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La Previsione di Dos Santos

Considerazioni sulle società multinazionali

Il grafico è tratto da: S. Vitali, J.B. Glattfelder, and S. Battiston: “The network of global corporate control” – Zürich, September/2011

Premessa

Il saggio che segue comparve sul numero luglio-ottobre 1973 di Problemi del Socialismo, rivista diretta da Lelio Basso.

Il numero della rivista uscì a ridosso del golpe cileno. Si apriva con uno struggente “Epicedio per Salvador Allende”, dello stesso Lelio Basso che aveva seguito da vicino gli eventi cileni, l’ascesa di Unidad Popular e che condivideva con Allende una fraterna amicizia.

Il saggio di Theotonio Dos Santos riprende alcuni concetti espressi nella seconda parte (Praxis) del volume “!Bendita Crisis! – Socialismo y democracia en el Chile de Allende”, dove si susseguono diversi interventi di Dos Santos in concomitanza con gli eventi cileni del 1972, ma che fu pubblicato solo nel 2009 in Venezuela, per le Edizioni “El perro y la rana”, un progetto editoriale bolivariano che si apre con una “Carta abierta a Hugo Chavez” da parte di Dos Santos.

Si tratta del capitolo XIV: “Corporaciones multinacionales, imperialismo y estados nacionales” che contiene una sintesi parziale di quanto espresso più ampiamente nel presente saggio.

Quello scritto descrive essenzialmente il ruolo centrale delle multinazionali (nord-americane) nel destino del sottosviluppo latinoamericano, mentre non contiene né la lunga premessa analitica qui presente, né la interessantissima ricostruzione storica dell’affermarsi delle multinazionali nei paesi di insediamento per trasformarsi poi in soggetti “senza confini”; non contiene neanche la parte finale – quella che ci è sembrata particolarmente interessante ai fini di questa pubblicazione – che descrive le dinamiche e l’evoluzione contraddittoria delle relazioni e degli effetti prodotti dalle entità transnazionali, sia sullo stato di emanazione (USA) che sui paesi di insediamento.

Mentre gli effetti su questi ultimi sono abbastanza noti e corroborati da un’ampia letteratura, quelli sul paese di emanazione, come tendenze già individuabili allora, lo sono molto meno.

Dos Santos arriva infatti qui a ipotizzare che l’alternativa tendenziale tra fascismo o socialismo – titolo di un altro suo noto libro – non riguarderà solo i paesi “sottosviluppati”, come confermato dai golpe susseguitesi nei decenni che ci separano da allora, ma anche quelli da cui le multinazionali emanano, cioè quelli del nord, gli Usa in particolare.

Secondo Dos Santos la contraddizione centrale del multinazionalismo è che la piena libertà di movimento del capitale internazionale entra in conflitto (anche, ndr) con gli interessi del suo centro egemonico, tende a indebolirne l’economia e rende più profonde le sue contraddizioni interne”.

Nella evoluzione storica di queste entità multinazionali ci si emancipa progressivamente da un insediamento iniziale nel paese di arrivo a mo’ di “enclave” autosufficiente e autarchico, fino ad una integrazione progressiva nel contesto locale, sia in termini di relazioni sempre più strette con la forza lavoro, con le istituzioni e la politica, con gli altri settori produttivi, sia anche con una capacità di produzione e commercializzazione che tende alla progressiva emancipazione e sganciamento dalla casa madre, di modo che essa inizia ad esportare anche in paesi terzi e nello stesso paese di nascita, e a necessitare per tutto ciò, di supporto finanziario parallelo (che consente l’arrivo dalle banche estere), in definitiva ad agire come soggetto che può massimizzare i propri profitti in misura del suo grado di autonomia, inclusa quella di programmare investimenti in altri settori e in altri paesi rischiando anche di fare concorrenza alla casa madre.

La natura degli agglomerati transnazionali è dunque spuria: “La società multinazionale, intesa come una organizzazione internazionale, ha interessi, strategia, organizzazione e finanziamento propri. Da questo punto di vista ha i suoi interessi specifici all’interno dell’economia mondiale. Cosicché, teoricamente, potremmo pensare che la società multinazionale operi con un criterio diverso da quello dell’economia del paese dove ha il suo centro di operazioni. Sappiamo, tuttavia, che questa indipendenza della società multinazionale è relativa, dato che la sua forza economica è in gran parte basata sul potere dell’economia nazionale da cui essa prende l’avvio. Nello stesso tempo le sussidiarie sono sottoposte alla dinamica globale della società multinazionale e, insieme, alla capacità economica e alle leggi di sviluppo dell’economia in cui operano. Perciò la tendenza a sviluppare le sussidiarie in direzione del mercato interno, le fonti di rifornimento locale e la nazionalizzazione della produzione vengono a trovarsi in contrasto sia con gli interessi della società nel suo insieme, sia con quelli dell’economia del paese dominante.”

La logica ferrea del profitto, però, non guarda in faccia a nessuno, neanche alla propria madre o levatrice e, in prospettiva, costruisce un nuovo spazio autocentrato che entra in frizione col mondo circostante, sia quello locale, verso il quale tenta di imporre le proprie condizioni, sia quello lontano, ma strutturalmente più vincolante, costituito dal paese di emanazione. Si può affermare che, superata una certa soglia, gli appetiti crescono e il figlio si rimangia il padre.

Il conflitto tra dimensione territoriale (statuale) del potere e quello della connaturata qualità e capacità di spaziare oltre ogni confine, insita nella logica stessa del capitalismo e storicamente applicata nella secolare conquista coloniale che diventa l’imperialismo, può tornare indietro fino ai territori di partenza dell’entità multinazionale e sottoporre anche quei territori alla sua logica perenne. E’ anche una dimensione di conflitto tra pubblico (senza alcun giudizio di ordine morale) e privato; ma si afferma, egli dice, anche tra le parti costituenti la dimensione privata, i punti di articolazione della singola multinazionale.

Theotonio Dos Santos, come detto, scrive probabilmente tra la fine del 1972 e l’inizio del 1973, da Santiago del Cile, dove si è rifugiato fin dal 1966 dopo il golpe in Brasile. Insegna all’università di Santiago e fa parte del gruppo di consiglieri di Allende insieme ad altri sociologi, economisti militanti: Vania Bambirra (che è anche la sua compagna), Ruy Mauro Marini, come lui fuoriusciti e provenienti da Minas Gerais; André Gunder Frank, berlinese emigrato a Chicago, anche lui approdato a Santiago intorno al 1968; lì ci sono già due cileni, Orlando Caputo e Roberto Pizarro, ricercatori del CESO (Centro de Estudios Socio-Económicos – Universidad de Chile), che vengono aggregati al gruppo: sono i creatori della Teoria della Dipendenza, riarticolando le tesi di Paul Baran e Paul Swizy su sottosviluppo e capitale monopolistico e confrontandosi con quelle di Raùl Prebisch, argentino e di Celso Furtado anch’egli brasiliano, anch’essi ispiratori di Allende, verso i quali si sviluppa la polemica intorno alla praticabilità ed efficacia delle politiche economiche nazionaliste, di industrializzazione tramite sostituzione delle importazioni, ecc. che costituiva il cuore della proposta della CEPAL.

La Teoria della dipendenza propone una rottura decisiva nella chiave di lettura proposta fino ad allora: il sottosviluppo non è un ritardo storico rispetto ai centri motori del capitalismo, ma la condizione dell’esistenza stessa di questi centri motori; in altre parole, il centro propulsore esiste solo in quanto drena ed incamera risorse potenziali verso sé stesso e lascia nelle periferie le macerie di questo salasso. In questo processo si serve delle borghesie locali come garante e agente di controllo locale di tale processo; e può farlo poiché la loro esistenza è strettamente legata alla perpetuazione dell’estrazione ed esportazione di valore verso i paesi dominanti.

E’ da tali conclusioni che le proposte di alternative nazionaliste vengono messe in discussione come concretamente impraticabili o scarsamente produttive, come anche non risolutive e infondate saranno, secondo Dos Santos, le proposte “riformistiche” successive al periodo delle dittature sostenute, ad esempio in Brasile, da Fernando Henrique Cardoso, di “sviluppo nel sottosviluppo”, una contraddizione in termini e verificata.

Ma non è questo il luogo di un approfondimento della avvincente riflessione e discussione che si svilupperà proprio dopo il golpe cileno e quelli seguenti in tutta l’America Latina nel corso degli anni ‘70 (e alle incursioni e successive guerre dell’occidente, passando per la caduta dell’Urss e i cui esiti arrivano ai giorni nostri) e che riguarderanno anche altri importanti interpreti di questa teoria critica, da Emmanuel Wallerstein a Giovanni Arrighi, Hosea Jaffe e e proseguita da Michel Husson, David Harvey e molti altri.1

L’unica cosa che in questa sede vale la pena sottolineare è che, come probabilmente i teorici della Dipendenza avevano già capito, nel lungo percorso di mutazione dell’animale multinazionale, accade, come abbiamo visto, che può crescere il livello di industrializzazione del paese dipendente, certamente nella misura in cui esso rimane subalterno, ma tuttavia riducendo man mano i differenziali produttivi con il nord (iniziando dai settori a minor composizione organica di capitale) e trasformandosi, dopo molti anni, da “sottosviluppato” ad “emergente”.

Questa deve essere stata la considerazione, ancora non del tutto chiara, a cui era pervenuto Dos Santos in quegli anni; una cosa che necessitava di essere approfondita, ma non c’erano tempo e condizioni per farlo nei momenti tragici di metà 1973 a Santiago; quindi la chiusura della riflessione ne risente e la scorciatoia proposta è appunto quella dell’alternativa finale tra fascismo o socialismo anche nei paesi guida.

Cosa che presuppone che nel loro tragitto le multinazionali hanno visto crescere il proprio potere fino a determinare effetti economico-sociali contundenti anche nei punti di origine della loro avventura.

Quindi l’oggetto effettivo della riflessione del saggio non è già più la Dipendenza, ma le multinazionali in quanto tali, delle quali si intravvede che saranno il soggetto in grado di destrutturare un ordine e di ricrearne uno nuovo; non solo in un paese o in un gruppo di paesi dipendenti, ma a livello globale.

Più tardi, intorno a questi punti Arrighi postulerà le sue idee di evoluzione ciclica delle relazioni tra centri motore territoriali ed elementi strutturali egemonici che sono destinati a succedersi nel corso storico e a sostituirsi l’uno dopo l’altro in considerazione della capacità di riorganizzare meglio e più efficacemente la disponibilità di capitali e risorse. I momenti di passaggio, secondo Arrighi sono preceduti dall’estremo grado di finanziarizzazione che assume il sistema, con enormi sovrappiù di capitali che preferiscono mantenere una forma liquida piuttosto che misurarsi con il rischio dell’investimento produttivo. E quella che stiamo ora attraversando sarebbe proprio una di queste fasi che sboccherà nell’individuazione di un altro centro territoriale e culturale egemone da cui ripartire: la Cina.

Ma la cosa che colpisce nello scritto di Dos Santos è anche la descrizione delle dinamiche conflittuali all’interno stesso dell’agente centrale dei processi di globalizzazione, la società multinazionale; oltre alla dialettica che si produce non solo con i paesi di insediamento ma anche che con quello di emanazione. E la descrizione, che assume toni profetici, dell’esito finale di questa dialettica che riassume infine nell’opzione “fascismo o socialismo”; non solo nelle periferie, ma anche nei centri guida della globalizzazione.

Il saggio appare dunque come un frammento di un pensiero in fieri interrotto bruscamente, probabilmente proprio dal golpe cileno e del suo impatto sul gruppo che a Santiago andava realizzando il suo lavoro di ricerca.

A fronte dei terribili eventi del 1973 e seguenti, quella soglia temporale in cui la dialettica delle multinazionali avrebbe investito, con lo stesso dilemma (fascismo o socialismo), anche i paesi guida della globalizzazione appariva molto lontano e incerto, forse non così degno di essere approfondito nell’immediato, mentre il compañero Presidente moriva sotto il bombardamento del Palazzo de la Moneda.

Anche se successivamente, per altre vie, essa riemerge già in relazione al conflitto tra le spinte centripete e centrifughe dei grandi movimenti di capitali seguenti alla crisi energetica del 1974 tra USA ed Europa e alla fine della convertibilità del dollaro.

Parafrasando per incerte analogie alcuni concetti proposti da Caro Rovelli nel suo recente libro “Buchi bianchi” potremmo riassumere così: la moderna globalizzazione è lo stretto prodotto dell’azione delle multinazionali; essa si distingue da quella meramente mercantile di fino ’800/inizio ‘900; è prima estrattiva, poi produttiva e industriale; poi finanziaria. Via via che cresce e si consolida, la società multinazionale funziona come un buco nero; cioè interagisce ed è in grado di modificare le coordinate spaziali circostanti fino a modificarne gli spazi giuridici e politici “euclidei” fondati sul principio dello stato-nazione (in cui arriva), le modalità di funzionamento classiche dei suoi apparati amministrativi e di stimolare e introdurre altri processi normativi e ideologici; la sua crescente egemonia muta le culture e le narrazioni consolidate, fino alla stessa configurazione di centri e periferie territoriali, sostituendosi infine ad essi e inaugurando un tempo nuovo che si assottiglia fino a ridurre la storia alle sue esigenze fisiologiche di una soggettività isterica in permanente movimento e in sempre più rapida dislocazione, fino ad agire, necessariamente, solo come flusso di capitale sempre più svincolato dalla mediazione produttiva.

Il nuovo tempo che si afferma è dunque il tempo delle sue variazioni in termini di allargamento pluriverso in ogni direzione e di spostamenti sempre più repentini di investimenti collocati laddove la redditività attesa è maggiore, prescindendo da alcun elemento valoriale o culturale legato alla sua genesi, al suo dislocamento storico, o dispiegamento provvisorio. Fino a riprogettare e a riprodurre il vivente e l’umano tramite, magari, bio-reattori di proteine che sostituiscano la “mediazione” agricola per gli alimenti e con ciò annientando il vincolo fisico-chimico naturale, anche perché, nel frattempo lo ha distrutto.

Il tempo che ne scaturisce è quello di un perenne cambiamento del suo ipotetico centro che tende a corrispondere col suo scopo, il suo obiettivo, quello del profitto a brevissimo termine. Di fronte ad esso tutto può essere ed è sacrificato. Può dunque tornare anche al suo territorio di partenza con l’obiettivo di estrarne il massimo possibile allo stesso modo di come si è abituata a fare con tutte le periferie in cui ha transitato. Poiché il nuovo tempo è quello in cui il centro è mobile come il capitale in movimento e dunque le periferie spaziali si susseguono secondo le sue volontà. L’unica chances di queste successive periferie di stare in campo è quella di competere sull’offerta delle condizioni ottimali per un suo atterraggio dal cielo, visto che ormai è essenzialmente denaro astratto tenuto insieme dai tassi di interesse promessi agli investitori.

Questo suo transitare svincolato da ogni laccio determina cambiamenti nella sfera politica, sociale, culturale in ogni paese, spostamenti paralleli di masse umane da un paese all’altro, arricchimento o distruzione dei territori antropizzati, incide sul clima e sulla biosfera, cambia le coordinate dell’immaginario individuale e collettivo. E per consolidarsi come sistema ha un estremo bisogno di emanare una propria teologia sistemica che prescinda da altre intrusioni territoriali o statuali e che diventi egemone a prescindere da ogni confine. Anzi, il nuovo confine, che tutto ingloba, è proprio la sua narrazione.

Per questo sviluppa sempre di più i propri centri R&S non più quelli legati – solo – ai processi produttivi, ma quelli ideologici, della comunicazione, dell’educazione, della dottrina.

