Dopo due referendum perduti (nel 1987 e nel 2011), il fronte del nucleare ritorna alla carica con la legge delega approvata a fine settembre. È una scelta irresponsabile, più costosa di ogni altra opzione, di incerta realizzabilità, nociva per l’ambiente e la salute, inutile per la soluzione dei problemi attuali, che va contro la volontà popolare e che giova solo ai grandi poteri economici. Occorre, dunque, contrastarla a tutti i livelli, anche, se necessario, con un nuovo referendum. A una crescita di informazione e consapevolezza la riguardo è finalizzato il Focus sul sito Volerelaluna (Il grande inganno del nucleare), con articoli di Angelo Tartaglia, Mario Agostinelli, Federico Maria Butera, Fiorella Belpoggi, Gian Piero Godio.
Qui di seguito l’intervento di Alfiero Grandi.
Il ritorno al nucleare in Italia è legge. È entrato in vigore il 15 ottobre.
Non è la prima volta che un Governo della destra prova a ribaltare i risultati di ben due referendum popolari (1987 e 2011). Ci provò Berlusconi a ribaltare quello del 1987 facendo approvare – con Scajola ministro dello Sviluppo economico – la legge n. 99/2009, che doveva riportare, anche allora, il nucleare in Italia, sostenuto da interessi potenti di settori economici e del mondo finanziario che suonavano la grancassa a sostegno di tale scelta. All’epoca si parlava apertamente dell’impiego di soldi pubblici per costruire gli Epr (reattori nucleari di terza generazione) francesi, per intenderci gli stessi di quello di Olkiluoto in Finlandia, partito da pochi mesi (16 anni per costruirlo, 3 volte più del previsto) e costato 3-4 volte di più. Si diceva che l’opinione pubblica aveva cambiato opinione e che il referendum abrogativo sarebbe stato un buco nell’acqua. La propaganda non bastò e la legge Berlusconi-Scajola fu travolta, nel 2011, dal referendum abrogativo (che cancellò contestualmente la legge di privatizzare dell’acqua e quella sul “legittimo impedimento”, che consentiva a Berlusconi di giocare a rimpiattino con i giudici). La sconfitta nei referendum del 2011 indebolì pesantemente il Governo, che pure aveva ottenuto, nelle elezioni politiche del 2008, una maggioranza di quasi 100 deputati e 50 senatori. Da lì iniziò il declino di Berlusconi e nel successivo novembre Monti diventò Presidente del Consiglio. Qualcuno/a dovrebbe riflettere sulla lezione della storia.
La storia oggi si ripete in farsa. Meloni e Pichetto Frattin sono convinti di fare meglio di Berlusconi e sprizzano gioia, ma i problemi che si aprono sono molti. Il primo, enorme, riguarda il cuore stesso della democrazia del nostro paese e pone una seria questione costituzionale. Per di più con la destra in contraddizione con sé stessa. Nel 1987 e nel 2011 ha votato, per cancellare la legge che prevedeva le centrali nucleari, la maggioranza degli aventi diritto al voto (non solo dei votanti) ma la destra al governo – la stessa che vorrebbe fare votare dal popolo il capo del Governo – schiera la sua maggioranza parlamentare contro l’esito di quel referendum. E ciò anche se questo Parlamento non ha la legittimità politica per farlo perché, in esso, la destra ha una spropositata maggioranza solo grazie a una legge elettorale che gli ha regalato il 15% dei parlamentari (anche per gli errori dell’opposizione che si divise nel 2022). Tutto formalmente regolare ma politicamente scorretto. Incurante della tendenza all’astensionismo, la destra, in pratica, dice a chi votò nei referendum che il loro voto non vale più e che un Parlamento dotato di una maggioranza drogata da un premio insperato può decidere di ribaltare il voto popolare, così creando ulteriore delusione e allontanamento dal voto.
