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COVID-19: Cosa potrebbe cambiare in peggio dopo il coronavirus

di Vincenzo Comito

Cosa non siamo e cosa non vogliamo. Meglio sarebbe chiarire fin da subito il peggioramento che non vorremmo vedere una volta finita l’epidemia: dalla cementificazione delle grandi opere ad un approfondimento delle diseguaglianze, ad un più ampio digital divide.

In queste settimane moltissimi commentatori si ingegnano a prevedere come e perché, dopo l’esperienza del coronavirus, le cose dovrebbero cambiare in meglio; e questo in molti campi, da un rinnovato intervento dello Stato nell’economia, a maggiori stanziamenti nel nostro paese per la sanità, la scuola, la ricerca, dopo decenni di tagli, ad una più forte solidarietà internazionale e così via. Alcuni arrivano sino ad affermare che il virus cambierà il mondo in maniera permanente e che il populismo e il sovranismo saranno sconfitti.

C’è anche chi non si limita a prevedere, ma chiede esplicitamente che le cose cambino in meglio e indica magari le mosse attraverso le quali questo dovrebbe succedere, a livello nazionale come a quello europeo e mondiale, come si riscontra ad esempio in diversi tra i contributi pubblicati di recente su questo stesso sito.

C’è, infine, chi, semplicemente e più modestamente, auspica soltanto che le cose cambino; così, ad esempio, George Monbiot (Monbiot, 2020), che intanto ci ricorda che è scoppiata una bolla, quella dei Paesi ricchi che vivevano in un’atmosfera compiaciuta e piena di confort e che credevano di potere ormai ignorare il mondo materiale, ponendo uno schermo tra loro e la realtà e non facendo niente per anticipare la catastrofe in atto. L’autore sottolinea come il virus sia alla fine un segnale di auspicabile sveglia per una civiltà che appare troppo compiaciuta di se stessa.

Naturalmente, noi tutti speriamo con forza che si manifesti e al più presto una svolta importante nelle politiche dei vari paesi e dei numerosi enti internazionali. Ma chi scrive non è convinto che questi possibili sviluppi avranno necessariamente luogo, o avranno luogo presto, anche se in effetti bisognerebbe combattere con decisione perché essi vadano avanti. Ma d’altro canto, l’autore di queste note pensa che diverse cose potrebbero nei prossimi mesi ed anni cambiare persino in peggio; comunque speriamo che le nostre previsioni si rivelino alla fine come in larga parte infondate.

In questo scritto sono comunque elencate alcune delle tendenze negative che si possono già in qualche modo vedere in atto o che si intravedono, almeno potenzialmente, all’orizzonte.

Le grandi imprese dell’economia digitale

Sembra che la parole crisi in greco antico significhi opportunità, mentre un antico detto cinese va nello stesso senso. Ora, se c’è qualche settore per il quale tale motto appare in questo momento centrato e che sta già guadagnando molto dalla crisi sul piano economico e politico è certamente quello dell’economia digitale, come hanno sottolineato in molti. Questo anche se non manca qualche eccezione, con imprese, da Uber a Airbnb, che stanno incontrando grandi difficoltà.

Intanto la domanda di molti prodotti del settore è esplosa con la crisi; così ad esempio un articolo ( Wakabayashi ed altri, 2020) ci ricorda che il big tech sta emergendo più forte di sempre, che negli Stati Uniti Amazon sta assumendo molti lavoratori (100.000) e che il traffico su Facebook e You Tube sta aumentando fortemente ( in Italia, poi, le vendite di Netflix sono aumentate in poco tempo del 66%, mentre le chiamate telefoniche su WhatsApp sono raddoppiate in volume); tendenze analoghe si riscontrano per gli acquisti on-line .

Dati simili si registrano per quanto riguarda i gruppi cinesi del settore, da Tencent ad Alibaba, a TikTok, a JD, come traspare anche dai giornali locali.

Si va manifestando in maniera molto forte anche la domanda da parte dei governi di strumenti per combattere il virus, dai droni, a programmi di sorveglianza di massa delle persone malate e di quelle sane (torneremo più avanti sull’argomento). La scuola a distanza, con i programmi relativi approntati dai big del numerico, appare un altro comparto in pieno boom.

Su di un altro piano, mentre molte imprese in vari settori appaiono in grandi difficoltà per mancanza di risorse finanziarie (dalle compagnie aeree a quelle del turismo, a molte aziende del petrolio, a quelle che operano nel mondo dello spettacolo), i grandi del digitale rigurgitano di cassa, che serve loro, oltre che a difendersi da eventuali contraccolpi, per potere agevolmente portare avanti acquisizioni di altre imprese nel proprio settore ed in altri più o meno affini, magari stremate dalla crisi.