Siccome non esiste più una corrispondenza necessitata tra puntuazioni spaziali e capitale, non vi sono tendenzialmente limiti alla sua ulteriore concentrazione che è destinata a procedere fino ad inglobare successivamente in agglomerati sempre più grandi le stesse entità multinazionali che si sono emancipate singolarmente da territori e stati “a livelli che superano di molto la nostra immaginazione” dice Dos Santos, poiché lo spazio metafisico che hanno creato e in cui si trovano ad agire, conosce solo una legge gravitazionale definita da uno spazio giuridico unificato che deve essere tuttavia legittimato, prima della completa autonomia, dalle puntuazioni di potere statuale che è in condizione di determinare: gli accordi internazionali sul libero commercio di merci e capitali, sono questa cosa.

E’ immaginabile che lungo questa traiettoria i buchi neri più poderosi, ciascuno con i propri concorrenziali orizzonti degli eventi statuiscano orbite di equilibrio provvisorio tra di essi, con proprie galassie al seguito composte anche da stati e territori secondo le proprie specificità settoriali e di risorse disponibili (l’occidente), inaugurando magari altre e nuove entità spaziali sotto il loro completo dominio; sarebbero, in un futuro senza intoppi, le loro sedi legali extraterritoriali, le nuove metropoli caratterizzate da filosofie e sistemi di valori ad hoc, entità di diritto privato sostitutive degli antichi spazi di diritto statuale ai quali potrebbero succedere, alla ricerca di un sottostante ideologico concreto come le variazioni interpretative della Santissima Trinità e parallelamente ad una cittadinanza che viene attribuita per comune congenialità, adesione o credo individuale; perché il limite ontologico della loro astratta natura contabile, va reso comunque potabile (comprensibile) per i soggetti che in ultima istanza debbono continuare a legittimarlo.

C’è una soglia quantistica (e storica) che registrerà questo passaggio? Sarà un oggetto di indagine di studiosi e ricercatori. Ma se le premesse sono verosimili, queste potrebbero essere le linee di tendenza e se ne intravvedono alcune luccicanze già da diversi anni: le grandi compagnie delle reti, l’attivismo delle megaconcentrazioni specializzate nella terra, nel cibo, nei farmaci, nella chimica, nella mobilità, nella comunicazione; sempre meno gli agglomerati che controllano tutto ciò che occorre ad emettere derivati e altre invenzioni finanziarie. Altro non sono che le opportunità offerte dalla residua concretezza fisica in direzione di un’astrazione strutturale di capitale.

Dove dovremmo essere allora, oggi, lungo questo ipotetico tragitto? Potremmo trovarci ad una stazione molto avanzata. Quasi ad un passo dalla chiusura del circuito. Che, per attivare la sua modalità perpetua, non ammette tuttavia defezioni o intoppi. Negli ultimi tre decenni sono stati contenuti o abbattuti quasi tutti i recalcitranti: attraverso guerre e altre operazioni strategiche che non erano affatto finalizzate alla conquista, ma alla destrutturazione di chi ancora si attardava sulle presunte prerogative dei confini, gli stati canaglia, resi ormai così permeabili a scorrerie che se ne evidenziava la manifesta nullità.

I confini formali, la statualità, sono riservati solo a coloro che aderiscono fino in fondo al modello; servono a legittimarlo da un punto di vista diverso, un alter ego di ultima istanza; come nella funzione assolta dal Papato medioevale, dopo la fine della sua aspirazione di governo temporale. Perché comunque, nella narrazione utile al passaggio storico di fase è fondamentale disporre ancora di un ancoraggio normativo che consenta il rispetto “di regole”. Anche il ripetuto aggancio ai superiori processi formali della democrazia sono indispensabili per tranquillizzare l’opinione pubblica e ritardare la consapevolezza di trovarsi ormai in un diverso ordine di cose, una sorpresa che non dovrà essere troppo preoccupante, la mattina che accadrà, quando essa sarà rivelata e, al vertice della piramide, si scoprirà il nuovo brand che tutto governa, come nella profezia di “Gaia”, l’inquietante documentario del primo Casaleggio.

Così, a ripensarci, l’11/9 può essere servito più a sfasciare il neonato movimento contro la globalizzazione neoliberista piuttosto che ad annientare coloro che erano stati fino a poco prima i soci islamici dell’imperialismo. Più pericoloso il primo, perché scaturiva in casa dell’occidente e si andava diffondendo con inattesa velocità; inoltre stava introducendo un paradigma rischiosissimo: quello del tentativo di saldatura tra classi sociali subalterne e marginalizzate del nord con quelle del sud del mondo; si trattava dell’attualizzazione rivista e corretta della Teoria della dipendenza e di una maturità, almeno analitica, in grado di mettere a nudo il re.

Spostare (in termini psico-sociali e politici) l’agenda globale era un imperativo. Più stringente di qualsiasi confronto con mondi secondari, dopo che anche il muro era crollato e l’avversario presunto si era arreso.

Forse non siamo già più nello spazio di opportunità colto nel 1973 da Theotonio Dos Santos: fascismo o socialismo. La prospettiva socialista era emersa alla fine degli anni’90 ed è durata lo spazio di un biennio rosso, tra Seattle e Porto Alegre.

Dopo i primi venti anni di guerra infinita restano tutte le macerie diffuse sul pianeta e un pianeta che viene progressivamente intaccato nella sua tenue pellicola dell’ecosistema.

Green washing, passaggio da combustione a celle, produzioni di virus e vaccini, di proteine in bio-reattori, ecc. sono una ulteriore frontiera per le transazioni e per il consolidamento dell’opera: riportare a ragion finanziaria tutto quello che ne è ancora parzialmente al di fuori.

Invece le ultime pagine del saggio non possono non richiamare alla memoria le immagini della riemersione del fascismo; quello di Trump nel 2016 negli Usa, l’assalto al Campidoglio dei suoi adepti; una congerie confusa di aggregazioni ideali e di gruppi sociali compositi e contraddittori, all’assalto della nuova divisione internazionale del lavoro, secondo la narrativa di Steve Bannon, che si deve allargare – e si sta allargando – agli altri paesi centrali:

L’instaurazione di questa nuova divisione internazionale del lavoro presuppone la soluzione di molti problemi preliminari, tra i quali, in primo luogo, la divisione interna che questa politica provoca in seno alla stessa borghesia dei paesi dominanti. Questa soluzione comporta il sacrificio della media e piccola borghesia all’interno dei paesi dominanti a favore del progresso delle società multinazionali e della borghesia internazionale (…). Questa contraddizione è grave e di difficile soluzione, perché le borghesie locali dei paesi dominanti sono ancora molto forti ed hanno un’influenza politica, hanno capacità di resistere al grande capitale internazionale, soprattutto nella misura in cui riescono ad influenzare altri settori della popolazione e a muoverli politicamente. Se pensiamo che al mercato locale nordamericano sono legate in maniera fondamentale società di grande potenza, possiamo dedurne che si tratta di un confronto tra giganti e non semplicemente tra alta borghesia e borghesia media. A lunga scadenza, le borghesie locali non potrebbero resistere, soprattutto perché non hanno da offrire un’alternativa di sviluppo economico a livello nazionale e internazionale, ma un’alternativa di regresso, d’immobilismo, di ristagno che ai nostri giorni non può rappresentare, evidentemente, una base valida per una politica economica con proiezioni internazionali.”

O forse non siamo ancora del tutto entrati nell’orizzonte degli eventi in agglutinamento attorno ai buchi neri; possiamo ancora verificare l’attivismo delle ultime grandi puntuazioni statuali in conflitto per porre uno stop all’inesorabile: Russia, Cina e altre medie potenze riottose per le quali diventa difficile un’assimilazione hic et nunc agli stati canaglia; che resistono proponendo una alternativa pluricentrica, un multipolarismo che non ha ambizioni di egemonia immediata, ma piuttosto di stallo, di tregua, guadagno di tempo, time gain; queste potenze hanno proceduto pragmaticamente negli ultimi decenni all’emanazione forzata e accelerata di propri nuclei multinazionali, cosiddetti oligarchici, in grado di creare e intercettare parzialmente il flusso di capitali, sperimentando una incerta direzione e un complesso controllo al movimento illimitato delle multinazionali di primo rango, cercando di mantenere un guinzaglio produttivo agli investimenti esteri, rivendicando la correttezza dogmatica della classica valorizzazione capitalistica e richiamando Adam Smih a Pechino, come ci racconta Arrighi.

L’esito di questo estremo confronto si vedrà alla fine del grande conflitto.

Per ora basti dire che il modello del buco nero attorno a cui tutto gravita non funziona se non è totale; e se viene messo in discussione vuol dire che non è ancora in grado di cancellare la stessa possibilità di alternative. Ciò stesso lo rende in sé parziale, dunque limitato, dunque aggredibile nella sua pretesa onnicomprensiva.

Ci sono allora tre opzioni: la vittoria piena oppure la riapertura dei giochi; o infine la compartimentazione stagna di due modelli gravitazionali destinati a competere entro spazi che, in questo caso, ridiventano, loro malgrado, territoriali. Nel secondo e terzo caso, il progetto di unico centro mobile è sconfitto. Nel terzo caso si tenta un pari e patta, ciascuno a casa sua. Ma, appunto, sempre si tratta di una sconfitta dell’unipolarità.

Mi pare che al momento stazioniamo qui. L’ipotesi di arrocco e il ritorno alla logica della cortina di ferro infioccata di superiorità civilizzatrice indica che c’è un altro, sufficientemente forte, in gioco. Si alzano i muri perché una parte del coacervo multinazionale globalizzato (quello ancora legato alla produzione concreta di manufatti e servizi e alla disponibilità di risorse naturali) riconosce in lui potenzialità e redditività di lunga durata.

E iniziano dunque a cogliersi vistose crepe nella direzione esclusiva e indiscutibile della ragion finanziaria. Il buco nero, fino a poco fa dotato di una certa compattezza, va scindendosi. Nel momento in cui la redditività di produzioni e commerci recupera slancio, allora vuol dire che il centro motore sta cambiando. Per ostacolarlo bisogna abiurare a tutto ciò che è stato diffuso come vero in mezzo secolo di apertura neoliberistica; si può, anzi, si deve, tornare al protezionismo. Rinverdito da sciocche narrazioni tra società aperte (ma con i muri) e autocrazie (che vogliono apertura).

Se ha ragione Giovanni Arrighi, ad una egemonia dovrebbe succederne un’altra più forte, che renda più gestibili le contraddizioni e preservi la civiltà umana attraverso un nuovo e più efficace equilibrio, allontanando la catastrofe.

Le due varianti di Dos Santos, fascismo o socialismo, si ridefiniscono forse dentro questo scenario, come sovrastrutture dei processi in corso su scala globale; segno ne sia che le varianti “Trump” e “Biden” sono, sul piano globale, mero elemento di cronaca; valgono solo all’interno di ogni singolo paese nel confronto innescatosi tra borghesie globalizzate e grandi borghesie nazionali, un “confronto tra giganti”, ma interno all’occidente che va perdendo egemonia. E nello spazio senza confini sia accentuano le contraddizioni interne allo stesso capitale finanziario, abituato a scorrazzare indisturbato tramite le sue catene globali del valore che rischiano di essere messe in dubbio.

Mentre nell’oriente si dovrebbe accentuare l’attenzione agli enormi mercati interni, forse in grado, da soli, di contenere le spinte delle multinazionali oligarchiche abituate ad operare globalmente. Ma non tutti dispongono di tali dimensioni potenziali.

I territori intermedi, Africa, America Latina, Asia sottosviluppata, saranno probabilmente quelli in cui la frizione tra i blocchi sarà massima, indispensabili, come sono, ad ammortizzare gli effetti dell’arrocco e a garantire i nuovi prodotti primari. C’è da vedere se il loro corteggiamento produrrà o meno processi simili a quelli previsti dalla Teoria della dipendenza, o se saranno un atroce campo di battaglia; oppure se auspicabilmente, la loro centralità per gli esiti del conflitto non ne consenta un’accelerazione dello sviluppo e una soggettività terza, non allineata.

Tuttavia, l’occasione che si presenta per una rivalsa del mezzo millennio di colonizzazione subita dall’occidente, non è cosa secondaria. E quindi l’ammiccamento sud-sud ha grandi chances potenziali.

Molte cose e diverse dovranno accadere; per il momento si può osservare che siamo ancora fuori dall’orizzonte degli eventi. Per quanto inquietante sia il nostro tempo, il tempo non si è fermato.

R. R. – Aprile 2023

NOTE:

1 Una ampia illustrazione critica della Teoria della dipendenza e dei suoi sviluppi è nel recente volume: Alessandro Visalli – Dipendenza. Capitalismo e transizione multipolare – Meltemi – Milano 2020


Theotonio Dos Santos

Considerazioni sulle società multinazionali


Concetto di impresa multinazionale

Nel mondo contemporaneo, una parte sempre maggiore della produzione e della distribuzione dei prodotti viene realizzata da un tipo di società che opera a livello internazionale con una direzione centralizzata. Sono le società conosciute col nome di multinazionali, transnazionali o internazionali. Si è anche tentato di stabilire una specie di graduatoria fra le società internazionali, transnazionali e multinazionali secondo un ordine che dovrebbe riflettere un grado crescente di multinazionalismo. In questo articolo parliamo specialmente del fenomeno del multinazionalismo, inteso come forma finale di un processo in corso e, in alcune parti, già terminato.

Utilizziamo questo concetto nello stesso senso in cui si usa il termine di monopolio per designare un tipo di concorrenza e di organizzazione imprenditoriale.

Come il monopolio non elimina la concorrenza, ma la sviluppa in forme nuove, e come nelle situazioni reali si ritrovano piuttosto forme oligopolistiche che monopolistiche, così il multinazionalismo delle società non significa superamento della loro base nazionale di operazione e di espansione, come vedremo in seguito.

Le multinazionali si distinguono da altri tipi di società per il fatto che le attività da esse realizzate all’estero non svolgono un ruolo secondario o complementare nel quadro delle loro operazioni.

Queste attività rappresentano una percentuale essenziale delle loro vendite, dei loro investimenti e dei loro profitti, e condizionano la loro struttura organizzativa e amministrativa.

Fin dal rinascimento si formarono in Europa società che si dedicarono al commercio estero. In Italia, in Spagna, in Portogallo, in Inghilterra e in Olanda esistevano importanti complessi imprenditoriali destinati a sfruttare il commercio coloniale, aperto all’Europa dalle scoperte marittime dei secoli XV e XVI. Però, anche quando queste imprese stabilivano unità produttive all’estero e dovevano preoccuparsi di problemi di popolazione, di difesa e di amministrazione delle regioni conquistate, rimanevano sempre fondamentalmente legate allo sviluppo del capitale commerciale e a interesse, essendo le attività produttive un aspetto puramente marginale e secondario dei loro affari.

In generale le funzioni produttive venivano affidate in concessione o direttamente a produttori locali o emigranti che rimanevano sotto il controllo dei capitalisti commerciali o finanziari. Queste imprese assunsero un ruolo molto importante nella accumulazione primitiva di capitale che permise il sorgere del capitalismo contemporaneo, ma si collocano piuttosto nella preistoria che nella storia del capitalismo e non possono essere considerate come precursori diretti delle società multinazionali contemporanee 1.

Soltanto nella seconda metà del secolo XIX sorsero le imprese capitaliste che esercitavano importanti attività all’estero, particolarmente nelle colonie. In questo periodo si creano nuove forme di divisione del mercato internazionale attraverso gli accordi commerciali e i cartelli fra le grandi aziende monopolistiche.

Si estendono anche gli investimenti all’estero, orientati soprattutto verso i paesi con un certo sviluppo capitalista. Si trattava di investimenti di portafoglio, e cioè attraverso l’acquisto di azioni e la speculazione in borsa, che cercavano di facilitare sia l’esportazione di prodotti che esigevano investimenti assai considerevoli (come nel caso delle ferrovie) sia l’installazione di aziende di produzione e di commercializzazione di materie prime e di prodotti agricoli da vendere nei paesi più ricchi.

Nel totale degli investimenti all’estero, solo una piccola parte assunse la forma dell’investimento diretto, attualmente predominante nell’economia mondiale.

