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Giovanni Arrighi, “Adam Smith a Pechino”, parte seconda

di Alessandro Visalli

Nella prima parte di questa lettura dell’ultimo libro di Giovanni Arrighi era stata fondamentalmente inquadrata la prospettiva teorica dalla quale è inquadrato il declino dell’egemone americano e la crescita dello sfidante cinese. In primo luogo appare la pertinenza di una frattura entro la stessa tradizione marxista, cui l’autore per buona parte della sua esistenza si è riferito. Frattura che può essere letta con gli occhiali di Losurdo come conflitto di paradigmi tra il “marxismo occidentale”[1] e “orientale”, rispettivamente risalenti a Marx, Engels e seguaci, ed a Lenin, Castro, Ho Chi Min, Guevara, e via dicendo. La decisione dell’autore in proposito è di accettare la definizione di “marxismo neosmithiano” proposta criticamente da Robert Brenner nel 1977 (contro l’ultima versione del secondo genere di marxismo espressa nella “teoria della dipendenza”), ma di ribadirne invece la validità come chiave di lettura dei fatti.

Richiamandosi ad elementi della lettura del grande filosofo scozzese, si tratta per Arrighi di comprendere quindi che cosa volle proporre effettivamente, al di là della semplicistica vulgata della “mano invisibile”, Adam Smith nel 1776 e misurare la fecondità delle sue intuizioni, mettendole in relazione con le ragioni del successo cinese. Questo sarà il compito della Seconda e Terza Parte del lungo testo. Utilizzandole si può rovesciare la percezione, che coinvolse in fondo anche Marx, di una sorta di naturalità del sentiero di sviluppo occidentale, mettendone in luce anche più di come comunque fece il grande tedesco la violenta natura. Riconoscere quindi la fondazione del capitalismo nell’estrazione di valore dalle periferie coloniali (per ma verità sia esterne sia interne[2]) e la capacità di alimentare e nutrirsi degli squilibri e delle dissimmetrie che esso stesso coltiva[3].

Riepiloghiamo, ci sono due tradizioni, e secondo quanto ritiene anche Harvey non facilmente armonizzate, nel marxismo:

–        quella che risale allo stesso Marx[4], e anche più alla sistemazione tardo ottocentesco condotta da Engels e dai suoi successori (Kautsky[5] in particolare), e vede una linea di sviluppo endogeno, interno, del capitalismo nel continuo rivoluzionamento delle forze produttive che conducono pro motu proprio ad una maggiore efficienza e razionalità. Quel che si chiama normalmente “progresso[6].

–        la seconda, alla quale biograficamente ed emotivamente aderisce l’autore, che vede nel capitalismo un dispositivo di oppressione soprattutto delle periferie deboli del mondo, dei suoi popoli, e di estrazione delle loro risorse. Non c’è quindi progresso, ma “accumulazione per espropriazione” (Harvey), e, soprattutto, c’è una valutazione per molti versi opposta della resistenza alla modernizzazione, al “progresso”, quando non è prodotto dallo sviluppo autonomo e coerente con la propria natura e tradizione.

Abbiamo dunque “Sviluppo del sottosviluppo” (Gunder Frank) verso creazione di un mondo “piatto” e progressista. Abbiamo “disconnessione” verso “integrazione”. Come concluderà, abbiamo “Commonwealth” verso “Impero”.

La tesi, spostandosi sul piano storico, come adesso vedremo è che nello sviluppo orientale c’è stato a lungo un “mercato senza capitalismo[7], capace di produrre molta più ricchezza della controparte occidentale, ma anche di intrappolare, in qualche modo, la società in una sorta di equilibrio che ha limitato l’innovazione (anche tecnica) o la sua diffusione e utilizzo. Non è sempre stato così, ma lo è stato nel momento decisivo, quello dell’incontro con l’occidente.

