Lorenzo Tosa, su Fb
Ha sette anni, una fame che non passa mai, tredici giorni di viaggio davanti a sé.
È il 1952. Un bambino sale sul cassone di un camion insieme alla madre e ai fratelli. Stanno lasciando il Pernambuco, una delle regioni più povere del Brasile, inseguendo la promessa di una vita migliore.
Quel bambino si chiama Luiz Inácio Lula da Silva. È nato il 27 ottobre 1945, settimo di otto figli, in una famiglia di contadini poverissimi. Suo padre se n’è andato che Luiz non è ancora nato. Sua madre, Dona Lindu, cresce i figli da sola, un’educazione fatta di pochi concetti ma rigorosi, gli mostra la dignità anche nella miseria.
Quando arrivano nello Stato di San Paolo, non trovano la terra promessa ma una nuova forma urbana di povertà. Vivono ammassati in una stanza, due letti in nove e un bagno da condividere con quattro famiglie.
Lula ha dodici anni quando comincia a lavorare. Fa il lustrascarpe, il fattorino, trova impiego in una tintoria. Studia quando può, lavora perché deve. A quattordici anni ottiene il suo primo impiego regolare. Poi la fabbrica. Impara il mestiere di tornitore meccanico.
Un giorno, a 17 anni, una pressa gli schiaccia la mano sinistra. Perde il mignolo. Per alcuni sarebbe una vergogna, una menomazione. Ma Lula quella mano non la nasconderà mai. Anzi, la alzerà spesso davanti a folle oceaniche, ci stringerà migliaia di altre mani. Perché in quel mignolo in meno c’è la storia di un Paese, prima ancora che la sua. Due storie che finiranno per coincidere.
Ma è ancora presto, è ancora il 1964, l’anno della dittatura militare.
Lula ha diciotto anni e nessuna vocazione da eroe. Vuole solo continuare a lavorare, costruirsi una famiglia, vivere dignitosamente. Ma la vita si accanisce ancora con lui. Nel 1969 sposa Maria de Lourdes, giovane operaia. Due anni dopo lei muore di epatite mentre è incinta del loro primo figlio, che non sopravvive. Lui ha venticinque anni. Ha già conosciuto la fame, il lavoro minorile, il dolore fisico e ora uno meno visibile che non se ne va, non se ne andrà mai del tutto, si impara solo a conviverci.
Nelle fabbriche di San Bernardo do Campo il giovane Luiz scopre anche un’altra cosa: che un operaio, da solo, non conta quasi nulla. Migliaia, insieme, possono cambiare la Storia.
Si avvicina al sindacato e nel 1975, a ventinove anni, ne diventa presidente. In piena dittatura militare organizza scioperi, sfida il regime. Nel 1979 porta in piazza quasi da solo centosettantamila metalmeccanici. Il Brasile scopre per la prima volta quel ragazzo del Pernambuco con la barba, senza laurea né una famiglia potente alle spalle, ma con una capacità rarissima di incantare e parlare alle masse.
Nel 1980 fonda insieme ad altri compagni il Partito dei Lavoratori. La dittatura lo arresta per sedizione. Trascorre trentuno giorni in carcere. Ma la dittatura passa, lui resta e cresce la sua fama. Dicono che farà strada quel ragazzo, e lui brucia le tappe. Nel 1986 diventa deputato, poi tenta l’impossibile: la presidenza. Si candida nel 1989: perde. Nel 1994: perde di nuovo. Nel 1998: perde ancora. Tre sconfitte che bruciano e segnano. Per molti sarebbe la fine di una carriera politica. Giornali e televisioni lo danno per spacciato, un morto politico che cammina.
Lula invece si rimette al lavoro. Riparte da dove tutto è cominciato: dalla miseria. È il 2002. Lula ha cinquantasette anni e una promessa: ogni brasiliano deve poter mangiare tre volte al giorno. Il 27 ottobre, proprio nel giorno del suo compleanno, al quarto tentativo infine vince. Sarebbe stato l’ultimo. E invece sarà la prima di molte altre vittorie.
Il bambino che attraversa il Brasile sul cassone di un camion è appena diventato Presidente della Repubblica.
Nascono Fame Zero e il Bolsa Família, aumentano i salari, milioni di bambini all’improvviso possono mangiare e studiare. La povertà si riduce. E anche sull’onda di quei risultati, nel 2006 viene rieletto. Nel 2010 lascia la presidenza con una popolarità straordinaria. Potrebbe fermarsi lì, già così sarebbe ricordato come un padre della patria.
Invece comincia allora il momento politicamente e umanamente più difficile e doloroso della sua vita.