Le aziende all’estero costituivano piuttosto unità imprenditoriali autonome che non una parte della struttura organica della casa madre; le vendite da esse realizzate avvenivano soprattutto sul mercato del paese della casa madre o nei paesi sviluppati, e rappresentavano di rado un’attività sostanziale dell’impresa, avendo di preferenza un carattere di complementarietà. Soltanto l’importanza strategica della materia prima utilizzata dall’impresa poteva far si che il ruolo da esse svolto diventasse significativo. Si può dire che, nel loro complesso, gli affari all’estero avevano un’importanza secondaria nella vita di queste imprese, e non rappresentavano quindi che una percentuale limitata dei loro profitti, vendite o investimenti.

La situazione non era la stessa per tutti i paesi capitalisti. Gli investimenti di portafoglio, il commercio di esportazione e di importazione, gli investimenti diretti, gli interessi dei prestiti bancari formavano, già all’inizio del nostro secolo, una parte importante delle entrate di alcuni paesi capitalisti, specialmente l’Inghilterra.2

E’ dal contrasto di questi interessi che prende le mosse la prima guerra mondiale, come conseguenza di una lotta accanita per il dominio coloniale. In queste circostanze, l’impresa capitalista non era il nucleo più importante dell’espansione coloniale. La borsa valori era il cuore di questa espansione finanziaria e commerciale che si alleava con gli interessi dei produttori minerari e agricoli nelle colonie.

Le moderne società multinazionali hanno caratteristiche che le distinguono sostanzialmente dalle precedenti. Non vanno all’estero soltanto per speculare con le azioni, per commercializzare i loro prodotti o per creare aziende esportatrici di materie prime e prodotti agricoli. Una parte sempre più importante dei loro affari all’estero è costituita da imprese industriali orientate verso i mercati interni dei paesi in cui investono. Questa situazione crea necessità nuove dal punto di vista amministrativo, dal momento che si stabilisce un rapporto molto più diretto fra la casa madre e le filiali.

Essa produce anche effetti molto importanti sulla struttura di commercializ-zazione, produzione e finanziamento delle imprese. Di conseguenza sono molto importanti anche gli effetti sulla struttura economica dei paesi toccati da questi investimenti, sul commercio mondiale e sugli obiettivi e il modo di operare delle società.

Il processo di formazione e di sviluppo della società multinazionale è legato alla tendenza intrinseca dell’accumulazione capitalista verso l’internazionaliz-zazione del capitale. Non ne tratteremo in questo articolo, perché questo ci porterebbe ad ampliare troppo il suo obiettivo, che intende invece mantenersi al livello di una analisi della evoluzione delle società.

Come definire in modo operativo queste società?

Si è cercato di mettere in luce molti fattori che consentirebbero di caratterizzarle. Uno di questi sarebbe la percentuale rappresentata dalle vendite delle filiali all’estero sul totale delle vendite delle società. Si calcola che il limite del 25 per cento permette di tracciare una linea divisoria che separa un gruppo abbastanza significativo di imprese da quelle le cui operazioni all’estero sono meno importanti. Altri autori credono tuttavia che sia più importante tener conto della nazionalità dei proprietari della società. Secondo questi autori, si può considerare come multinazionale una società i cui proprietari abbiano varie nazionalità. In altri casi si considera la nazionalità degli amministratori o dei dirigenti come il fattore determinante della multinazionalità. Questi due ultimi criteri non sono fondamentali per caratterizzare una società come multinazionale, in quanto si basano su una concezione del multinazionalismo più ideologica che reale. Quelle che, al giorno d’oggi, vengono chiamate multinazionali non sono necessariamente società appartenenti a capitalisti di varie nazioni e nemmeno amministrate o dirette da capitalisti di varie nazioni.

Anche se svolgono una politica internazionale, esse operano di preferenza da una base nazionale. Per questo motivo, la nazionalità degli amministratori, dei padroni e dei dirigenti continua ad essere essenzialmente quella del paese in cui ha sede la società e, come vedremo in seguito, questo è uno dei problemi cui si trova di fronte il multinazionalismo nella misura in cui esso cerca di essere coerente con le tendenze alla formazione di una economia mondiale che abbia caratteri realmente internazionali.

Il concetto di società multinazionale sorse in particolare con questo intento apologetico, nel tentativo di caratterizzare l’impresa stessa come un fenomeno che permetteva di superare i limiti ristretti del nazionalismo. Nel definire questo concetto noi cerchiamo di superare questo intento apologetico che ha enormemente influenzato tutta la letteratura su questo argomento.

Si tratta di trovare quello che queste società rappresentano in quanto avanzata del capitalismo, per rispondere alle necessità poste dall’immenso sviluppo delle forze produttive e dal suo carattere retrogrado e reazionario che cerca di frenare l’avanzata internazionale del socialismo e la vera internazionalizzazione che questo comporta. In questo senso il nostro concetto di società multinazionale, anche se ad un lettore sprovveduto può sembrare una sintesi della letteratura esistente, è piuttosto un tentativo di mostrare i suoi limiti e i pericoli derivanti dall’accettare acriticamente le descrizioni apologetiche che se ne danno.

Avendo scartato questo primo significato del concetto apologetico del multinazionalismo, occorre proseguire nell’analisi di altre definizioni che toccano maggiormente il fondo del problema senza tuttavia mettere sufficientemente in risalto l’insieme dei fattori che costituiscono la dinamica del fenomeno. Raimond Vernon insiste nel caratterizzare il multinazionalismo soprattutto secondo la prospettiva in cui l’impresa colloca i suoi affari, ritenendo questo il fattore chiave. Nel suo ultimo libro definisce così la società multinazionale: « Una società che cerca di portare le sue attività su scala internazionale, come chi creda che non esistano frontiere nazionali, in base ad una strategia comune diretta dal centro corporativo » 3 . D’accordo con Vernon, così si esprime il Dipartimento del commercio: « Le affiliate sono articolate in un processo integrato e le loro politiche sono determinate dal centro corporativo per quanto concerne le decisioni relative alla produzione, alla localizzazione degli impianti, al tipo di prodotti, alla commercializzazione e al finanziamento » 4.

Questo accento posto sulla prospettiva dell’impresa, sulla sua strategia e la sua organizzazione à più importante e più significativo dei fattori cui si accennava più sopra. Tuttavia, non è ancora sufficiente a caratterizzare perfettamente il fenomeno di cui ci occupiamo. Esso infatti ci costringe a considerare un aspetto relativamente sovrastrutturale, anche se essenziale. Jacques Maisonrouge, presidente della IBM World Trade Corporation, indica quattro elementi che considera fondamentali per definire una società multinazionale: in primo luogo si tratta di imprese che operano in molti paesi; in secondo luogo sono imprese che effettuano ricerca e sviluppo e fabbricano anche prodotti in questi paesi; in terzo luogo hanno una direzione multinazionale; in quarto luogo, hanno una proprietà multinazionale delle azioni. Questa definizione introduce un maggior numero di elementi, ma è necessario analizzarla meglio.

Come abbiamo visto, i due ultimi motivi sono quasi complementari dei due primi, ma non si ritrovano nella realtà se non in casi molto eccezionali e si basano su un concetto di multinazionalismo superiore alla realtà attualmente esistente. Ma i due primi motivi ci sembrano essere i più significativi. La cosa fondamentale è che si tratta di imprese che operano in vari paesi e che in questi paesi sviluppano la produzione e che eventualmente vi realizzano anche la ricerca e lo sviluppo. Per completare il nostro quadro concettuale, può servire infine la caratteristica messa in rilievo da Vernon, e cioè che queste imprese hanno una strategia multinazionale e una organizzazione di affiliate, articolate in un processo integrato, e determinate da un centro corporativo. Queste caratteristiche non sono casuali e indeterminate, come potrebbe far credere una definizione puramente descrittiva. Esse corrispondono a fenomeni storici, determinati dalla struttura stessa del modo di produzione capitalista e riflettono il processo di accumulazione di capitale nella sua evoluzione storica. Questa capacita di operare in molti paesi con una prospettiva internazionale e con una organizzazione centralizzata è un prodotto del processo di internazionaliz-zazione del capitale; questo processo si realizzò alla fine del secolo scorso e al principio di questo, e poté approfondirsi grazie alla prima guerra mondiale e alla ripresa che le fece seguito; esso divenne in seguito molto più determinante a causa della internazionalizzazione dell’economia, come conseguenza della seconda guerra mondiale, che permise l’assimilazione dello sviluppo tecnologi-co e delle comunicazioni a livello internazionale, le quali, a loro volta, facilitano questa internazionalizzazione.

L’internazionalizzazione dell’economia istituisce un mercato mondiale di manodopera, di beni, di servizi e di capitali e in questo modo tocca e influenza il ciclo del capitale. Come la produzione capitalista è sempre un momento dello sviluppo del capitale, è anche, al tempo stesso, determinante del capitale e da esso determinata. I processi di internazionalizzazione dell’Economia e del capitale si sviluppano così parallelamente, in un movimento dialettico. La formazione delle società multinazionali va anche vista in connessione molto diretta con la concentrazione economica e con lo sviluppo del monopolio e delle grosse imprese. Esiste una correlazione diretta fra il multinazionalismo, il monopolio, e le grosse imprese. Le società multinazionali sono proprio quelle che hanno raggiunto il maggior grado di controllo monopolistico del mercato interno del loro paese e sono quelle più concentrate, tranne rare eccezioni costituite dalle società formatesi già all’inizio in funzione del mercato internazionale.

Multinazionalismo, concentrazione e monopolio sono legati e caratterizzano le tendenze principali dell’economia mondiale contemporanea. I dati che illustrano questo rapporto necessario fra concentrazione, monopolio e multi-nazionalismo sono molto evidenti.

Nel suo studio sulle multinazionali, “Sovereignity at Bay, The Multinational Spread of US Enterprises”, Raimond Vernon, confrontando le 187 società nordamericane a carattere multinazionale con il totale delle imprese manifatturiere degli Stati Uniti rileva i seguenti dati:

Nel 1966, le 187 società effettuarono vendite per un totale di 208.000 milioni di dollari, e il loro patrimonio ammontava a 176.000 milioni di dollari. Nello stesso anno, tutte le industrie manifatturiere effettuarono vendite per 532.000 milioni di dollari, con un patrimonio di 386.000 milioni di dollari; il che, in percentuali, significa che le 187 società multinazionali controllavano nel 1966 il 39,2 per cento delle vendite e il 45,7 per cento del patrimonio delle industrie manifatturiere nordamericane. E i dati dimostrano, in generale, che esiste una tendenza all’aumento di questa concentrazione e di questo controllo delle società multinazionali.

Nel presente articolo non ci proponiamo di approfondire questo rapporto che è alla base del multinazionalismo. Ai fini di quello che vogliamo esporre, basta segnalare questi aspetti essenziali allo scopo di arrivare ad un concetto generale di società multinazionale che riesca ad inquadrare il fenomeno nel suo insieme. Nella misura in cui restiamo fedeli al postulato dialettico, secondo cui il reale è il tutto e l’obiettivo della concettualizzazione è quello di prendere il fenomeno nel suo complesso stabilendo un rapporto dialettico fra le sue parti essenziali, cerchiamo di superare le definizioni di moda del fenomeno.

Andando oltre la descrizione dei vari elementi che integrano il fenomeno, stabiliamo una gerarchia fra di essi e determiniamo i rapporti concreti che storicamente presuppongono. Questa concettualizzazione, invece di portarci alle visioni apologetiche del fenomeno che abbondano nella letteratura attuale e che esercitano la loro influenza anche su autori marxisti, ci porta alle contraddizioni che la società multinazionale contiene in sé stessa. Per ultimare la caratterizzazione concettuale delle società multinazionali bisogna quindi separa-re i vari aspetti che le compongono.

In primo luogo è necessario considerare il fatto che esse, come abbiamo detto, svolgono una parte importante delle loro operazioni all’estero, il che si riflette sulle loro vendite e sui loro investimenti. Raimond Vernon trae alcune conclusioni a proposito delle 140 maggiori società multinazionali nordame-ricane da lui analizzate a questo scopo. Esaminando la percentuale di « contenu-to estero » delle operazioni di queste 140 società multinazionali, si può constatare quanto segue:

Nel 1964, le imprese che avevano una percentuale di partecipazione estera dallo 0 al 9 per cento nelle loro vendite erano 11, nei loro profitti 14, nel loro patrimonio 16, nell’occupazione 14. Le società che avevano una partecipazione estera fra il 10 e il 19 per cento nelle vendite erano 25, nei profitti 25, nel patrimonio 30, nell’occupazione 10.

Le società che avevano una percentuale di partecipazione estera tra il 20 e il 29 per cento nelle vendite erano 22, nei profitti 17, nel patrimonio 27 e nell’occupazione 14. Quelle che avevano una partecipazione estera fra il 30 e il 39 per cento nelle vendite erano 19, nei profitti 9, nel patrimonio 17 e nell’occupazione 7. Fra le società che avevano una partecipazione delle loro operazioni all’estero fra il 40 e il 49 per cento, 10 l’avevano nelle vendite, 6 nei profitti, 5 nel patrimonio e 4 nell’occupazione; continuando l’elenco, fra le società con partecipazione estera fra il 50 e il 59 per cento, 4 l’avevano nelle vendite, 5 nei profitti, 4 nel patrimonio e 7 nell’occupazione.

I dati sono abbastanza significativi soprattutto se consideriamo che la mancanza di dati di alcune società si deve al fatto che non si disponeva di elementi sufficienti per classificarle. Una percentuale molto significativa delle società dei cui dati si disponeva — percentuale vicina al 60 per cento — ha vendite all’estero che oscillano fra il 20 e il 59 per cento. Per quanto riguarda i profitti, circa il 50 per cento delle società multinazionali analizzate ricavano all’estero dal 20 al 59 per cento dei loro profitti. Per quanto riguarda il patrimonio e l’occupazione, si ha una percentuale analoga. Molti altri dati possono confermare questa tendenza alla trasformazione delle attività all’estero in una parte fondamentale delle operazioni delle grandi società.

Qual è, d’altra parte, il grado di controllo e di concentrazione economica raggiunto dalle sussidiarie nordamericane all’estero? (una tendenza che esiste anche nelle società multinazionali di altre origini nazionali). Vedremo che queste imprese tendono ad agire nei settori di maggiore concentrazione economica e tecnologicamente più avanzati, che esse tendono a monopolizzare e a controllare. Basandosi sul « Survey of Current Business » e sugli studi del Dipartimento del tesoro statunitense sugli investimenti all’estero, Raimond Vernon: riusci a stabilire, per il 1964, i seguenti dati: le vendite delle sussidiarie statunitensi rappresentano la seguente percentuale delle vendite locali nei paesi e nei settori industriali sotto indicati:

Canada: in certi settori come trasporti, attrezzature e macchinari, tranne il settore elettrico, le sussidiarie statunitensi controllano il 100 per cento delle vendite. Per quanto riguarda i prodotti della gomma, rappresentano il 72,2 per cento delle vendite locali; nel settore chimico, le sussidiarie nordamericane rappresentano il 50,2 per cento delle vendite in tutto il Canada; nel settore carta e affini, rappresentano il 42,6 per cento; per i metalli primari e lavorati il 25,1 per cento, per i prodotti alimentari il 21,8 per cento.

America Latina: vediamo che il settore dei prodotti della gomma, per esempio, è controllato per il 58,1 per cento dal capitale nordamericano. Teniamo presente che si tratta di dati globali per l’America Latina e che, quindi, in alcuni paesi si può avere una percentuale assai superiore. Per quanto concerne l’industria chimica, le sussidiarie statunitensi vendono il 28,3 per cento dell’insieme delle loro vendite in America Latina. Per i prodotti di metallo di base la percentuale è del 20,2 per cento; per carta e cellulosa 18,4 per cento; per i prodotti agricoli 7,9 per cento.

