercitazioni “Saber Strike 2022”.

Il 17 febbraio, le forze armate ucraine per tutta la notte hanno effettuato pesanti attacchi di artiglieria sul territorio del Donbass controllato dalle Repubbliche Popolari di Lugansk e Donetsk, non solo con l’uso di mortai, ma anche con pezzi di artiglieria di grosso calibro e, secondo diverse fonti, con l’uso di 122 mm., con più sistemi di lancio di razzi. I colpi sono stati sferrati quasi lungo l’intera linea del fronte, infliggendo danni significativi alla prima linea di difesa delle milizie.
L’intera parte occidentale della RPD e la parte settentrionale della RPL sono sotto bombardamento.

In risposta all’attacco di Kiev, le forze militari delle Repubbliche popolari hanno reagito utilizzando non solo l’artiglieria, ma anche carri armati, veicoli da combattimento di fanteria e altre armi per attacchi di ritorsione, provocando grosse perdite alle forze ucraine.
Negli ultimi giorni il numero dei bombardamenti e egli attacchi sul territorio del Donbass è aumentato di 8 volte e, a giudicare dalla continua intensificazione, la tensione continuerà a crescere. Per questo le autorità delle RP hanno annunciato una evacuazione generale dei civili dagli insediamenti situati lungo la linea di contatto verso la Russia. L’evacuazione è in corso senza esercitare pressioni sui residenti locali ma come indicazione per la loro sicurezza.
L’evacuazione è rivolta a diverse decine di insediamenti. Le milizie locali hanno riferito che attacchi così su larga scala da parte delle forze armate ucraine non succedevano dal 2015. Da notare che, gli attacchi ucraini sono iniziati subito dopo che le truppe russe hanno iniziato ad allontanarsi dal confine ucraino.

Oggi un conflitto complesso e destabilizzante per il mondo intero, come quello del Donbass, potrebbe esplodere in modo incontrollabile, ma questa guerra non può essere ridotta a un confronto tra l’Ucraina e le Repubbliche non riconosciute o solo contro la Federazione Russa.
Questo è solo il livello micro, in realtà, la contraddizione è molto più profonda: può diventare uno scontro di civiltà. Uno scontro che attraversa l’umanità, come già si è sviscerato nei teatri conflittuali del pianeta. Da una parte i paesi occidentali, sottomessi e soggiogati, anche culturalmente ed eticamente al ruolo imperialista e banditesco degli USA e della NATO, dall’altra parte paesi e popoli che chiedono solo di restare liberi, indipendenti e sovrani a casa propria, con differenze e radici storiche anche completamente diverse, ma uniti dalla scelta che solo in un mondo Multipolare e di conseguenza, con un processo di resistenza a un MONDO UNIPOLARE, è possibile sopravvivere liberi, per qualsiasi paese, popolo e società.
Questa guerra potrebbe travolgere tutti, compresi noi abitanti di questo paese, sottomesso a interessi stranieri e contrapposti a chi lavora e vive onestamente, la guerra è nemica dei lavoratori, tranne che sia una lotta di liberazione nazionale. La guerra, così come la NATO, comporta sacrifici, costi e rischi per tutti, ma è sempre interesse SOLO di una piccola parte di speculatori, approfittatori, difensori del proprio status sociale ed economico, o seguaci di ideologie fasciste e scioviniste.

Il nostro paese, come nelle aggressioni alla Jugoslavia, all’Afghanistan, all’Iraq, alla Siria, alla Libia, allo Yemen, è sempre stato complice e corresponsabile della sofferenza, della morte, della devastazione di quei paesi e popoli. Anche in questa guerra “obliata” del Donbass l’Italia sarà complice e responsabile di ciò che potrebbe succedere.
Facendomi portavoce, come da loro richiestomi, di tutte le Associazioni, le istituzioni, i Veterani antifascisti, volontari per la pace, i padri ortodossi, i mutilati, le vedove, i nostri bambini orfani, tutte le vittime che già da otto anni soffrono, e che con le nostre Associazioni di Solidarietà concreta di SOS Donbass Italia, da otto anni cerchiamo di supportare e sostenere, trasmetto questo Appello:

MOBILITIAMOCI, INFORMIAMO, sosteniamo PROGETTI di SOLIDARIETA’ CONCRETA, non lasciamoli soli.
Come dicevano i nostri vecchi “la solidarietà è un’ arma per i popoli”, mettiamolo nelle nostre pratiche e battaglie quotidiane e strategiche.
Mettiamo in discussione e mobilitiamoci contro alleanze militari aggressive e oppressive come la NATO, che non hanno alcuna motivazione legittima di esistere, e sono un fattore di divisione e aggressione ai popoli e stati indipendenti e sovrani, e sono contro gli interessi dei lavoratori e della gente onesta. Tutto questo deve essere un compito e un impegno etico, sociale e politico.

Come ci hanno scritto i Veterani antifascisti: “NON PASSERANNO!”.
Enrico Vigna SOS Donbass/CIVG Italia – 19 febbraio 2022

Ucraina: intrappolata in una zona di guerra

di Michael Roberts – (Traduzione da Michael Roberts blog. Blogging from a Marxist economist)

Mentre per l’Ucraina stanno suonando i tamburi di guerra, quale sarà l’impatto che avrà tutto questo sull’economia del paese e sugli standard di vita dei suoi 44 milioni di abitanti, sia che la guerra venga evitata o meno?
Ho già scritto diverse volte sull’Ucraina, durante la grave crisi economica che il paese ha vissuto nel 2013-14, culminata poi con il crollo del governo in carica, con la rivolta di Maidan e infine con l’annessione alla Russia della Crimea e delle province orientali prevalentemente russofone. Per la gente, la situazione allora era terribile. È migliorata un po’ in seguito, ma la crescita economica rimane piuttosto modesta e nel migliore dei casi gli standard di vita continuano a rimanere stagnanti. In 12 anni, il salario reale medio non è aumentato, ed è crollato pesantemente dopo la crisi del 2014.

Salario reale annuo medio UAH a prezzi 2017

L’Ucraina è stata la regione più colpita dal crollo dell’Unione Sovietica e dalla “shock therapy” della restaurazione capitalista nell’Europa orientale e nella stessa Russia. Tutti gli ex satelliti sovietici hanno impiegato molto tempo per recuperare il PIL pro capite e i livelli di reddito, ma nel caso dell’Ucraina non sono mai tornati al livello del 1990. La performance dell’Ucraina tra il 1990 e il 2017, non è stata solo la peggiore tra quelle dei suoi vicini europei, ma è stata la quinta peggiore in tutto il mondo. Tra il 1990 e il 2017 ci sono stati solo 18 paesi con una crescita cumulativa negativa, e perfino in quel gruppo selezionato, la performance dell’Ucraina la colloca come il terzo paese peggiore insieme alla Repubblica Democratica del Congo, al Burundi e allo Yemen.

Crescita del PIL pro-capite dell’Ucraina 1990-2017

Rispetto a tutti i paesi del mondoRispetto ai paesi della regione

(crescita cumulativa tra 1990-2017)

Nota: L’Ucraina ha avuto la quinta performance di crescita negativa di tutto il mondo nel periodo 1990-2017

Fonte WDI, PIL procapitea PPP (dollaro internazionale del 2011)

Nella crisi del debito e della moneta del 2014, l’Ucraina è stata salvata dal tracollo totale grazie a tre cose: in primo luogo, l’essere stata inadempiente riguardo al suo debito verso la Russia, e che (nonostante molti sforzi) la Russia finora non è mai stata in grado di recuperare. In secondo luogo, i governi post-Maidan si sono impegnati in una serie di salvataggi grazie ai prestiti del FMI; e in terzo luogo, il prezzo pagato per questi prestiti è stato un severo programma di tagli nei servizi pubblici e nel sostegno al welfare. L’Ucraina deve alla Russia più di 3 miliardi di dollari, o più del 10% delle sue riserve in valuta estera e, se venisse pagato, tale debito porterebbe a più che raddoppiare il deficit dell’Ucraina nei confronti con l’estero. Attualmente, questo disavanzo viene coperto dai fondi del FMI, mentre nel frattempo l’Ucraina “negozia” con la Russia una “ristrutturazione del debito“, presumibilmente con la mediazione dalla Germania. L’Ucraina, sottrattasi all’influenza russa dal 2014, ha scelto, o è stata costretta ad affidarsi all’«Occidente» e al credito del FMI per sostenere la sua moneta e sperare in qualche miglioramento economico. Le elargizioni del FMI continuano. L’ultima ha comportato un accordo per estendere i prestiti fino al 2022, per un valore di 700 milioni di dollari su un totale di 5 miliardi di dollari di “accordo stand-by” del FMI.  Per questi soldi, l’Ucraina «deve mantenere il proprio debito “sostenibile”, salvaguardare l’indipendenza della banca centrale, riportare l’inflazione nel suo “range target” e combattere la corruzione». Pertanto, le misure di austerità devono essere applicate alla spesa pubblica; la banca centrale deve agire nell’interesse dei debitori stranieri, non consentire che la moneta si svaluti troppo, e tenere inoltre alti i tassi di interesse senza che il governo interferisca; inoltre deve essere tenuta sotto controllo la corruzione, dilagante nel governo, con gli oligarchi ucraini (si veda il rapporto dell’accordo stand-by del FMI del novembre 2021). Negli ultimi dieci anni, i vari governi hanno applicato le misure di austerità. L’attuale pacchetto del FMI richiede un aumento delle tasse equivalente allo 0,5% del PIL annuo, un aumento dei contributi pensionistici e un aumento delle tariffe energetiche. Tutte queste misure porteranno ad un ulteriore calo della spesa per il welfare, che scenderà dal 20% del PIL del periodo di crisi del 2014, fino ad appena il 13% quest’anno.

Ucraina: spesa sociale come % del PIL

In blu: sussidi di disccupazione, arancione: pensioni, in grigio la spesa sociale

Allo stesso tempo, il governo deve opporsi a qualsiasi aumento dei salari nel settore pubblico al fine di compensare i tassi di inflazione ormai quasi a due cifre.

Spesa pubblica sui salari come % del PIL

Soprattutto, il FMI insiste, con l’appoggio dell’ultimo governo post-Maidan, perché si realizzi una sostanziale privatizzazione delle banche e delle imprese statali, nell’interesse dell’ “efficienza” e per controllare la “corruzione“.  «Le autorità si devono impegnare a ridimensionare il settore delle imprese statali. L’adozione di una politica generale nei confronti della proprietà statale sarebbe un passo fondamentale. In definitiva, l’aziendalizzazione e il concomitante miglioramento delle prestazioni delle aziende di Stato non strategiche dovrebbero portare alla loro privatizzazione. Sono in corso anche dei preparativi per attuare una strategia delle autorità per ridurre la proprietà statale nel settore bancario. Aggiornata nell’agosto 2020, la strategia prevede una riduzione della proprietà statale al di sotto del 25% delle attività nette del settore bancario entro il 2025». La mossa più significativa è stata quella di privatizzare le proprietà terriere.  In Ucraina si trova circa un quarto delle fertili «terre nere» (Chernozem) del pianeta ed il paese è già il più grande produttore mondiale di olio di girasole, oltre ad essere il quarto produttore di mais. Insieme alla soia, i girasoli e il mais rappresentano le principali coltivazioni della cosiddetta «Cintura dei Girasoli», che si estende da Kharkiv, a est, fino alla regione di Ternopil, a ovest. Ma la produttività agricola è scarsa. Nel 2014, in Ucraina il valore aggiunto agricolo per ettaro era di 413 dollari, se paragonato ai 1.142 dollari della Polonia, ai 1.507 dollari della Germania e ai 2.444 dollari della Francia.  La terra si trova ad essere estremamente suddivisa, polarizzata tra una piccola forza lavoro occupata in grandi aziende commerciali meccanizzate, da una parte, e la massa dei contadini che coltivano i loro piccoli appezzamenti, dall’altra. Circa il 30% della popolazione vive ancora in zone rurali, e l’agricoltura dà lavoro a più del 14% della forza lavoro. Una delle grandi richieste che, negli ultimi anni, viene fatta all’Ucraina dai consulenti occidentali, è che il paese dovrebbe “liberalizzare” il mercato della terra in modo che si possa così scatenare «una prosperosa dinamica di crescita». Il FMI calcola che una simile liberalizzazione aggiungerebbe 0,6-1,2% punti alla crescita annuale del PIL, a seconda che il governo favorisca o meno la proprietà terriera agli stranieri che a livello nazionale, ma il governo pone delle resistenze nel permettere agli stranieri di comprare la terra. Comunque nel 2024, le persone giuridiche ucraine saranno in grado di portare avanti le transazioni che coinvolgono fino a 10.000 ettari, e che potranno essere applicate a una superficie agricola di 42,7 milioni di ettari (103 milioni di acri) equivalenti all’intera superficie dello stato della California, o a tutta l’Italia! La Banca Mondiale sta sbavando, positivamente soddisfatta per questa apertura dell’industria chiave dell’Ucraina all’impresa capitalista: «Questo è, senza alcuna esagerazione, un evento storico reso possibile dalla leadership del presidente dell’Ucraina, dalla volontà del parlamento e dal duro lavoro del governo».  In questo modo, l’Ucraina progetta di aprire ancora di più la sua economia al capitale, in particolare al capitale straniero, nella speranza che ciò porti ad una crescita e ad una prosperità più rapida. Ma è solo una speranza.  L’attuale crescita economica annuale viene ottimisticamente prevista ad un tasso del 4% l’anno, mentre l’inflazione continuerà ad essere dell’8-10% l’anno. La disoccupazione rimane ostinatamente alta (10%), mentre gli investimenti delle imprese sono in caduta libera (-40%). Tutto ciò sembra essere di buon auspicio per un boom capitalista. L’investimento di capitale è modesto perché la profittabilità del capitale è molto bassa.

Ucraina: saggio del profitto lordo sul capitale (serie EWPT. 7.0)

Forse, per alcuni capitalisti, probabilmente per lo più stranieri, le ricchezze che si otterranno dalla privatizzazione dei beni statali e delle terre daranno frutti, ma la maggior parte dei profitti probabilmente scomparirà, a causa della corruzione che rimane dilagante. Il FMI ammette che se la corruzione non verrà ridotta, non ci sarà alcuna ripresa, e l’Ucraina non riuscirà a raggiungere il resto dei suoi vicini occidentali.

Proiezioni del PIL per l’Ucraina basate sui livelli di corruzione

PIL procapite dell’Ucraina rispetto alla media europea (% del PIL misurata a PPP)

Fonte: proiezioni WEO (Ottobre 2016) e calcoli dello staff

Ufficialmente, il coefficiente GINI dell’Ucraina, che misura la disuguaglianza del reddito, è il più basso in Europa, in parte è questo il motivo per cui l’Ucraina è così povera: non esiste praticamente una classe media, e i ricconi nascondono il loro reddito e la loro ricchezza, pagando poche o nessuna tassa.  La “economia sommersa” è molto diffusa, ragion per cui il 10% più ricco ha una ricchezza e un reddito 40 volte maggiore degli ucraini più poveri.  L’attuale rapporto mondiale sulla felicità pone l’Ucraina al 111° posto su 150 paesi, piazzandola al di sotto di molti paesi dell’Africa sub-sahariana. Inoltre il conflitto con la Russia è costato enormemente. Secondo il Center for Economic and Business Research (CEBR), in sei anni, dal 2014 al 2020, la perdita di PIL è stata di 280 miliardi di dollari, che equivale a 40 miliardi di dollari l’anno. L’annessione alla Russia della Crimea ha portato a perdite che sono arrivate fino a 8,3 miliardi di dollari l’anno per l’Ucraina, mentre il conflitto in corso nel Donbas costa all’economia ucraina fino a 14,6 miliardi di dollari l’anno. Le perdite totali dovute a queste due sole occupazioni, dal 2014, ammontano a 102 miliardi di dollari. Il CEBR afferma che il conflitto ha avuto un impatto significativo sull’economia ucraina, anche perché ha ridotto la fiducia degli investitori nel paese, cosa che, a sua volta, ha portato ad una perdita di 72 miliardi di dollari – 10,3 miliardi di dollari l’anno.  Il calo costante delle esportazioni ha causato all’Ucraina, tra il 2014 e il 2020, perdite totali fino a 162 miliardi di dollari. Per l’Ucraina la perdita complessiva di beni immobili, in Crimea e nel Donbas, causata dalla distruzione o dal danneggiamento ammonta a 117 miliardi di dollari. L’importo totale delle mancate entrate fiscali per il bilancio dell’Ucraina, relativamente al periodo 2014-2020, è di 48,5 miliardi di dollari. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, e dopo aver ottenuto la sua indipendenza ufficialmente nel 1994, il popolo ucraino è stato depredato dagli oligarchi che hanno spremuto i beni e le risorse del paese, e anche dai governi che fanno oscillare il loro sostegno dalla Russia di Putin all’UE. Dopo la rivolta di Maidan contro il governo filorusso, in Ucraina gli ultra-nazionalisti hanno dominato la politica del governo, chiedendo che l’Ucraina entri nell’UE e soprattutto nella NATO, per poter riconquistare i territori annessi dalla Russia. La crudele ironia è che la Germania non ha alcuna intenzione di permettere, a un’Ucraina volatile e molto povera, di entrare nell’UE; ci sono troppi problemi e troppi costi, mentre anche gli Stati Uniti probabilmente si faranno degli scrupoli alla sua adesione alla NATO. A sua volta, la Russia non ha alcuna intenzione di riconsegnare al controllo di Kiev le regioni di lingua russa, e invece sta chiedendo per queste un’autonomia permanente, e un accordo che faccia sì che l’Ucraina non entri mai nella NATO. I cosiddetti accordi di Minsk del 2014-15, firmati dalle grandi potenze e da un precedente governo ucraino, non possono riconciliare questa divisione. Così i nazionalisti di Kiev, incoraggiati dagli Stati Uniti, continuano a fare pressioni, e i russi continuano a preparare una possibile invasione al fine di forzare così un accordo che riesca a dividere il paese in modo permanente. L’Ucraina si trova a essere intrappolata tra gli interessi dell’imperialismo occidentale e quelli del capitalismo russo.