Già su questi fronti si può quindi convenire che la forza e il potere di tali giganti tenderà ad aumentare.

Ma ricordiamo inoltre come nel mondo, prima della crisi attuale, si stessero moltiplicando le analisi critiche sul loro comportamento; e questo sul fronte della violazione della privacy , delle regole della concorrenza, della tutela dei dati, dell’influenza politica, della precarizzazione del lavoro, del favoreggiamento al cyber crime e all’evasione fiscale, dei problemi relativi alla sfera etica, ecc. (Comito, 2018).

E’ noto come, negli Stati Uniti e in Europa, di fronte a questa situazione, si stessero portando avanti, sia pure tardivamente, da parte dei vari Governi ed altre istituzioni di vigilanza, dei progetti per bloccare e limitare il comportamento improprio di tali aziende, sino alle proposte di smantellarle o ridimensionarle.

Ma, ovviamente, ora tali azioni si fermeranno e per parecchio tempo. La UE, per esempio, ha sospeso i suoi progetti in tale campo e lo stesso sembrano aver fatto il Congresso e il Senato Usa.

Così, il potere dei grandi del settore potrebbe diventare in un prossimo futuro ancora più incontrollabile. Oggi “I governi hanno bisogno del big tech più di prima” (Swisher, 2020).

E’ proprio impossibile fermare al più presto tali soggetti?

Le libertà civili

Le autorità di vari paesi stanno portando avanti l’utilizzo dei braccialetti elettronici per controllare alla distanza sia i malati leggeri che le persone che vengono da altre contrade, per assicurarsi che essi rispettino la quarantena (Thornhill, 2020). Nel frattempo diversi paesi, dalla Cina alla Corea, al Vietnam, a Taiwan, alla Spagna (mentre altri come l’Italia si adegueranno presto), utilizzano invece delle app sui telefonini delle persone per controllare i loro movimenti. Si sviluppano intanto l’impiego di telecamere a tutti gli angoli delle strade, le tecniche di riconoscimento facciale, anche per quelle persone che portano le mascherine, ecc.

Per altro verso, vengono da diversi governi ridotte le libertà fondamentali, il diritto di incontrarsi, di viaggiare, di visitare le persone malate, mentre i capi di governo di vari paesi assumono poteri molto estesi.

In questo ambito viene ad esempio segnalato che in Francia (Jacquin, 2020) diverse disposizioni inserite nelle ordinanze elaborate in questi giorni dal Governo non erano affatto necessarie con riguardo ai problemi posti dall’epidemia.

Ma, d’altro canto, siamo sicuri che poi tutte le misure, passata la crisi, verranno ritirate? Si può sperare di si, anche se se ne può dubitare.

La tecnologia può certamente essere di grande aiuto per combattere l’epidemia; il problema è però quello della tentazione che avranno i governi, la polizia, i servizi segreti e anche i grandi gruppi privati di continuare ad utilizzare tali meccanismi anche dopo la fine della crisi e semmai anche di estenderne l’uso a settori sempre più ampi della popolazione e comunque anche per impieghi diversi da quelli iniziali, come alcuni casi nel mondo mostrano già da qualche tempo (Thornhill, 2020).

Siamo probabilmente di fronte così ad un grande esperimento di massa di controllo sociale, esperimento che potrebbe assumere dimensioni molto grandi. Bisognerà essere molto vigilanti in proposito.

Le diseguaglianze

Da diversi anni ormai si levano molte voci nel mondo per sottolineare come si stia assistendo ad una forte crescita delle diseguaglianze a livello di patrimoni, di reddito, di livelli di accesso ad alcuni servizi importanti (istruzione, sanità, ecc.). Ma la risposta dei governi è semmai andata nel senso di cercare di accentuare tale fenomeno.

Ora lo scoppio del virus sembra mettere ancora di più in evidenza e peggiorare il fenomeno a livello di livello sociale delle persone, di origine, di genere e nessuno sembra pensare a combatterlo. Questo, nonostante che appaia chiaro con la pandemia come ad esempio i lavoratori precari e/o malpagati siano indispensabili alla regolazione sociale (Dagorn, Louxembourg, 2020).

Così assistiamo allo spettacolo degli Stati Uniti dove qualche Stato ha pensato di fornire gratuitamente il test anche alle persone sprovviste di assistenza sanitaria (sembra che siano 27 milioni di cittadini), ma nessuno o quasi sembra aver pensato a curarli poi gratuitamente. Bisogna anche ricordare che sono invece 60 milioni gli americani che non si potrebbero permettere, se fosse necessaria, la terapia intensiva.

Per approvare lo stanziamento di 2000 miliardi di dollari di denaro pubblico nel paese, di cui si è tanto parlato, c’è stato bisogno di superare in qualche modo la feroce opposizione di molti parlamentari repubblicani all’inserimento, nell’ambito del pacchetto degli interventi, di una norma che prevede qualche assistenza finanziaria ai disoccupati.