Europa e Inghilterra: “la partecipazione delle aziende statunitensi alle vendite di prodotti della gomma é del 12,7 per cento; trasporti e attrezzature 12,8 per cento; macchinario, ad eccezione di quello elettrico, 9,7 per cento; macchinario elettrico 9,1 per cento; chimica 6,2 per cento; prodotti alimentari 3,1 per cento; carta e cellulosa 1,2 per cento; metalli primari e lavorati 2,4 per cento.

Questi dati non mettono tuttavia in risalto il grado di controllo che questi investimenti esercitano sui paesi verso i quali si orientano, essendo essi molto globali e non distinti per paesi.

E’ certo che in alcuni paesi troveremo un grado di controllo molto superiore a quello indicato dalle cifre globali. D’altro canto è necessario vedere i dati nella prospettiva delle tendenze storiche che manifestano.

Dall’analisi fatta si può concludere:

Le società multinazionali sorgono come conseguenza del processo di internazionalizzazione del capitale, che si approfondisce nel dopoguerra, e finiscono per costituire l’unità produttiva fondamentale nel sistema capitalistico mondiale. Sono caratterizzate da un cambiamento qualitativo dell’importanza relativa delle attività esterne nell’insieme delle operazioni imprenditoriali. Arrivano a costituire un elemento necessario e determinante della produzione, della distribuzione, dell’ammontare dei profitti e dell’accumulazione di capitale di queste imprese. Nello stesso tempo le loro attività all’estero si fondono con l’economia presso la quale si trasferiscono, essendo destinate non soltanto al mercato internazionale, ma anche ai mercati interni dei paesi in cui operano e articolandosi profondamente nella loro struttura produttiva. I meccanismi di concentrazione, di monopolizzazione e di internazionalizzazione del capitale che diedero impulso a queste società, facendone delle multinazionali, cominciano ad operare anche al livello delle loro filiali, determinando un complicato processo di interrelazioni fra di esse e dando origine a una nuova tappa dell’economia mondiale. L’essenza della società multinazionale sta tuttavia nella sua capacita di dirigere in modo centralizzato questo complesso sistema di produzione, di distribuzione e di capitalizzazione a livello mondiale. Di modo che anche le nuove contraddizioni cui questa situazione dà origine sono il prodotto di questa capacita centralizzatrice e integratrice che riflette la caratteristica globale del sistema internazionale, di cui l’impresa multinazionale è la cellula.

Concentrazione dell’unità produttiva commerciale e finanziaria e concentra-zione economica nazionale, e concomitante processo di monopolizzazione a li-vello nazionale e internazionale; riproduzione della concentrazione a livello internazionale, concentrazione delle società a livello internazionale, concen-trazione del processo distributivo e finanziario, integrazione economica interregionale e internazionale: ecco l’ordinamento teorico-storico di uno stesso processo, pieno di contraddizioni interne che si manifestano non solo in oscillazioni cicliche, ma anche in violenti cataclismi. Mentre il capitalismo sviluppa le forze produttive su scala sempre più ampia e crea le condizioni e la necessità di una direzione collettiva e pianificata della nuova economia e delle società che da questo processo derivano, la proprietà privata dei mezzi di produzione, base del capitalismo come modo di produzione, diventa un ostacolo insuperabile per il pieno sviluppo di queste tendenze che il capitalismo stesso mette in moto.

Nella concettualizzazione della società multinazionale devono emergere questi elementi contraddittori che ci permettono di svilupparne correttamente l’analisi. Il concetto di queste società deve quindi comprendere, necessariamente, questo processo storico che le trasforma in cellule di un movimento globale e determinato di internazionalizzazione del capitale e dell’economia; questo movimento è, a sua volta, l’espressione delle tendenze alla concentrazione tecnologica ed economica, alla monopolizzazione e alla diversificazione di attività che costituiscono, da parte loro, l’espressione concreta e storica della evoluzione dell’accumulazione del capitale nel modo di produzione capitalista.

Un bilancio quantitativo

Nel paragrafo precedente siamo giunti a definire l’oggetto della nostra analisi. Siamo riusciti, nello stesso tempo, a dimostrare la sua importanza fra le grandi società nordamericane e il profondo controllo che esercita sulle varie economie nazionali.

Si rende ora necessario abbozzare un quadro descrittivo che ci permetta di fare un bilancio quantitativo delle società multinazionali, il che ci consentirà di portare avanti l’analisi della loro evoluzione storica e delle loro tendenze di sviluppo futuro.

Quante sono queste società multinazionali e come sono distribuite?

Negli Stati Uniti, presso l’Ufficio investimenti esteri, sono registrate 3.000 società che effettuano operazioni con l’estero; di queste circa 180 vennero selezionate da Raimond Vernon e da lui considerate come società multinazionali. Egli ne aggiunse altre 150 non nordamericane. Judd Polk, presidente della Camera di commercio internazionale, selezionò 150 società in tutto il mondo, di cui la metà nordamericane, che egli considera come multinazionali.

Sidney Rolfe selezionò, nel 1965, 80 società nordamericane (fra le 500 maggiori del paese, secondo la rivista « Fortune »), che avevano operazioni con l’estero superiori al 25 per cento sia nei profitti, sia nella produzione, sia nella occupazione, sia nel patrimonio. 199 imprese di queste 500 selezionate da « Fortune » avevano il 10 per cento o più delle loro attività all’estero.

In questo modo possiamo operare con un gruppo di 300 o 400 società al massimo che controllano oggi gran parte della produzione mondiale 5.

Queste imprese svolgono in generale operazioni in quasi tutti i paesi o le zone del mondo. Delle 187 società selezionate da Vernon, per esempio, 185 svolgono attività manifatturiere in tutti i continenti; 162 vi effettuano vendite; 45 vi svolgono attività estrattive; 186 hanno una qualche forma di affari in tutti i continenti. Se prendiamo alcune regioni o aree, vediamo che 174 svolgono operazioni in Canada; 182 in America Latina; 185 in Europa e nel Regno Unito; 158 svolgono operazioni di ogni tipo in Asia e in parte dell’Africa.

Il numero di sussidiarie che queste società hanno all’estero è molto significativo. Le 187 multinazionali classificate da Vernon avevano, nel 1967, 7.927 sussidiarie nel mondo, delle quali 1.048 in Canada, 1924 in America Latina, 3.401 in Europa e nel Regno Unito, 648 nei dominions inglesi, 906 in Asia e in altre parti dell’Africa 6.

Come sono distribuiti, per importanza, questi investimenti?

Nel 1970, gli investimenti nordamericani erano di 25.000 milioni di dollari nel Canada, pari al 33 per cento del totale; 4.000 milioni nel Regno Unito, pari al 10 per cento; 5.000 milioni in Germania, pari al 4 per cento; 2.600 milioni in Venezuela, pari al 3,3 per cento; 2.600 milioni in Francia, pari al 3,3 per cento; 1.600 milioni nel Medio Oriente, pari al 2 per cento; 1.800 milioni in Brasile, pari al 2 per cento; 1.800 milioni in Messico, 2 per cento; Svizzera 1.800 milioni, 2 per cento; Italia 1.500 milioni, 1,9 per cento; Argentina 1.300 milioni, 1,2 per cento; Belgio e Lussemburgo 1.500 milioni, 1,9 per cento; Giappone 1.500 milioni, 1,9 per cento; Olanda 1.500 milioni, 1,9 per cento. 7

Analizzando l’aumento degli investimenti nordamericani per area, secondo la fonte già citata, si nota che gli investimenti diretti nordamericani all’estero sono cresciuti in maniera impressionante fra il 1929 e il 1970. Nel 1929 il totale di questi investimenti era di 7.500 milioni di dollari, nel 1950 di 11.800 milioni e nel 1970 di 78.100 milioni. Analizzandoli per zone, si trova che il Canada ne è il principale destinatario, con un totale di investimenti che dal 1929 al 1970, è aumentato di più di 10 volte, rimanendo peraltro invariata la sua quota di partecipazione. La partecipazione dell’America Latina al totale degli investimenti nordamericani è diminuita dal 46,7 per cento nel 1929 al 18,8 per cento nel 1970. L’Europa ha registrato il maggiore aumento relativo, passando dal 18,7 per cento nel 1929 al 31,4 per cento nel 1970; da 1.400 milioni di dollari nel 1929 a 24.500 milioni di dollari nel 1970, ossia la maggiore concentrazione di investimenti nordamericani all’estero. Il Medio Oriente vede anch’esso aumentare la sua partecipazione dall’1,3 per cento al 6,5 per cento; nelle altre aree la partecipazione aumenta dal 6,6 per cento al 14,1 per cento. Si constata quindi che l’aspetto più significativo della redistribuzione degli investimenti nordamericani negli ultimi anni è rappresentato dal « boom » in Europa e dalla diminuzione della partecipazione relativa dell’America Latina.

Nel loro complesso gli investimenti nei paesi sviluppati rappresentavano, nel 1970, il 68 per cento degli investimenti nordamericani, mentre quelli nei paesi sottosviluppati rappresentavano, nello stesso anno, il 27,4 per cento del totale. Un altro 4,6 per cento riguardava paesi non identificati. C’è però da dire che questo fenomeno non è soltanto nordamericano.

Questa grande espansione degli investimenti e la tendenza a rivolgersi verso paesi sviluppati non si registrano soltanto negli Stati Uniti, ma anche negli altri paesi sviluppati. Il Comitato degli investimenti internazionali dei paesi appartenenti alla OCSE ha stabilito, per il 1966, i seguenti dati:

Gli investimenti stranieri diretti, in termini di valore accumulato dai maggiori paesi dell’Ocse alla fine del 1966 erano, in dollari, i seguenti:

in tutto il mondo si registrava un insieme di investimenti pari a 89.583 milioni di dollari, di cui 29.970, e cioè circa il 33 per cento, nei paesi sottosviluppati.

Del totale degli investimenti gli Stati Uniti detenevano il 60 per cento, con un ammontare di 54.462 milioni di dollari 8, di cui 16.841 nei paesi sottosviluppati, ossia il 56 per cento degli investimenti stranieri in questi paesi.

Il Regno Unito veniva al secondo posto con un ammontare di investimenti di 16.000 milioni di dollari (19 per cento degli investimenti mondiali); i suoi investimenti nei paesi sottosviluppati ammontavano a 6.184 milioni di dollari, pari al 23 per cento degli investimenti esteri in questi paesi.

La Francia aveva un totale di investimenti, nel mondo, pari a 4.000 milioni di dollari, di cui 2.100 nei paesi sottosviluppati. Notiamo qui abbastanza accentuata la tendenza della Francia ad effettuare investimenti nei paesi sottosviluppati, dal momento che i suoi investimenti rappresentano il 4,4 per cento degli investimenti dei paesi dell’Ocse all’estero, mentre i suoi investimenti nei paesi sottosviluppati rappresentano il 7 per cento di questi investimenti nei paesi sottosviluppati.

Nello stesso anno la Germania aveva raggiunto 2.500 milioni di dollari di investimenti all’estero, di cui 845 nei paesi sottosviluppati. Questi investimenti rappresentavano il 2,8 per cento del totale degli investimenti analizzati e il 2,8 per cento del totale degli investimenti analizzati nei paesi sottosviluppati.

La Svezia aveva 793 milioni di dollari all’estero, di cui 161 nei paesi sottosviluppati.

Il Canada aveva investimenti all’estero per 3.238 milioni di dollari, ossia il 4 per cento degli investimenti, e di questi 534 erano destinati ai paesi sottosviluppati.

Il Giappone aveva investimenti all’estero per 1.000 milioni di dollari, di cui 605, e cioè una percentuale assai elevata, destinati ai paesi sottosviluppati.

Che cosa ci indicano i dati sulle tendenze alla espansione e allo sviluppo di queste società multinazionali?

Secondo il professor Rolfe si può calcolare che il valore patrimoniale degli investimenti esteri non nordamericani (il valore patrimoniale degli investimenti non va confuso con il loro valore totale) raggiungeva nel 1966 un ammontare di circa 50.000 milioni di dollari in valori correnti. Sommando a questi i 40.000 milioni che rappresenterebbero il patrimonio degli investimenti nordamericani avremmo 90.000 milioni di dollari. Questa cifra costituirebbe il totale del patrimonio posseduto all’estero dalle società di tutti i paesi capitalisti. Per sapere ciò che questo rappresenta per quanto riguarda il valore delle vendite realizzate nello stesso anno, dobbiamo moltiplicare per due l’ammontare del valore patrimoniale, il che darebbe un risultato di 180.000 milioni di dollari, valore probabile dell’insieme della produzione di queste imprese, perché, secondo Judd Polk, esisterebbe una relazione di 1 a 2 fra patrimonio e produzione delle imprese.

Se sommiamo a questa cifra gli investimenti di portafoglio e riuniamo la loro produzione secondo questo tipo di calcolo, avremmo un totale di 240.000 milioni di dollari come ammontare possibile delle vendite realizzate dalle imprese che hanno capitale all’estero.

Se mettiamo a confronto questo dato con il valore di tutte le esportazioni di questi paesi, che ammontano a 130.000 milioni di dollari, possiamo calcolare che le vendite delle sussidiarie e affiliate all’estero delle multinazionali sono molto superiori all’insieme delle esportazioni dei paesi che investono in queste società.

Fra il 1966 e il 1970 gli investimenti diretti nordamericani all’estero sono aumentati da 55.000 milioni a 78.000 milioni di dollari. Se aggiungiamo gli investimenti di portafoglio questa cifra si eleva a 105.000 milioni di dollari. Utilizzando la proporzione di 2/1 fra patrimonio e vendite, avremo un calcolo delle vendite totali di queste imprese di 210.000 milioni di dollari, il che rappresenta un valore 5 volte maggiore delle esportazioni nordamericane. Questo distacco è destinato ad aumentare nel futuro, dal momento che le esportazioni aumentano al ritmo del 7 per cento all’anno, mentre la produzione delle sussidiarie all’estero aumenta di circa il 10 per cento all’anno. Il probabile aumento di questi investimenti fino a livelli molto elevati tende a creare una situazione di parassitismo che analizzeremo in seguito e che è stata molto ben riassunta nella seguente affermazione contenuta nello studio, gia ricordato, del Dipartimento del commercio:

« Altro indice dell’importanza degli investimenti esteri degli Stati Uniti è il fatto che, fino al 1968, le entrate nette degli investimenti esteri, i profitti rimpatriati, le royalties e i brevetti, meno gli investimenti diretti usciti, sono stati maggiori dei risultati del conto commerciale. Da questi indici messi a confronto con gli inizi degli anni sessanta, risulta il declino del nostro attivo di esportazioni e il continuo aumento delle entrate nette degli investimenti diretti. Queste ultime contribuirono con 3.500 milioni alla nostra bilancia dei pagamenti nel 1970, in confronto con 2.100 milioni della bilancia commerciale. Se facciamo un confronto con i dati del 1960, che mostrano 4.900 milioni nella bilancia commerciale liquida e 500 milioni di dollari nella bilancia degli investimenti diretti, notiamo che, in questi ultimi anni, la tendenza si è accentuata » 9.

Un altro tipo di calcolo si può fare prendendo in considerazione l’insieme della posizione degli investimenti internazionali degli Stati Uniti alla fine dell’anno, fra il 1950 e il 1970.

In questi calcoli si distinguono gli investimenti diretti a lungo termine, di cui ci siamo occupati, da altri tipi di transazione di capitale, come gli investimenti a lungo termine non diretti (di portafoglio), i diritti e i debiti a breve termine, i crediti del governo e le riserve monetarie. Secondo questi calcoli, gli investimenti internazionali degli Stati Uniti sono cresciuti da 36.727 milioni di dollari a 69.067 milioni nel 1970. Nello stesso periodo il patrimonio delle imprese straniere negli Stati Uniti crebbe da 17.632 milioni di dollari a 97.507 milioni. Si vede perciò che il gran saldo attivo ottenuto dagli investimenti diretti degli Stati Uniti viene fortemente diminuito dal calo delle riserve.