Michael Roberts  – Pubblicato il 14/2/2022

Fonte: Michael Roberts blog. Blogging from a Marxist economist

Le relazioni tra Cina e Russia

di Alberto Bradanini

I rapporti russo-cinesi sono al centro della politica mondiale. Vediamone in sintesi genesi e sviluppi.

Se nel secolo scorso i bolscevichi avevano sovietizzato il marxismo, i comunisti cinesi lo hanno sinizzato. Conquistato il potere, i sovietici puntano inizialmente sulla dimensione internazionalista, presto tuttavia abbandonata per ragioni di sopravvivenza. I bolscevichi avevano raggiunto il potere in un paese dove gli operai costituivano una sparuta minoranza rispetto ai contadini/schiavi dell’impero zarista. Quella di Lenin fu una rivoluzione afferrata sul filo della storia, propiziata dall’immane macelleria della Prima guerra mondiale e realizzata in nome degli operai del mondo intero. Egli aveva il convincimento che di lì a poco gli operai europei sarebbero insorti anch’essi, rafforzando le chance della stessa rivoluzione sovietica, ancora fragile e nel mirino delle potenze borghesi.

Negli anni successivi, dovendo sopravvivere come avamposto socialista sotto assedio, l’Unione Sovietica aveva accettato il dialogo con le nazioni capitalistiche quale provvisoria linea di compromesso, nell’attesa di una rivoluzione proletaria universale, che diventava però ogni giorno più ipotetica. La vanificazione di tale speranza avrebbe portato alla russificazione del comunismo, al prevalere del nazionalismo sovietico sull’ideale internazionalista e infine – secondo la critica capitalistica e quella maoista dopo la destalinizzazione kruscioviana – all’accantonamento dei bisogni di operai e contadini.

La creazione ex-novo di un ceto relativamente privilegiato quale pilastro dei privilegi del Partito per la costruzione di una chimerica società mono-classista – un impianto edificato da J. Stalin alla scomparsa di Lenin e che poco aveva a che vedere con la dottrina di Marx – è alla base della disfatta storica del comunismo sovietico.

Non sorprende dunque che, al momento del crollo, non solo l’asservito mondo del lavoro, ma nemmeno la nomenklatura beneficiaria di tanti privilegi si siano opposti alla progettata dismissione del paese (con B. Yeltsin), alla svendita degli asset nazionali al capitalismo occidentale e al pesante degrado sociale che ne è seguito.

L’esperienza cinese è stata sin dall’inizio diversa. Al centro delle preoccupazioni vi erano la fragilità della nazione e la sostenibilità del processo rivoluzionario in un paese sterminato e arretrato, per di più in assenza di una classe operaia degna di questo nome. In quelle condizioni, non si poteva certo chiedere al comunismo cinese di occuparsi della palingenesi universale o pretendere coerenza con le istanze fondative dell’ideologia marxiana – libertà formale e sostanziale, lotta all’alienazione e allo sfruttamento in ogni sua forma, tensione verso una società assiologicamente diversa – ammesso che Mao avesse compiuta conoscenza delle speculazioni del filosofo di Treviri.

Anche quando il Pcc, negli anni ’60 del secolo scorso, intraprende un cauto sostegno ai movimenti antimperialisti (contro l’Occidente) e antirevisionisti (contro l’Urss) in Asia, Africa e America Latina, i suoi obiettivi non pongono mai davvero al centro orizzonti internazionalisti. Apparentemente impegnata a combattere battaglie ideologiche a favore dell’ideale comunista, in realtà il Partito Comunista Cinese è attento innanzitutto a tutelare la sicurezza e la sovranità del paese, che percepiva minacciate dall’imperialismo occidentale.

Diffidente ab origine nei riguardi del Comintern, Mao era persuaso che l’agenda nascosta del Pcus fosse quella di servirsi dell’Internazionale Comunista per imporre il dominio russo-sovietico sui movimenti socialisti mondiali e non quella di promuovere la rivoluzione proletaria nel mondo rispettando la sovranità di ciascuno.

La rottura con l’Unione Sovietica si consuma definitivamente nel ‘59 con il rifiuto sovietico di fornire a Pechino la tecnologia per la costruzione dell’arma atomica, secondo Mosca perché questo avrebbe impedito la distensione con l’Occidente, in realtà perché la bomba avrebbe reso la Cina ancora più indipendente dall’influenza sovietica. Mao, d’altra parte, non poteva accettare l’ombrello atomico che Krusciov proponeva di estendergli quale alternativa: “la Cina è troppo grande – aveva replicato, ma egli intendeva troppo fiera – per affidare la sicurezza a un altro paese”.

Il suo obiettivo era anche quello di esasperare le tensioni con Mosca per assecondare quell’avvicinamento con gli Stati Uniti che andava allora profilandosi e che avrebbe consentito alla Cina di entrare nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite al posto di Taiwan, obiettivo poi effettivamente raggiunto il 25 ottobre 1971.

Qualche anno prima, alla Conferenza di Bandung (1955), le parole di Zhou Enlai risuonano vigorose contro il colonialismo e l’imperialismo, e a favore del non-allineamento, ma non aprono alcuno spiraglio su una possibile terza via rivoluzionaria, o anche solo riformatrice, che la Cina avrebbe capeggiato su scala mondiale.

Ciò non impedisce tuttavia che durante la Rivoluzione Culturale emergesse un rigurgito di limitato internazionalismo a favore dei movimenti antimperialisti, in Vietnam, Palestina e alcuni paesi africani. Tuttavia, a dispetto dell’enfasi lessicale, e senza soluzione di continuità da Mao a Xi Jinping, sia la costruzione del socialismo (dalla fondazione della Repubblica Popolare alla scomparsa di Mao, nel 1976), sia la crescita economica (da Deng in avanti) si sono concentrate sulla prospettiva nazionale.

I tentativi di proiettare il maoismo sulla scena internazionale, in Asia sud-orientale, Africa o Sud America, non vanno oltre qualche aiuto materiale e qualche dichiarazione di principio, mentre gli interventi in Cambogia e Vietnam sono motivati da ragioni geopolitiche e non ideologiche.

Dopo la rottura tra Mao e Krusciov consumatasi negli anni ’50, dunque, le relazioni russo-cinesi si aggravano nel 1969, quando gli incidenti sull’Ussuri portano le due nazioni a un passo da un conflitto che sarebbe stato allo stesso tempo inedito (tra due nazioni comuniste) e devastante (con il rischio di escalation, tra due potenze nucleari). La prospettiva dell’isolamento e le minacce percepite alla sovranità nazionale, la cui perdita Mao giudicava letale per il futuro della Cina, lo convincono ad assecondare l’intento di Washington di giocare la carta cinese in funzione antisovietica.

Passano gli anni e con l’implosione dell’Urss il quadro delle alleanze muta radicalmente, perché da quel momento gli Stati Uniti non hanno più bisogno della Cina, e anzi vanno persuadendosi che la minaccia principale alla loro egemonia giunga proprio da Pechino. Secondo la logica compensativa, inizia così un lento disgelo tra Russia e Cina, che nel 1991-92 porta alla stipula di un accordo sulla delimitazione dei confini e la cooperazione militare, con la vendita dei primi caccia russi all’aeronautica militare cinese.

Nel 1996, viene istituita una partnership strategica, il cui contenuto è ancora generico. Nel 1997 poi, Jiang Zemin e Boris Eltsin firmano una dichiarazione a favore di un mondo multipolare, presupposto per un diverso ordine planetario. Nel 1999, giunge la prima intesa seria sull’Amur, sebbene i rapporti commerciali siano ancora modesti e diverse le rispettive agende con gli Stati Uniti. Nel 2001, viene firmato un trattato di amicizia che schiude ulteriori spazi di cooperazione fino al 2012-13, quando i legami diventano più solidi e diversificati, e Xi Jinping matura finanche un rapporto di stima personale con Vladimir Putin. È così che gradualmente – la storia non cessa di sorprendere – Cina e Russia tornano a convergere sulla base di forti interessi comuni, una convergenza che non ha i contorni anticapitalisti del passato pre-rottura, ma che annovera come rivale strategico la stessa nazione che era stata a suo tempo il nemico di entrambi: gli Stati Uniti d’America.

Fino al 1989-91 il ruolo che Washington aveva assegnato alla Cina, e viceversa, vale a dire il contenimento dell’Unione Sovietica, aveva garantito un relativo grado di vicinanza, a dispetto delle differenze ideologiche e di sistema economico. In quegli anni, però, si verifica un evento d’importanza storica che cambia le carte in tavola, la disintegrazione dell’impero sovietico. Con essa scompare di colpo la ragione principale che aveva portato all’avvicinamento tra due nazioni così lontane, le relazioni si complicano e su di esse si allunga l’ombra del confronto strategico. All’indomani del crollo sovietico, Washington tenta il colpo di mano sull’economia russa e in parallelo l’aggancio di Mosca in chiave anticinese. Questa scelta ha però vita breve, dopodiché una serie di successivi (apparenti) passi falsi americani apre la strada agli attuali scenari.

Con la crisi ucraina del 2014, Cina e Russia riscoprono una comune agenda politica ed economica, e il medesimo bisogno di contenere la pervasività americana. Fabbricata a tavolino dagli Usa in funzione antirussa, la cosiddetta primavera ucraina porta alla luce i tanti profili di complementarità con Mosca che sino ad allora erano rimasti in ombra: cooperazione militare, energia, commercio, collaborazione in seno alla Sco (Shanghai Cooperation Organization), convergenze su Iran, Palestina, Corea del Nord e altro ancora, tutto insaporito dalla comune urgenza di contenere l’espansionismo americano. La profondità di tale ri-accostamento è corroborata da una somiglianza, seppur relativa, tra i due sistemi economici: anche in Russia, come in Cina infatti (con diverse modulazioni e intensità), gli asset fondamentali, finanza e settori strategici, sono controllati dallo stato, e dunque difficilmente accessibili dall’onnivoro corporativismo americano. Dopo la disastrosa parentesi di B. Yeltsin, con l’avvento di Putin la musica cambia e la cassaforte del paese, a partire dagli enormi giacimenti di gas e petrolio, torna saldamente sotto il controllo dello stato.

Nel marzo 2014, con la decisione di astenersi sulla risoluzione presentata dagli Usa al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sull’annessione russa della Crimea, la Cina bilancia con accortezza gli interessi (le cointeressenze con Mosca) con i principi (il rischio di dare spazio a interferenze su Tibet, Xinjiang, Taiwan e HK). Dopo gli attriti dell’epoca sovietica, quel voto di astensione costituisce una pietra miliare sulla strada dell’avvicinamento strategico tra Russia e Cina, il cui pilastro è costituito dal bisogno condiviso di contenere l’egemonismo statunitense.

Il commercio bilaterale tra i due paesi cresce a tassi elevati (nel 2019, oltre 111 miliardi di dollari nelle due direzioni): importazioni cinesi per 54,9 miliardi di dollari ed esportazioni per 49,06 miliardi[1]. L’interscambio è destinato a un’ulteriore accelerazione con l’import cinese di gas siberiano previsto nei prossimi anni[2]. La Cina è già oggi il primo partner commerciale della Russia, che a sua volta, dopo aver superato l’Arabia Saudita, è il primo esportatore di energia (oltre che di tecnologia militare) verso la Repubblica Popolare, via terra per di più, ciò che consente di evitare i tratti di mare controllati dalle flotte americane. Nel commercio elettronico e transfrontaliero, nella navigazione satellitare, nella produzione di aerei a lungo raggio e persino sul fronte culturale le relazioni bilaterali si arricchiscono ogni giorno di nuovi orizzonti.

Il trentennale accordo energetico stipulato nei giorni scorsi rende ancora più forte il legame reciproco. Attraverso il nuovo gasdotto che unisce la Siberia Centrale al territorio cinese, Gazprom aumenterà le esportazioni verso la Cina dagli attuali 38 miliardi a 48 miliardi di metri cubi l’anno, rendendo l’Asia centrale il principale fornitore di gas naturale del gigante asiatico. I prezzi concordati non sono noti, ma si può presumere che la Cina abbia strappato un accordo conveniente, mentre la Russia consolida in tal modo i legami con un cruciale acquirente alternativo all’Europa, rafforzando il potere contrattuale nei riguardi di quest’ultima.

Le due nazioni svolgono regolari esercitazioni militari, hanno ultimato la costruzione del grandioso e simbolico ponte sul fiume Amur, e sviluppato intese nel settore militare avanzato[3]. Per entrambi, si tratta di una strategia che oltre al contenimento del comune rivale mira al rafforzamento del multipolarismo, con la definizione di reciproche sfere d’influenza in Asia orientale e centrale, e in Medio Oriente[4].

In tale scenario, non si devono sovrastimare le preoccupazioni russe per i flussi commerciali qualitativamente vantaggiosi per la Cina (commodity contro energia), i sospetti di riproduzione illecita di armamenti russi, un’ipotetica invasione cinese negli sterminati spazi siberiani e infine l’iperattività cinese nei paesi ex-sovietico dell’Asia centrale che contrasterebbe con gli interessi russi. Si tratta di temi enfatizzati dalla manipolazione occidentale, ma sui quali il compromesso è a portata di mano, alla luce delle tante cointeressenze.

Vladimir Putin e Xi Jinping hanno ribadito l’amicizia tra i due paesi anche all’apertura delle Olimpiadi invernali di Pechino, esprimendosi in termini critici contro l’allargamento della Nato, invitata ad abbandonare contrapposizioni ideologiche che appartengono al tempo della guerra fredda e a rispettare la sovranità, la sicurezza e gli interessi altrui … agendo in forma equa e obiettiva a favore dello sviluppo pacifico tra i popoli. I due leader hanno aggiunto che le relazioni bilaterali sino-russe non conosceranno limiti e sono destinate a superare il livello delle alleanze politico/militari della guerra fredda. Persino nella penisola coreana i due paesi trovano buone ragioni per collaborare. Il dispiegamento del Thaad[5] in Corea del Sud è visto come un’operazione intrusiva contro entrambi con il pretesto della minaccia nordcoreana.