Sulle tracce della turbolenza globale

Nella Parte Seconda del libro, per comprendere come tale meccanismo si dispieghi e come d’uso in tutti i libri della “trilogia”[8], viene prodotta un’ampia ed estremamente interessante ricostruzione della successione storica delle crisi, a partire dalla lunga depressione dell’800, vivente Marx e che ha il suo termine negli ultimi anni dell’ottocento, quando con la morte di Engels si aprì nel socialismo tedesco, che svolgeva un ruolo di guida di quello europeo, la controversia Bernstein-Kautsky[9] e il revisionismo. Quasi improvvisamente una lunga fase di aspra competizione intercapitalistica, che aveva prodotto prezzi calanti e frequenti crisi locali, con brevissimi intermezzi, termina e i prezzi ricominciano a salire. Si impone allora un clima euforico nel mondo degli affari che passerà con il nome di Belle Époque. Un’epoca nella quale, tuttavia, le ineguaglianze crescono vertiginosamente e i benefici si ripartiscono a vantaggio di pochi. Sul piano internazionale riguardarono soprattutto l’Inghilterra e su quello di classe soprattutto quelle renditiere. La lunga crisi era stata una fase di scarsi profitti, ma di crescente benessere dei lavoratori, mentre la “Belle Époque” è stata, al contrario, una fase di profitti, ma non per i lavoratori. Crisi e benessere dipendono dai punti di vista.

Anche il lungo boom degli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso, che sfocia al termine in una crisi dei profitti, deriva da una forma di “sviluppo ineguale” tra aree economiche. Ovvero di differenti stati di crescita nel senso proposto da Brenner[10]; un senso ben applicabile a Germania e Giappone. Ritardatari che infine riescono a raggiungere i paesi guida nella corsa alla frontiera capitalistica. Bisogna anche ricordare che in tutto il trentennio che segue alla fine della seconda guerra, e agli Accordi di Bretton Woods la crescita era stata impetuosa nei paesi guida dell’occidente, ma debole nei paesi “sottosviluppati”. Le cause sono state molteplici, come sempre capita: la lotta tra i due blocchi, che tendeva ad esasperare le ragioni di sfruttamento dei satelliti periferici, e accentuava, appunto, la “dipendenza”; lo stretto controllo politico dei flussi di capitale. Quell’assetto crebbe, raggiunse i suoi limiti, e andò infine in crisi (una crisi che fu contemporaneamente geopolitica, sociale, economica). La svolta si produsse nel 1965-73 è fu resa in ultima analisi necessaria da una sempre più aspra lotta commerciale, dall’irruzione nelle economie guida di prodotti e merci a basso costo e dalla riduzione del rendimento degli investimenti anche del 40% negli Usa. A questo attacco, a partire dai primi anni settanta gli Stati Uniti reagirono con una drastica svalutazione del dollaro e con la distruzione del regime di Bretton Woods. Una distruzione anticipata da molti segnali e forse prevista.

A questa maggiore competizione Germania e Giappone reagirono cercando di conservare la competitività contraendo la domanda interna. Seguì una fase confusa, caratterizzata da manovre dette di “stop and go”, da parte dell’Inghilterra e di tutte le principali economie del mondo (per evitare il progressivo indebolimento delle ragioni di scambio e l’instabilità monetaria anche l’ultimo Johnson ed il primo Nixon cercarono di provare una stretta creditizia, ma la sconfitta alle elezioni del 1970, convinse quest’ultimo a riaprire lo stimolo[11]). Ma in quel contesto le politiche espansive a metà dei settanta determinavano tassi di interesse in caduta e fuga dei capitali verso i tassi più alti di Germania e Giappone, e, conseguentemente la tendenza dei deficit della bilancia commerciale ad andare fuori controllo. Dopo un’altra svalutazione del 7,9% allo Smithsonian Agreement del 1971, nel 1973 tutti si arresero. Complessivamente tra il 1969 ed il 1873 il dollaro si svalutò verso il marco del 50%, cosa che consentì per un poco di recuperare la competitività delle merci perduta, ma trasferì gli impulsi di crisi in Europa.