Nel 2011 gli diagnosticano un cancro alla laringe. È Marisa Letícia, sua moglie, a tagliargli personalmente i capelli e la celebre barba prima della chemioterapia. Lula guarisce, torna alla politica, ma arrivano gli scandali, le inchieste, la caduta di Dilma Rousseff. E nel 2017 il dolore più grande: muore Marisa, la donna che gli è rimasta accanto per oltre quarant’anni.
Un dolore lancinante, il secondo grande lutto della sua vita.
Ma il peggio, che ci crediate o no, deve ancora venire. Nel 2018 finisce in carcere per corruzione. Un’accusa gravissima e infamante per l’uomo del popolo che è venuto dal nulla e si è fatto da solo. Lui urla e grida la sua innocenza ogni volta che può. Trascorre 580 giorni in carcere, ed è dal carcere che apprende la morte del fratello e del nipotino Arthur, sette anni come Luiz in quel vecchio viaggio di molti anni prima.
Le condanne saranno poi tutte annullate dalla Corte suprema, che riconoscerà anche la parzialità del giudice Sergio Moro in uno dei procedimenti.
Quando torna libero ha settantaquattro anni, i capelli bianchi, il volto segnato. Molti lo considerano finito ancora una volta. E ancora una volta si sbagliano. Nel 2022, a settantasette anni, affronta Jair Bolsonaro, lo sfidante più difficile e pericoloso della sua vita, il fanatico e ultranazionalista con dietro Trump, miliardi, più o meno l’intera destra mondiale. Lula ha alle spalle solo il suo popolo. Che, nel frattempo, non lo ha abbandonato, anzi si è stretto intorno a lui con ancora più forza. Sessanta milioni di brasiliani lo riporteranno alla presidenza per la terza volta, a distanza di 16 anni dall’ultima volta, quando nessuno ci credeva più, forse neanche lui.
Bolsonaro, invece di accettare il risultato delle urne, organizza un tentativo di colpo di Stato e finisce per essere condannato a 27 anni per golpe.
Lula riprende da dove ha lasciato: la lotta alla fame, difende l’Amazzonia, denuncia quello che definisce il genocidio di Gaza. Nel 2025 il Brasile interviene alla Corte dell’Aja nella causa contro Israele. Lula sfida anche Donald Trump, che minaccia dazi del 50%. Nello stesso anno il Brasile esce nuovamente dalla mappa della fame dell’ONU. Il bambino cresciuto senza abbastanza da mangiare guida un Paese che riesce a ridurre drasticamente la fame.
Poi arriva il 2026. Lula ora ha ottant’anni. Il suo avversario è Flávio Bolsonaro, figlio di Jair, l’uomo del golpe. Al primo turno perde di oltre due milioni di voti. Sembra finita, come sempre. Ma il vecchio operaio torna nelle piazze, porta per due volte tre milioni di brasiliani in piazza a San Paolo, la sua roccaforte.
Durante i confronti televisivi Bolsonaro colleziona una gaffe dietro l’altra. Nell’ultimo compie un errore che gli sarà fatale: lo chiama «nove dita», deridendo il mignolo perso in fabbrica a diciassette anni. Lula ferma tutto, chiede la parola, risponde a lui, ma in realtà si sta rivolgendo a milioni di brasiliani:
“Io quel dito l’ho perso lavorando di notte, quando ero minorenne” dice. “Tu non sai nemmeno cosa significhi lavorare. Dovrai chiedermi scusa, perché il popolo dei lavoratori ti sta guardando”.
È in quel momento che Lula vince le elezioni, rovescia i sondaggi che lo danno sfavorito, ribalta il primo turno e, ieri sera, all’una ora italiana, vince con quattro milioni di voti di vantaggio, diventando contemporaneamente il primo uomo eletto quattro volte presidente della Repubblica e l’unico ad aver mai vinto dopo aver perso il primo turno.
Domani Luiz Inácio Lula da Silva compirà ottantuno anni, di cui sessanta a fare ed essere politica, dentro e fuori dai palazzi.
Il Brasile nel frattempo è cambiato in modo a tratti irriconoscibile, è diventato più equo, ha restituito dignità agli ultimi, equità sociale, una forza politica ed economica fino ad allora sconosciuta. E molto lo si deve a quest’uomo dalla barba bianca che lotta come un ragazzino ed è stato capace di battere due volte la famiglia più potente del Brasile e l’uomo più potente del mondo.
Ne ha fatta di strada quel bambino di 7 anni che viaggiava a bordo di un camion con la madre e i sette fratelli verso una vita migliore.
È stato un viaggio lunghissimo, coraggioso, doloroso, a tratti epico, contraddittorio a volte, doveva durare 13 giorni, sono passati oltre settant’anni, e non è ancora finito.















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