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Covid-19: LO STATO, FIGLIOL PRODIGO NELL’ERA DEL CORONAVIRUS

Passata è la tempesta, odo gli augelli far festa.
G. Leopardi, La quiete dopo la tempesta

La risposta fallimentare al coronavirus dimostra che la società americana è malata e che la leadership globale dell’America è morta.
Walter R. Mead, storico

Cari amici italiani, vi aiutiamo perché vi amiamo, adifferenza dei vostri alleati”.
Vitalij Tret’jakov, Università Lomonosov – Mosca

L’Italia impari a non preoccuparsi degli USA e ad amare la Cina”.
Song Weiqing, prof. Università di Macao

Europa matrigna: “…tutti per uno, nessuno per tutti”

 

di Vittorio Stano

La disciplina con cui gli italiani hanno finora affrontato l’emergenza ha sbalordito in primo luogo gli italiani scettici e, di rimando, tutti quelli che nel mondo intero ci considerano cicale incapaci di sentirsi parte di qualcosa di più grande di cui prendersi cura.

In questi mesi gli italiani hanno dimostrato di essere orgogliosi di appartenere a un’eccezionale storia collettiva.

Si è svelata agli occhi di chi vuol vedere, una domanda di Comunità e di Stato, mai prima sperimentata. E’ confortante ricavare da questa prestazione la smentita della morte dello Stato nazionale, così come raccontato dalla vulgata tardoliberista. Questa prova, se coltivata, potrà produrre una classe dirigente nuova, capace di garantire una necessaria e qualitativamente migliore offerta politica.

Pur se tra comprensibili errori iniziali la Repubblica, con i suoi modesti e credibili portabandiera, ha stabilito tempi, modi e obiettivi della difesa dall’ epidemia. E’ stato uno stress-test per il popolo intero dal quale l’Italia ne esce riconfermata.

Da quanto di questo slancio conserveremo verso la nuova normalità dipenderà il nostro futuro.

Il ritorno al vecchio teatrino politico dei veti incrociati condotto dai diversi professionisti della caciara, presenti nel Parlamento, è foriero di sciagure. Negli ultimi mesi il minimo che potevano fare i cacicchi del centrodestra e anche qualcuno nella maggioranza di governo, è stato non avvelenare ulteriormente la quarantena degli italiani con le loro insulse prese di posizione. Fare politica per mera visibilità e ricerca spudorata del consenso alla propria politica personale o di partito, offende i sacrifici che gli italiani hanno fatto. Adesso gli italiani si aspettano che i virologi tornino alla virologia, i tecnici alla tecnica, le burocrazie ad amministrare senza eccessi la continuità, i politici alle responsabilità politiche. Tutti devono contribuire a una coerenza d’intenti ragionando da italiani sull’Italia di domani e di dopodomani.

La pandemia ha alterato il ritmo della storia e avvicinato, quindi, la resa dei conti. L’Italia ha bisogno di fiducia in se stessa, nelle sue capacità per realizzare le potenzialità. Questo ci consentirà di rientrare nella storia come siamo, né più in alto né più in basso e non come altri, in Europa e nel mondo, vorrebbero fossimo. Le avversità possono migliorare, non sempre deprimere. In questa inaudita congiuntura qualcosa si sta muovendo. E’ l’ora per politici di polso, competenti, onesti e immunizzati contro il velleitarismo di diversi cacicchi politici nostrani.

Oggi l’Italia è sola. L’America s’interessa al Belpaese quale antenna di controllo e trampolino di lancio nel Mediterraneo centrale, tra Alpi e Africa, Tirreno e Balcani adriatici. Non ha dollari per noi. I Russi ci ricordano che ci amano da sempre, nonostante i nostri alleati e i Cinesi ci invitano a non preoccuparci degli USA e ad amare loro. Fino ad ora russi, cinesi e cubani hanno vinto la gara degli aiuti a Roma.

L’Unione Europea, invece, è una caricatura di sé stessa. E’ avara e matrigna. Bisognerebbe ricalibrare il nostro europeismo a prescindere. Gli altri paesi europei usano l’UE per coltivare i loro interessi nazionali. In questa situazione l’euro è un fallimento politico che crea divergenza e non convergenza. Il tribunale costituzionale tedesco di Karlsruhe ha posto domande giuste e ha dato risposte giuridicamente ineccepibili con la recente sentenza sul programma di Quantitative Easing. Non è una novità. Lo ha sempre fatto dalla ratifica del Trattato di Maastricht in poi, raccogliendo la lezione della migliore dottrina costituzionale weimariana e la Verfassungslehre di K. Schmitt. I tedeschi sono furbi in senso hobbesiano (T.Hobbes, “Homo homini lupus”). Fingono coerenza, ragionevolezza e cooperazione, ma impongono con vigore inflessibile agli altri il rispetto delle regole pattuite, senza peraltro rispettarle essi stessi. Da questa asimmetria traggono un vantaggio competitivo, soprattutto nel surplus commerciale, che viola anche i parametri del trattato di Maaastricht, ma che nessuno sottopone a un controllo severo. Questo costruisce il vantaggio, rispetto ad altri paesi, nel reperire risorse per affrontare adeguatamente la pandemia. I tedeschi (e i loro sodali) pretendono che gli altri sottostiano a un “patto iniquo”, che ricorda un passaggio del Contratto Sociale che Jean Jaques Rousseau ha lasciato ai posteri: <<… voi avete bisogno di me perché io sono ricco e voi siete poveri, facciamo dunque un accordo: io vi concederò l’onore di servirmi, a condizione che voi mi ridiate il poco che vi resta per il disturbo che mi prenderò di comandarvi>>.