Al termine di questo primo periodo di aggiustamento lo sviluppo ineguale nel senso dell’inseguimento tra grandi potenze industriali fu parzialmente ridotto, ma quello tra queste ed i paesi “in sviluppo” rimase simile. Ma questo determinò una tendenza endemica all’eccesso di capacità produttiva a livello mondiale che ridusse per tutti i tassi di profitto. Quindi lo schema interpretativo proposto (che Arrighi riprende, accettandolo, da Brenner) è di “sovracapacità e sovraproduzione” (tendenziale). Questa condizione di stagnazione in effetti rimase persistente dal 1973 al 1993, per venti anni durante i quali si completò la trasformazione del sistema economico internazionale, ma fu attraversata da tre momenti principali:

1-     la rivoluzione monetarista degli anni ottanta, che produsse come effetto principale l’inversione della svalutazione del dollaro e dei flussi di capitale che tornarono, impetuosi, verso l’economia guida (devastando i germi di crescita che si erano nel frattempo aperti nel mondo “in via di sviluppo”). In questo contesto si ebbe la resa della Francia di Mitterrand, dopo il biennio di politiche keynesiane[12].

2-     il “Plaza Accord” del 1985, che svalutò il dollaro verso lo Jen, ponendo bruscamente fine alla crescita Giapponese, che stava seriamente preoccupando le élite americane;

3-     il “Reverse Plaza Accord”, del 1995, che, al contrario, lo rivalutò. Questo secondo accordo intervenne a salvare il settore manifatturiero giapponese, spingendo verso l’alto il valore del dollaro e rendendo in conseguenza, in un contesto nel quale il settore manifatturiero americano era in ripresa e quindi i valori azionari erano buoni, la borsa americana estremamente attraente per gli investitori stranieri.

Quel che seguì è, come sottolinea Brenner nel 2002[13], una “messa in libertà di un torrente di liquidità proveniente dal Giappone e dall’Oriente asiatico e in generale dall’estero che si riversò sui mercati finanziari americani, provocando una brusca riduzione dei tassi di interesse che spianò la via a una forte crescita dell’indebitamento della grandi società che prendevano a prestito per comprare azioni di borsa”. Peraltro, a dimostrazione del carattere di forte progettualità geopolitica (il contesto primario è sempre il dominio del capitale occidentale, ed anglosassone in particolare) le autorità monetarie giapponesi facilitarono molto il processo continuando politiche di espansione monetaria e mitigando le limitazioni per gli investimenti all’estero. Partì così la bolla di fine secolo.

Il rovescio della medaglia fu che le grandi aziende, che furono il motore principale della fase, entrarono ovunque in un periodo di forte indebitamento. Una condizione che per essere risolta in modo definitivo rendeva necessario passare per una fase di deflazione dei debiti (privati) che non si fece allora, non si è fatta alla data del libro, non si è fatta ancora.

Secondo Brenner le teorie che invece vedono nella forza del movimento operaio nella contingenza degli anni sessanta e settanta, il fattore decisivo nel comprimere i profitti e minacciare le basi del meccanismo dell’accumulazione capitalista sono eccessive. In effetti questo fattore ci fu, ma quello decisivo non fu la pressione “verticale” entro il sistema produttivo, ma quella “orizzontale” della competizione tra capitalisti e tra sistemi. Arrighi accetta solo fino ad un certo punto questa ipotesi e attira l’attenzione “sull’intera foresta di quella crescente marea multinazionale di conflitti sui salari e le condizioni di lavoro culminata fra il 1968 e il 1973”, la quale spinge verso l’alto i salari reali più dell’incremento della produttività. Questa esplosione ebbe effetto sulla contrazione del saggio di profitto, come ovvio, ma ebbe anche un effetto marcato e di lunga durata sull’andamento della competizione intercapitalistica. In questa crisi, al contrario di quella del 1870-90, ci fu anche un effetto inflazionistico rilevante (mentre in quella fu deflazionistico) e la rottura monetaria (mentre in quella dominò il gold standard). Il motivo fondamentale per gli Usa sarebbe che i costi politici di una politica deflazionista (che è quella standard nell’assetto capitalistico) erano troppo alti, data la situazione di alta conflittualità interna e relativa alla guerra del Vietnam. A Nixon serviva invece una qualche espansione per frenare la rabbia popolare. Peraltro la forza contrattuale dei lavoratori, come una delle cause per l’abbandono del gold standard è ancora più evidente in Francia, dove De Gaulle lasciò andare le politiche per evitare che la protesta studentesca del 1968 si saldasse con quella dei lavoratori. Insomma, per come la mette il nostro:

“Come suggerisce l’esperienza degli Stati Uniti e della Francia, la capacità di pressione del movimento operaio durante la transizione dal boom alla relativa stagnazione della fine degli anni sessanta e dei primi anni settanta non era un semplice riflesso della competizione intercapitalistica come era stato il caso durante l’inizio della svolta recessiva alla fine del diciannovesimo secolo. Al contrario essa fu sufficientemente forte da esercitare un’azione significativa non solo sulla stretta dei profitti che caratterizzò la transizione, ma anche nell’indirizzare la svolta recessiva lungo un percorso inflazionistico piuttosto che deflazionistico. Certo, sui profitti agiva contemporaneamente anche la concorrenza tra le aziende e certo dall’indirizzo inflazionistico dato dalla recessione i lavoratori non trassero particolari vantaggi né per loro né per la loro capacità di pressione” (p.147).

Alla fine la tesi fondamentale di Arrighi è che, semplicemente, l’inflazione funzionava meglio della deflazione per usurare la capacità di lotta dei lavoratori che caddero sotto i colpi della controrivoluzione di Reagan e Thatcher. Un ruolo, tuttavia altrettanto importante in questo passaggio lo giocarono le relazioni nord-sud del mondo e quindi l’impatto della decolonizzazione. Questa fu influenzata dal clima della guerra fredda e dalla crisi egemonica americana susseguente alla guerra persa in Vietnam. Il fattore che fu determinante non fu la pressione dei lavoratori, o il conflitto concorrenziale, ma “gli effetti diretti e soprattutto indiretti dell’escalation del Vietnam sulla bilancia dei pagamenti negli Stati Uniti” (p. 153). La variabile di sistema fu la lotta per la supremazia e per contrastare nazionalismo e comunismo nel terzo mondo.

È questo il contesto nel quale la svalutazione del 1969-73 del dollaro finì per far cadere il peso della crisi dei profitti, causata da questo complesso di fattori, su Germania[14] e Giappone, provocando una redistribuzione degli oneri come sottoprodotto di misure per recuperare margini. Questo assetto di politiche giunse al suo massimo al termine degli anni settanta.

A questo punto accelerò la svolta finanziaria e per evitare il “macello dei capitali” che avrebbe curato la tendenza alla sovrapproduzione però al prezzo della perdita di egemonia di troppi (sia ceti e aziende sia nazioni) il capitalismo si ritirò nel suo “quartier generale” (Braudel), ovvero, appunto, nei mercati finanziari.

La svolta monetarista ha questo senso, si tratta di una inversione: “gli Stati Uniti sono passati dal ruolo di principale sorgente mondiale di liquidità e di investimenti diretti all’estero che avevano coperto durante gli anni cinquanta e sessanta, a quello di principale nazione debitrice e di pozzo di liquidità che non hanno più abbandonato ormai dagli anni ottanta” (p.165).

È dai mercati finanziari che in ultima istanza gli Stati Uniti ottengono quel che non avevano ottenuto né con le armi né con l’industria, ovvero la sconfitta dell’Unione Sovietica e, insieme, il disciplinamento del sud del mondo. Svolse un ruolo la corsa degli armamenti, il crescente indebitamento di tutti i paesi satelliti dell’Urss (che crolleranno in pochi anni), la crisi messicana del 1982, la recessione e liquidazione ideologica e politica dello Stato Assistenziale come parte di un vasto progetto di ricostituzione “dell’esercito di riserva industriale” e quindi dei margini della produzione (p.168).