Quanto alla Shanghai Cooperation Organization, di cui Cina e Russia costituiscono i pilastri, essa aveva inizialmente l’obiettivo circoscritto di sconfiggere i Three Evils: terrorismo, separatismo ed estremismo religioso. Nel giungo 2017 vi hanno aderito anche Pakistan e India, e nel settembre 2021 l’Iran. Il successo della Sco è confermato da un diffuso interesse: ai paesi membri a pieno titolo[6], si aggiungono quelli osservatori, Afghanistan, Bielorussia e Mongolia, mentre Sri Lanka, Cambogia, Azerbaijan, Nepal, Armenia, Egitto, Qatar, Arabia Saudita e persino Turchia (paese Nato) vi partecipano in qualità di dialogue partners[7]. Con il tempo, se sarà capace di generare ritorni tangibili per tutti, in termini di sicurezza e stabilità politica, oltre che benefici economici, riducendo i fattori divisivi e favorendo l’appianamento di annosi contenziosi come quelli indo-pakistano e sino-indiano, la Sco potrebbe trasformarsi in una sorta di Nato asiatica, sebbene l’oggettiva eterogeneità di alcuni suoi membri non autorizzi una previsione così netta.

Le tensioni russo-americane, alimentate dalle politiche imperialiste di Washington, che incidono in profondità sulle relazioni altrimenti amichevoli tra Europa e Russia, spingono ancor più quest’ultima verso la sponda cinese.

Con l’avvento di Putin, che ha restituito dignità a una nazione allo sbando, gli Stati Uniti hanno dovuto fronteggiare una difficile alternativa: spingere l’acceleratore sul reset nei riguardi di Mosca accettando uno strategico avvicinamento di quest’ultima con l’Europa, o scegliere il male minore, perdere la Russia. Se poi la prospettiva di un’integrazione strategica Russia-Europa avesse col tempo incluso anche la Cina, al termine di quel percorso d’interconnessione logistica tra Estremo Oriente ed Europa che costituisce l’obiettivo primario della Belt and Road, il continente euro-asiatico troverebbe un diverso baricentro, ridisegnando i contorni del potere nel mondo. Nella visione americana, Europa e Asia dovrebbero operare su due fronti distinti, risparmiando a Washington il costo di interventi diretti.

È possibile che Washington abbia puntato sulla riemersione delle crepe russo-cinesi di epoca sovietica, sebbene oggi la scena politica sia ben diversa, e minimi i fattori di rivalità. D’altro canto, gli Stati Uniti ritengono di trarre comunque vantaggio dall’attuale scenario. Oltre a confermare la sottomissione dell’Europa agli interessi americani, a guadagnare è ancora una volta il complesso militare-industriale (che come sappiamo, oltre agli armamenti, si estende all’industria dell’intrattenimento, media, accademia, internet, carriere politiche e altro ancora), mentre le sanzioni unilaterali Usa contro Russia e Cina, sempre modulate con astuzia per non danneggiare le corporazioni a stelle e strisce, tengono sotto pressione i prezzi energetici e sostengono il corso del dollaro.

Il principio fondante di ogni impero è il divide et impera. Giappone e Gran Bretagna costituiscono gli avamposti americani per tenere sotto controllo rispettivamente Estremo Oriente ed Estremo Occidente della massa euroasiatica. A questi due paesi l’impero Usa ha delegato il compito di contenere i rispettivi terminali prospicienti. In Occidente, rimane improbabile che l’Inghilterra ceda alla seduzione di integrarsi con i destini euroasiatici, appartenendo essa al club anglosassone americanista per ragioni politiche, culturali e di finanza. Quanto alla scelta subalterna del Giappone, essa appare motivata da un calcolo astuto, i ritorni economici del mercantilismo dopo la disfatta militare e l’umiliazione della cultura tradizionale che hanno consentito a quel paese di giungere alla prosperità senza una costosa mobilitazione militare.

Mentre non può nascere alcun serio progetto di unificazione europea se Germania e Russia restano ostili tra loro, per analogia non può esserci alcuna vera prospettiva asiatica se Cina e Giappone rimangono divise. Per il momento, quest’ultimo intende preservare l’assetto post-bellico, ma in futuro tale scenario potrebbe cambiare, poiché il Giappone si trova in uno stadio di americanizzazione reversibile e – spinto da diverse priorità – potrebbe un giorno smarcarsi dalle conseguenze della sconfitta militare, poiché sotto la coltre occidentalizzante la sua cultura mostra di resistere all’omologazione. In buona sostanza, la Cina costituisce per il Giappone l’orizzonte inconscio e insieme un naturale alleato prospettico, oltre che un gigantesco mercato d’interazione economica.

Nel 1997, Zbigniew Brzezinski scriveva[8] che l’L’Eurasia è il supercontinente assiale … È imperativo che in questa regione non emerga uno sfidante in grado di dominarla e quindi di sfidare l’America. I geo-strateghi americani sono prigionieri di tale arcaica concezione, rifiutando di considerare che il procedere della storia ridisegna costantemente le relazioni tra i popoli. Se anche un contender state dovesse un giorno emergere dai territori asiatici il sole continuerebbe a sorgere ogni giorno come fa da migliaia di anni. Il commercio del Giappone con la Cina è 1,4 volte quello con gli Stati Uniti. Le esportazioni della Corea del Sud verso la Cina sono superiori di oltre l’80% rispetto a quelle verso l’America, e l’elenco è lungo. L’Eurasia non è politicamente omogenea, e non costituisce un blocco uniforme. La sua economia è tuttavia maggiore e più dinamica, la sua terra è abitata da individui mediamente più istruiti e ormai dispone di tecnologie di cui l’America ha perso il monopolio. Il secolo XXI è il secolo eurasiatico.

Il quadro si arricchisce poi di ulteriori colorazioni se si considera che l’asse Mosca-Pechino, oltre alle repubbliche ex-sovietiche geo-politicamente attigue, tende ad arruolare altre nazioni esterne al dominio Usa, la prima delle quali, situata sulla linea di faglia tra Asia ed Europa, è la Repubblica Islamica dell’Iran. L’altopiano iraniano si trova in posizione strategica e dispone delle maggiori riserve mondiali congiunte di petrolio/gas. Iran e Cina, eredi di antiche civiltà, s’incontrano in un momento critico della loro storia, sollecitati dalla comune necessità di far fronte all’ostilità americana, nel caso di Teheran a tutto campo, in quello di Pechino più dialettica. La Repubblica Islamica punta su Cina e Russia per costruire un triangolo di resistenza anti-Usa, ridurre l’isolamento, rafforzare il recinto di sicurezza contro la minaccia israeliano-americana, rilanciare l’economia, a partire dal settore energetico, fonte principale di introiti.

Per Teheran, la sete cinese di energia è pressoché insaziabile. Pechino continua ad acquistare petrolio[9], a prezzi scontati per di più, sfidando le sanzioni Usa con accortezza, per non intaccare i suoi interessi con la superpotenza americana.

Nell’aprile 2021, Cina e Iran firmano un accordo strategico[10] su economia e sicurezza, aprendo nuovi orizzonti sulla geopolitica regionale[11]. Pechino s’impegna a investire nei prossimi 25 anni fino a 400 miliardi di dollari nel settore gas/petrolio, banche, telecomunicazioni, porti, ferrovie, sanità, reti 5G, GPS e altro ancora, contribuendo alla modernizzazione industriale e infrastrutturale dell’Iran, in cambio di energia sicura e scontata. In termini politici, la Cina punta a includere l’altopiano persiano nelle dinamiche di sviluppo centroasiatico della Belt and Road, mentre Teheran apre ad Est un orizzonte alternativo rispetto a un Occidente dal quale viene respinta.

Oggi, in buona sostanza, Cina, Russia e Iran sono accomunati dall’esigenza di fronteggiare il medesimo rivale in un labirinto di percorsi, alla luce del divario qualitativo dei rispettivi rapporti con gli Stati Uniti: ostili a tutto campo quelli di Teheran, conflittuali ma alla pari quelli russi e competitivi, conflittuali e insieme reciprocamente vantaggiosi, quelli cinesi. Si tratta di sentieri in salita, che dovranno fare i conti con un prisma variegato di interessi e imprevisti, anche se oggi sulle agende dei tre protagonisti le convergenze paiono imporsi sulle divergenze. La storia però, come noto, è maestra di coreografie, non solo di vita.


Note
[1] https://www.statista.com/statistics/1003171/russia-value-of-trade-in-goods-with-
[2] Ingenti sono gli investimenti cinesi nel settore estrazione e trasporto di energia nella Siberia centrale e orientale. Un accordo del valore di 400 miliardi di dollari, firmato nel 2014 a Shanghai, assicura a Pechino la fornitura annuale di 38 miliardi di metri cubi di gas nei prossimi 30 anni e l’ingresso di suoi capitali nell’up-stream, un privilegio mai concesso dalla Russia ad alcun altro paese. Nel maggio 2020, l’import cinese di petrolio russo ha superato 1,76 milioni di barili al giorno e cresce ogni anno a tassi del 20-30 per cento, mentre le esportazioni russe di attrezzature industriali e alta tecnologia registrano incrementi annuali intorno al 30 per cento
[3] Acquisti cinesi di aerei Su-35 da combattimento e sistemi antimissile superficie-aria S-400) e nel cyberspazio
[4] Nel maggio 2015, Xi Jinping e Vladimir Putin firmano l’impegno a sostenere l’Unione Economica Eurasiatica (Eaeu), della quale fanno già parte Bielorussia, Kazakistan, Russia, Armenia e Kirghizistan, e che dovrebbe attrarre in futuro le altre repubbliche ex-sovietiche e l’Iran. Per il momento la Cina non vi partecipa, ma il forte attivismo nella Belt and Road Initiative dovrebbe consentire a Pechino di aderirvi, bilanciando i propri interessi in una regione strategica anche per Mosca.
[5] Terminal High Altitude Area Defense, Difesa d’area terminale ad alta quota, sistema americano contro missili balistici a medio e corto raggio.
[6] Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan, India, Pakistan e, dall’ottobre 2021, Iran.
[7] Nel 2022 dovrebbero aggiungersi quali dialogue partners Libano, Siria, Iraq, Serbia e diversi altri paesi asiatici.
[8] La grande scacchiera, Longanesi Ed., marzo 1998
[9] Come media degli ultimi tempi, da gennaio a marzo 2021, Pechino a importato poco meno di un milione di barili di petrolio al giorno: https://www.reuters.com/article/us-china-iran-oil-idUSKBN2BM08Z
[10] https://www.president.ir/EN/91435; https://www.dw.com/en/iran-china-sign-strategic-deal-in-tehran/a-57025741
[11] https://www.mei.edu/publications/making-sense-iran-china-strategic-agreement

FONTE: https://www.lafionda.org/2022/02/14/le-relazioni-tra-cina-e-russia/

LA LOTTA DI CLASSE NELL’EPOCA DELLA FINANZA MODERNA

La pubblicazione di questi articoli, come COVID-19 e la catastrofe del debito delle corporation in arrivo di Joseph Baines e Sandy Brian Hager, La lotta di classe nell’epoca della finanza moderna di Julius Krein, un commentatore che pubblica regolarmente su America Affair, è utile per introdurre nel dibattito una immagine del capitalismo moderno degli Stati Uniti che non viene assolutamente presa in considerazione dalla stragrande maggioranza degli osservatori del vecchio continente anche da quelli ritenuti più affidabili. Krein presenta un quadro della cosiddetta “finanziarizzazione” che risulta interessante nelle sue caratteristiche generali ma i presupposti avanzati per spiegare la dinamica della finanza speculativa non sono così precisi anche se il risultato d’insieme è efficace. Negli Stati Uniti, il saggio di profitto in questo decennio è aumentato, in parte grazie al ristagno dei salari, ma questo aumento è dovuto quasi esclusivamente al successo delle corporation al top del 10%, mentre i margini di profitto delle imprese nella metà inferiore sono rimasti per lo più in territorio negativo come dimostra l’articolo di Joseph Baines e Sandy Brian Hager. Resta il fatto che i bilanci aziendali sono pericolosamente fragili ed in tutte le principali economie, sono aumentate le preoccupazioni relative all’aumento del debito societario.

La “guerra di classe” assume di conseguenza dei connotati nuovi rispetto ai tanto mitizzati anni ‘70, infatti il prodotto di questi tempi è la lotta contro ogni forma di sottoproletariato del proprio paese e straniero proprio per la paura che hanno i lavoratori di “scivolarci dentro” ma soprattutto perché li considerano, assieme ai dipendenti statali, dei parassiti che sottraggono reddito e benefit (anche sotto forma di welfare) a coloro che “faticano per sbarcare il lunario”. Infine nell’articolo Quali sono gli elettori di Obama che hanno fatto “un voltafaccia” a favore di Trump? Quali non lo hanno fatto? e Perché? Andrew Klimann dimostra che la narrativa anti-neoliberista della “sinistra” sulle elezioni del 2016 è sicuramente imprecisa ed ha identificato due motivi principali per cui il “volta faccia” verso Trump non può essere definito in maniera corretta come una ribellione della classe operaia contro le difficoltà economiche imposte dal neoliberismo. Questa analisi di Kliman risulta utile facendo il confronto con l’articolo recente di Michael Roberts Elezioni americane: donne, giovani, classe operaia, le città e le minoranze etniche si liberano di Trump che hanno visto contrapposti il democratico Biden e il presidente allora in carica Trump. L’autore propone un’analisi empirica delle dinamiche del voto che mostra il caos in cui è caduta la maggiore economia mondiale con la pandemia COVID che si scatena in tutto il paese e l’economia in ginocchio con milioni di disoccupati, salari ridotti e servizi pubblici paralizzati.

Col rallentamento dell’accumulazione di capitale negli ultimi anni in Cina, le lotte portate avanti dai lavoratori iniziano a spostarsi geograficamente e subiscono una trasformazione delle loro forme. Sulla base di analisi empiriche dettagliate, l’articolo di Zhun Xu e Ying Chen Lo spostamento nel territorio delle lotte dei lavoratori in Cina: prove ed implicazioni pone in evidenza un trasferimento territoriale dei conflitti del lavoro dalle regioni costiere a quelle interne.

Quando guardiamo alla Storia del Movimento Operaio Giapponese (Alì Alper Alemdar) nelle varie fasi, possiamo osservare chiaramente che le differenze ideologiche nei sindacati sono determinanti nei momenti di rottura nella storia del lavoro di questo paese. la cooperazione tra i sindacati d’impresa e la classe capitalista attraverso il sostegno statale ha favorito la stabilità dell’economia e un maggiore benessere nelle condizioni di vita dei lavoratori. Tuttavia, non sappiamo ancora ciò che causerà, in futuro la recessione in corso, sommata all’effetto della crisi economica globale sul Giappone. La storia stessa ci mostrerà la strada che prenderà il movimento operaio giapponese del futuro.

LA LOTTA DI CLASSE NELL’EPOCA DELLA FINANZA MODERNA è edito da Asterios. Si può acquistare direttamente dall’editore andando al link

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Formato: 135×210, 144 pagine / Gennaio, 2022 / ISBN: 9788893131995

A cura di: 

Antonio Pagliarone

Traduzione di: 

Antonio Pagliarone

La disuguaglianza nell’era Contemporanea

La disuguaglianza globale nell’era Contemporanea1

di Andrea Vento

Antecedentemente alla Rivoluzione Industriale inglese di fine XVIII sec. la disuguaglianza globale, determinata dall’effetto congiunto delle differenze reddituali interne agli Stati e di quelle fra i redditi medi individuali dei vari Paesi, risultava in generale moderata, con valore dell’indice Gini globale pari a 0,54 (tab. 1).

L’ascesa dell’Occidente sotto la spinta dall’industrializzazione innesca, tuttavia, una lunga di fase di incremento, peraltro a tassi costanti, della disuguaglianza globale fra il 1820 e la vigilia della I Guerra Mondiale che porta l’indice in questione a 0,68. Un aumento causato prevalentemente dal miglioramento dei livelli di reddito in Europa, in Nord America e, dopo la Rivoluzione Meiji (1869), anche in Giappone, e dalla stagnazione di Cina e India, ma sul quale hanno influito anche le crescenti disparità di reddito interne ai Paesi che si stavano configurando come “Primo Mondo”.

Nel ventennio successivo al 1918, a causa della stasi dei redditi occidentali provocata dalla I Guerra mondiale e dalla Grande Depressione, la disuguaglianza globale subisce una lieve flessione.

