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Cile: La vittoria di Boric e il prossimo futuro

di Rodrigo Andrea Rivas

Il trionfo di Gabriel Boric nel secondo turno delle elezioni presidenziali cilene non ci dà solo la possibilità di prendere una boccata d’aria. Può costituire, anche, una leva per il pensiero costruttivo e per l’attivismo politico e un chiaro segnale stradale che ci indica verso dove rivolgere gli sforzi se si vuole raddrizzare un presente politico complesso e senza speranze apparenti.

La campagna di Boric ha saputo evitare il vittimismo e il trionfalismo oltrepassando i registri apocalittici della facile esagerazione, mantenendo un profilo aperto e un tono propositivo, fiducioso e ottimista.

Con un programma concreto ma capace di interpellare gli indecisi e gli astenuti del primo turno, ha aperto il campo quanto bastava per attrarre nuovi alleati senza cadere nelle provocazioni di chi ha cercato di usare questa posizione per giocare al tanto peggio tanto meglio e per arrivare a disputare l’iniziativa e l’articolazione dell’agenda politica.

Ciò ha reso evidenti i due progetti antitetici sul futuro del Cile mettendo fuori gioco la speculazione “sono tutti uguali”.

Va da sé: il contesto di questa elezione è imprescindibile per capire la sua soluzione.

Come prima approssimazione direi che si tratta di una elezione che può chiudere il ciclo di transizione iniziato nel lontano 1990 mettendo fine alla “democrazia nella misura del possibile”.

Non a caso, l’alleanza politica e sociale costruita attorno a Kast costituiva una coalizione d’interessi che girava attorno a questo unico punto: far abortire il processo di transizione democratica che si propone di mandare definitivamente nel dimenticatoio il regime economico, politico e sociale del pinochetismo.

Oggi, dopo la vittoria di Boric, sappiamo che il Cile avrà una nuova costituzione democratica e che questa codificherà in modo diverso le lotte esemplari delle donne cilene, dei popoli originari, degli studenti e dei lavoratori.

La campagna elettorale ha chiarito che questo processo troverà forti ostacoli e difficoltà. Intendo occuparmi più approfonditamente in futuro del rapporto commissione costituente – governo, programma di trasformazioni strutturali – misure urgenti.

Il risultato di questa elezioni è importante per tutta la regione e non solo.

Alla fine del 2021 l’America Latina attende Lula con un nuovo rapporto di forze, resistendo le mutazioni del bolsonarismo e dando un mandato chiaro alle forze progressiste – dal Messico all’Argentina, dalla Bolivia al Cile e al Perù, in attesa del referendum uruguaiano – per consolidare la stabilità politica del subcontinente, riattivare la cooperazione regionale in un momento di massima incertezza geopolitica e ridare forma ad un progetto economico e politico incentrato sui diritti umani e sulla ridistribuzione sociale.

Ciò disegna una enorme sfida: articolare un nuovo ciclo progressista capace di superare i limiti sviluppisti di quello precedente per rifondare l’orizzonte democratico dell’America Latina.

La vittoria di Boric lascia anche diverse lezioni utili per il futuro. Me ne vengono in mente tre.

La prima è che il Cile ha dimostrato che, anche nel clima surriscaldato e confuso nel quale viviamo, è possibile vincere contro l’ opportunismo dell’ultradestra confrontandosi positivamente, senza avere paura della propria ombra, disputando i temi e l’inquadramento del dibattito, dando un senso alle cose dette, aprendo il campo politico invece di chiuderlo con pseudo alleanze aristocratiche disegnate sulla carta e solide quanto una scorreggia.

La seconda è che il Cile ha dimostrato che si può costruire la politica sul ciclo di mobilitazioni, conquiste e sconfitte che provengono dai decenni scorsi, correggendo comportamenti e politiche tanto quanto sia necessario per recuperare e mantenere vivo il legame con quel ciclo.

La terza, ma in verità è la prima lezione, il Cile ha dimostrato che si possono aprire orizzonti politici alternativi allo sfruttamento delle paure, dell’impotenza e della frustrazione che la crisi politica e sociale che ci attanaglia continua ad accumulare.

Intendo dire che in disputa ci sono altri futuri possibili e che possono essere articolati in modo credibile, convincente e vincente.

L’ultima osservazione è che, al di la dell’importanza relativa dei Paesi, ci sono elezioni che aprono possibilità epocali ed effetti che eccedono ampiamente il loro contesto concreto.

Lo è stata, ad esempio, quella di Trump. Ma lo è stata anche quella di Syriza.

E’ ovvio che il loro divenire dipende dal loro sviluppo concreto, ma la possibilità di apertura di un ciclo democratico nuovo in grado di apportare certezze politiche ad un futuro pericoloso e incerto è la grande sfida politica dei tempi che ci sono già caduti addosso.

FONTE: http://delegati-lavoratori-indipendenti-pisa.blogspot.com/2021/12/dossier-cile.html?m=1

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