In Usa come altrove si sfrutta, intanto, il disorientamento dell’opinione pubblica per introdurre politiche economiche che favoriscono i più ricchi (Di Mauro, 2020).

E, ancora, come ci informa la stampa, i broker e i manager di Wall Street continuano a lavorare, invece che New York, dalle loro lussuose ville di campagna con accanto i loro cani.

Intanto in alcuni paesi dell’America Latina donare il sangue che poi va a finire nei paesi ricchi è per molte persone l’unico mezzo di sopravvivenza.

Ricordiamo ancora come il provvedimento del governo indiano che mette in quarantena tutto il paese avrà come conseguenza quella che centinaia di milioni di indiani che vivono alla giornata non sapranno come fare per sopravvivere.

Ma senza andare lontano guardiamo ai casi italiani.

Il Governo, nella sua lungimiranza, nei primi provvedimenti non aveva pensato ai lavoratori e alla fine sono dovuti sopravvenire le proteste sindacali e qualche sciopero per fargli cambiare linea. Peraltro, se abbiamo letto bene, solo qualche organizzazione religiosa e di volontariato ha pensato tempestivamente ai senzatetto, ai disoccupati, agli zingari, agli abitanti delle baraccopoli, a colf e badanti, ai lavoratori precari, quest’ultimi divisi tra l’alternativa della fame e del rischio di ammalarsi, agli immigrati dispersi nelle campagne del Sud.

Il governo arriva ora di nuovo un poco tardivamente e molto parzialmente con qualche provvedimento per alcune categorie soltanto tra quelle elencate. Speriamo comunque che nelle prossime settimane si intervenga ancora e con più decisione.

Ricordiamo infine come permanga tragica la situazione delle carceri; nonostante i molti morti che si sono avuti durante le rivolte recenti, il governo non ha fatto quasi nulla per alleviare la sorte di molti sventurati (Ragozzino, 2020).

A questo punto accenniamo poi soltanto di sfuggita ai milioni di rifugiati stanziati in malo modo, in una situazione molto precaria, in Africa e in America Latina e per i quali nessuno da noi sta spendendo una parola, per non parlare degli aiuti. Costerebbe molto mandare come gesto almeno simbolico di solidarietà 100 milioni di euro agli organismi di assistenza internazionale?

Per quanto riguarda le differenze tra ricchi e poveri, qualcuno ha del resto ricordato che, durante l’epidemia di Spagnola, il 60% dei morti si verificò a suo tempo in India, in particolare nel Punjab e a Bombay, a causa della malnutrizione, alleatasi con la polmonite, originata dal fatto che gli inglesi requisirono i raccolti di grano per inviarli in Gran Bretagna; la cosa coincise, per di più, anche con una grande siccità.

Un altro caso del passato, questa volta molto più recente, ma che abbiamo già dimenticato, è ad esempio sottolineato dal NYT (Goodman, 2020). Dopo la crisi del 2008, La Gran Bretagna e l’UE, ricorda il quotidiano, salvarono con grandi iniezioni di denaro le istituzioni finanziarie, poi recuperarono le uscite sostenute tagliando i servizi pubblici, punendo così i lavoratori e i contribuenti per i peccati commessi dai banchieri.

Come se non fossero bastate le mosse per accentuare le diseguaglianze portate avanti da parte dei vari governanti nel tempo, da Macron a Hollande, da Schoeder alla Merkel, da Berlusconi, a Prodi, a Renzi, da Obama a Trump, ci pensa ora il coronavirus a dare il suo non modesto contributo a questa tradizionale tendenza.

Così i poveri si ammaleranno e moriranno molto più dei ricchi.

Ancora cemento

Una delle cose che spaventa di più, per quanto riguarda il nostro paese, è quella di sentire parlare molti politici e molti imprenditori, con la stampa quasi unanime a fare come al solito da megafono, della necessità, per superare la crisi, di avviare una grande stagione di opere pubbliche. E tutti sembrano assentire. Si tratta di una grande minaccia.

Il nostro paese appare sommerso dal cemento, da opere faraoniche e poco utili, pagate normalmente a peso d’oro; i soldi ed anche tanti sarebbero più utilmente impiegati in opere di manutenzione dell’esistente (pensiamo a quanto ne avrebbero bisogno, ad esempio, le scuole, le strade e i ponti) e di rinnovamento e adeguamento urbano, anche in relazione ai dati della crisi climatica; sarebbero semmai utile, per altro verso, un grande programma di demolizioni (bisognerebbe istituire un ministero o almeno un sottosegretariato apposito).

Ovviamente qualche grande opera, ma soltanto qualcuna tra le molte elencate, avrebbe ancora qualche senso.