Con la successiva ripresa economica degli anni ’30, inizia nuovamente a salire per attestarsi, nel 1950 su un valore di + 0,04 superiore al picco di inizio secolo, per poi mantenersi elevata fino al 1980, allor che, a seguito di un lievissimo incremento rispetto a 30 anni prima, raggiunge il massimo valore storico pari a 0,73.

Durante quest’ultimo periodo, il divario dei livelli di reddito medio fra Occidente e Asia (Cina e India in particolare) resta sostanzialmente stazionario, in quanto l’indipendenza dell’Unione Indiana (1947) e l’affermazione della Rivoluzione Cinese (1949) creano i presupposti per l’avvio dello sviluppo dei due Giganti Asiatici. La divergenza di reddito fra le due aree geoeconomiche, seppur stabile, rimane, tuttavia, elevata: il Pil pro capite occidentale si attesta, per tutto l’arco del quarantennio, su valori circa 10 volte superiori a quelli asiatici.

Con lo sviluppo delle economie oggi definite emergenti, il divario Occidente/Oriente a partire dagli anni ’80, inverte la tendenza ripiegando sensibilmente, soprattutto fra il 2000 e il 2013, breve arco di tempo in cui l’indice Gini da 0,70 scende a 0,65. In particolare in Cina, gli alti tassi di crescita dell’ultimo quarantennio del reddito medio individuale, stimati intorno all’8% annuo, hanno consentito al Dragone, di ridurre sensibilmente le distanze rispetto alle economie occidentali. Alle soglie della crisi economica innescata dal Covid, infatti, il Pil pro capite cinese si attestava intorno al 30-35% della media Occidentale, praticamente allo stesso livello del 1820.

Alla vertiginosa crescita dell’economia cinese, mai registrata in precedenza nel corso della storia economica mondiale contemporanea, ha fatto seguito, nel corso dagli anni ’80, il decollo di altre importanti econome dell’Asia meridionale, del Sud-est asiatico e dell’Estremo Oriente, fra cui India, Vietnam, l’Indonesia e Thailandia. Sviluppo che, benché abbia comportato un aumento delle disuguaglianze interne, in Cina addirittura di 201 punti Gini tra il 1981 e il 2008, ha generato un riequilibrio internazionale dei redditi medi, divenendo fattore preponderante della riduzione delle disuguaglianze globali successive al 1980.

Il bilanciamento dei redditi Asia/Occidente si è verificato, dunque, contemporaneamente alla rivoluzione digitale e informatica che ha contribuito sia ad una maggior crescita della prima area, che alla deindustrializzazione della seconda, parallelamente a quanto avvenuto in India durante la prima Rivoluzione Industriale.

Dall’analisi di Milanovic emerge come i cambiamenti di tendenza nell’andamento delle disuguaglianze globali siano coincise con due fasi di rapide innovazioni tecnologiche, quella industriale e quella dell’automazione delle produzioni, caratterizzate entrambe da una sensibile rimodulazione della classifica globale del reddito e da una spiccata concentrazione territoriali, sia dei ceti in ascesa, sia di quelli in arretramento. In sostanza, la prima rivoluzione industriale, spingendo al rialzo i redditi in Occidente, ha generato un aumento della disuguaglianza globale, mentre quella digitale e informatica, attraverso la rapida crescita dell’Asia, ha indotto un riequilibrio dei redditi a livello globale.

Milanovic al pari di molti altri economisti, prevede quindi che in un prossimo futuro, alla luce dei trend in atto, la convergenza2 dei redditi medi su scala globale condurrà a un riequilibrio reddituale fra le economie sviluppate e quelle emergenti asiatiche.

Una tendenza, ci permettiamo di aggiungere, di non esclusiva pertinenza della sfera economica ma che riguarderà inevitabilmente anche quella geopolitica la quale, sotto l’inesorabile ascesa della Cina, tenderà progressivamente ad assumere connotati multipolari, superando, in prospettiva, il dominio unipolare dell’Occidente seguito alla disgregazione dell’Urss, e determinando lo spostamento del fulcro geostrategico del domino mondiale nello scacchiere Asia/Pacifico.

Tabella 1: valori dell’indice Gini globale fra il 1820 e il 2013

Fonte: Branko Milanovic 2020

PeriodoIndice GiniFasi storiche
18200,54Prima Rivoluzione industriale e ascesa dell’Occidente
19100,68
19300,67I Guerra Mondiale e Grande Depressione
19500,72Seconda Guerra Mondiale e dominio economico Usa
19810,73
20000,70
20130,65Rivoluzione informatica e digitale con ascesa dell’Asia

Andrea Vento – 10 febbraio 2022

Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

1 Fonte “Capitalismo contro Capitalismo. La sfida che deciderà il nostro futuro” di Branko Milanovic Editori Laterza 2020. Capitolo 1 paragrafo 2 “L’ascesa dell’Asia e il riequilibrio del mondo” pag 7-14

2 Tipologia di convergenza detta incondizionata in economia empirica.

“CINA. L’irresistibile ascesa.” Nuovo libro di Alberto Bradanini


L’eterotopia, il significato del comunismo cinese e la visione di Mao, la rivoluzione culturale, l’avvento di Deng Xiaoping, i complessi e delicati rapporti di Xi Jinping con gli Stati Uniti. Lo sguardo di Bradanini abbraccia l’evolversi della Repubblica Popolare sin dalla sua nascita nel 1949.
ILLUSTRATO CON FOTOGRAFIE DI ANDREA CAVAZZUTI
pp. 368 – €18

Il presente volume non è scritto per il mondo accademico, né si aggiunge ai tanti libri sulla Cina che elencano dati e tabelle sull’economia cinese. È un’opera ambiziosa e non effimera, che scava alle radici della civiltà cinese. Rappresenta uno strumento essenziale per comprendere politica ed economia della Cina contemporanea, ma anche il modo di pensare dei suoi abitanti.

Questo libro è un ausilio indispensabile per capire un paese immenso e ancora poco conosciuto nella sua complessità, utile per tutti coloro che si accostano alla Cina per curiosità intellettuale, ma anche per chi vi si reca per affari, studio, o per turismo culturale.
In esso vengono riportate dettagliatamente le cifre del miracolo economico cinese, ma il suo merito principale è quello di essere un viatico per comprendere la cultura e la mentalità della Cina, il modo di rapportarsi al mondo esterno dei suoi abitanti e il suo modo di intendere gli affari.

Nella descrizione del contesto cinese si avverte chiaramente il tatto di un esperto conoscitore. L’autore è stato infatti rappresentante d’Italia a Honk Kong e Pechino, osservando in prima persona la realtà e le contraddizioni di un paese che in pochi anni ha vissuto cambiamenti politici, economici e sociali stupefacenti.

Alberto Bradanini Laureato in Scienze Politiche all’Università La Sapienza di Roma, inizia la carriera diplomatica nel 1975. Tra i diversi incarichi ricoperti, dal 1996 al 1998 è stato Console generale d’Italia ad Hong Kong, dal 2008 al gennaio 2013 Ambasciatore d’Italia in Iran, e dal 2013 al maggio 2015 Ambasciatore d’Italia in Cina. È attualmente Presidente del Centro Studi sulla Cina Contemporanea.

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RETE SAHARAWI: SOLIDARIETÀ ITALIANA CON IL POPOLO SAHARAWI ODV

Dopo un lungo percorso di collaborazione tra le associazioni italiane che promuovono la solidarietà e la cooperazione con il popolo saharawi, in stretto rapporto con la Rappresentanza del Fronte Polisario in Italia, la “Rete Saharawi – Solidarietà Italiana con il popolo saharawi ODV” si è costituita ufficialmente nel gennaio 2020.

La Rete Saharawi rappresenta l’Italia al Coordinamento Europeo di Solidarietà con il popolo saharawi (EUCOCO) e opera coordinando in Italia i progetti di solidarietà e cooperazione internazionale di molte associazioni impegnate a supporto della popolazione saharawi, alcune con esperienza pluridecennale. Gli obiettivi della Rete ruotano attorno al diritto all’autodeterminazione dei popoli (basato sulla Risoluzione Onu n. 1514 del 1960), all’applicazione del diritto internazionale, al rispetto dei diritti umani.

Le azioni della Rete si sviluppano a partire dalle condizioni reali in cui la popolazione saharawi vive in quattro diversi scenari: nell’area del Sahara Occidentale occupato dal Marocco; nei territori del Sahara Occidentale liberati dal Fronte Polisario; nei campi profughi saharawi ospitati in Algeria; nei vari luoghi della diaspora saharawi.

In collaborazione con le istituzioni della Repubblica Araba Saharawi Democratica (Rasd), la Rete promuove all’estero interventi nei vari settori della cooperazione allo sviluppo e dell’emergenza. In Italia promuove l’accoglienza di minori saharawi, con il programma estivo “Piccoli ambasciatori di Pace”; favorisce cure mediche necessarie e corsi di studio di vario indirizzo; l’educazione alla mondialità, alla promozione dei diritti umani e alla pace, coinvolgendo enti locali, scuole e università; promuove la commercializzazione di prodotti equi e solidali; i viaggi di conoscenza nei campi profughi, permettendo un rapporto diretto con le famiglie e l’amministrazione delle diverse wilaye; le ricerche e le pubblicazioni sulla storia e la cultura saharawi; organizza eventi pubblici di informazione e aggiornamento della lotta per l’autodeterminazione del Sahara Occidentale, nel quadro della diplomazia regionale, nazionale e internazionale.

Coordinando e facendo interagire le esperienze di solidarietà e cooperazione organizzate dalle associazioni, dalle ong e dagli enti italiani impegnati a sostenere il popolo saharawi, la Rete si propone di ampliare l’efficacia di ogni singola azione, fornendo linee guida, manuali, codici di comportamento, consulenza e formazione sui vari settori di intervento. In collaborazione con la Rappresentanza del Fronte Polisario in Italia, il movimento solidale rappresentato dalla Rete punta a far conoscere e avvicinare il maggior numero di persone, istituzioni e associazioni al popolo del Sahara Occidentale, alle sue tradizioni, ai suoi diritti e alla sua battaglia di libertà, rispettando e collaborando attivamente con le diverse realtà in cui interviene. A questo scopo l’Ufficio Stampa redige e diffonde comunicati interni ed esterni alla Rete, utilizzando tutti i possibili canali mediatici. Gestisce il sito web della Rete e cura la redazione di comunicati e lettere.

La Rete in questi due anni si è occupata della raccolta fondi per il progetto di “Accoglienza Alternativa” nei campi dell’esilio saharawi.

Ha sollecitato comuni e organizzazione politiche ad esprimersi con ordini del giorno e mozioni sulla grave violazione del cessate il fuoco da parte delle forze armate del Marocco nella zona del varco illegale di Guerguerat, e ha ottenuto il sostegno di molti artisti italiani alla lotta per la decolonizzazione della terra saharawi, le loro parole sono raccolte nel video “Voci per il Sahara” (visibile all’indirizzo FaceBook della Rete). Anche importanti fotografi italiani hanno donato i loro scatti per il progetto “Cartoline”.

Ha sollecitato comuni e regioni a scrivere al presidente Usa Joe Biden invitandolo a dissociarsi dalla decisione unilaterale di Donald Trump, al termine del suo mandato, di riconoscere la sovranità del Marocco sul Sahara Occidentale.

Collabora costantemente con il gruppo interparlamentare “Amici del popolo saharawi”.

Ha istituito una serie di gruppi di lavoro per meglio garantire alcune azioni e progetti in ambiti essenziali:

Gruppo Enti Locali. Lavora al coinvolgimento dei comuni, delle province e della regione alle iniziative e ai progetti. Sta proponendo la creazione della “Giornata Nazionale Italiana dei gemellaggi e dei Patti d’Amicizia con il popolo saharawi”.

Gruppo Archivio e Documentazione. Raccoglie tutto il materiale edito sulla questione saharawi, ordina l’ampia documentazione della RS e riversa progressivamente i file in un unico drive allo scopo di facilitare la loro catalogazione, la ricerca e la divulgazione.

Gruppo Rete solidale diversamente abili e sanitario. Raccoglie le conoscenze e le esperienze delle associazioni italiane che si occupano di disabili e dei casi sanitari di cittadini saharawi in Italia e nei campi profughi, in vista di una potenziale accoglienza in strutture adeguate.

Gruppo Diritti Umani. Si occupa dei prigionieri politici saharawi nelle carceri del Marocco e del Sahara Occidentale, in stretta collaborazione con la rappresentanza saharawi in Italia e con la “Lega dei prigionieri politici” attiva nel Sahara occupato. Sollecita l’adesione alle campagne di sostegno ai prigionieri, rivolgendosi a personalità e gruppi della società civile oltre che alle diverse realtà della politica italiana e internazionale. In questa ottica, ha ideato la campagna “Ora liberi” per individuare e responsabilizzare 62 custodi dei prigionieri e per redarre “La lettera del venerdì”, un messaggio da inviare a ciascun dissidente e da divulgare, attraverso i social media, per aggirare la censura che vieta le comunicazioni da e per il carcere.

Gruppo Accoglienza Piccoli Ambasciatori di Pace. È il gruppo che si rapporta con le autorità competenti nazionali, regionali e internazionali per l’organizzazione del soggiorno per ogni aspetto organizzativo e logistico del soggiorno.

Gruppo Viaggi Solidali. Lavora alla condivisione delle esperienze dei viaggi di conoscenza tra giovani e altre persone interessate a conoscere la causa saharawi, soprattutto in concomitanza di ricorrenze o importanti manifestazioni culturali e politiche.

Gruppo Comunicazione. Raccoglie informazioni corrette sulla causa saharawi e collabora con l’Ufficio Stampa della Rete Saharawi.

Gruppo Internazionale e Risorse Naturali. Ha la responsabilità di facilitare la diffusione della documentazione prodotta all’estero sul tema (traducendo in italiano, e viceversa, le comunicazioni). Partecipa ad eventi in ambito europeo ed internazionale e promuove iniziative su proposta della Rete. Documenta le attività commerciali illecite del Marocco e studia le azioni di contrasto allo sfruttamento delle risorse naturali nel Sahara Occidentale occupato.

Gruppo Ambiente. È impegnato in una attività di analisi e valutazione ambientale delle risorse idriche, monitora la qualità dell’acqua e le possibili ricadute, in ambito sanitario, sulla popolazione saharawi nei campi profughi e nei territori liberati. Effettua considerazioni preliminari per la gestione dei rifiuti nei campi e nei territori liberati.

Gruppo Formazione. Prepara gli operatori, gli accompagnatori e le figure istituzionali saharawi che seguiranno i vari progetti delle associazioni nei campi profughi e nell’accoglienza dei bambini in Italia.

Gruppo Sport e benessere. È impegnato a garantire l’accesso alle attività sportive, di giovani e adulti, in tutte le wilaya dei campi profughi. Lavora alla formazione di operatori e operatrici di varie discipline.

Gruppo Territori Liberati e Rete Tifariti. Si occupa di garantire la scolarizzazione e una corretta alimentazione ai bambini/e e alle famiglie che praticano il nomadismo nei territori liberati. Da poco ha rimodulato il progetto per avviare attività nelle scuole dei campi profughi.

Gruppo sull’Etica per coniugare i principi e i valori di etica con la pratica quotidiana nei suoi multipli aspetti: organizzativi, progettuali, operativi.

RETE SAHARAWI – Solidarietà Italiana con il popolo saharawi ODV

via Stazione 80, Sasso Marconi 40037 Bologna

Codice fiscale: 91424060373 – IBAN Banca Etica IT45I0501812800000

Potere al Popolo (PaP) e Paolo Maddalena

di Ferdinando Pastore

Le forze politiche che in questi anni si sono trovate all’opposizione del sistema neo-liberale, quindi non tanto di uno specifico governo, ma di tutto l’impianto ideologico sottostante l’impalcatura della Governance dei mercati, per la prima volta sono riuscite ad esprimere un nome unitario per la Presidenza della Repubblica. Il fatto non è così scontato come apparentemente potrebbe apparire. Quell’area politica, poco rappresentata in Parlamento, conta su forze eterogenee, non tutte provenienti dalla tradizione socialista o comunista. Molte di esse fanno riferimento a quel radicalismo costituzionale che si è sviluppato nella coscienza popolare a seguito della sempre più invasiva gestione del Paese da parte delle istituzioni sovranazionali.