Più volte la Corte costituzionale ha chiarito i limiti di decisione per il Parlamento su un argomento bocciato dal voto popolare. Emblematica è la sentenza 199/2012 che, pur non ponendo limiti temporali al divieto di reintroduzione della legge abrogata, richiede, a tal fine, un cambiamento di quadro politico, che oggi è del tutto indimostrato perché dovrebbe riguardare non la maggioranza posticcia del Parlamento ma l’orientamento degli elettori (a cui nessuno ha chiesto un’opinione sul ritorno al nucleare), e un oggetto della nuova legge che non sia lo stesso abrogato dai referendum. Così, invece non è, perché siamo sempre di fronte al nucleare da fissione. Se si fosse trattato di nucleare da fusione l’oggetto sarebbe stato diverso ma la legge Meloni/Pichetto Fratin riguarda in realtà il nucleare da fissione, perché quello da fusione è ancora oggetto di studi e prove, non è disponibile per un uso produttivo e nessuno sa dire quando sarà disponibile. Ai sostenitori – più o meno occulti – del nucleare, i quali sottolineano la lunghezza dei 15 anni trascorsi dall’ultimo referendum (2011) si pu, dunque, dare una risposta semplice: chiediamo tutti insieme alla Corte costituzionale di definire il periodo ragionevole in cui ciò che è stato abrogato non può essere reintrodotto. Del resto perché una legge può esercitare i suoi effetti per decenni, a volte molti decenni, e un referendum popolare invece dovrebbe essere a scadenza come una confezione di latte fresco? Chiedere lumi alla Corte sembrerebbe la soluzione più logica, ma l’osservazione sui tempi mira, in realtà a confermare che la legge appena approvata va bene. Invece andrebbe colta l’occasione per fare un passo avanti verso il referendum propositivo, ora non previsto dalla Costituzione, che sarebbe la via più limpida per correggere provvedimenti che si ritengono obsoleti. È lecito ritenerli tali ma va chiesto al “popolo sovrano” se è questa la sua opinione. Sarebbe politicamente corretto avere anche la possibilità di chiedere l’opinione dei cittadini attraverso il voto, con un meccanismo paragonabile a quello con cui il Parlamento cambia le decisioni precedenti: una nuova legge cambia quella precedente; in questo caso un nuovo pronunciamento dei cittadini potrebbe cambiare quello precedente. Questo Parlamento non ha mai chiesto né ha mai avuto un mandato per smentire i referendum e i fatti dicono che ha una scarsa o nulla autonomia dal Governo e dalla sua capa. Senza dimenticare che questa destra, nel giro di pochi giorni, ha approvato la legge sul nucleare, che ha stravolto il risultato del voto popolare, e subito dopo ha forzato la mano obbligando, con la nuova legge elettorale, tutte le liste a indicare nel loro programma il nome del capo del Governo, pena la non accettazione delle liste stesse per la competizione elettorale. Mettere il Parlamento contro il voto popolare è una grave ferita alla democrazia ed è contro la Costituzione che ha messo in equilibrio tra loro poteri diversi: i rappresentanti e i rappresentati.
C’è poi almeno un altro aspetto incostituzionale. Si tratta della delega in bianco al Governo a fare tutto e il suo contrario, con decreti successivi nel tempo, mentre le deleghe dovrebbero essere ben motivate e circostanziate nella legge. Su questo punto giustamente hanno insistito i partiti di opposizione nelle loro pregiudiziali di incostituzionalità al Senato.
La legge sul ritorno al nucleare non è in grado di dare i benefici promessi dal Governo che non sa cosa fare di fronte all’esplosione dei prezzi dei prodotti petroliferi, provocata in gran parte da Trump. La destra in passato ha tuonato contro il green deal con il bel risultato che siamo in ritardo con le auto elettriche e nella produzione di energia da rinnovabili e non raggiungeremo gli obiettivi che ci siamo dati. Ora l’Europa concede all’Italia 14 miliardi di prestiti per aumentare l’autonomia energetica. L’uso di questi fondi va indirizzato tutto sulle rinnovabili, insieme alla revisione delle procedure per le concessioni, che non costano, perché il Governo ha sostanzialmente bloccato l’eolico off shore e altri impianti che, secondo i dati di Terna, potrebbero realizzare progetti con una produzione di elettricità maggiore del nucleare a regime, con la differenza che tale produzione potrebbe essere raggiunta in pochi anni, mentre il nucleare non arriverebbe comunque, come ha dovuto ammettere il ministro, prima del 2041. New Cleo, start up che dovrebbe costruire gli SMR, piccoli reattori nucleari di cui si parla molto ma che nessuno per ora ha potuto vedere e tanto meno potuto verificare e controllare, si sta quotando in borsa a New York. L’obiettivo sembra chiaro: ottenere risorse, cioè i miliardi necessari per fare partire la costruzione degli SMR, che per ora sono solo progetti, tutti da verificare. È una strana coincidenza che la legge sul nucleare venga approvata negli stessi giorni in cui viene lanciata in borsa, a NewYork, la nuova società. Coincidenza o favore?