Questa è la legge del più forte che i tedeschi vogliono imporre in virtù della superiorità morale che si auto-attribuiscono. Ma già Hobbes con il suo “Leviatano” ci insegnava che patti del genere sono invalidi e che è grave errore tollerare coloro che nei patti sociali si comportano con furbizia mascherata da buon senso. Il patto deve essere dissolto e recuperare a ciascuno il proprio diritto all’autodifesa. La Corte di Karlsruhe ci ricorda che l’UE non è uno Stato federale, ma un’ unione di Stati regolata da trattati, i cui “signori” rimangono gli Stati. Non c’è alcuna sovranità originaria europea. Cosa aspettiamo a reagire, insieme a chi la pensa come noi in Europa? Con la summenzionata sentenza giuridica nell’EU non si è determinata in queste settimane nessuma novità, semmai la conferma definitiva della sua inemendabilità. I tedeschi (e i loro tirapiedi) ritengono di essere i signori, mentre i Paesi del Sud sono destinati a servire.

I mirabolanti strumenti caldeggiati da Sassoli e Gentiloni per affrontare la crisi pandemica sono prestiti, e di dimensione inadeguata, sottoposti a condizionalità, alleggerite momentaneamente. Infine l’Italia, probabilmente, accetterà il MES perché tutto l’establishment lo vuole. I 5stelle, raccontandoci che hanno ottenuto garanzie e miglioramenti, piegheranno, forse, il capo. I cacicchi dell’establishment attualmente stanno vietando a loro stessi di pensare a un’alternativa. Il virus per questi non rappresenta alcuna discontinuità epocale. In questo caso la crisi economica che già incombe sarà punitiva verso quei ceti un tempo rappresentati dalla sinistra di popolo e dei ceti medi produttivi, sempre più spinti verso il basso.

Che cosa ci aspetta , dunque, nei prossimi mesi? Dall’atmosfera ovattata degli uffici ministeriali in cui la pandemia aveva costretto il dibattito politico, giungono segnali di uno scontro più duro di quello che esisteva in precedenza , che sta esplodendo in parlamento e continuerà nelle piazze. Le macerie della crisi sanitaria, economica e sociale si stagliano man mano, dalla densa coltre di nebbia profusa dai “bollettini di guerra” che ci giungevano quotidianamente sui divani della quarantena. La nebbia si sta diradando portandosi il virus, si spera, e ci sta lasciando l’asprezza dello scontro politico che chiamerà tutti a scelte radicali.

La crisi causata dal Covid19 ha semplificato i termini dello scontro. Ci sono due schemi di ripresa divergenti che si stagliano sulla scena: quello privatistico, guidato dal profitto e della rendita e imperniato sull’impresa privata e quello guidato dagli interessi dei lavoratori e imperniato sullo Stato imprenditore.

Nell’era del Covid19 lo Stato (sociale) è tornato di moda. Adesso tutti tornano a bussare alla sua porta e come figlioli prodighi, dopo aver sperperato tutto il patrimonio vanno da Lui a chiedere … Aiuto! , cioè nuovo soccorso. Vogliono che lo Stato sociale salvi di nuovo la pelle al sistema. Ne ha tanto bisogno, poverino! Tutti hanno bisogno di un buon padre di famiglia che, al momento opportuno, riprenda le redini e conduca verso un approdo sicuro. Ma lo Stato sociale è una stampella del capitalismo… è nato per espandere il capitalismo. Lo Stato sociale oltre a sostenere il sistema, ne ha anche bisogno perché attinge le risorse proprio dal sistema stesso. Ma adesso come fa lo Stato sociale ad attingere risorse dal sistema visto che questo sta crollando? E non ha più risorse da offrire? E’ un cane che si morde la coda. E’ un problema senza soluzione?