Con i suoi vincoli di bilancio e monetari, con le sue determinazioni di dottrina in netto contrasto con l’ispirazione sociale della Costituzione. In particolare l’accordo si è trovato sul Prof. Paolo Maddalena, ex Giudice della Corte Costituzionale. In questi anni Maddalena si è contraddistinto per le sue coraggiose prese di posizione, in netta controtendenza con il sapere giuridico dei nostri tempi, sempre accomodante con lo spirito di costituzionalizzazione del diritto privato.

L’ex Giudice Costituzionale ha partecipato a battaglie contro le delocalizzazioni, a difesa dei beni pubblici (non comuni, ma pubblici), contro l’invasione dei Trattati Europei. La sua attività non si è limitata nello snocciolare mere opinioni, ma si è resa partecipe di iniziative politiche a difesa della Carta, con uno spirito militante non comune. La presenza di Maddalena nelle lotte sociali, costituzionali e politiche ha dato legittimazione a quei movimenti, a quelle forze oggi escluse dal consesso dei soggetti parlanti nei mezzi di comunicazione. Di chi si è reso conto che il totalitarismo liberale è un sistema oppressivo quanto quelli novecenteschi più militarizzati. Paolo Maddalena è un cattolico che ha espresso anche pubbliche opinioni contro la legge 194. Si deve specificare che mai nella sua attività di Giudice Costituzionale ha posto in pericolo quella legge. Ma ha semplicemente dichiarato le sue perplessità umane e giuridiche. Personalmente non concordo con lui sul punto. Improvvisamente Potere al Popolo, che inizialmente aveva sostenuto la sua candidatura, spinto dalla rivolta interna del mondo femminista, ha ritirato il proprio appoggio. All’interno di PaP militano compagni che godono della mia stima, ma la stima personale non è una categoria politica. Potere al Popolo cade nel solito tranello sempre affascinante per un certo antagonismo di sinistra, anarco-libertario e decisamente parolaio. E commette due errori strategici. Il primo è considerare la battaglia costituzionale un’eventualità settaria, da condividere nella purezza della specie. In realtà si scorda proprio del carattere sovversivo dei sistemi di potere neo-liberali e di conseguenza dello spirito generalista e di Governo di quella lotta. Per questo condividerla con il mondo cattolico anti-liberista non solo appare utile ma si rende necessario per agganciarsi a una prospettiva di egemonia. Inoltre si rende partecipe di un classico equivoco che è alla base dell’irrilevanza della sinistra estrema. Considerare oggi il Potere come un apparato tipicamente conservatore o nostalgico nel quale la Chiesa cattolica è capace di influenzare le coscienze e il sistema/mondo sotto gli imperativi di Dio, Patria e Famiglia. Quindi non comprendendo che oggi la struttura dominante è tipicamente laicizzata. La finanziarizzazione dell’economia, il consumo di massa, si poggiano sulla mercificazione assoluta dell’esistenza e non concepiscono ostacoli etici, morali, religiosi e giuridici all’espansione delle logiche commerciali, speculative, mercantiliste. Perché questo avvenga occorre iniziare l’individuo a un’educazione di mercato, evolutiva e imprenditoriale. Non comprendere questo cambiamento di rotta nelle dinamiche capitaliste, significa trincerarsi dietro battaglie di retroguardia, superflue, che lo stesso Potere utilizza a proprio comodo, per pubblicizzare un progressismo di facciata, una propensione all’espansione dei diritto ad avere diritti, mentre sotterra in maniera propriamente reazionaria, una ad una, le conquiste sociali e democratiche dei movimenti operai e popolari. Si finisce così nella logica del centro-sinistra. Liberismo e libertarismo. Per essere nella sostanza una sinistra comoda del Partito Unico Liberale.

FONTE: https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/22101-ferdinando-pastore-potere-al-popolo-pap-e-paolo-maddalena.html

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L’indignazione fa male alla salute, la volontà non può nulla. E allora? Passivismo unica via!

di Franco «Bifo» Berardi

da Cronaca della psicodeflazione

Indignatevi! è il titolo di un libro di Stéphane Hessel (2010) che ebbe una certa influenza negli anni successivi alla crisi finanziaria del 2008, quando il movimento Occupy tentò di opporsi all’arroganza del ceto dominante e all’impoverimento che venne imposto alla società per ripagare il debito delle banche.

Ci indignammo in gran numero e marciammo nelle vie di New York, di Genova, del Cairo e di Hong Kong, ma l’automa finanziario prevalse, e la logica degli algoritmi costrinse i lavoratori a rinunciare a ogni residuo governo politico sulle vicende dell’economia. 

L’estate greca del 2015 fu il momento culminante dell’indignazione, ma anche dell’impotenza: il 62% degli elettori disse No alle ingiunzioni della finanza centrale europea, ma due giorni dopo Alexis Tsipras fu costretto a firmare l’imposizione depredatrice, e a quel punto tutti capimmo che la democrazia era finita proprio dove 25 secoli fa l’avevano inventata.

Da allora abbiamo continuato a indignarci, ma l’indignazione impotente fa male alla salute. E la salute della società è andata di male in peggio, soprattutto quella mentale. 

So che non è possibile liberarsi della rabbia con un gesto di volontà, ma è utile sapere che da decenni l’equilibrio mentale della popolazione è corroso dal combinato disposto di indignazione per l’intollerabile, e inesorabilità dell’impoverimento e dell’umiliazione prescritti dalla logica degli algoritmi finanziari. 

Poiché la volontà non può nulla contro un sistema di automatismi astratti, è utile elaborare la rabbia perché evolva in estraneità e quindi autonomia.

Umiliazione e rabbia impotente hanno alimentato per decenni un’epidemia psicotica accompagnata dalla massiccia diffusione degli oppiacei e di altre sostanze psicofarmacologiche che producono dipendenza. Poi è arrivato il Covid, e la crisi psichica dell’Occidente ora oscilla sul bordo di un collasso.

Negli Stati Uniti il numero di decessi per overdose di oppiacei sintetici come il Fentanil e l’Oxicontin ha superato il numero di vittime da armi da fuoco (che pure non sono poche in quel paese), e perfino il numero di morti in incidenti stradali. Quasi centomila morti per overdose da oppiacei nel 2020, 62.000 causati soltanto dal Fentanil, una pillola antidolorifica largamente consigliata dai medici con grande profitto degli azionisti di Big Pharma. In Italia il consumo di antidepressivi è più che raddoppiato tra il 2010 e il 2020. Dovremmo chiederci quindi se l’indignazione (reazione immediata all’intollerabile) sia la chiave morale e psicologica più adeguata dal punto di vista evolutivo per liberarsi dall’intollerabile, e forse dovremmo concludere che è ora di rassegnarsi alla fine dell’illusione moderna di democrazia politica, e di espansione economica. 

La democrazia liberale è strategicamente sconfitta perché ha creduto che la ragione e la legge potessero tenere a bada gli istinti aggressivi del capitalismo e le reazioni aggressivamente identitarie che il capitalismo provoca

Abbandonare un orizzonte perché un altro orizzonte possa rivelarsi. L’orizzonte che si schiude all’alba dell’anno 2022 è più scuro che mai, ammesso che quella vecchia metafora della luce e del buio mantenga un po’ della sua forza evocativa. È scuro perché ci siamo resi conto del fatto che la ragione non può governare più il mondo, se mai lo ha governato; e la tecnica, seppur potentissima, non può nulla contro il tempo, contro la morte, e poco può contro il caos.

Nell’Introduzione a Dialettica dellIlluminismo scritta nel 1941, Horkheimer e Adorno colsero, sia pur con il loro linguaggio hegeliano, il nucleo della barbarie cui avevano assistito impotenti: “Non abbiamo il minimo dubbio che la libertà della società è inseparabile dal pensiero illuministico. Ma riteniamo di aver compreso che il concetto stesso di questo pensiero, non meno delle forme storiche concrete, delle istituzioni sociali a cui è strettamente legato, implicano già il germe di quella regressione che oggi si verifica ovunque. Se l’illuminismo non accoglie in sé la coscienza di questo momento regressivo, firma la propria condanna. Se la riflessione sull’aspetto distruttivo del progresso è lasciata ai suoi nemici, il pensiero ciecamente pragmatizzato perde il suo carattere superante e conservante insieme e quindi anche il suo rapporto alla verità.”

La democrazia liberale è strategicamente sconfitta perché ha creduto che la ragione e la legge potessero tenere a bada gli istinti aggressivi del capitalismo e le reazioni aggressivamente identitarie che il capitalismo provoca in quanto riduce la volontà degli uomini all’impotenza. 

Quando il neoliberismo ha cominciato a produrre i suoi effetti di precarietà, super-sfruttamento e solitudine estrema, è cresciuto un movimento neoreazionario su scala globale, che ha corroso la democrazia liberale ma si è alleato con il liberismo predatorio delle corporation. 

Cominciamo adesso a capire il senso della profezia di Gunther Anders, il quale, dopo Hiroshima e negli anni della proliferazione nucleare, preconizzava un ritorno del Nazismo: “Possiamo aspettarci che gli orrori del Reich futuro eclisseranno gli orrori del Reich del passato… quando un giorno i nostri figli o nipoti, orgogliosi della loro perfetta co-meccanizzazione, guarderanno dalle altezze del loro impero dei mille anni verso il Reich di ieri, gli apparirà come un esperimento minore e provinciale”. 

Prescrivere il sintomo

Quasi al termine della Grande Guerra, Sandor Ferenczi, psicoanalista e seguace di Freud, scrisse un testo (“Consulto medico”, in Opere, Vol. II) dove si interroga sulla possibilità di curare la patologia istintuale della civiltà europea che si manifesta nella forma della guerra generalizzata di cui negli anni precedenti si era fatta per la prima volta esperienza. 

Io non ho letto l’articolo e non ho modo di andarlo a cercare, ma me lo sono fatto raccontare da Salvo, un mio vecchio amico che nei primi anni Ottanta scrisse su A/traverso un articolo sul massacro di Jonestown (circa mille persone suicide).

La conclusione di Ferenczi è che tali patologie collettive possono essere solo prevenute ma non curate quando si manifestano. 

In effetti, negli scenari di catastrofe su grande scala le tecniche terapeutiche conosciute non sembrano funzionare. Si può curare la sofferenza dei singoli, ma come curare i moti di panico collettivo, le folle che si imbestialiscono, insomma il fascismo?

Big Pharma ha sfruttato l’epidemia psicotico-depressiva, e incassato somme favolose con la massiccia distribuzione di oppiacei, e la ricerca si orienta verso terapie chimiche che agiscono sull’individuo senza poter minimamente scalfire le radici collettive del dolore e del panico. 

Ma l’organismo sociale può sviluppare autonomamente strategie di terapia adattativa. Il panico può avere una funzione, come nel caso delle sentinelle volanti di alcuni stormi esposti al predatore: le sentinelle strepitano e innescano quello che appare un panico apparentemente disordinato, ma ha notevole efficacia difensiva perché confonde e vanifica la tattica dell’attaccante. E la depressione può avere la funzione di abbassare una tensione dolorosa, così da uscire lentamente dal turbine patogeno di infostimolazione. 

La modernità ha mobilitato tutte le energie della società, ma per far questo 

ci ha abituato a identificare negativamente la rassegnazione. Però sarebbe utile elaborare il significato di questa parola per scoprire la sua potenza curativa paradossale, e il suo potenziale politico liberatorio.

Una cosa che la modernità non ci ha insegnato a fare è: pensare la morte.

Prima di tutto, la rassegnazione è riconoscimento di qualcosa di inevitabile (come la morte), e può agire come antidoto al panico. Oggi, in una situazione di irreversibile deterioramento dell’ambiente planetario, si può ipotizzare che la sola salvezza dall’estinzione consista proprio in un abbassamento generale della tensione: una psicodeflazione generalizzata capace di provocare una riduzione di tutti i consumi, prima di tutto quelli energetici.

L’effetto lockdown (con le riduzioni nei consumi e nelle emissioni che ci furono nella primavera 2020) ci permette di immaginare una strategia per la decompressione. Riducendo l’ansia acquisitiva, la psicodeflazione può accompagnarsi a una redistribuzione egualitaria delle risorse, e con un’educazione alla frugalità su scala globale. Solo comunità autonome che abbandonano il gioco sociale possono avviare un processo di questo genere. Ma esistono le condizioni soggettive, culturali, psichiche?

E come è possibile crearle?

Una cosa che la modernità non ci ha insegnato a fare è: pensare la morte. La morte individuale è relegata in uno spazio di non visibilità, è rimossa dal discorso pubblico. Ma la pandemia ha riportato la morte sulla scena, e questa si presenta ora come l’orizzonte collettivo di una società profondamente ipocondriaca.

Ne Il suicidio e lanima (1964) James Hillman scrive: “Promuovere la vita è arrivato a significare prolungare la vita…. Ma la vita si può prolungare solo alle spese della morte”. Prolungare la vita a spese della morte significa che lo sforzo medico rivolto a prolungare la vita a tutti i costi ha l’effetto di impoverire la morte, di peggiorare la qualità della morte, riducendola a una sconfitta. E se riduciamo la morte a una sconfitta è la vita intera che perde senso, che si trasforma in una battaglia persa, in un declino umiliante.

Ma la morte non è affatto una sconfitta: essa piuttosto può essere re-significata come la perfezione della coscienza, come il trionfo della coscienza sulla realtà. Il compito della psicoanalisi, secondo Hillman, è anche questo: inscrivere coscientemente la morte nell’esistenza. La psicoanalisi non si riduce a mera psico-terapia: essa può dialogicamente dissipare l’illusione di eternità, può permetterci di comprendere il nulla come proiezione dell’esistenza cosciente. 

Uno spazio nuovo si rivela davanti alla psicoanalisi, dal momento che la politica non può nulla. È lo spazio della terapia paradossale, fondata sulla prescrizione del sintomo di cui parla Watzklawick in Pragmatica della comunicazione umana.

Se il sintomo è una depressione da impotenza, assumi l’impotenza come condizione, ascolta la lezione che la depressione contiene, riconosci la verità che la depressione ti suggerisce, e alla fine lascia che la depressione si dissolva senza dimenticarne l’insegnamento.

Infodemia

Deenan Pillay, professore di virologia all’University College di Londra, riporta al Guardian: “Omicron sembra capace di infettare il tratto respiratorio superiore, le cellule della gola. Là si moltiplica più rapidamente che nelle cellule dei polmoni. Diversi studi puntano in questa direzione. Se il virus produce più cellule nella gola questo lo rende più trasmissibile, e questo spiega la rapida diffusione di Omicron. Un virus capace di infettare i tessuti polmonari, al contrario è più pericoloso ma meno trasmissibile”.

Le autorità sanitarie avvertono: il pericolo principale dell’ondata Omicron sta nel fatto che il sistema sanitario rischia di nuovo di essere sopraffatto. 

Il governo italiano si è ben guardato dall’investire massicciamente sulla sanità pubblica, dal rafforzare gli organici medici e paramedici. Non c’è alcun piano di assunzioni, come qualsiasi persona sana di mente pensava sarebbe accaduto appena domata la prima onda del Covid. Sorprendente, ma non poi tanto, visto che il governo italiano, sostenuto dalla più ampia maggioranza di tutti i tempi, non è nato per rilanciare la sanità pubblica né per proteggere la salute dei cittadini, ma è nato per garantire la piena applicazione di principi liberisti che da quarant’anni impoveriscono la vita sociale. 

Perciò capisco che l’allarme ha motivazioni fondate: fondate soprattutto sul pregiudizio finanziario del quale l’osannatissimo presidente del consiglio è simbolo e strumento. La logica privatistica ha reso la variante Omicron più pericolosa di quanto non sia nella sua realtà biologica.

Di conseguenza, nonostante la sua minor letalità, la rapida diffusione di Omicron ha scatenato una nuova ondata di paura, e ha fatto scattare un automatismo psichico, alimentato dalla macchina mediatica: paura di rinunciare alla paura perché il trauma non è stato elaborato collettivamente. Questo suscita reazioni protettive che mentre tentano di arginare la diffusione del virus diffondono effetti di panico e di depressione.