La legge poi è una presa in giro sul piano della sicurezza. Non si capisce chi darà l’autorizzazione tecnica in modo indipendente e scientificamente fondato, dopo avere verificato il funzionamento dei prototipi di SMR, quando ci saranno. Se il via libera lo dovesse dare Pichetto Fratin ne vedremmo delle belle. Il ministro, infatti, è lo stesso che ha buttato dalla finestra anni di lavoro (ben pagato) della Sogei sul deposito delle scorie radioattive pericolose, inventandosi, come se nulla fosse, che occorre smantellare le vecchie centrali (decisione già presa e non ancora attuata), ma lo ha fatto solo per giustificare il blocco del vecchio lavoro e per fare ripartire il timing dello smantellamento. Ovviamente con almeno dieci anni di ulteriore ritardo e sempre pagato in bolletta. Gli SMR produrranno altre scorie: dove le metteremo? Visto che il deposito, o meglio i depositi, sono tutti da riprogettare? Centrali piccole? Mica tanto: Trino e il Garigliano erano 160 Mega W, mentre si vocifera per gli SMR di centrali fino a 300 MegaW, ma ancora più complicato è come verranno localizzate e controllate le centrali. Se fossero molto piccole, quante centrali avremmo: 20? 100? non si sa. Fa tremare il pensiero alla superficie di suolo occupata, ai controlli di sicurezza, alla qualità del personale. Pichetto ha trovato la soluzione: un’autorizzazione unica centralizzata. Quindi l’autonomia delle regioni va bene solo per portare più soldi al nord a scapito di quelle del sud? Se ne parla per l’autonomia differenziata, ma se è Pichetto ad accentrare va bene? L’informazione dei cittadini largamente prevista in Francia, è ignorata in Italia e nella legge.
Chi è contrario al nucleare ha sempre a disposizione la possibilità di promuovere un ulteriore (terzo) referendum abrogativo. Non ora, peraltro. Il 2027 sarà un anno elettorale: quindi i referendum non sono possibili. Inoltre le firme per chiederlo avrebbero dovuto essere presentate entro il 30 settembre mentre la legge è in vigore dal 15 ottobre. In ogni caso va fatta, fin da ora, un’opera vasta di informazione per chiarire che la richiesta di referendum abrogativo potrà essere fatta raccogliendo 500mila firme entro il 30 settembre 2027 e che il referendum non potrà intervenire prima del 2028. Il vento nel paese è cambiato? Vedremo. Chiediamolo ai cittadini. Per ora la preoccupazione per i prezzi impazziti dei fossili e per la crisi climatica ci segnalano che lo spazio per far capire e mobilitare c’è. Le italiane e gli italiani sanno bene cosa vuol dire avere le centrali nucleari vicino a casa. I tg annunciano un giorno si e l’altro pure i pericoli per le centrali ucraine, e ora anche per quelle iraniane. Vogliamo veramente entrare in questo tunnel da incubo? Anche Berlusconi e Scajola erano contenti per l’approvazione del ritorno al nucleare, ma dopo il referendum del 2011 lo erano molto meno. Va chiarito che la gravissima crisi energetica e di prezzi attuale non verrebbe comunque risolta dal nucleare perché c’è una sfasatura di 15 anni. La crisi energetica è adesso, il nucleare arriverebbe, se va bene, nel 2041. La soluzione migliore è, dunque, riprendere gli investimenti in tutte le fonti rinnovabili che la destra ha trascurato. Ciò avrebbe anche l’effetto di aumentare l’autonomia dell’Italia dall’estero, che paradossalmente il nucleare peggiorerebbe perché l’uranio per le centrali, che non abbiamo, andrebbe comprato dall’estero.
Alfiero Grandi, politico e sindacalista, Presidenza del “Comitato Democrazia Costituzionale”















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