Il funzionamento del modello privatistico lo conosciamo bene. E’ quello operante da tantissimi anni in tutto l’Occidente. Conosciamo bene i meccanismi che lo sorreggono: sgravi fiscali, deregulation ambientale ed urbanistiche, revoca (deroga) dei contratti nazionali del lavoro, riduzione dei diritti e aumento della precarietà. E’ quello che chiede con chiarezza e spropositata violenza il neoeletto presidente di Confindustria Bonomi al Governo. Ma tutti noi sappiamo già, per esperienza, che tutto questo non ha funzionato fino ad oggi, né funzionerà in futuro. E allora? Bisogna invertire la tendenza. Lo Stato non deve creare lavoro, ma smettere di creare disoccupazione come fatto nell’ultimo trentennio. La strada è quella dello Stato imprenditore. E in quale direzione e su quali settori dovrebbero essere rivolte le attenzioni dell’imprenditorialità pubblica? Sui monopoli naturali e sui servizi essenziali per i cittadini. Dovrebbe favorire l’innovazione tecnologica e la riconversione ecologica dell’economia. Infine dovrebbe combattere le piaghe della disoccupazione, del precariato e del lavoro nero. Anziché ribassare i salari nella corsa all’esportazione, si dovrebbe implementare la domanda interna di beni e servizi per i cittadini, creando un nuovo sviluppo basato sull’ innovazione e sull’ ambiente. Deve essere lo Stato ad investire direttamente in una ripresa della piena e buona occupazione, con salari adeguati e diminuendo gli orari di lavoro. La classe dirigente che bene ha affrontato la prima fase del contrasto alla pandemia è chiamata a continuare il lavoro con un cambio di prospettiva di natura copernicana.

Mantenere lo status quo, considerato il quadro economico e di finanza pubblica “eccezionale” che si prospetta, porterebbe verso un default controllato di fatto dalla Germania, che ci manterrà nella gabbia dell’euro e con la troika in casa. Ci ricordiamo della Grecia? Il passo successivo sarebbe una mega-patrimoniale sulla ricchezza degli italiani medi impoveriti, mentre i benestanti spostano i loro immani patrimoni nei paradisi fiscali, anche europei. E’ uno scenario da incubo. Senza inclusione sociale dei ceti popolari e medi impoveriti la democrazia non tiene e il Paese cadrebbe alla mercè di forze straniere che lo tratterebbero come una colonia.

Gli immani patrimoni dei ricchi italiani sono passati sotto la lente dell’occhiuto Thomas Fricke, giornalista della rivista tedesca “Spiegel” che qualche settimana fa a nome dei suoi concittadini chiedeva: <<Devono pagare i poveri tedeschi per i ricchi italiani?>>

Infatti, vorrei sapere anch’io perché il governo italiano non attinge ai patrimoni degli italiani ricchi per finanziare la crisi, al posto di stare ad elemosinare una solidarietà pelosa all’EU, che non arriverà? Il cittadino tedesco sa che l’Italia registra la più vasta ricchezza privata di famiglie ed imprese non finanziarie in Europa, pari a oltre 9.800 miliardi di € (PIL italiano: 1.610 miliardi di €), dei quali oltre 4mila in attività finanziarie (conti correnti, azioni, obbligazioni,…), e a fronte di un debito privato fino ad oggi modesto (dati Banca d’Italia, ISTAT, 9.5.2019). Già, perché l’Italia non attinge a questi patrimoni? Bisogna chiedere, forse, il permesso ai “fratelli” europei che permettono lo stazionamento degli stessi nelle loro banche? Questo è lo stato dei depositi italiani nei paesi EU: Olanda 73 miliardi; Lussemburgo 48 miliardi; Regno Unito – non pervenuto; Irlanda – non pervenuto. E’ pervenuto invece l’ ammontare della ricchezza degli italiani detenuta negli Stati Uniti: 32 miliardi.

Si può dire peste e corna dei politici tedeschi, ma, è indubbio, loro gli interessi dei loro concittadini li sanno difendere. E quelli italiani sanno fare altrettanto? Il famoso economista francese Thomas Piketty diversi anni orsono col suo libro “Il Capitale nel XXI secolo” metteva in guardia i governanti dei paesi ricchi di fronte all’allargarsi della forbice sociale tra ricchi e poveri. Il motore principale dell’ineguaglianza minaccia oggi di generare disuguaglianze tali da esasperare il malcontento e minare i valori democratici. Le linee di condotta economica non sono atti divini. In passato, azioni politiche hanno arginato pericolose disuguaglianze e lo possono fare ancora. E allora per l’Italia, signor presidente del consiglio Conte, se non ora, quando?

La linea del MES è impervia, farà solo perdere tempo. Per fare gli eurobond si ha bisogno di chiedere ai cittadini di altri paesi (che in questo periodo hanno i loro problemi!). La BCE, invece, può stampare moneta, quanta ne vuole senza chiederlo a nessuno (?!). Per farlo, i paesi che ne hanno diritto votano a maggioranza… e la BCE è formalmente indipendente, anche se ha bisogno di una legittimazione politica. Con quei soldi dovrebbe acquistare senza limiti i titoli di Stato italiani. Ma… si sa, questi potrebbero rimanere i desiderata di qualche neoliberista di centrosinistra pentito di aver creduto nel “vincolo esterno” europeo che fino a poco tempo fa ripeteva il suo mantra: << …ce lo chiede l’Europa!>>

Oggi nell’era del Covid19 torna, come il “figliol prodigo”, a chiedere la protezione dello Stato. Ma lo Stato tout court non è la soluzione del problema. Non lo è mai stato. La soluzione va cercata altrove. E’ giusto il momento di pensare ad una organizzazione sociale “cosciente” capace anche di pianificazione sensata, fondata su principi radicalmente diversi dalla “valorizzazione del capitale”. Il percorso è ancora lungo e tortuoso. C’è bisogno del ritorno della politica, di buona politica.

VITTORIO STANO

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