Si potrebbe affermare che il Covid scomparirà quando smetteremo di parlarne. Ma parlare del virus non è un atto volontario, una scelta politica, come ingenuamente pensano i negazionisti no vax. È una reazione automatica dell’organismo sociale sottoposto all’allarme costante del sistema mediatico, che a sua volta reagisce automaticamente all’iper-sensibilizzazione della psiche collettiva. 

Possiamo parlare in proposito di “infodemia”, un disturbo ossessivo che si è impadronito del discorso pubblico e privato, e prima di tutto dei media.

Smetteremo di parlare di Covid solo quando avremo disattivato il circuito che dalla sfera biosanitaria, grazie all’inevitabile amplificazione mediatica, si trasferisce alla sfera psichica. La circolazione del virus non è soltanto un’infezione biologica, ma è anche riattivazione automatica di una reazione ipocondriaca e al limite panica.

L’ipersensibilizzazione provocata dalla proliferazione virale si sta evolvendo in una sorta di self-fulfilling prophecy: l’immaginario collettivo è attratto da una pulsione distopica che tende ad agire come profezia che si autorealizza.

Guardiamo le grandi produzioni del neo-cinema, o forse è meglio dell’iper-cinema. Guardiamo ai film che Netflix ha prodotto e distribuito globalmente nel secondo anno pandemico.

All’inizio della pandemia, nella primavera del 2020, La casa de papel fu la serie di maggior successo. Quella storia di una fanta-rapina avventurosa condotta fra gesti eroici e raffinatezze tecnologiche incontrò l’immaginazione eccitata dal virus, e la euforizzò per qualche mese. Nel lungo periodo però la psico-deflazione, l’abbassamento del ritmo dell’attività e l’annebbiamento delle prospettive di futuro, hanno prodotto un effetto che oscilla tra il panico di massa e la depressione individuale. 

La macchina immaginaria di Netflix ha prodotto alcuni scenari psicotici che hanno rapidamente incontrato una domanda di eccitazione depressiva.

Squid Game, Hellbound, e infine il film di Adam McKay, Dont Look Up

Nell’immaginario trans-pandemico, stordito da una successione di ondate psico-virali, rischia di innescare una spirale di annunciazioni del collasso finale che creano le condizioni psichiche dell’autoavverarsi. La relazione tra psicosi e realtà si fa sempre più stretta: la realtà viene filtrata e distorta da una psicosi che ha origini psico-mediatiche. Ma quando la psicosi si installa nella mente collettiva, è la psicosi che modella la realtà.

Il passivismo può svuotare di ogni energia il ciclo produzione-consumo che ci costringe a rinunciare alla vita per guadagnarci la vita.

Passivismo

Un possente movimento passivista può essere la via d’uscita dalla sindrome iper-produttiva e iper-comunicativa che ci ha portato al collasso. Il passivismo può svuotare di ogni energia il ciclo produzione-consumo che ci costringe a rinunciare alla vita per guadagnarci la vita.

In Oltre Biden: quale secondo tempo per il neo populismo? scrive Raffaele Sciortino: “Come ha scritto financo Paul Krugman: ‘quello che sembra succedere è che la pandemia ha portato molti lavoratori statunitensi a ripensare le loro vite e a chiedersi se val la pena continuare a fare gli schifosi lavori di prima’. È un nuovo clima, un’attitudine maturata dal di dentro della cesura pandemica, che pone sotto una luce differente il significato del lavoro per la vita. Ciò sembra confermato anche da un fenomeno apparentemente di segno opposto all’emergente conflittualità operaia. È da mesi che si registra un ingente flusso di fuoriuscite volontarie dal mercato del lavoro (Mckinsey ne calcola diciannove milioni nel 2021) proprio mentre i posti vacanti sono saliti a quasi dieci milioni. Non si tratta solo di professional in cerca di migliori remunerazioni o che, realizzata l’insensatezza dello stress lavorativo, hanno optato per il pensionamento anticipato all’insegna di ‘let’s do things while we still can’, né tanto di licenziamenti dissimulati, che pure ci sono. Nella maggior parte dei casi sono lavoratori con bassa retribuzione, orari impossibili, alto rischio di contagio – nei settori del commercio, dell’intrattenimento, della ristorazione, ma anche nella sanità e nell’insegnamento – a mollare il lavor(ett)o o a non essere disponibili a riprenderlo dopo esser stati licenziati in pandemia. Uno ‘sciopero generale silenzioso’, come è stato definito, che sfrutta come leva per ottenere condizioni migliori da un lato i sussidi erogati con larghezza da Trump e, per ora, confermati da Biden, dall’altro un favorevole mercato del lavoro. Negli Stati Uniti, a condizioni favorevoli, si è sempre ‘scioperato con i piedi’ lasciando il lavoro insoddisfacente per trovarne uno migliore magari in un altro Stato. Questa volta lo si molla per una pausa di riflessione più lunga, diciamo così. Anche qui è inutile cercare quello che non c’è, un rifiuto del lavoro salariato tout court. Certo, però, la Great Resignation in corso è un altro dei numerosi sintomi della grande insoddisfazione della classe lavoratrice statunitense.”

Per quanto mi riguarda mi sono ripromesso di stare all’ascolto dei comportamenti che emergono dal caos virale con l’intenzione di trovare strategie di sopravvivenza e di cambiamento in una direzione che non è quella dell’opposizione al caos, ma proprio quella dell’assecondarlo. È la lezione che ho imparato da Guattari e Deleuze, che nell’ultimo capitolo del loro ultimo libro (Che cos’è la filosofia) ci avvertono che il caos può essere un pericoloso nemico se pensiamo di poterlo combattere, ma può anche diventare un alleato.

Gli operai americani che smettono di lavorare di per sé non sono una cosa buona né una cosa cattiva: sono un segnale di estraneità che si può e si deve trasformare in autonomia, dando un senso all’abbandono, alla passività, alla rassegnazione. 

Credo che questa sia la scommessa teorica del tempo che viene: come risignificare l’attività secondo un principio di utilità frugale e di godimento di un’esistenza libera dall’imperativo di funzionare.

Franco «Bifo» Berardi è scrittore, filosofo e agitatore culturale. Il suo Futurabilità è uscito nel 2018 per NERO.

FONTE: https://not.neroeditions.com/rassegnatevi-3/

Articoli precedenti:

Leggi tutto: https://not.neroeditions.com/category/cronaca-della-psicodeflazione/

Sta cambiando la narrazione sul covid?

L’ultima settimana è stata veramente ricca di notizie e di “inversioni a U” in materia di Covid e di gestione pandemica, al punto che possiamo ipotizzare che sia in corso un decisivo cambio di rotta nella narrazione mainstream. Vediamo di passare in rassegna le notizie principali:

di Thomas Fazi

– La notizia principale è senza dubbio la netta presa di posizione sia dell’OMS che dell’EMA contro i booster, ovverosia contro la politica dei richiami vaccinali ravvicinati permanenti. L’OMS ha dichiarato che è ormai evidente che i vaccini esistenti hanno un bassissimo impatto sulla prevenzione dell’infezione e della trasmissione, soprattutto nei confronti di Omicron, e che «andrebbero sviluppati vaccini contro il Covid-19 che abbiano un alto impatto sulla prevenzione dell’infezione e della trasmissione oltre che sulla prevenzione di malattie severe e morte». Fino a quel momento, secondo l’OMS, non ha senso continuare ad effettuare richiami con i vaccini esistenti. «Una strategia di vaccinazione basata su richiami ripetuti» dei vaccini attuali «non appare né appropriata né sostenibile», ha concluso l’OMS¹.

– Sull’incapacità del vaccino di fermare la trasmissione, da segnalare l’ennesimo studio, apparso su “The Lancet”, che conferma che «l’impatto della vaccinazione sulla trasmissione delle varianti circolanti di SARS-CoV-2 non risulta essere significativamente diverso dall’impatto tra le persone non vaccinate». Una cosa che già si sa da tempo ma repetita iuvant².

– Sempre su questo punto, interessante la netta presa di posizione di Crisanti, secondo cui: «Come misura per bloccare la trasmissione i non vaccinati hanno un contributo marginale, la maggior parte dei casi, di questi 120.000 magari o di più, sono i vaccinati, sono loro che contribuiscono in maniera elevata a diffondere il virus. Per me c’è stato un corto circuito di comunicazione da parte del governo che ha sbagliato, è pur vero che i non vaccinati si ammalano e occupano posti in terapia intensiva, ma non sono loro la maggiore causa di trasmissione del virus, bensì i vaccinati»³.

– Sulla stessa linea dell’OMS, come si diceva, l’EMA, il cui capo della strategia vaccinale, Marco Cavaleri, ha dichiarato: «Sta emergendo una discussione sulla possibilità di somministrare una seconda dose booster con gli stessi vaccini attualmente in uso: non sono ancora stati generati dati a sostegno di questo approccio. Se l’uso dei richiami potrebbe essere considerato parte di un piano di emergenza, vaccinazioni ripetute a brevi intervalli non rappresenterebbero una strategia sostenibile a lungo termine. Non possiamo continuare con booster ogni 3-4 mesi»⁴.

– Sempre su questo tema abbiamo anche l’interessante dichiarazione di Sergio Abrignani, membro del Comitato Tecnico Scientifico (CTS), secondo cui un regime di vaccinazione ravvicinata permanente potrebbe addirittura avere effetti negativi in termini di immunizzazione: «Se si vaccina ogni 2-3 mesi per stimolare continuamente la risposta “effettrice”, dopo un po’ potrebbe ottenersi l’effetto contrario. Il sistema immunitario si potrebbe “anergizzare”. Si rischia l’effetto paradossale di “paralizzare” la risposta immunitaria»⁵.

– In controtendenza Pfizer (strano, eh?), che ha invece ha ribadito la sua opinione del tutto disinteressata secondo cui la variante Omicron necessaria rende necessaria quanto prima anche la quarta dose di vaccino (in seguito alla quale, è lecito supporre, si “renderà necessaria” la quinta dose e poi la sesta, e così via)⁶.

– L’altra notizia della settimana, poi, è la legittimazione, a livello di discorso mainstream, di quello che certi “cospirazionisti” dicono fin dal primo giorno: ovverosia che il numero dei ricoverati e dei decessi Covid è falsato dal fatto che, fin dall’inizio della pandemia, viene registrato come paziente/decesso Covid chiunque risulti positivo al momento dell’ospedalizzazione e/o del decesso, a prescindere dal reale motivo dell’ospedalizzazione e/o del decesso. Attenzione: qui non stiamo parlando del dibattito, piuttosto sterile, se una persona con patologie pregresse che muore perché il virus ha esacerbato le patologie in questione sia da considerarsi un morto per o con Covid. Qualcuno che avrebbe verosimilmente vissuto più a lungo nel caso in cui non avesse contratto il virus è da considerarsi un morto per Covid, per quanto mi riguarda (al netto della necessità di fare corretta informazione sulle fasce di età di età e sulle categorie che rischiano veramente dal Covid). No, qui stiamo parlando di una persona che entra in ospedale con una gamba rotta o che muore perché cade dal decimo piano di un palazzo e che viene classificato come paziente/decesso Covid solo perché positivo al momento dell’ingresso in ospedale o della morte. Cosa nota fin dall’inizio ma che non si poteva dire fino all’altro giorno, quando la Federazione Italiana Aziende Sanitarie e Ospedaliere (FIASO) ha sganciato la bomba, ammettendo che «un numero significativo di pazienti che arrivano in ospedale per altre malattie (traumi, tumori, scompensi cardiocircolatori) all’atto del ricovero, che prevede il tampone, vengono diagnosticati come casi positivi asintomatici e questo aumenta la pressione nelle aree Covid delle strutture sanitarie»⁷. Sempre la FIASO ha poi specificato che addirittura più del 30 per cento dei “pazienti Covid” non manifestano segni clinici, radiografici e laboratoristici di interessamento polmonare: ovverosia sono stati ricoverati non per il virus ma con il virus⁸. La diagnosi da infezione da SARS-CoV-2 è dunque occasionale.

– Una volta che questa verità di pulcinella è diventata di dominio pubblico e non più negabile, le virostar più intelligenti si sono affrettate a riposizionarsi. Tra questi anche Bassetti, solitamente in prima fila nell’alimentare la psicosi da Covid, che ha dichiarato: «Nei nostri reparti siamo ben oltre il 35 per cento di ricoverati che con il Covid-19 non c’entrano nulla. Non hanno della malattia nessun sintomo, ma solo la positività al tampone per l’ingresso in ospedale. Anzi, dirò di più, questo avviene anche nella registrazione dei decessi: se il paziente entra in ospedale per tutt’altro, ma è positivo e muore, viene automaticamente registrato sul modulo come decesso Covid. Sono numeri assolutamente falsati»⁹. È piuttosto curioso che Bassetti se ne accorga solo ora ma meglio tardi che mai, come si suol dire.

– Si arriva poi al caso della Lombardia, che ha addirittura dichiarato che da venerdì 14 comincerà a distinguere ufficialmente tra pazienti ammessi per e con Covid. In una nota, ha specificato che: «Si definisce affetto da malattia Covid solo il soggetto che positivo al test antigenico o molecolare presenti sintomatologia e diagnostica compatibile con la malattia Covid. I ricoverati per altra patologia che si positivizzino al Covid, ma senza sintomi di malattia Covid, attualmente devono essere isolati secondo le vigenti norme, ma non dovrebbero essere conteggiati come malati Covid»¹⁰.

– Sorprende che ci si siano voluti due anni per riconoscere un fatto così ovvio. Considerando che ogni giorno in Italia muoiono all’incirca 2.000 persone, è normale che una parte di questi risulti anche positiva. Il vero dato per capire l’impatto (diretto o indiretto) del Covid sui tassi di mortalità è quella della mortalità in eccesso rispetto agli anni pre-pandemia. Da questo punto di vista, al momento, per fortuna, la mortalità in Italia risulta essere più o meno in linea con quella del 2019, come si può verificare sul sito di EUROMOMO¹¹.

– Questo è senz’altro merito della protezione dalla malattia grave offerta dal vaccino nelle fasce di età e nelle categorie a rischio, ma anche della progressiva endemizzazione e “influenzizzazione” del Covid. Particolarmente interessante la dichiarazione del premier spagnolo Pedro Sanchez, che ha reso nota l’intenzione della Spagna di cominciare a trattare il Covid come una «normale influenza» , rinunciando a tracciare e confinare chiunque risulti positivo al test ma monitorando la situazione controllando alcune zone a campione. Dato lo scarto che ormai si sta scavando tra numero di contagi e numero di morti per Covid, secondo Sanchez ci sono le condizioni per passare da un quadro di «pandemia» a uno di «malattia endemica» come è appunto l’influenza stagionale¹².

– Anche su questo punto si è subito accodato Bassetti, sempre attento a come tira il vento, che ha dichiarato che la nuova variante è più contagiosa ma causa meno ricoveri ordinari e in terapia intensiva, non solo per chi ha due dosi e booster, anche per chi non ne ha nessuna. In entrambi i casi, ha detto, siamo davanti a «una sorta di forma influenzale, un raffreddore». Ci sono due quadri, ha spiegato Bassetti, «con la Delta che nel vaccinato doppia dose o tripla dose causa una forma influenzale e di raffreddore rinforzato, e la Omicron sembra fare lo stesso nel non vaccinato»¹³.

– Infine, una pillola di ottimismo dall’estero, che però dà il senso del baratro politico e culturale in cui sia sprofondato il nostro paese. Ecco la comunicazione del governo giapponese ai propri cittadini in materia di vaccinazione anti-Covid: «Anche se incoraggiamo tutti i cittadini a ricevere la vaccinazione Covid-19, essa non è obbligatoria o forzata. La vaccinazione sarà eseguita solo con il consenso della persona da vaccinare dopo le informazioni fornite. Si prega di farsi vaccinare per decisione propria, comprendendo sia l’efficacia nella prevenzione delle malattia che il rischio di effetti collaterali. Nessuna vaccinazione sarà effettuata senza consenso. Per favore, non costringete nessuno sul vostro posto di lavoro o coloro che vi circondano ad essere vaccinati, e non discriminate coloro che non sono stati vaccinati»¹⁴. Che dire? Esistono ancora dei paesi in cui la civiltà è sopravvissuta alla pandemia.