E’ importante segnalare che mentre il patrimonio e gli investimenti internazionali degli Stati Uniti tra il 1950 e il 1970 crescono di quasi due volte (e includiamo tutte le voci del paragrafo precedente), anche il patrimonio e gli investimenti stranieri negli Stati Uniti presentano un forte aumento da 17.632 milioni di dollari nel 1950 a 97.507 milioni nel 1970, un aumento quindi, molto superiore a quello degli investimenti nord-americani all’estero.

Occorre tuttavia ricordare che, mentre gli investimenti nordamericani all’estero tendono ad essere essenzialmente investimenti diretti, i quali sono aumentati di oltre 10 volte negli ultimi anni, per quel che riguarda gli investimenti di imprese straniere negli Stati Uniti sono gli investimenti di portafoglio che sono cresciuti nello stesso periodo di circa 9 volte, mentre gli investimenti diretti sono aumen-tati di circa 4 volte.

Questi dati rivelano che le società multinazionali tendono ad espandersi, a differenziarsi, a farsi più complesse e a mescolare investimenti di diverso tipo che prendono differenti direzioni e si intrecciano. Questi dati confermano anche pienamente la tendenza alla universalizzazione del capitale, che viene ad essere l’aspetto principale delle attività internazionali degli Stati Uniti e porta con sé il fenomeno del parassitismo. Per comprendere il significato di questi movimenti storici e le loro prospettive di sviluppo, è necessario analizzare l’evoluzione storica della cellula base del processo di internazionalizzazione del capitale, e cioè la società multinazionale.

L’evoluzione della società internazionale

Le prime operazioni internazionali delle società capitaliste moderne avvennero nel settore delle esportazioni. Il loro obiettivo — la conquista del mercato — le obbligava a creare filiali all’estero con lo scopo di commercializzare i loro prodotti. Per gran parte del XIX secolo le imprese capitaliste si dedicarono a questo tipo di espansione. Già nella seconda metà del secolo XIX cominciarono a presentarsi nuove possibilità di investimenti all’estero. Il capitalismo era riuscito a creare un mercato di capitali a livello internazionale. Molti paesi meno sviluppati mettevano in vendita, alla borsa di Londra o in altre borse importanti, le azioni delle loro imprese. Diventava perciò possibile comprare azioni di imprese in altri paesi e, attraverso gli investimenti di portafoglio, ottenere il controllo soprattutto delle imprese minerarie ed agricole in altri paesi. Nello stesso tempo il controllo di mercati esteri per l’esportazione comincia ad aver bisogno di una politica più centralizzata e unificata che si effettua attraverso le « holdings » e i cartelli.

Il centro dell’espansione economica di questo periodo è costituito soprattutto dall’Inghilterra e da alcuni paesi europei che, creando una industria di base nella seconda metà del secolo XIX e riuscendo a industrializzare la produzione di macchine, aprirono prospettive di grande espansione per i loro investimenti; nello stesso tempo aumentarono in modo rilevante la domanda di materie prime e di prodotti agricoli. Per soddisfare questo mercato in espansione nei paesi centrali, si sviluppa una importante produzione mineraria e agricola nei paesi periferici, che avevano già una tradizione come esportatori, terre vergini che potevano essere conquistate dai coloni, oppure un’economia agraria tradizionale abbastanza rilevante e una certa esperienza mercantile, in paesi cioè che disponevano di una base per intensificare la loro produzione per l’esportazione.

Si forma così, nella seconda metà del secolo XIX, una economia di esportazione su vasta scala, controllata generalmente da capitalisti del posto o dalle società degli stessi paesi sviluppati. Queste società si trasformarono in un nuovo tipo di impresa, e cioè o in sussidiarie delle società dei paesi dominanti oppure in società costituite al solo scopo di controllare il mercato o la produzione in questi paesi.

Generalmente queste società assumevano le caratteristiche di una « enclave », cioè di un’azienda all’interno di un paese con economia precapitalista che produce essenzialmente per il mercato estero, sviluppando al loro interno una economia particolare con motivazioni capitalistiche molto chiare, ma utilizzando rapporti di produzione generalmente più arretrati di quelli del capitalismo sviluppato.

In generale queste aziende hanno scarsi contatti con l’economia del paese che le ospita. Questi contatti, quando esistono, assumono la forma di pagamento di imposte e di acquisti di prodotti necessari all’impresa, sia per i suoi lavoratori, sia per la sua produzione. Queste imprese hanno perciò un carattere complementare nei confronti dell’economia dominante, e non nei confronti dell’economia dove operano direttamente; da questa ragione deriva loro il carattere di « enclave ». La loro libertà di azione, la loro autonomia amministrativa, il loro isolamento sociale sono così rilevanti che intere regioni vengono plasmate dalla loro direzione quasi autocratica 10.

Nell’America centrale vi sono segni molto evidenti del dominio di questo tipo di società, delle quali la United Fruit fu la più significativa. Sono classici gli esempi di questa identificazione tra l’impresa e certe regioni. Quando ha esaurito le terre di una zona, la società si trasferisce in un’altra, portando via perfino i binari ferroviari. Se ne va la popolazione, se ne vanno le istallazioni, le case, i traffici, e intere regioni, da un giorno all’altro, si trasformano in deserti umani e naturali.

Perfino la moneta circolante all’interno di questa azienda era quasi tutta straniera, dato che riuscivano a risolvere il problema del capitale di giro pagando i lavoratori con gettoni, con i quali dovevano per forza comperare negli spacci della società.

Molte volte i prodotti che vi si vendevano erano importati dagli stessi paesi d’origine della casa madre e si riusciva così ad evitare la necessità di disporre di capitale di giro per pagare i lavoratori. Per quel che si riferisce ai tecnici in generale, molto spesso venivano pagati in dollari o nella moneta del paese dominante; essi vivevano in questi paesi, o più precisamente in queste aziende, in queste « enclaves » dei paesi dipendenti, come in una propaggine della loro casa e del loro paese, in contatto molto più stretto con la cultura, l’economia e la società proprie che con quelle del paese dove era collocata l’« enclave ».

Questo tipo di società non era molto complesso, dato che era quasi un’estensione all’estero della casa madre. Minimo era lo sforzo di adattamento al paese che l’ospitava, come pure minima era la dipendenza dall’economia di tale paese. Logicamente, sorgevano problemi politici con le classi medie dei paesi dipendenti che, per un lungo periodo, svolsero una politica di opposizione antimperialista, criticando il carattere di semplice sfruttamento delle « enclaves », che non lasciavano quasi niente di questo sfruttamento per i lavoratori locali e per le classi medie e la borghesia del paese.

Per questo motivo, le classi medie arrivarono fino ad appoggiare l’organiz-zazione dei lavoratori contro i loro padroni, perché potessero ottenere migliori condizioni nelle trattative con essi.

Parallelamente a questi investimenti, che avevano lo scopo di sviluppare la produzione per servire il mercato dei paesi dominanti, si sviluppa anche un altro tipo di investimenti con fini più commerciali, e cioè, fondamentalmente, quello di facilitare la vendita dei propri prodotti all’estero. Questi investimenti vengono effettuati sia nelle economie sviluppate che in quelle sottosviluppate e servono principalmente a portare a termine il prodotto per mezzo di fabbriche collegate all’apparato commerciale, esportatore, che generalmente li precede.

Già negli anni ’20 e ’30 si impiantarono le prime fabbriche di montaggio per le auto e altri prodotti che avevano bisogno di una linea di montaggio più complessa. Si venne a formare così un nuovo tipo di investimenti all’estero, con lo scopo di servire i mercati interni dei paesi sviluppati e sottosviluppati.

Nel periodo postbellico gli investimenti sia degli Stati Uniti sia dell’Europa si orientano di nuovo, in maniera definitiva, verso i settori industriali dei paesi sviluppati e dipendenti. Le ragioni sono le seguenti:

1) la ripresa economica dell’Europa, che apre enormi prospettive di investimenti, e lo sfruttamento da parte delle grandi società nordamericane, dei vantaggi relativi di cui disponevano per utilizzare questa ripresa come strumento di espansione dei loro investimenti;

2) nei paesi dipendenti il progresso industriale, raggiunto negli anni ‘30, per gli effetti della crisi del 1929, aveva impedito il controllo diretto dei mercati di questi paesi attraverso le esportazioni dai paesi dominanti. Si era sviluppata un’industria locale per servire il mercato interno e tutto un apparato di leggi e di politiche governative per favorire questo sviluppo, con il forte appoggio della classe operaia e/o contadina e delle classi medie.

In questo modo, il ritorno degli investimenti in questi paesi, nelle condizioni favorevoli createsi nel dopoguerra per l’investimento estero nordamericano, esigeva una riconversione verso i settori industriali sollecitati dai loro mercati interni.

Oltre alle restrizioni all’importazione di prodotti lavorati, che obbligavano a produrli all’interno, si presentavano una serie di vantaggi relativi che rendevano questi investimenti quanto mai favorevoli e interessanti. Da una parte i prezzi imposti dal protezionismo erano molto alti, dall’altra la mano d’opera e i costi industriali erano molto bassi. Nell’ansia di attirare il capitale straniero, i governi dipendenti si affannavano a dare « aiuti » e concessioni di ogni tipo. Infine il mercato interno, pur essendo relativamente piccolo, era costituito da una classe media e una borghesia ricche e in espansione.

I dati relativi a questo aspetto sono abbastanza indicativi:

nel 1929 gli investimenti nordamericani nell’industria mineraria ed estrattiva erano di 1.200 milioni di dollari; nel 1950 di 1.100 milioni di dollari; nel 1970 di 6.100 milioni di dollari. Vi fu forse un certo rallentamento in questi investimenti tra il 1929 e il 1950 e una certa ripresa dopo gli anni ’50, ma, in molti casi, i nuovi investimenti nell’industria mineraria ed estrattiva hanno un carattere abbastanza diverso da quello degli anni precedenti; molte volte sono destinati a servire anche mercati interni e non solamente per l’esportazione. Tuttavia, per quel che riguarda la partecipazione relativa degli investimenti nell’industria mineraria ed estrattiva essi passarono dal 16 per cento al 9,3 per cento nel 1950 e al 7,8 per cento nel 1970.

Il petrolio è un altro importante settore di investimenti che mantiene ancora la sua importanza, soprattutto per il rinnovamento subito in conseguenza dell’espansione dell’industria petrolchimica, che ne ha fatto la base di una delle più importanti industrie moderne. Per questo pensiamo che non tutti gli investimenti odierni nel settore petrolifero da parte delle grandi società sono diretti all’esportazione; una parte è diretta al mercato interno dei paesi dove risiedono, pur trattandosi di una percentuale molto inferiore. Nel 1929 questi investimenti erano di 1.100 milioni di dollari; nel 1950 di 3.400, milioni di dollari; nel 1970 di 21.800 milioni di dollari. Abbiamo quindi una percentuale del 14,7 per cento per il 1929; del 18,8 per cento per il 1950; del 27,9 per cento nel 1970, degli investimenti nordamericani all’estero.

Gli investimenti nelle industrie manifatturiere che erano di 1.800 milioni di dollari nel 1928, arrivano a 3.800 milioni di dollari nel 1950 e a 32.000 milioni nel 1970. La partecipazione passa dal 24 per cento nel 1929 al 32,2 per cento nel 1950 e al 41,2 per cento nel 1970, venendo ad essere la voce principale degli investimenti nordamericani all’estero nel 1970.

La voce «altri», che comprende agricoltura, commercio, ecc., è abbastanza importante, ma in passato lo era molto di più.

Nel 1929 era di 3.400 milioni di dollari, nel 1950 di 3.500 e nel 1970 di 17.900 milioni di dollari; la sua partecipazione scende quindi dal 45,3 per cento al 29,7 per cento e al 23 per cento.

Questi dati generali sugli investimenti nordamericani dal 1929 al 1970 11 ci dimostrano con estrema chiarezza l’importanza relativa raggiunta dagli investimenti industriali negli ultimi anni. Analizzando la situazione degli investimenti mondiali di tutti i paesi dell’Ocse (cioè Belgio, Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Olanda, Svezia, Svizzera, Regno Unito e Stati Uniti) notiamo che nel 1966, mentre l’industria mineraria e estrattiva rappresentava il 7 per cento, quella manifatturiera occupava già il primo posto con il 40 per cento e la voce « altri » raggiungeva il 24 per cento. Però, per quel che riguarda le regioni sottosviluppate, il petrolio occupava una posizione di privilegio, dato che vanno compresi gli investimenti del Medio Oriente che sono quasi esclusivamente nel settore petrolifero.

Perciò il petrolio rappresenta il 40 per cento dell’insieme degli investimenti dei paesi della Ocse all’estero nel 1966, mentre l’industria mineraria ed estrattiva raggiungeva il 10 per cento, la manifatturiera il 27 per cento e la voce « altri » il 23 per cento.

E’ interessante mettere in rilievo che gli investimenti nel settore petrolifero sono così significativi a causa dell’incidenza relativa del Regno Unito, i cui investimenti nei paesi sottosviluppati sono così ripartiti: 35 per cento nel settore petrolifero, 23 per cento nell’industria manifatturiera e il 37 per cento nella voce «altri», che comprende importanti investimenti agricoli nei paesi dipendenti dall’Inghilterra. E’ chiaro quindi che accanto a un settore nuovo e importante permangono le forme tradizionali di investimento. Invece un paese come la Germania mostra un orientamento molto marcato verso il settore industriale, dato che, su un totale di investimenti di 2.500 milioni di dollari di cui 845 nei paesi dipendenti, 645 vengono destinati all’industria. Su un totale di 2.100 milioni di dollari investiti nei paesi dipendenti, gli investimenti francesi nel settore industriale sono di 1.280 milioni di dollari.

Questi dati rivelano che, ancor oggi, settori come il petrolio sono abbastanza caratteristici, ma indicano pure che si è creata una struttura economica nuova degli investimenti all’estero e dimostrano che la maggior parte di essi, soprattutto negli ultimi anni, è stata destinata soprattutto al settore industriale, al settore commerciale e ai servizi e, qualche volta, anche al settore agricolo che serve il mercato interno dei paesi dove sono diretti gli investimenti.

Questa tendenza dominante negli anni ‘50 e al principio degli anni ‘60 rappresenta un cambiamento molto significativo anche nella struttura delle imprese. Quella che oggi chiamiamo società multinazionale è soprattutto il risultato di questo fenomeno che porta al superamento delle economie di « en-clave », da noi precedentemente analizzate.

La nuova situazione che si è venuta a creare comporta un cambiamento qualitativo rispetto allo studio precedente, per quel che concerne il funzionamento delle leggi economiche. Il mercato interno dei paesi ai quali sono destinati questi investimenti presenta una dinamica economica che ha proprie leggi di sviluppo. La sussidiaria, che viene ad integrarsi in questa economia per servire le necessita di mercato, non può più comportarsi secondo il modello astensionista che era caratteristico

dell’« enclave ». Essa deve prendere in considerazione le leggi economiche che regolano questa economia, la distribuzione delle entrate, le possibilità di espansione economica, di nuovi investimenti; deve legarsi, in un certo modo, al mercato finanziario per ottenere il suo capitale di giro; deve vincolarsi alla realtà politica di questi paesi, che è influenzata dalla politica economica nel suo insieme. La politica economica, infatti, agisce sull’inflazione, sulla politica dei crediti e su tutti gli aspetti del normale funzionamento dell’economia dei paesi in cui la società opera.

I vincoli organici con le economie « ospitanti »

Il contatto con l’economia « ospitante » (come viene chiamata da alcuni studiosi nordamericani l’economia che è vittima del processo di sfruttamento di queste società) si fa perciò molto più profondo e organico. Sia per ragioni di ordine economico, sia a causa della politica economica vigente, le imprese straniere sono costrette a rifornirsi di certi prodotti (a volte, anche della totalità dei prodotti che consumano) sul mercato locale. Restringiamo l’analisi di questo problema al caso delle economie dipendenti, nelle quali si avvertono più direttamente gli effetti dei vincoli tra le società multinazionali e i mercati locali.

