Tristessa nāo tem fim? Forse
Primo turno delle presidenziali in Brasile e ricolonizzazione trumpiana del subcontinente

di Rodrigo Rivas

1. Nel 1958 Antonio Carlos Jobim e Vinicius de Moraes composero “Tristessa nāo tem fin, felicidade si … A felicidade do pobre parece a grande ilusão do carnaval. A gente trabalha o ano inteiro por um momento de sonho pra fazer a fantasia de rei ou de pirata ou jardineira. Pra tudo se acabar na quarta-feira”.

La tristezza non finisce, la felicità si … La felicità del povero somiglia alla grande illusione del carnevale. La gente lavora tutto un anno per un momento da sogno, per regalarsi la fantasia di essere un re, un pirata o un giardiniere. Ma tutto finisce il mercoledì.

2. Domenica 4 ottobre 2026, contraddicendo tutte le inchieste “il piccolo Bolsonaro” ha vinto il primo turno delle elezioni presidenziali brasiliane superando i 56 milioni di voti contro i quasi 54 milioni di voti ottenuti da Lula.

Quindi, il ballottaggio di domenica 25 ottobre si presenta molto complicato per il leader progressista. Ai voti del bolsonarino dovrebbe aggiungersi la maggior parte dei 7 milioni di voti ottenuti dai candidati minori mentre il solo serbatoio di voti a cui Lula può ricorrere sembra essere quello dei 28 milioni di astenuti al primo turno. Un compito non impossibile ma piuttosto arduo, anche per una figura politica leggendaria come il vecchio operaio metalmeccanico di Sào Paolo.

3. La vittoria della destra brasiliana sancirebbe un fatto per ora incontrovertibile: Trump è ben incamminato per ricolonizzare l’emisfero occidentale. 

Caduto il Brasile nelle grinfie dei colonialisti, resterebbe come unico bastione significativo di resistenza il Messico, comunque sottoposto a pressioni difficili da sopportare considerando i 3.000 km di confine, l’interscambio economico privilegiato con gli USA e la forte presenza di narcomafie che sguazzano felicemente in acque agitate.

Al riguardo, non va dimenticata la plurisecolare e fruttifera convivenza tra gli Stati Uniti ed i traffici di droghe.

4. Combinando bullismo, minacce, truffe elettorali, corruzione, paure inventate e reali, potere economico e pubblicitario, debolezze e stupide ingenuità dei democratici e progressisti latinoamericani, complicità del capitalismo mercantile locale …, in apparenza Trump è invincibile.

Tuttavia, la più superficiale analisi delle diverse realtà latinoamericane indica che le sue creature e regimi hanno i piedi d’argilla e il respiro affannato: dall’Ecuador alla Bolivia, dal Perù all’Argentina, dal Cile al Venezuela, dalla Colombia all’Honduras … tutti i governi trumpiani sopravvivono attaccati alla canna d’ossigeno made in Miami, anche coloro arrivati da poco al governo, come Kast nel Cile o Fujimori nel Perù. Per non smentirsi, alla bisogna ricorrono ai narcotrafficanti patentati come hanno fatto in Honduras o al banditismo puro e semplice, come avviene in questi giorni in Bolivia.

In questo senso, l’America Latina è un territorio in disputa, non un territorio colonizzato. La distinzione è importante.

5. Ma, pur se indeboliti alla prova dei fatti, gli stormi di locuste fanno danni che possono avere effetti di lunga durata. 

Presidenti di estrema destra che da “viceré”, sempre per periodi troppo lunghi, potrebbero persino scatenare qualche guerra locale – ad esempio tra il Cile e l’Argentina, tra la Colombia e il Venezuela, tra il Perù e l’Ecuador, eccetera – perché ogni guerra serve a richiamare istinti e nazionalismi beceri ingurgitati col latte materno, in nome di confini inventati e aiutati dalla inesistente memoria.

6. Quindi, nell’America Latina sono accese tutte le spie. Tuttavia, ad essere in gioco non sono solo i destini relativamente piccoli di paesi remoti ma pezzi importanti dell’istituzionalità e convivenza universali.

7. Non credo che i latinoamericani possano attendersi granché dall’estero, pur se il passaggio dell’emisfero nella cassaforte trumpiana non sarà indolore per la UE (primo partner per diversi paesi della regione), per i BRICS (il Brasile è la prima lettera della loro stessa sigla), per il Canada (avido accumulatore di miniere nell’area), e per tutti i terricoli, stante il cibo (il Brasile è la maggiore azienda agricola del mondo), l’acqua (il continente ha le maggiori riserve d’acqua dolce nel mondo, dall’acquifero guaranì all”Antartide), e l’ossigeno (l’Amazzonia).

8. Ciò detto, per essere realista suggerisco ai latinoamericani di proporsi l’impossibile: iniziare modestamente a concretizzare il sogno bolivariano di uno Stato federale che comprenda, tanto per partire, i paesi del cono sud, in ordine alfabetico Argentina, Bolivia, Cile, Paraguay, Perù e Bolivia.

9. Utopia? Certo, ma non più dell’idea di costruire solide alternative progressiste nazionali o inseguire malaticci sogni guerriglieri da garage.

È un’utopia soprattutto perché implica il superamento del concetto astratto di Stati unici, indivisibili e intrasformabili che ci è stato imposto dalle nostre rachitiche classi dirigenti nell’800 quale verità rivelata, per assumere l’idea fondante di popoli che, pur diversi, condividono territori, boschi, risorse, oceani, montagne, storia, lingua, sogni, un’immensa luna, il cielo all’incontrario, il tempo vecchio e il suo proseguire.

Comunque, secondo me trattasi di un’utopia collettiva capace di mobilitare volontà e forze, materiali e ideali.



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