– Alla luce di tutto questo, cosa fa il governo italiano? Cambia narrazione? Chiede scusa ai propri cittadini per il colossale fallimento della sua gestione pandemica? Figurarsi: continua ad inasprire le regole. È di questi giorni, infatti, la notizia di persone non vaccinate che non riescono a lasciare le isole per raggiungere la terraferma per curarsi o di persone che non riescono a tornare a casa sulle isole perché sprovviste di green pass¹⁵. Infine, un’altra previsione “cospirazionista” che rischia di divenire realtà. Come riporta il “Corriere della Sera”, dall’1 febbraio i non vaccinati rischiano di perdere il reddito di cittadinanza a meno che non si vaccinino o non si sottopongano a tamponi regolari. Dall’articolo in questione: «Chi percepisce il reddito di cittadinanza è obbligato a frequentare i Centri per l’impiego. Pena la decadenza del diritto all’assegno. Ma per entrare nei CPI bisogna esibire il green pass. Dunque, di fatto, i percettori del reddito di cittadinanza che non si sono vaccinati si vedranno negare il sostegno, a meno che non facciano un tampone»¹⁶.

Per oggi dal Draghistan è tutto. Per fortuna il resto del mondo sembra andare in una direzione diversa dalla nostra.


Note
¹ https://www.ansa.it/…/loms-servono-vaccini-nuovi-non….
² https://www.thelancet.com/…/PIIS1473-3099(21…/fulltext.
³ https://www.notizie.com/…/esclusiva-crisanti-non-sono…/.
https://www.agi.it/…/ema-avverte-non-possiamo…/.
https://www.corriere.it/…/contro-covid-serviranno….
https://www.corrieredellosport.it/…/_tre_dosi_non….
https://www.fiaso.it/…/Monitoraggio-ospedali-sentinella….
https://www.ansa.it/…/fiaso-34-positivi-ricoverati-non….
https://www.quotidiano.net/…/morti-covid-italia….
¹⁰ https://www.quotidianopiemontese.it/…/DEFINIZIONE….
¹¹ https://www.euromomo.eu/graphs-and-maps.
¹² https://www.corriere.it/…/spagna-vuole-trattare-covid….
¹³ https://www.iltempo.it/…/variante-omicron-matteo…/.
¹⁴ https://www.mhlw.go.jp/stf/covid-19/vaccine.html….
¹⁵ https://ildiariometropolitano.it/…/52042-lipari-le….
¹⁶ https://www.corriere.it/…/reddito-cittadinanza-green….

FONTE: https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/22045-thomas-fazi-sta-cambiando-la-narrazione-sul-covid.html

La Russia ha ragione: L’Occidente ha promesso di non allargare la NATO e queste promesse non sono state mantenute

  • Gli eventi di tre decenni fa perseguitano la politica del presente

di Tarik Cyril Amar, storico tedesco dell’Università Koç di Istanbul che lavora su Russia, Ucraina ed Europa dell’Est, sulla storia della Seconda Guerra Mondiale, sulla Guerra Fredda culturale e sulla politica della memoria. Scrive su Twitter a @tarikcyrilamar.

Con la Russia che sfida l’unilateralismo occidentale in un modo che non si vedeva dalla fine dell’Unione Sovietica, due grandi questioni continuano a venire alla ribalta. Entrambe, sembra, sono centrate sul blocco militare di punta dell’America, la NATO.

In primo luogo, c’è l’affermazione di Mosca che c’era una promessa occidentale di non espandere la NATO oltre la sua area di guerra fredda. In secondo luogo, c’è l’affermazione occidentale che la NATO non può, e tanto meno non vuole, porre fine all’ammissione di nuovi stati membri.

Questa non è semplice retorica; questi sono punti cruciali. L’insistenza della Russia su una revisione approfondita e un reset completo e codificato delle relazioni di sicurezza post-Guerra Fredda con l’Occidente si basa sulla sua affermazione che le precedenti assicurazioni occidentali sono state infrante. Le chiacchiere e le promesse informali, dice il Cremlino, non sono più sufficienti perché si sono rivelate inaffidabili. Dall’altro lato della disputa, l’Occidente sta respingendo una richiesta chiave russa – fermare l’espansione della NATO – trincerandosi dietro la sua affermazione che la NATO deve semplicemente tenere la porta aperta a nuovi membri.

Entrambe le affermazioni possono essere verificate. Diamo un’occhiata ai fatti. Mosca ha ragione nell’affermare che l’Occidente non ha mantenuto le sue promesse.

Tali promesse sono state fatte due volte alla Russia, come dato di fatto. Nel 1990, durante i negoziati per l’unificazione della Germania dell’Ovest e dell’Est, e poi, di nuovo, nel 1993, quando la NATO stava estendendo la sua politica di Partnership for Peace verso est. In entrambi i casi, le assicurazioni furono date dai segretari di stato americani, James Baker e Warren Christopher, rispettivamente. E in entrambi i casi, si sono presi la responsabilità di parlare, in effetti, per tutta la NATO.

Nonostante le prove evidenti, ci sono ancora pubblicisti occidentali e persino politici attivi che negano o relativizzano questi fatti, come, per esempio, il rievocatore della guerra fredda ed ex ambasciatore americano in Russia Michael McFaul. Affrontiamo le loro obiezioni.

Per quanto riguarda le promesse del 1993, il caso è estremamente semplice. Come Angela Stent – un’esperta di politica estera americana ampiamente riconosciuta e praticante senza pregiudizi a favore della Russia – ha riassunto nel 2019, due “ambasciatori statunitensi… hanno poi ammesso che Washington ha rinnegato le sue promesse” – del 1993, cioè – “offrendo successivamente l’adesione all’Europa centrale.” L’allora presidente russo Boris “Eltsin aveva ragione di credere che le promesse esplicite fatte… sul fatto che la NATO non si sarebbe allargata in un futuro prevedibile sono state infrante quando l’amministrazione Clinton ha deciso di offrire l’adesione” – e non solo il partenariato, come Christopher aveva assicurato a Eltsin – “all’Europa centrale.”

Il caso del 1990 è un po’ più complicato, ma non molto. Anche lì, la prova di una promessa esplicita è chiara. Ecco il massimo esperto americano, Joshua Shifrinson – come Stent al di là di ogni sospetto di favorire la Russia – sulla questione, scrivendo nel 2016:

“All’inizio del febbraio 1990, i leader statunitensi fecero un’offerta ai sovietici… Il Segretario di Stato James Baker suggerì che in cambio della cooperazione sulla Germania, [gli] Stati Uniti potevano dare “garanzie di ferro” che la NATO non si sarebbe espansa “di un centimetro verso est”… Il presidente sovietico Mikhail Gorbaciov accettò di iniziare i colloqui per la riunificazione. Nessun accordo formale è stato raggiunto, ma da tutte le prove, il quid pro quo era chiaro: Gorbaciov ha accettato l’allineamento occidentale della Germania e gli Stati Uniti avrebbero limitato l’espansione della NATO”.

Per essere chiari, Shifrinson, uno studioso attento, ha anche spiegato che i negoziatori e i leader americani hanno iniziato a tornare indietro su questa promessa molto rapidamente. Ma questo non fa alcuna differenza rispetto a due fatti: Primo, la promessa è stata fatta, e la tempistica suggerisce fortemente che ha avuto importanza per l’acquiescenza della Russia all’unificazione tedesca a condizioni interamente occidentali. In altre parole: Mosca ha mantenuto la sua parte dell’accordo, l’Occidente no. In secondo luogo, anche mentre si faceva rapidamente marcia indietro internamente, i politici americani hanno continuato a dare alla Russia la – falsa – impressione che i suoi interessi di sicurezza sarebbero stati considerati. In altre parole, la promessa iniziale – e consequenziale – non è stata solo infranta; l’inganno è stato seguito da un inganno ancora maggiore.

I rappresentanti dell’Occidente che ancora negano ciò che è successo nel 1990, come Mark Kramer, per esempio, citano spesso anche l’ex presidente sovietico Gorbaciov: egli ha dichiarato, dopo tutto, che la famigerata promessa di “non un pollice” si riferiva strettamente solo alla Germania dell’Est. Quindi, sostengono i difensori dell’Occidente, non si trattava affatto della NATO oltre la Germania dell’Est.

Francamente, anche se popolare, questo è un argomento straordinariamente sciocco: In primo luogo, Gorbaciov ha un comprensibile interesse a non essere ritenuto responsabile del fiasco della politica di sicurezza che ha permesso alla NATO di espandersi a suo piacimento. In secondo luogo, anche se i negoziati del 1990 riguardavano strettamente la Germania dell’Est, ricordate il loro contesto reale: L’Unione Sovietica era ancora lì e così il Patto di Varsavia. Quindi, due cose sono ovvie – a patto che tutti discutiamo in buona fede: Primo, in termini specifici, la promessa del 1990 poteva riguardare solo la Germania dell’Est. E, secondo, implicava chiaramente che tutto ciò che si trovava a est della Germania dell’Est sarebbe stato, semmai, ancora più – non meno – off-limits per la NATO.

Un’altra linea di difesa occidentale può essere descritta solo come fondamentalmente disonesta: la NATO stessa – e apparentemente anche l’attuale segretario di stato americano Antony Blinken – ora improvvisamente ricordano che “gli alleati della NATO prendono decisioni per consenso e queste sono registrate. Non c’è nessuna registrazione di una tale decisione presa dalla NATO. Le assicurazioni personali dei singoli leader non possono sostituire il consenso dell’Alleanza e non costituiscono un accordo formale della NATO”.

Sembra fantastico! Se solo James Baker e Christopher Warren l’avessero saputo quando hanno fatto le loro promesse sulla NATO a Gorbaciov e poi a Eltsin!

Seriamente? Due segretari di stato americani si rivolgono a Mosca come se avessero il diritto di parlare per la NATO e plasmarla. Mosca, molto plausibilmente – dato il modo in cui funziona realmente la NATO – presume che possano farlo. E quando queste promesse non vengono mantenute, è un problema della Russia? Notizia flash: se si segue davvero questa logica contorta, si sarebbe giustificata anche l’invasione sovietica dell’Afghanistan come “aiuto fraterno”. Perché formalmente è quello che “era”.

Che dire dell’affermazione dell’Occidente che la NATO deve mantenere una politica di “porte aperte”, o, detto diversamente, non può assolutamente concordare con la Russia di smettere di espandersi? Questa affermazione, a differenza di quella di Mosca sulle promesse della NATO, non è corretta. Ecco perché:

La NATO sostiene che la sua incapacità di chiudere le sue porte è basata sul trattato NATO, la sua costituzione, per così dire. Ecco l’argomentazione della NATO in originale:

“La ‘politica della porta aperta’ della NATO si basa sull’articolo 10 del documento fondatore dell’Alleanza, il Trattato del Nord Atlantico”, che “afferma che l’adesione alla NATO è aperta a qualsiasi ‘Stato europeo in grado di promuovere i principi del presente trattato e di contribuire alla sicurezza dell’area del Nord Atlantico’”. E che “qualsiasi decisione sull’allargamento deve essere presa ‘all’unanimità’… Negli ultimi 72 anni, 30 paesi hanno scelto liberamente, e in conformità con i loro processi democratici interni, di entrare nella NATO. Questa è la loro scelta sovrana”.

Se tutto ciò fosse corretto, sarebbe ancora una forzatura credere che tali cose non possano mai essere cambiate – come se fossero una forza naturale simile alla gravità – ma, almeno, potremmo capire perché è una sfida fare tali cambiamenti.

Eppure, in realtà, in questo caso non c’è motivo di accettare l’interpretazione sorprendentemente inverosimile e incoerente della NATO del suo stesso documento fondatore. Perché ciò che l’articolo 10 dice in realtà è che la porta è aperta a ogni stato europeo che può “contribuire alla sicurezza dell’area del Nord Atlantico” e che l’ammissione di qualsiasi stato al blocco può avvenire solo con il “consenso unanime” di tutti gli attuali membri della NATO.

Niente di tutto questo, in realtà, contraddice la possibilità che la NATO un giorno dichiari che per il futuro (illimitato o con date precise) nessun altro stato può contribuire alla sua sicurezza e quindi nessun altro stato può essere ammesso. La NATO avrebbe tutto il diritto di farlo; e l’articolo 10 andrebbe perfettamente bene.
Detto diversamente: La “politica della porta aperta” della NATO è esattamente questo: una politica. Non è una legge naturale e nemmeno qualcosa che la NATO è obbligata a fare dal suo stesso documento costitutivo (che comunque non vincolerebbe nessun altro, in realtà). Una politica, tuttavia, è ovviamente aperta alla revisione. Le affermazioni della NATO che “non può” smettere di ammettere è, quindi, strettamente insensata. In realtà, sceglie di non voler smettere di ammettere, purtroppo.

In sintesi, la Russia ha ragione: L’Occidente ha promesso di non allargare la NATO, e queste promesse non sono state mantenute. La NATO ha torto: può, in realtà, chiudere la porta, solo che non ne ha voglia.

Queste cose, in realtà, non sono difficili da capire. Quindi, ciò che è forse più preoccupante delle narrazioni occidentali attualmente dominanti su questi temi non è nemmeno che siano errate, ma che, apparentemente, parti delle élite occidentali, intellettuali e politiche, credono davvero alle loro stesse sciocchezze. Ma speriamo che stiano deliberatamente distorcendo la verità. Perché altrimenti hanno iniziato a credere alla loro stessa propaganda. E se questo è il caso, è molto difficile vedere come i negoziati potranno mai avere successo.

Russia is right: The West promised not to enlarge NATO & these promises were broken

  • The events of three decades ago are haunting the politics of the present

By Tarik Cyril Amar, a historian from Germany at Koç University in Istanbul working on Russia, Ukraine, and Eastern Europe, the history of World War II, the cultural Cold War, and the politics of memory. He tweets at @tarikcyrilamar.

With Russia challenging Western unilateralism in a way not seen since the end of the Soviet Union, two major issues keep coming to the fore. Both, it seems, are centered on America’s flagship military bloc, NATO.

First, there is Moscow’s claim that there was a Western promise not to expand NATO beyond its Cold War area. Second, there is a Western claim that NATO cannot, let alone will not, put an end to admitting new member states. 

This is no mere rhetoric; these are crucial points. Russia’s insistence on a thorough review and comprehensive, bindingly codified reset of post-Cold War security relations with the West hinges on its claim that prior Western assurances were broken. Talk and informal promises, the Kremlin says, are not enough anymore because they have turned out to be unreliable. On the other side of the quarrel, the West is rejecting a Russian key demand – to stop NATO expansion – by entrenching itself behind its claim that NATO simply must keep the door open to new members. 

Both claims can be verified. Let’s take a look at the facts. Moscow is right in its assertion that the West has broken its promises.

Such pledges were made twice to Russia, as a matter of fact. In 1990, during the negotiations over the unification of West and East Germany, and then, again, in 1993, when NATO was extending its Partnership for Peace policy eastward. In both cases, the assurances were given by US secretaries of state, James Baker and Warren Christopher, respectively. And in both cases, they took it upon themselves to speak, in effect, for NATO as a whole.

Despite clear evidence, there are still Western publicists and even active politicians who deny or relativize these facts, such as, for instance, Cold War Re-Enactor and former American ambassador to Russia Michael McFaul. Let’s address their objections.

Regarding the 1993 promises, the case is extremely simple. As Angela Stent – a widely recognized American foreign policy expert and practitioner with no bias in Russia’s favor – has summarized it in 2019, two “US ambassadors… later admitted that Washington reneged on its promises” – of 1993, that is – “by subsequently offering membership to Central Europe.” Then-Russian president Boris “Yeltsin was correct in believing that explicit promises made… about NATO not enlarging for the foreseeable future were broken when the Clinton administration decided to offer membership,” – and not merely partnership, as Christopher had assured Yeltsin – “to Central Europe.”   

The 1990 case is a little more complicated, but not much. There, too, the evidence for an explicit promise is clear. Here is the foremost American expert, Joshua Shifrinson – like Stent beyond any suspicion of favoring Russia – on the issue, writing in 2016:  

“In early February 1990, U.S. leaders made the Soviets an offer… Secretary of State James Baker suggested that in exchange for cooperation on Germany, [the] U.S. could make ‘iron-clad guarantees’ that NATO would not expand ‘one inch eastward.’… Soviet President Mikhail Gorbachev agreed to begin reunification talks. No formal deal was struck, but from all the evidence, the quid pro quo was clear: Gorbachev acceded to Germany’s western alignment and the U.S. would limit NATO’s expansion.”