Si comprendono agevolmente i motivi di carattere economico che portano a questi cambiamenti considerando che molte imprese si trasferiscono nei paesi dipendenti a causa della vicinanza di alcune materie prime, che consente di diminuire non solo il costo dei trasporti ma anche altri costi, il che giustifica l’utilizzazione dei rifornimenti locali. Ma non sempre l’approvvigionamento sul posto viene utilizzato in modo esteso, dato che molte volte le imprese preferiscono rifornirsi a prezzi più alti presso le loro case madri o presso altre ditte dello stesso gruppo economico nei paesi sviluppati, allo scopo di approfittare di alcuni espedienti fiscali, come i sovrapprezzi, oppure per l’interesse a trasferire i profitti nei paesi sviluppati, dove hanno maggiori occasioni di investimento.

D’altra parte, le industrie nei paesi sviluppati vivono in un costante stato di sottoutilizzo, dato che è più vantaggioso aumentare le vendite attraverso gli acquisti delle proprie sussidiarie piuttosto che creare delle nuove imprese. Per tutti questi motivi, e ancor più per pressioni esercitate dallo Stato e per altri interessi nazionali del paese di origine, le società multinazionali tendono a rinviare il processo di sfruttamento e collegamento con i rifornimenti locali, soprattutto di prodotti più industrializzati.

Le ragioni di politica economica sono molto più forti: in generale i governi di tipo « sviluppista » esigono che le filiali e le sussidiarie che si installano nei loro paesi si riforniscano sul mercato locale. Vi sono settori nei quali si pone maggiormente l’accento, com’è il caso dell’industria senza casa madre, per la quale molti paesi dipendenti hanno chiari programmi di nazionalizzazione della produzione per formare un nucleo industriale, in vista di raggiungere uno sviluppo economico.

II finanziamento è un’altra forma di contatto delle società con l’economia « ospitante ». Generalmente le sussidiarie sono create attraverso un sistema di credito internazionale, per cui i paesi dominanti (specialmente gli Stati Uniti) finanziano i governi locali perché essi trasferiscano questo finanziamento a imprese nordamericane, le quali lo utilizzano per l’acquisto di macchinari e di altri prodotti di base nel paese che ha concesso il credito. L’operazione si articola così in 4 fasi circolari: gli Stati Uniti aprono un credito, attraverso qualcuna delle istituzioni bancarie internazionali di cui dispongono (o il credito viene aperto da una istituzione multinazionale sotto controllo nordamericano) per il finanziamento di una determinata società, come ulteriore investimento di capitale, oppure per creare una nuova società.

Il governo del paese che riceve l’aiuto (grato per l’aiuto che favorisce il suo sviluppo, ecc.) si assume la responsabilità del debito, ma poiché l’aiuto é destinato a un determinato investimento, viene trasferito all’impresa sussidiaria o a una impresa mista con capitali nazionali o statali. Nei due casi di società mista si deve ricordare che l’aiuto si trasferisce verso il capitale degli azionisti stranieri che si associano a quelli nazionali o allo Stato. Lo Stato partecipa infatti con la sua parte, la società nazionale con un’altra e la parte dell’aiuto viene destinata chiaramente a formare il capitale della società straniera che si installa nel paese 12. Così si completa la seconda fase, il che significa, come abbiamo visto, che lo Stato del paese ospitante assume la responsabilità finanziaria del debito della società beneficiaria, che è straniera.

La terza fase è il trasferimento del contenuto reale di questo «aiuto». In realtà, esso è solo un credito che permette di importare determinati prodotti, in generale macchinari e installazioni. Possiamo quindi concludere dicendo che il circolo si chiude con questa terza fase e ci si accorge che il contenuto reale dell’«aiuto» è una semplice esportazione di merci con credito dello Stato, con interessi abbastanza alti, destinato alle sussidiarie americane all’estero, garantito dagli Stati dipendenti.

Queste spese per investimenti sono vincolate e le merci devono essere comprate nel paese che da l’aiuto.

Con questo meccanismo il governo finanzia le società del suo paese che hanno bisogno di vendere i loro prodotti all’estero.

I prezzi che si pagano per queste merci sono determinati da condizioni altamente monopolistiche e al di fuori di ogni concorrenza sul mercato internazionale. Non occorre analizzare qui il risultato di queste forme di «aiuto» ai paesi dipendenti.

E’ importante segnalare tuttavia che questo tipo di finanziamento presuppone un vincolo tra la sussidiaria all’estero e il governo del paese « ospitante » nonché con i suoi programmi di sviluppo economico; ciò é tanto più importante quanto maggiore è la sua autonomia relativa e la sua capacità di decisione autonoma. Questo vincolo rappresenta qualche cosa di nuovo nei paesi dipendenti e comporta in un certo senso la sottomissione del gran capitale a leggi economiche nuove, nelle quali il capitalismo di stato dei paesi dipendenti ha un peso molto significativo. Perché un’impresa funzioni occorre il capitale di giro per pagare gli operai, i lavoratori in genere e certe materie prime che si trovano sul mercato locale. Questo capitale funziona con moneta del posto e perciò deve essere raccolto sul mercato dei capitali; si crea così un legame con il sistema bancario del paese « ospitante ». A questo scopo si utilizza molte volte un sistema bancario straniero, creato attraverso filiali bancarie, che sono molte volte legate agli stessi gruppi economici ai quali appartiene l’impresa. Ciò significa che il sistema bancario multinazionale non funziona solamente per finanziare operazioni di carattere internazionale, ma anche per finanziare operazioni chiaramente legate al mercato locale.

Questo sistema bancario comincia anche a raccogliere gran parte del risparmio locale, trasformandosi così in un concorrente della banca locale e creando una società multinazionale di tipo finanziario. Le conseguenze dello sviluppo di tali vincoli finanziari sono molto evidenti nel caso dell’Europa, dove non solo le banche multinazionali intervengono profondamente nella vita locale dei vari paesi, ma sono anche legate. in maniera diretta alla formazione di un mercato finanziario parallelo, cioè gli eurodollari. Nei paesi dipendenti questo processo è ancora agli inizi, ma tende a svilupparsi.

Un altro tipo di legame con l’economia ospitante che si produce nelle nuove condizioni di internazionalizzazione del capitale è costituito dallo sviluppo del processo di commercializzazione. Questo processo ha vari aspetti e comprende non solo la vendita del prodotto a un intermediario o direttamente a un consumatore, ma anche la creazione di un apparato commerciale, costituito sia da imprese che effettuano la commercializzazione sia da personale destinato a questo ramo di attività, che crea vincoli concreti col processo economico locale.

Ma oggi la commercializzazione é intimamente legata alla pubblicità dei prodotti, il che comporta la creazione di un sistema di preparazione di annunci economici o di una agenzia pubblicitaria. La commercializzazione è anche legata a operazioni di « marketing » più ampie, per le quali è necessario un sistema di analisi di mercato assolutamente indispensabile per le odierne operazioni capitaliste. A tutto il sistema di analisi di mercato e di pubblicità, sono legati i problemi di presentazione dei prodotti che, come sappiamo, non riguardano solamente l’aspetto esterno dell’involucro, ma anche la presen-tazione del prodotto stesso, specialmente per quanto riguarda i prodotti di consumo di massa.

Questo porta, di conseguenza, alla necessità di installare un sistema minimo di ricerca e sviluppo (molto più di sviluppo, che di ricerca) per assicurare il funzionamento di un buon sistema di marketing che permetta di essere competitivi sul mercato locale. Questa competitività ha possibilità immediate o potenziali tranne nel caso dei produttori dei paesi sottosviluppati senza grandi prospettive; ma soprattutto le ha per le società di paesi sviluppati le quali sono in grado di competere sia sui mercati dei paesi sviluppati sia su quelli dei paesi sottosviluppati.

Nella misura in cui è necessario assicurare il grado di controllo economico raggiunto precedentemente, si fanno sempre più forti le tendenze ad aumentare il grado di articolazione dei gruppi internazionali con i mercati locali dei paesi «ospitanti».

Le possibilità di mantenere questo controllo sono aumentate, perché gli alti tassi di profitto generano grandi eccedenze finanziarie che possono essere reinvestite nel paese « ospitante » senza impedire una grande mobilità finanziaria a livello internazionale. Nello stesso tempo bisogna soddisfare le esigenze di espansione della sussidiaria sul mercato locale per mantenere la sua capacità competitiva e anche, evidentemente, per sfruttare le possibilità di investimento che offrono questi paesi.

Ci troviamo quindi davanti a due ordini di problemi. Il primo, si riferisce al trasferimento dei profitti, i quali comportano un rapporto tra monete e, quindi, legano molto strettamente le società agli interessi finanziari dei paesi in cui operano. Il capitale straniero arriva a interessarsi in maniera molto diretta alla politica finanziaria da due punti di vista. Da un lato, si rende necessario il dominio dei fattori della congiuntura, il che esige la conoscenza e la previsione dei mutamenti del valore delle monete. D’altro lato è indispensabile influire sulla politica finanziaria a più lungo termine.

Per il primo punto, le società multinazionali hanno bisogno di un apparato di esperti finanziari, che permetta di controllare le oscillazioni del valore delle monete a livello internazionale, in modo da poter spostare il denaro da un paese all’altro a seconda delle variazioni che intervengono nei cambi. Per quel che riguarda la politica a lunga scadenza, le società hanno interesse ad influire sulla politica locale per poterla dirigere in modo da rendere più facile la libera entrata ed uscita dei profitti.

A tale scopo le società multinazionali parlano oggi in nome di un nuovo liberalismo (posizione difesa dalla commissione speciale della Ocse che si dedica allo studio dei movimenti di capitali), che renda più facile le operazioni internazionali della società, l’entrata e l’uscita di denaro non solo in grandi quantità costituite dai profitti annuali, ma anche in denaro liquido (hot money).

Questo permetterebbe una forte mobilità del capitale a livello internazionale. Malgrado l’aspetto più speculativo che propriamente imprenditoriale di questo tipo di operazioni, esse rappresentano gran parte dell’attività degli amministratori delle società.

Allo stesso modo, la necessità di orientare correttamente i reinvestimenti esige una conoscenza molto approfondita del mercato locale. Alle società multinazionali interessa ottenere i migliori risultati finanziari dai mercati locali e sfruttare al massimo le possibilità di nuovi investimenti, soprattutto quando offrono tassi elevati di profitto.

Per sviluppare un efficiente programma di investimenti locali, bisogna disporre di un apparato per le ricerche di mercato, con un buon livello di previsione, di una conoscenza dell’economia nazionale e di una certa influenza sulla politica economica, che consentano di sfruttare correttamente le possibilità di investimento.

Tutti questi meccanismi portano alla formazione di uno stretto legame con l’economia locale, per potere utilizzare positivamente i vantaggi relativi che offre la condizione di multinazionale ai fini del dominio dei mercati locali.

Vediamo perciò che le società multinazionali, quando ampliarono l’area di operazione delle società internazionali e indirizzarono la produzione verso i mercati locali, crearono un nuovo ordinamento nell’economia dei paesi dove si trasferirono le loro sussidiarie.

Esse stabilirono nuovi legami di carattere economico, sociale e politico con tali economie. Questi legami incidono sul loro funzionamento interno e su quello del paese « ospitante » e aprono un nuovo capitolo nella storia delle relazioni economiche internazionali.

Si deve sottolineare che l’importanza dei cambiamenti di funzionamento studiati è molto maggiore nei paesi dipendenti che in quelli che avevano già raggiunto un maggior grado di sviluppo.

La dinamica creata da questi legami organici con le economie locali è tanto più determinante per la vita del paese quanto minore è il suo sviluppo economico precedente.

I paesi dipendenti hanno una struttura produttiva molto debole, una classe dominante nazionale dominata dal capitale internazionale, una autonomia di decisione economica minima.

Per tutti questi motivi l’invasione della società multinazionale attraverso gli investimenti nei mercati locali distrugge le basi di resistenza del capitale nazionale e crea una nuova classe dominante, così come comincia a determinare la dinamica dell’insieme del suo sviluppo economico, aprendo una nuova tappa nella sua evoluzione storica. I fenomeni accennati meritano perciò un’analisi più approfondita, per l’importanza degli effetti che essi producono sul piano nazionale e internazionale.

La società multinazionale è il nucleo di una nuova economia mondiale e bisogna analizzare più da vicino le contraddizioni che racchiude nel suo complesso sviluppo.

Le contraddizioni del multinazionalismo

Dalle analisi fatte risulta evidente che la sussidiaria che si orienta verso un mercato locale segue una dinamica diversa da quella delle società del tipo « enclave » che dominarono l’economia mondiale fino al 1945, e si differenzia anche dalle filiali destinate alla vendita o a certi processi finali di produzione, ossia le fabbriche di « assemblaggio ». Questa dinamica è condizionata in buona parte dalle leggi di sviluppo della economia di montaggio dove è avvenuto il trasferimento del capitale. Questo condizionamento è tanto maggiore quanto maggiori sono lo sviluppo dell’economia del paese che riceve il capitale e l’autonomia relativa del suo mercato interno. Anche nel caso dei paesi dipendenti abbiamo un condizionamento da parte della struttura del mercato locale che subordina alle sue leggi la società multinazionale.

Il fattore determinante del funzionamento della società multinazionale continua ad essere l’interesse del grande capitale, che nasce dalla struttura economica dei paesi dominanti e soprattutto della potenza egemone nel sistema internazionale.

Questa struttura è strettamente intrecciata con l’economia internazionale che essa egemonizza. D’altra parte la società multinazionale rappresenta una unità economica in una certa misura autonoma dalla economia dominante. Gli interessi dell’insieme delle sue operazioni internazionali determinano la sua condotta più immediata e creano una struttura di rapporti cellulari che, pur essendo determinati dalla struttura capitalista internazionale, formano la rete di rapporti fondamentali sopra i quali poggia questa struttura. All’interno della società multinazionale si mescolano e tentano di conciliarsi gli interessi contraddittori creati da questi tre livelli strutturali: l’economia locale, l’economia dominante e la società multinazionale.

La lotta per coordinare le dinamiche che orientano queste istanze, nel quadro dell’economia capitalista internazionale, comporta un nuovo ordine di problemi che si esprime attraverso l’insieme di contraddizioni che la società multinazionale deve affrontare.

La società multinazionale, intesa come una organizzazione internazionale, ha interessi, strategia, organizzazione e finanziamento propri. Da questo punto di vista ha i suoi interessi specifici all’interno dell’economia mondiale. Cosicché, teoricamente, potremmo pensare che la società multinazionale operi con un criterio diverso da quello dell’economia del paese dove ha il suo centro di operazioni. Sappiamo, tuttavia, che questa indipendenza della società multinazionale è relativa, dato che la sua forza economica è in gran parte basata sul potere dell’economia nazionale da cui essa prende l’avvio. Nello stesso tempo le sussidiarie sono sottoposte alla dinamica globale della società multinazionale e, insieme, alla capacita economica e alle leggi di sviluppo dell’economia in cui operano. Perciò la tendenza a sviluppare le sussidiarie in direzione del mercato interno, le fonti di rifornimento locale e la nazionalizzazione della produzione vengono a trovarsi in contrasto sia con gli interessi della società nel suo insieme, sia con quelli dell’economia del paese dominante.

La società multinazionale, presa nel suo insieme, non vuole essere costretta a fare investimenti complementari per garantire il controllo dei mercati nei quali si trasferisce; il suo interesse è di far circolare il capitale non in funzione della integrazione economica delle strutture locali, ma per accrescere l’ammontare e il tasso dei suoi profitti a livello internazionale.

La società vuole conservare una grande facilità di trasferimento dei suoi profitti verso altre regioni. Questo fatto entra in contraddizione con gli interessi della economia locale presa nel suo insieme, perché il suo sviluppo può continuare solamente per mezzo di stimoli artificiali e del protezionismo, dato che il suo mercato interno é ristretto e non permette un alto tasso di investimenti.