Ma se questo fu lo scheletro della svolta, l’interpretazione di Arrighi, come nei suoi precedenti libri, passa per la nozione di crisi di egemonia[15] degli Stati Uniti, che aveva visto un suo momento alto nel New Deal Rooseveltiano e nella sua ipotesi di estensione al mondo, tramite le Nazioni Unite; poi nel consolidamento negli anni del keynesismo militare e nella politica di contenimento della sfida sovietica sulla base di più poli industriali dominanti (Germania, Giappone in primis), che dovevano restare sempre dominanti[16] e quindi l’appoggio strategico alla Comunità Economica Europea come necessario contrappeso al socialismo sia esternamente sia internamente. Ne segue una diagnosi, “lo sviluppo ineguale [nel senso di Brenner] all’ombra dell’egemonia prodotta dagli Stati Uniti non fu dunque un processo spontaneo prodotto dall’azione ‘dal basso’ dei capitalisti impegnati nell’accumulazione ma un processo incoraggiato dall’alto” (p.173). Un processo, dunque, non solo “capitalistico” (nel senso di Marx e di Brenner), ma anche “politico”, o meglio, naturalmente “geopolitico”.

Gli obiettivi che si poneva l’egemone americano erano infatti politici, nel mettere in piedi il sistema di potere del dopoguerra, e fallirono non tanto nel lasciar emergere Germania e Giappone come nuovi competitori, quanto nel riuscire a garantire benessere e pace sociale (gli anni sessanta e settanta sono anni di asprissimi conflitti sociali nelle “periferie interne”) e dominio sul resto del mondo emergente.

Sarà la “controrivoluzione monetarista”, insieme al dilagare dell’economia finanziaria che ne è causa ed effetto, a ottenere infine i due risultati. Si tratta di un punto di svolta complesso, nel quale ebbe un ruolo “l’eurodollaro”[17] ed una massa di capitali mobili che quadruplica tra il 1967 ed il 1970. Dominarono due fenomeni paralleli: l’esplosione salariale, con conseguente erosione relativa dei profitti, e la massa di capitali parcheggiati. Si trattò di una enorme massa di manovra ed un fiume in continua crescita che finisce per fare concorrenza alle istituzioni monetarie e statunitensi.

Ci sono per Arrighi in sostanza tre tendenze che si rafforzano a vicenda:

1-     La rottura del sistema di parità fisse,

2-     Una posizione più aggressiva dei paesi del terzo mondo,

3-     La mancanza di domanda di impieghi.

Questo processo ebbe un successo enorme, l’intera struttura della società si rivoltò, la direzione e qualità dei consumi passò da una trazione da parte dei consumi di massa ad una trazione condotta dai consumi “distintivi”. L’egemonia della classe sociale “affluente”, che esibisce i propri consumi facendone elemento del prestigio, della legittimità a dirigere, e della stessa propria qualità morale, si impose sulla precedente semi-egemonia “popolare”. Il processo trovò i suoi cantori e trovò i suoi critici, ma fu praticamente irresistibile.

Si trattava di una nuova Belle Epoque fondata su un meccanismo che, in basso, è sostenuto da una continua anticipazione di futuro, una costante espansione finanziaria e quindi delle strutture del debito e che, secondo Arrighi, nel lungo periodo potrebbero portare ad un “nuovo crollo sistemico” (è in realtà molto più vicino, dato che il libro esce nel 2007). Qui domina la riduzione della concorrenza attraverso l’estensione delle relazioni clienti-fornitore ‘captive’, basate sull’associazione di monopoli e monopsoni, e l’interconnessione internazionale per sfuggire, o per arbitrare, ai regimi di regolazione.

È il modello Wall Mart degli anni novanta, sulla base del quale, generalizzandolo, si imporrà nel nuovo millennio il modello della “gig economy”[18] e di “Amazon”.