To be clear, Shifrinson, a careful scholar, has also explained that American negotiators and leaders started going back on this promise very quickly. But that makes zero difference to two facts: First, the promise was made, and timing suggests strongly that it mattered to Russia’s acquiescence to German unification on entirely Western terms. In other words: Moscow kept its part of the deal, the West did not. Second, even while rapidly backpedaling internally, American politicians continued to give Russia the – false – impression that its security interests would be considered. Put differently, the initial – and consequential – promise was not only broken; the deception was followed up with even more deception.

Those representatives of the West still in denial of what happened in 1990, such as Mark Kramer, for instance, also often quote former Soviet president Gorbachev: He has stated, after all, that the infamous “not-one-inch” promise referred strictly to East Germany only. Hence, the West’s defenders argue, it wasn’t about NATO beyond East Germany at all.  READ MORE: Can Russia do a deal with the West?

Frankly, though popular, that is an extraordinarily silly argument: First, Gorbachev has an understandable interest in not being held responsible for the security-policy fiasco of letting NATO expand as it liked. Secondly, even if the 1990 negotiations were strictly about East Germany, please remember their real context: The Soviet Union was still there and so was the Warsaw Pact. Thus, two things are obvious – as long as we all argue in good faith: First, in specific terms, the 1990 promise could only be about East Germany. And, second, it of course clearly implied that anything east of East Germany would be, if anything, even more – not less – off-limits to NATO.

Another line of Western defense can only be described as fundamentally dishonest: NATO itself – and apparently the current American secretary of state Antony Blinken as well – now quite suddenly remember that “NATO Allies take decisions by consensus and these are recorded. There is no record of any such decision taken by NATO. Personal assurances from individual leaders cannot replace Alliance consensus and do not constitute formal NATO agreement.” 

That sounds great! If only James Baker and Christopher Warren had known about it when making their promises about NATO to Gorbachev and then Yeltsin!

Seriously? Two US secretaries of state address Moscow as if they had the right to speak for and shape NATO. Moscow, very plausibly – given the way NATO really works – assumes that they can. And when these promises are then broken, that is Russia’s problem? News flash: If you really follow that twisted logic, you would have justified the Soviet invasion of Afghanistan as “fraternal help” as well. Because formally that’s what it “was.”

What about the West’s contention that NATO must maintain an “open door” policy, or, put differently, cannot possibly agree with Russia to stop expanding? That claim, unlike Moscow’s about NATO promises, is incorrect. Here’s why:

NATO argues that its inability to ever close its doors is based on the NATO treaty, its constitution, as it were. Here is NATO’s argument in the original:

“NATO’s ‘Open Door Policy’ is based on Article 10 of the Alliance’s founding document, the North Atlantic Treaty,” which “states that NATO membership is open to any ‘European state in a position to further the principles of this Treaty and to contribute to the security of the North Atlantic area’.” And that “any decision on enlargement must be made ‘by unanimous agreement.’… Over the past 72 years, 30 countries have chosen freely, and in accordance with their domestic democratic processes, to join NATO. This is their sovereign choice.” 

If all of the above were correct, it would still be a stretch to believe that such things can never be changed – as if they were a natural force akin to gravity – but, at least, we could understand why it is a challenge to make such changes.

Yet, in reality, in this case there is no reason to accept NATO’s surprisingly far-fetched and inconsistent interpretation of its own founding document. Because what Article 10 actually says is that the door is open to every European state that can “contribute to the security of the North Atlantic area” and that the admission of any such state to the bloc can only happen by the “unanimous consent” of all current NATO members. 

None of this, actually, contradicts the possibility of NATO one day stating that for the future (unlimited or with precise dates) no further states can possibly help “contribute” to its security and therefore no further states can be admitted. NATO would be entirely within its rights doing so; and Article 10 would be perfectly fine.  READ MORE: Russia & NATO fail to find common ground – Moscow

Regarding NATO’s statement that it is every European state’s sovereign right to “join,” it does not withstand elementary scrutiny: If that were so, then both the “unanimous consent” of all current members and the distinction between applying and joining would be meaningless. That is an obviously absurd position. In reality, states have a right to apply, not to join – by NATO’s own rules, which someone at NATO seems to very badly misunderstand. 

Put differently: NATO’s “Open Door Policy” is exactly that: a policy. It is not a natural law or even something that NATO is obliged to do by its own founding document (which would still not bind anyone else, actually). A policy, however, is, of course, open to revision. NATO’s claims that it “cannot” stop admitting is, therefore, strictly nonsensical. In reality, it chooses not to want to stop admitting, unfortunately.

In sum, Russia is right: The West promised not to enlarge NATO, and these promises were broken. NATO is wrong: It can, actually, shut the door; it just doesn’t feel like it.

These things are, actually, not hard to grasp. Hence, what is perhaps most worrying about the currently dominant Western narratives on these issues is not even that they are incorrect but that, apparently, parts of the Western elites, intellectual and political, really believe their own nonsense. But let’s hope they are deliberately distorting the truth. Because otherwise they have started buying into their own propaganda. And if that is the case, it is very hard to see how negotiations will ever succeed.

FONTE: https://www.rt.com/russia/546074-russia-nato-relations-lie/

L’infodemia sul green pass stende un velo sul conflitto sociale

Ferma la costituzionalità relativa alla legittimità dell’obbligo vaccinale, dobbiamo interrogarci sulla pervasività della discussione che lascia fuori tutto il resto

di Alessandra Algostino*

La discussione attorno al green pass e all’obbligo vaccinale continua a stringere in una cappa asfissiante il dibattito pubblico, emblema di una, non innocente, infodemia. Non si intende sminuire la gravità dell’epidemia né la necessità di una attenzione (critica) ai provvedimenti adottati (in sé e in quanto rischiano di normalizzare restrizioni eccezionali e temporanee): sul punto, nella prospettiva di una democrazia solidale, si è ragionato più volte in queste pagine.

Fermo il quadro costituzionale relativo alla legittimità dell’obbligo vaccinale, così come delle limitazioni dei diritti, certo si può annotare come nella selva oscura di disposizioni viepiù caotiche, smarrendo proporzionalità e ragionevolezza, si possano annidare distinzioni arbitrarie e suscettibili di amplificare le diseguaglianze. Tuttavia, il nodo è un altro: è la pervasività e insieme la polarizzazione della discussione attorno al green pass in sé che interroga la democrazia, come pluralista, conflittuale e sociale.

La questione del “green pass” svia l’attenzione da una sindemia che ha acuito le diseguaglianze e dai contenuti di un Piano nazionale di ripresa e resilienza che, nel pretendere di forgiare il corso dei prossimi anni, agisce come se l’unico destino possibile fosse un neoliberismo, che, a fisarmonica, richiede politiche di austerity o di welfare autoreferenziale, in totale spregio di un progetto di futuro, quello della Costituzione (mai nemmeno menzionata).

Il Pnrr è assunto come una regalia nei confronti della quale nutrire unicamente un atteggiamento riconoscente. Non si discute della sua impostazione, ordoliberale, del suo netto sbilanciamento sulle imprese (in una Repubblica fondata sul lavoro…) e della centralità della concorrenza, che relega la giustizia sociale a eventuale effetto collaterale (la concorrenza «può anche contribuire ad una maggiore giustizia sociale» si legge nella Premessa del Piano).

Ugualmente, non si mette in discussione il disinvestimento nella sanità, il suo modello aziendalista, la sua privatizzazione e regionalizzazione, nonostante gli ultimi due anni ne abbiano mostrato fuori di ogni dubbio gli effetti nefasti: la soluzione sono i vaccini e il green pass. Senza negare la loro utilità, essi non possono divenire un alibi, la panacea per risolvere tutti i mali.

L’elenco degli elementi mancanti nel dibattito politico è lungo: la Legge di Bilancio, che evoca ad un tempo il tracollo della democrazia politica, scendendo ulteriormente la china di un Parlamento esautorato e prono, e della democrazia sociale; e poi, la politica industriale, dove a delocalizzazioni selvagge si oppone una debole proceduralizzazione, molto distante dal controllo e dalla programmazione che il costituente immaginava (art. 41, c. 2-3, Cost.), ignorando quanto nasce nella vivacità del conflitto (la proposta di legge elaborata dagli operai della Gkn con i giuristi democratici); il lavoro, che aumenta solo in forme precarie e servili, ….

Ad ipotecare o a trasformare il presente non è il green pass, semplice o super: occorre rimettere al centro la questione dell’eguaglianza, della giustizia sociale ed ambientale, ovvero del modello di sviluppo e di società, ripartire dalla centralità dei conflitti intorno alle materialità delle condizioni dell’esistenza.

Focalizzarsi sul green pass rischia di rivelarsi una trappola, in quanto mistifica la necessità di trasformare l’esistente. Non solo: la polarizzazione sul green pass è una trappola anche in quanto distrae il conflitto sociale attraverso la creazione di un nemico.
Le proteste no green pass, oltre ad essere embedded rispetto alla razionalità dominante nell’adesione ad una libertà senza limiti (senza uguaglianza, senza solidarietà) e, per inciso, oltre a nascere proprio nel disagio e nella disgregazione sociale che essa ha prodotto, integrano ottimamente la figura del nemico; e il nemico compatta la società e occulta il conflitto sociale.

La loro criminalizzazione, inoltre, crea un humus favorevole alla lettura di ogni protesta come azione irresponsabile e nociva per la società, delegittimando il dissenso. Non è solo un timore, i movimenti sociali e i lavoratori da anni conoscono la repressione, e il coro di smodate critiche allo sciopero generale del 16 dicembre è emblematico. È la “democrazia senza conflitto”: un ossimoro, perché la democrazia pacificata in quanto nega l’esistenza del conflitto è un simulacro di se stessa. E tutto ricorda una volta di più che la chiave è la lotta per una democrazia, come quella della Costituzione, pluralista, conflittuale e sociale.

*(docente di Diritto costituzionale nell’Università di Torino, studia da sempre i temi dei diritti fondamentali e delle forme di partecipazione politica e di democrazia diretta con particolare attenzione alla loro concreta attuazione)

FONTE: https://ilmanifesto.it/linfodemia-sul-green-pass-stende-un-velo-sul-conflitto-sociale/

I partigiani del nulla

Ci sono molti e validi motivi per dolersi dello stato di cose e pretendere un cambiamento di rotta. L’ultima cosa da fare è inventarsi una nuova resistenza e diventare partigiani del nulla, mentre tutt’intorno la casa brucia.

di Domenico Gallo

Sabato 8 gennaio si è svolta a Torino una singolare manifestazione di protesta contro le misure nazionali anticovid, promossa dalla Commissione DuPre (Dubbio e precauzione), fondata a dicembre da Ugo Mattei con Carlo Freccero, Massimo Cacciari e Giorgio Agamben. Sul palco è salito Ugo Mattei, professore di diritto civile, noto a sinistra per aver promosso con altri il referendum per l’acqua pubblica e per essere stato vicepresidente della Commissione Rodotà incaricata della riforma delle norme del codice civile sui beni comuni. Evidentemente la salute pubblica per Mattei ed i suoi seguaci non rientra più nei beni comuni, ma non ci interessa il percorso tortuoso che ha portato il professore torinese a divenire idolo e ideologo del movimento dei no vax, quello che ha suscitato scalpore è il tenore esasperato della comunicazione pubblica. Dopo la sfilata a Novara dei no vax, travestiti da deportati nei campi di sterminio, il prof. Mattei, contestando il green pass per gli autobus, aveva invocato la protesta dei negri americani contro le pratiche di apartheid  e richiamato il gesto di Rosa Parks a Montgomery in Alabama. Sabato scorso, nella prima manifestazione contro l’obbligo vaccinale per gli over 50 e il lasciapassare verde, dal palco di Piazza Castello Mattei ha annunciato la rinascita del “Comitato di liberazione nazionale”. Ha proclamato che il “CLN” vuole emulare i movimenti e i partiti che diressero e coordinarono la Resistenza contro gli occupanti tedeschi nell’ultima fase della seconda guerra mondiale. E si è paragonato proprio a quegli insegnanti che non giurarono fedeltà al regime fascista. “Probabilmente non rivedrò mai più i miei studenti perché non ho intenzione di giurare al draghismo. Quindi sarò sospeso dall’insegnamento. Farò quello che fecero i dodici professori che nel 1931 rifiutarono il giuramento imposto dal regime. Sono maestri che non piegarono la schiena. A loro dedico la rinascita del Comitato di Liberazione Nazionale”.

Contro questa sceneggiata è insorta la Federazione Italiana delle Associazioni partigiane del Piemonte con un duro comunicato in cui osserva che la pretesa dei no vax di costituire un nuovo CLN offende la storia del movimento partigiano: “Il Comitato di Liberazione Nazionale è una storia di grandezze e eroismi, di scelte coraggiose da cui è nata l’Italia democratica, ponendo fine alla ventennale dittatura fascista e attraversando una sciagurata guerra voluta dal regime mussoliniano. Per tali ragioni – prosegue il comunicato – non dimenticando anche lo scellerato parallelo affermato da persone aderenti a questi movimenti irresponsabili no vax tra la condizione di chi irragionevolmente rifiuta il vaccino, esponendo se stesso e gli altri al propagarsi del contagio e di eventi letali e intasando le strutture sanitarie  sotto stress e gli internati nei lager nazisti,  è intollerabile e inaccettabile l’utilizzo indecente che si  ritiene di poter fare di una storia così importante per il nostro Paese quale fu la Resistenza”.

E’ più che comprensibile l’indignazione dei partigiani veri contro quest’uso cialtronesco della storia, ma il problema politico è un altro. Il malessere diffuso, generato dai guasti economico sociali provocati dalla pandemia e la perdita di fiducia nel futuro hanno provocato un’onda di irrazionalità che risale dal profondo della società. Se, come ha rilevato il CENSIS nell’ultimo rapporto, il 31,4% degli italiani oggi si dice convinto che il vaccino è un farmaco sperimentale e che quindi le persone che si vaccinano fanno da cavie, se il 10,9% sostiene che il vaccino è inutile e inefficace, mentre per il 5,9% (cioè circa 3 milioni di persone) il Covid-19 semplicemente non esiste, se il 5,8% sostiene che la Terra è piatta, è evidente che un forte vento di irrazionalità ha infiltrato il tessuto sociale, sia a livello individuale, sia a livello dei movimenti collettivi di protesta.  Quando si costruisce un movimento politico sulle paranoie e sulla fuga dalla realtà, si intraprende una lotta contro i mulini a vento che si può trasformare in una formidabile arma di distrazione di massa. Così mentre, per un verso, alcuni combattono eroicamente per la libertà di non vaccinarsi e di fare ciascuno come gli pare, altri, per altro verso, più scaltramente, attribuiscono ai no vax la responsabilità dei fallimenti della politica. Invece è necessario e urgente mettere al centro del dibattito politico e della partecipazione popolare i problemi reali che riguardano le scelte che incidono sulla nostra condizione umana e pregiudicano il futuro. Se gli ospedali sono intasati, se, come ci avverte la Società italiana di chirurgia, negli ospedali sono rinviati otto interventi su dieci e la situazione delle liste d’attesa è terrificante, la responsabilità non è solo dei no vax che intasano le strutture sanitarie, ma al fondo ci sono le scelte di non rafforzare la sanità pubblica, che è rimasta la cenerentola del PNRR. Se l’occupazione cresce solo per la crescita del lavoro precario, la responsabilità è delle non scelte della politica in materia di governo del mercato del lavoro. Contestualmente al non incremento della spesa sanitaria, Governo e Parlamento hanno deciso, sotto dickat della NATO, l’incremento della spesa militare, che toccherà quest’anno il record di 26 miliardi euro, con un incremento di quasi 5 miliardi rispetto al periodo pre-pandemico, mentre le basi di Aviano e Ghedi si apprestano ad ospitare le nuove bombe nucleari americane B61-11. Ci sono molti e validi motivi per dolersi dello stato di cose e pretendere un cambiamento di rotta. L’ultima cosa da fare è inventarsi una nuova resistenza e diventare partigiani del nulla, mentre tutt’intorno la casa brucia.

FONTE: https://www.domenicogallo.it/2022/01/i-partigiani-del-nulla/

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