Se la società multinazionale segue le leggi della libera concorrenza internazionale, avrà la tendenza a reinvestire i profitti non nei paesi dipendenti, ma in quelli che offrono grandi mercati interni in espansione. I vantaggi della manodopera a buon mercato e delle protezioni tariffarie che permettono di ottenere alti tassi di profitto nei paesi dipendenti vengono ad essere annullati dalla limitatezza dei mercati che essi presuppongono.

D’altro canto, le economie dei paesi dominanti hanno interesse a mantenere le loro esportazioni a un livello elevato.

Queste esportazioni possono anche essere stimolate a breve scadenza dagli investimenti all’estero — soprattutto nei paesi dipendenti — quando aumenti il consumo di macchinari, attrezzature e materie prime industrializzate. Questa situazione cambia, tuttavia, nella misura in cui tali paesi riescono a produrre questi macchinari, attrezzature e materie prime industrializzate, dando un nuovo drastico orientamento al commercio mondiale.

Le economie dei paesi dominanti, prese nel loro insieme, risentono perciò dello sviluppo economico dei paesi dipendenti quando esso assume una forma capace di portare all’autonomia. Per queste contraddizioni, la classe dominante dei paesi dominanti cerca di conciliare questi opposti interessi orientando lo sviluppo economico dei paesi dipendenti in modo da renderlo più compatibile con l’interesse a conservare la potenza dell’economia dominante dove il capitale internazionale ha le sue basi più solide e ad aumentare la capacita di movimento di questo stesso capitale internazionale.

Ma ciò non risolve del tutto le contraddizioni del multinazionalismo, poiché questa libertà d’azione del capitale lo porta ad aumentare i suoi investimenti nelle economie capitaliste più dinamiche, che non sono né quelle dei paesi dipendenti, né gli Stati Uniti, ma altri paesi capitalisti avanzati.

Questa situazione fa aumentare gli investimenti riguardanti questi paesi a scapito degli Stati Uniti. In ogni modo la piena liber di movimento del capitale internazionale entra in conflitto con gli interessi del suo centro egemonico, tende a indebolirne l’economia e rende più profonde le sue contraddizioni interne.

Per far fronte a interessi così complessi che si manifestano al suo interno, la società multinazionale deve garantire il controllo assoluto sulle sue sussidiarie, che potrebbero seguire gli interessi locali e pregiudicare, in futuro, la base di potere della casa madre.

Nasce, così, un importante problema di controllo e la società madre comincia ad operare, in gran parte, in funzione del dominio che può esercitare sulla sussidiaria.

La sua politica finisce per essere guidata più dalle esigenze di controllo che da quelle che presenta il mercato e dalle possibilità di sviluppo. Questa contraddizione può portare l’impresa sussidiaria a una situazione di impotenza nei confronti delle esigenze dell’economia dei paesi dove si trova, nei confronti della concorrenza degli investitori nazionali e di altri paesi dotati di maggiore elasticità e possibilità di sviluppare il campo specifico in cui si produce una situazione di immobilità. La contraddizione diventa più acuta quando la società nel paese « ospitante », sia esso sviluppato o anche dipendente con un certo grado di sviluppo, comincia ad avere la possibilità di competere con la società madre attraverso le esportazioni verso altri mercati. In queste condizioni l’impresa sussidiaria comincia a competere con la società dominante non solo sul mercato specifico in cui opera, ma anche su altri mercati. Nei paesi piccoli questo fenomeno ha poca importanza; ne ha invece nei paesi dominanti o nei paesi sottosviluppati con un certo livello di potenzialità economica.

Questa situazione si produce di frequente come risultato della logica di sviluppo della impresa capitalista, che cerca di superare il suo mercato iniziale e di ampliarlo costantemente.

D’altra parte, gli stessi interessi delle economie nazionali, nel senso di aumentare le loro esportazioni, creano una dinamica oggettiva che le società sussidiarie sono costrette a seguire per non essere emarginate. Per questo motivo diventa necessario un forte controllo monopolistico dei mercati locali e delle politiche economiche dei loro governi, per permettere alla società di controllare queste tendenze. Come vedremo, il grande capitale non ha motivo di opporsi sistematicamente a questa tendenza. L’iniziale atteggiamento di resistenza è progressivamente sostituito da un riconoscimento delle leggi di sviluppo e dall’intento di incanalare questo processo a favore dei propri interessi, sebbene questo implichi il sacrificio di certe posizioni e della propria base nazionale di potere, cioè gli Stati Uniti come economia dominante.

Vedremo come la strategia ideata cerchi di assicurarsi con altri mezzi questa egemonia.

Una sussidiaria ha scarse possibilità di liberarsi e vi sono leggi internazionali abbastanza forti per garantire il controllo da parte della società madre; ma, evidentemente, in circostanze politiche eccezionali, questo controllo può cambiare, questa capacità di controllo può essere messa in discussione. Di conseguenza, la società dominante deve preoccuparsi di impedire uno sviluppo eccessivo della sussidiaria, che potrebbe permetterle di trasformarsi in una sua concorrente. Studiando i problemi di organizzazione vedremo quali forme abbiano cercato le società per assicurarsi questo controllo. Ci sono, tuttavia, altre alternative, seguite da alcune società o gruppi economici, che favoriscono una più vivace concorrenza interna tra le loro sussidiarie, poiché il controllo finanziario resta in mano al gruppo centrale. Queste tendenze sono in corso e ancora non si sa che risultato daranno.

Nella misura in cui si sviluppano senza un sicuro orientamento, le contraddizioni cui si è accennato tendono a creare un’anarchia sempre meno controllabile nel mercato mondiale, portando i paesi capitalisti a un confronto fra di loro e con le società multinazionali.

Per questo la teoria economica borghese, i suoi politici, ideologi ed esperti hanno cercato di ridare rapidamente un orientamento a questa nuova economia internazionale che nasce con il multinazionalismo. Dobbiamo perciò studiare più a fondo i nuovi rapporti di scambio che lo sviluppo della società multinazionale crea a livello internazionale.

La società multinazionale e la divisione internazionale del lavoro

Nella lotta tra la società madre e la sussidiaria si rispecchiano le contraddizioni più profonde tra l’economia del paese egemone, le altre economie dominanti e le economie dipendenti.

Queste contraddizioni si manifestano, a livello della economia internazionale, attraverso i rapporti che stabiliscono tra di esse.

Questi rapporti hanno la loro infrastruttura nella divisione internazionale del lavoro, che cerca di rendere compatibili le diverse economie nazionali in un sistema di riproduzione internazionale della economia.

Le contraddizioni che nascono dallo sviluppo del multinazionalismo avevano trovato una prima soluzione negli anni ’50 e all’inizio degli anni ’60. Questa soluzione si basava sullo scambio di macchinari, attrezzature e materie prime lavorate da parte dei paesi dominanti, contro materie prime e prodotti agricoli da parte dei paesi dipendenti. Vediamo in maniera particolareggiata questa forma di scambio.

Per quanto concerne i paesi sviluppati si presentavano due nuove grandi voci di esportazione; il che non significava porre fine completamente alle antiche esportazioni di prodotti di consumo finali, ma sostituirli progressivamente, nella misura in cui la loro produzione si sviluppava alla periferia del sistema.

La prima voce è l’esportazione di macchinari e attrezzature industriali, commerciali e di servizi. Investire in un paese che non ha un settore sviluppato per la produzione di macchine, comporta una domanda di questi beni di produzione nei paesi sviluppati. La vendita di queste macchine viene generalmente controllata dai grandi gruppi economici; inoltre, i crediti per il finanziamento si ottengono presso le banche o presso i governi controllati da questi gruppi. In molti casi i macchinari e le attrezzature che si trasferiscono nei paesi dipendenti sono già stati usati dalla società che effettua gli investimenti e che realizza, in questo caso, un buon affare, rinnovando contemporaneamente le sue istallazioni.

Le materie prime industrializzate che si esportano nei paesi dipendenti costituiscono la seconda voce di esportazioni, che riscatta il carattere di complementarità di queste economie. Montare una industria comporta l’utilizzazione di certe formule o la necessita di un tipo specifico di materie prime semi-industrializzate. Gran parte degli investimenti di petrolio raffinato furono fatti nel settore dell’industria chimica che utilizza direttamente materie prime industrializzate; ma questo accade anche in altri settori, come quello tessile, della gomma, ecc. Quando unità di produzione si istallano in altri paesi, aumenta il consumo di queste materie prime lavorate e aumenta così il commercio di questi prodotti tra il paese che fa l’investimento e quello che lo riceve, nella misura in cui le società preferiscono rifornirsi dalla casa madre. Qualche volta succede che si riforniscano da qualche sussidiaria, un fenomeno del resto frequente negli ultimi anni, come risultato naturale dell’avanzata del multinazionalismo.

D’altra parte bisogna notare anche che gran parte di questi acquisti di materie prime vengono effettuati all’interno di una stessa società o di uno stesso gruppo economico, trasformandosi così in una operazione interimprenditoriale a prezzi artificiali, che permette di assicurarsi forme indirette di trasferimento di profitti attraverso il sovrapprezzo e offre nel contempo degli espedienti per evadere l’imposta sul reddito nel paese dove opera l’impresa.

In questo modo la politica di sviluppo, che cercava di stimolare l’ingresso del capitale straniero nel settore industriale, il miglioramento dei prezzi dei prodotti esportati, i prestiti internazionali e gli « aiuti » economici, veniva a costituire un insieme di misure complementari intese a formare una unità di interessi, sul piano internazionale, tra paesi dipendenti e paesi dominanti, che si esprimeva nella divisione del lavoro tra esportatori di materie prime e prodotti agricoli da una parte, ed esportatori di macchinari, di attrezzature e materie prime industrializzate dall’altra. La condizione per mantenere questa divisione del lavoro era che non si sviluppassero nei paesi dipendenti i settori di produzione di macchinari, attrezzature e materie prime industrializzate. Abbiamo visto tuttavia che la logica stessa dello sviluppo economico capitalista entrava in contraddizione con queste limitazioni e si scontrava con gli interessi immediati del grande capitale.

Questa complementarietà dimostra così il suo carattere provvisorio. Primo: perché le economie dipendenti esercitano una pressione crescente nel senso che i rifornimenti e i settori economici complementari si sviluppano in questi paesi. Secondo: perché l’industria di macchinari tende anch’essa a svilupparsi con questo fine. Terzo: perché la stessa sussidiaria della società multinazionale, avendo la necessita e la possibilità di fare nuovi investimenti e trasformandosi in un importante acquirente di certi prodotti, finisce con l’essere interessata a creare questi settori complementari, allo scopo di ottenere i prodotti a prezzi più bassi. Infine un effetto molto più importante ed essenziale: si viene progressivamente a creare la possibilità di dominare la forza lavoro a livello internazionale, a prezzi molto più bassi, con facilitazioni di commercializzazione, con potenziale istallato non utilizzato, con appoggi governativi sempre più sostanziosi per una politica di sviluppo economico basato sul capitale straniero, con l’annullamento dell’opposizione nazionale borghese, che si raggiunge soprattutto negli anni ’60, e con la formazione di una burocrazia tecnocratica e militare « sviluppista », che si identifica strettamente con gli obiettivi del capitale internazionale.

Tutti questi fattori concorrono a creare la possibilità reale che queste industrie dei paesi dipendenti, oltre ad orientarsi verso il loro mercato interno, si trasformino anche in importanti società di esportazione, sia per aree più arretrate o vicine, sia per aree controllate economicamente e politicamente da paesi intermediari degli Stati Uniti, sia per sfruttare vantaggi relativi all’interno di una comunità economica (come l’Inghilterra rispetto al Commonwealth o le sue ex colonie africane integrate nel Mercato Comune), sia, infine, per sfruttare il vasto mercato nordamericano, gran consumatore di prodotti che hanno bisogno di molta manodopera e che sono cari e di cattiva qualità negli Stati Uniti. Per tutti questi motivi si apre uno spazio a una politica di esportazione dai paesi progrediti e dai paesi dipendenti verso gli Stati Uniti o verso altre zone dei paesi sviluppati.

Inizia così una terza fase nella storia degli investimenti stranieri all’estero, caratterizzata dagli investimenti nel settore manifatturiero, allo scopo di effettuare esportazioni. Nonostante il suo carattere recente, se ne può valutare il rapido sviluppo in base ai dati forniti da Raimond Vernon, sulle vendite, nel 1957 e nel 1958, delle sussidiarie industriali straniere delle società americane classificate secondo il mercato di destinazione (fonti del Dipartimento del Commercio).

Nel 1957, le sussidiarie nel Canada destinavano circa l’85 per cento delle loro vendite al mercato interno, circa il 10 per cento a esportazioni negli Stati Uniti e circa il 5 per cento a esportazioni in altre aree. Nel 1968 la proporzione delle vendite locali è del 70 per cento, quella delle vendite negli Stati Uniti del 20 per cento, e quella delle vendite ad altre regioni del 10 per cento.

In Europa, nel 1957, il 75 per cento delle vendite è destinato al mercato locale, il 4 per cento al mercato nordamericano e circa il 20 per cento a mercati di altre regioni. Nel 1968, si registra già un forte aumento del totale delle vendite, delle quali più del 20 per cento è destinato al mercato di varie aree, il 3 per cento al mercato nordamericano e il resto al mercato locale.

Nell’America Latina l’esportazione, nel 1957, era minima. Quasi tutte le vendite erano destinate al mercato locale. Nel 1968 le sussidiarie industriali latinoamericane destinano già circa il 10 per cento delle loro vendite in parte agli Stati Uniti e la maggior parte ad altre regioni.

Anche nelle altre regioni, escludendo il Canada, l’Europa e l’America Latina, si registra una tendenza all’aumento delle esportazioni. E’ importante notare che le vendite delle sussidiarie industriali nordamericane nell’America Latina oltrepassano nel 1968 i 750 milioni di dollari, il che rappresenta più del 40 per cento di tutte le esportazioni di manufatti latinoamericani nello stesso anno; queste vendite comprendevano forti quantitativi di prodotti chimici, di macchinari e di parti di automobili. Questi nuovi investimenti vanno distinti in due tipi. Uno è diretto verso i « paesi emporio », e cioè quei paesi che esplicano solamente una funzione di intermediario, e che si limita a completare una fase finale della produzione dei prodotti. E’ il caso della Corea del Sud, di Hong Kong, del Messico del Nord e della Cina nazionalista, dove si istallano aziende per completare la lavorazione di prodotti, le cui parti sono fabbricate in altri paesi, specialmente negli Stati Uniti.

Si tratta semplicemente di sfruttare la manodopera a buon mercato per certi lavori finali che hanno caratteristiche semi-artigianali e richiedono molta mano d’opera con un certo grado di specializzazione artigianale. In questi casi vengono compensate le spese di trasporto, oltre a trarre vantaggio dalle esenzioni fiscali e dalle altre facilitazioni offerte da questi paesi.

Un altro tipo di investimenti nel settore manifatturiero destinati all’esportazione è quello che cerca di sfruttare le materie prime nazionali industrializzandole prima di esportarle.

Questi investimenti trovano però un limite nella vecchia politica imperialista intesa a far sì che l’industrializzazione avvenga nel paese dominante. Nel caso degli Stati Uniti le difficoltà sono particolarmente grandi, dato che da molti anni il governo nordamericano, sotto la pressione dei settori industriali, pone una serie di ostacoli all’importazione di prodotti già industrializzati, assoggettandoli a tasse molto alte. Esistono tuttavia grandi possibilità di espansione per questo tipo di investimenti sotto il patrocinio di istituzioni internazionali, come l’UNCTAD, che li presentano come la grande alternativa per ristabilire condizioni di scambio favorevoli ai paesi sottosviluppati.