Questa volta dobbiamo, alla fine, purtroppo solo sperare nella nostra sempre criticata burocrazia perché affossi o almeno rallenti grandemente, con la resistenza passiva di cui è di solito tanto capace, tutti i piani faraonici che si vanno preparando. Peccato però che tante risorse che potrebbero essere utili al paese resterebbero bloccate.

Il lavoro a distanza

Del tema abbiamo parlato anche in un precedente e recente articolo pubblicato su questo stesso sito.

Sono decenni, forse cinquanta anni, che si parla delle meraviglie del lavoro a distanza, con idilliche descrizioni di come questa applicazione possa migliorare fortemente la vita dei dipendenti. Ma essa si è affermata nei vari paesi, per varie ragioni, solo molto lentamente e con prudenza. Ora invece si assiste in tutto il mondo ad una fortissima crescita del settore.

Il fenomeno ha indubbiamente dei risvolti positivi, permettendo, tra l’altro, di ridurre fortemente i rischi di contrarre l’infezione. Ma temiamo molto per le controindicazioni.

Intanto se lavorare da casa può costituire un vantaggio, “può anche indebolire le identità lavorative faticosamente raggiunte e mettere in discussione i modelli di convivenza e appartenenza sociali e familiari” (Amicucci, Bentivogli, Nacamulli, 2020). Si isolano le persone e le si lascia sole di fronte al potere economico e politico.

D’altro canto, il coronavirus accentua anche in questo campo le diseguaglianze tra i quadri e i lavoratori intellettuali da una parte, i due terzi dei quali si possono permettere il telelavoro e gli impiegati semplici e gli operai dall’altra, solo una parte molto ridotta dei quali possono usufruire di questa opportunità (Editorial, 2020).

Noi temiamo peraltro che, alla fine, lo strumento fornirà anche una nuova opportunità alle imprese e alle altre organizzazioni esistenti per aumentare fortemente il livello di precariato del lavoro.

Pensiamo ad esempio ai dipendenti dei call center , obbligati ora a lavorare da casa per la paura del contagio; pensiamo che quando la bufera sarà passata, nessuno forse li farà tornare indietro.

Testi citati nell’articolo

-Amicucci F., Bentivogli M., Nacamulli R., Smart working, il futuro passa da nuovi valori e competenze, Il Sole 24 Ore , 27 marzo 2020

-Comito V., L’economia digitale, il lavoro, la politica , Ediesse, Roma, 2018

-Dagorn J., Louxembourg C., Le surgissement des travailleurs invisibles, Le Monde , 29-30 marzo 2020

-Di Mauro G., Possibile, Internazionale , 27 marzo/2 aprile 2020

-Editorial, L’après-confinement se prépare dès maintenant, Le Monde , 29-30 marzo 2020

-Goodman P., Austerity put on hold as Europe fights virus, The New York Times International Edition , 28-29 marzo 2020

-Jacquin J.-B., L’état d’urgence sanitaire ouvre des brèches dans l’Etat de droit, Le Monde , 29-30 marzo 2020

-Monbiot G., Covid-19 is nature wake-up call to complacent civilisation, www.theguerdian.com , 25 marzo 2020

-Ragozzino G., Coronavirus, gli effetti collaterali, www.sbilanciamoci.info , 24 marzo 2020

-Swisher K., Will the most important industry survive coronavirus?, The New York Times International Edition , 27 marzo 2020

-Thornhill J., Coronavirus monitoring poses dangers for civil liberties, www.ft.com , 23 marzo 2020

-Wakabayashi D., Big tech may emerge stronger than ever, The New York International Edition , 25 marzo 2020

 

 

 

FONTE: http://www.controlacrisi.org/notizia/Economia/2020/3/31/53422-vincenzo-comito-cosa-potrebbe-cambiare-in-peggio-dopo-il/

Discussione

Un pensiero su “COVID-19: Cosa potrebbe cambiare in peggio dopo il coronavirus

  1. Devo riconoscere che il filo logico dell’esposizione é congruo all assunto finale, cioè la preoccupazione fondata dell’evoluzione in peggio dei diritti dei lavoratori.
    A mio modesto parere manca però la lettura dellintreccio tra la futura vita diciamo “normale” e quella della malavita. Pare scontato che le organizzazioni criminali giocheranno un ruolo di primo piano nei prossimi anni: L indebolimento dello Stato porterà certamente le mafie ad alzare il livello di scontro potendo improvvisamente contare su una massa di manovalanza autoctona e su bisogni primari crescenti delle piazze che controlla.
    Spero proprio di sbagliarmi, ma il peggio deve ancora venire. Su questo siamo certamente in accordo

    "Mi piace"

    Pubblicato da Zeno | 04/04/2020, 22:31

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