Se la industrializzazione delle materie prime può offrire qualche vantaggio immediato, non rappresenta affatto una soluzione per i problemi del sottosviluppo, e tanto meno nella misura in cui viene effettuata dalle imprese straniere, che trattengono le eccedenze ricavate da questa attività e le trasferiscono all’estero sotto forma di enormi profitti.

Un aspetto più nuovo, tuttavia, è costituito dagli investimenti in prodotti più sofisticati da esportare nei paesi sviluppati. Si tratta in genere di un’industria per la produzione di parti per prodotti finali da realizzarsi nei paesi sviluppati. Vi sono parti di certi prodotti, come quelli elettronici, le quali hanno bisogno di una mano d’opera abbastanza numerosa e specializzata, che si trova con più facilità nei paesi con uno sviluppo relativo inferiore. Vi sono casi di industrializzazione di prodotti di base che passano per un certo processo di sofisticazione per il quale sono necessarie imprese di alto livello.

E’ il caso della produzione di acciaio, materia prima lavorata che richiede grandi investimenti e offre una bassa redditività negli Stati Uniti, dove attraversa una crisi molto grave, che trasforma questo paese in un potenziale acquirente di tale prodotto. Altre voci come tessili, scarpe, caffè solubile, ecc. formano una estesa gamma di prodotti che presentano un grado di industrializzazione relativamente basso delle materie prime e richiedono una mano d’opera semi-artigianale, i cui salari negli Stati Uniti sono molto alti.

Un altro fattore rilevante è la differenziazione di questi prodotti, a causa della sofisticazione del mercato, il che richiede una produzione su scala ridotta, una buona rifinitura e altri fattori che rendono più elevati i costi in una economia sviluppata.

Esiste dunque un altro campo di investimenti industriali per l’esportazione che si dirige in gran parte verso il mercato nordamericano; si tratta senza dubbio di un vastissimo campo aperto agli investimenti delle multinazionali, che trovano così una nuova complementarietà internazionale a un livello superiore e una nuova divisione internazionale del lavoro. Questa avrebbe, qualora si riuscisse a realizzarla su vasta scala, una stabilità storica relativa che consentirebbe al capitalismo, a livello mondiale, di avere a disposizione un periodo di sopravvivenza più lungo di quello che gli concede la sua attuale struttura economica, che dal 1968 attraversa una profonda crisi internazionale.

La società multinazionale, negli ultimi tempi, tenta di adeguarsi a queste nuove tendenze trasformandosi internamente, creando nelle alte sfere e nel pubblico un’opinione favorevole a questi cambiamenti, studiando le alternative di sviluppo e le strategie che esse implicano, cercando di prevenire i gravi problemi e le contraddizioni che esse recano in sé.

Difficoltà e contraddizioni della nuova divisione internazionale del lavoro

L’instaurazione di questa nuova divisione internazionale del lavoro presuppone la soluzione di molti problemi preliminari, tra i quali, in primo luogo, la divisione interna che questa politica provoca in seno alla stessa borghesia dei paesi dominanti. Questa soluzione comporta il sacrificio della media e piccola borghesia all’interno dei paesi dominanti a favore del progresso delle società multinazionali e della borghesia internazionale che, paradossalmente, passa a controllare buona parte dell’economia nazionale attraverso il dominio dell’apparato produttivo delle altre nazioni. Questa contraddizione è grave e di difficile soluzione, perché le borghesie locali dei paesi dominanti sono ancora molto forti ed hanno un’influenza politica, hanno capacita di resistere al grande capitale internazionale, soprattutto nella misura in cui riescono ad influenzare altri settori della popolazione e a muoverli politicamente.

Se pensiamo che al mercato locale nordamericano sono legate in maniera fondamentale società di grande potenza, possiamo dedurne che si tratta di un confronto tra giganti e non semplicemente tra alta borghesia e borghesia media. A lunga scadenza, le borghesie locali non potrebbero resistere, soprattutto perché non hanno da offrire un’alternativa di sviluppo economico a livello nazionale e internazionale, ma un’alternativa di regresso, d’immobilismo, di ristagno che ai nostri giorni non può rappresentare, evidentemente, una base valida per una politica economica con proiezioni internazionali.

Per far fronte a questo problema, la borghesia internazionale cerca sempre più di caratterizzare la società multinazionale come un tipo diverso d’impresa, che rappresenta una nuova concezione internazionale e una nuova tappa nella storia dell’umanità.

I suoi ideologi cercano di distinguerla nettamente dalle società tradizionali, lottando per liberarla dalla immagine negativa che il monopolio ha acquistato nel movimento liberale con radici nelle classi medie e nel movimento operaio nord-americano, e sviando la lotta politica verso problemi marginali.

La situazione attuale è molto complicata, perché i dirigenti sindacali reagiscono contro l’aumento delle importazioni negli Stati Uniti, che avvengono a danno della produzione locale e che portano innegabilmente alla disoccupazione di gran parte della popolazione operaia nordamericana. Trascinati dal loro spirito corporativo, gli operai nordamericani tendono a formare un fronte comune con i settori più conservatori, invece di innalzare una bandiera indipendente di carattere socialista, che permetta di superare veramente queste contraddizioni.

Dalla prospettiva dell’insieme dell’economia nordamericana, lo sviluppo di questa nuova divisione internazionale del lavoro significa l’accentuazione di una economia parassitaria, con un accrescimento del settore dei servizi, delle persone che vivono di rendita, con i suoi effetti negativi sulla bilancia dei pagamenti. Infatti il conto capitali, per quanto alto, non riuscirebbe a coprire del tutto il « deficit » che risulterebbe da un conto commerciale sempre più negativo in funzione di questo tipo di sviluppo dell’economia mondiale.

Tenuto conto dell’opposizione del settore nazionale dell’alta borghesia, di importanti settori della piccola e media borghesia e del movimento operaio e delle difficoltà immediate create dalla bilancia dei pagamenti, l’alta borghesia internazionale ha davanti a sé un periodo più o meno lungo per risolvere le contraddizioni insite nel passaggio a una nuova divisione internazionale del lavoro, che consentirebbe di salvare il sistema capitalista per un certo periodo di tempo.

Il trionfo di questo modello di sviluppo comporta l’accentuazione e l’approfondimento del processo di concentrazione e di monopolizzazione dell’economia, fino a livelli che superano di molto la nostra immaginazione.

Con esso si approfondisce la crisi della piccola borghesia, delle sue ultime forme di potere locale o regionale, e si accentuano i conflitti interregionali all’interno dei paesi capitalisti così come le loro espressioni nazionali e religiose. Insieme alla crisi di questi settori, si assiste alla pauperizzazione e all’emarginazione di milioni di lavoratori agricoli e urbani, che sopravvivevano grazie alla conservazione di queste imprese minori.

Nei paesi dipendenti queste contraddizioni si presentano in forme molto acute. I pochi settori nazionali della borghesia che hanno resistito al processo di snazionalizzazione degli ultimi anni, la piccola e media borghesia, vedono chiaramente che questo schema di sviluppo toglie loro ogni speranza di sopravvivenza come classe e lo contrastano in maniera accanita ed idealista, sia da destra che da sinistra.

Gli operai e i lavoratori in genere e le grandi masse dei sottoccupati e dei disoccupati non hanno alcun posto di rilievo in questo nuovo ordine di cose. Al contrario, esso rende più profonda la loro pauperizzazione e la loro emarginazione dal sistema produttivo e inoltre devia il grande potenziale di lavoro di questi paesi per servire i mercati già costituiti nel mondo, e cioè quelli che ora godono di entrate più elevate.

La tendenza di questo schema di sviluppo è di rafforzare, in maniera brutale, l’attuale struttura di distribuzione delle entrate nel mondo, assicurando, in maniera disperata, la sopravvivenza del sistema socio-economico su cui essa si poggia.

Dato il carattere nettamente irrazionale e reazionario del modello di crescita del capitale monopolistico internazionale, si determina contro di esso la formazione di un confuso schieramento di quelle forze sociali che ne vengono danneggiate o anche distrutte. Abbiamo visto che tra queste forze si forma un blocco prevalentemente conservatore che comprende i capitalisti orientati verso i loro mercati nazionali, i settori di destra delle classi medie e della piccola borghesia, settori oligarchici anch’essi danneggiati da questa espansione del capitale internazionale che arriva perfino alle campagne, senza contare quei settori più poveri della popolazione, specialmente tra i sottoccupati e disoccupati, che possono essere trascinati, con un programma radicale, contro l’ordine di cose instaurato dal grande capitale.

D’altro lato si forma un blocco di forze proletarie, con l’appoggio delle masse semi-proletarie e della piccola borghesia rurale e urbana, uniti da un programma anti-imperialista e antimonopolistico in grado di aprire un’alternativa rivoluzionaria, di carattere socialista. Questi due grandi blocchi di forze, che prendono forma storicamente come risultato della crisi generale del 1929, da molto tempo tendono a trasformarsi in una nuova realtà storica all’interno della nuova crisi del capitalismo mondiale che stiamo vivendo dal 1969 13.

All’interno della nuova economia mondiale capitalista, di cui la società multinazionale è la cellula, si sviluppano le seguenti tendenze: crescente concentrazione e monopolizzazione su scala internazionale, sfruttamento del mercato degli Stati Uniti e di altri paesi sviluppati da basi produttive situate nei centri di mano d’opera a buon mercato, rinascita del commercio mondiale sulla base di una nuova divisione internazionale del lavoro, crisi politica quale conseguenza dei forti interessi che saranno schiacciati da questo processo, formazione di un blocco fascista e di un blocco antimonopolista e antimperialista di carattere socialista, e la conseguente radicalizzazione della situazione politica, accentuazione della lotta interregionale e internazionale per facilitare o impedire questo processo di concentrazione, di monopolizzazione e di internazionalizzazione.

In questo modo la nuova divisione internazionale del lavoro, invece di salvare il capitalismo dalla sua crisi finale, rende questa crisi più profonda e porta la società multinazionale, che ne è la manifestazione cellulare, a rispecchiare nel suo interno, nella sua programmazione, nella sua strategia e nelle sue forme di organizzazione, le contraddizioni che il capitalismo non riesce a risolvere.

Bisognerebbe segnalare, infine, che in questo nuovo contesto la nuova società che si profila ha caratteristiche che cominciano a notarsi ora. In primo luogo, essa incomincia ad agire strategicamente sempre meno in funzione di interessi nazionali e sempre più in funzione degli interessi generali dell’impresa.

In secondo luogo, nell’insieme della sua strategia di crescita, gli aspetti speculativi e finanziari acquistano un ruolo sempre più predominante.

In terzo luogo, la società si trasforma a poco a poco in un organo di direzione finanziaria e di investimento, anziché in un organo di direzione del processo produttivo e l’attività produttiva si separa progressivamente dall’attività di direzione generale dell’impresa.

In quarto luogo, queste nuove condizioni si rispecchiano in un aumento anarchico della produzione e delle attività svolte, sfociando in un processo di conglomerazione a livello internazionale che non è altro che una estensione del processo di conglomerazione che si verifica a ritmo accelerato negli Stati Uniti.

Questa rapida analisi della evoluzione delle società internazionali ci mostra la complessità delle forme e dei tipi che queste società devono assumere nel loro sviluppo, in funzione dei loro interessi generali, in funzione dell’interesse del paese dove si installano, in funzione della opposizione o della conciliazione d’interessi, con i paesi in cui operano. Perciò è necessario uno studio dei diversi tipi di imprese che si creano in questo processo.

NOTE:

Il saggio di Theotonio Dos Santos “Considerazioni sulle società multinazionali” fu pubblicato su PROBLEMI DEL SOCIALISMO – Rivista bimestrale diretta da Lelio Basso – N. 16/17 – terza serie – anno XV – 1973 (pag. 555-597) – MARSILIO EDITORI

1 Questo raffronto si trova nel lavoro di Stephen Hymer The Multinational Corporation and The Law of Uneven Development; manoscritto da pubblicare in J. N. BHAGWAITI (a cura di) Economics and World Order, New York, World Law Fund, 1970.

2 La diversità di situazione fra le operazioni delle imprese e gli affari dei capitalisti si deve alla grande espansione del capitale finanziario nel periodo in cui il mercato azionario ebbe il suo primo grande sviluppo. D’altra parte, l’Inghilterra aveva un forte commercio estero, a differenza degli Stati Uniti, paese per il quale il commercio estero ha importanza relativa scarsa. Lo studio di Hobson sull’Imperialismo e quello di Hilferding sul Capitale finanziario sono i due classici su questo tema, che servì di base a Lenin e Bucharin nelle loro opere fondamentali sull’imperialismo.

3 RAIMOND VERNON, Sovereignity at Bay, The Multinational Spread of US Enterprises, Basic Books, New York, 1971. La fondazione Ford finanzia un’ampia ricerca dell’autore su questo tema presso l’Università di Harvard. Il professor Vernon, malgrado le nostre divergenze ideologiche, mi ha permesso di consultare buona parte del suo materiale ad Harvard. Nel suo libro mi considera uno dei migliori espositori dell’ideologia marxista contraria alla società multinazionale. Anche se non accetto la qualifica di ideologo, che mette in discussione il carattere scientifico del nostro lavoro, devo ricambiargli la lode di buon espositore: il professor Vernon è, senza dubbio, uno dei migliori espositori dell’ideologia del grande capitale internazionale, che cerca di rendere più accetta alle sue vittime la società multinazionale.

4 United States Department of Commerce, Bureau of International Commerce, Office of International Investment, Staff Study, The Multinational Corporations: Studies on us Foreign Investment, vol. I, marzo ‘72.

Questo volume comprende i primi tre di cinque studi sulle società multinazionali commissionati dal Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti. I lavori riuniti in questo volume rappresentano la più completa raccolta di informazioni disponibili oggi sul tema.

5 I calcoli a questo riguardo sono molto vari. « Business Week » del 19 dicembre 1970, calcola che la produzione annuale totale delle società nordamericane all’estero ammonta a 200 miliardi di dollari, il che equivale al prodotto nazionale lordo del Giappone; Judd Polk, console della Camera Internazionale di commercio, calcola che l’insieme delle imprese straniere appartenenti alle società multinazionali di tutto il mondo ha una produzione di circa 450 miliardi di dollari, cioè circa 1/6 del prodotto mondiale lordo, che ascende a 3 bilioni di dollari. Facendo previsioni su tendenze in corso Polk calcola che, in una generazione, la maggior parte della produzione sarà internazionale. Un riassunto del suo intervento al Congresso Nord-americano si trova in « International Financés », A Chase Manhattan Newsletter, 17 agosto 1970.

6 Dati tratti da JAMES W. VAUPEL e JOAN P. CURHAN, The Making of Multinational Enterprises, Harvard University, Boston 1969.

7 Dati del Dipartimento del Commercio, The Multinational Corporation, vol. I. Tutte le volte che nel presente capitolo non citiamo la fonte ci riferiamo a questo studio.

8 Richiamiamo l’attenzione sull’enorme aumento degli investimenti esteri nordamericani negli anni ’50 e ’60. Nel 1950 questi investimenti ammontavano a 11.800 milioni di dollari, nel 1960 a circa 30.000 milioni, alla fine del decennio a 78.100 milioni.

9 Dipartimento del Commercio, The Multinational Corporation, vol. I, p. 10, dello studio su Policy aspects of Foreign Investment by us Multinational Corporation.

10 Una buona bibliografia sul tema e una delle migliori analisi sugli effetti sociali dell’enclave si trovano in Edelberto Torres.

11 I dati di questa parte sono stati ricavati dallo studio già menzionato sulle imprese multinazionali del Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti.

12 Su queste materie, vedere il capitolo sulla struttura della dipendenza nel nostro Dependencia y Cambio Social, quaderni del CESO, 1972 (seconda edizione) e di CAPUTO e PIZARRO Imperialismo, Dependencia y Relaciones Econémicas Internacionales, quaderni del CESO, 1972 (seconda edizione).

13 Su questa crisi, vedere il nostro libro La Crisis Norteamericana y America Latina, PLA, 1971.

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