Ma se l’egemonia americana, pur con questa enorme ripresa di centralità (ovvero incremento del dominio) è per Arrighi comunque in disfacimento, la fase imperiale si affermò come puro e brutale dominio solo dal 2001. A seguito dell’opportuno attentato delle Torri Gemelle (occasione presa al volo) Bush lanciò un nuovo programma imperiale ripetendo la mossa fortunata di Roosevelt (che usò l’attacco di Pearl Harbor per fare la guerra di cui aveva bisogno per risolvere la crisi del New Deal) e di Truman (quando costruì la “guerra fredda” per poter proseguire le politiche espansive al livello necessario senza che i capitali si opponessero[19]). Considerando la persistenza del trauma della sconfitta del Vietnam, però, lo fece attraverso la “dottrina Powell”: colpire subito con una enorme sproporzione e disimpegnarsi. In Afganistan e soprattutto in Iraq la prima parte andò bene, ma la seconda fu uno spettacolare fallimento. Gli Stati Uniti si ritrovarono ancora una volta in un pantano, e con una continua emorragia di capitali.

Alla fine fu un fallimento ancora più grave, anche perché il resto del mondo rifiutò la guerra americana e si rifiutò di sostenerne i costi.

In conseguenza anche l’idea di un ordine mondiale riformato per mano militare, anziché con il “dolce commercio” come voleva Clinton nel suo entusiasmo democratico per la globalizzazione, fallì.

Restava quindi il dilemma di come finanziare la guerra:

1-     Attraverso un aumento delle tasse,

2-     Aumentando l’indebitamento con l’estero,

3-     Rendendo la guerra autosufficiente,

4-     Sfruttando il ruolo del dollaro.

In effetti furono tentati tutti, ma alla fine fu soprattutto il dollaro a svalutarsi, del 35% (come accadde peraltro dopo la guerra del Vietnam). Naturalmente si tratta di una politica rischiosa perché funziona solo fino a che la fiducia reggeva. Precisamente una politica che danneggia tutti i detentori di dollari fuori casa e, in particolare, le riserve valutarie sovrane[20] in dollaro, ovvero il ruolo dello stesso come “valuta di riserva”.

Ma c’è soprattutto un altro lato della cosa: fino a che gli Usa restarono invischiati nella guerra del golfo crebbe anche la dipendenza dalle importazioni e dal credito estero a buon mercato. In queste condizioni non si poteva infatti cercare di ostacolare la crescita del nuovo paese che stava emergendo a sfidare il ruolo centrale americano: la Cina. Infatti in queste condizioni lo squilibrio della bilancia commerciale non poteva essere combattuto con i dazi, in quanto avrebbero potuto far aumentare l’inflazione a causa della necessaria sostituzione delle importazioni a basso prezzo cinesi con altre comunque più care.

Ma allora, fino a che non si scioglie questo nodo, l’aumento dell’influenza cinese, che estende i suoi rapporti con paesi decisivi come l’Iran ed il Venezuela, o con parte dell’Africa, resta difficilmente contenibile.

Nel seguito del libro Arrighi guarderà molto più da vicino questa crescita.

 

FONTE: http://tempofertile.blogspot.com/

 

 

NOTE

[1] – Domenico Losurdo, “Il marxismo occidentale”, 2017.

[2] – Per avere un’idea di questo punto, che naturalmente merita ben più elevato approfondimento, può essere utile rileggere alcuni articoli dei Monthly Review, raccolti nel 1968 nel libro di Leo Huberman e Paul Sweezy “La controrivoluzione globale” che per lo più si confronta con il movimento di liberazione delle minoranze nere.

[3] – Il punto teorico è analizzato in particolare nella principale opera della scuola americana, l’ultima di Paul Baran, “Il capitale monopolistico”, scritto nel 1967 con Paul Sweezy. In esso viene formulato una sorta di “teorema di impossibilità” nella fase monopolistica del capitalismo. La rivoluzione sistemica nelle società del centro capitalistico (monopolista) maturo non avviene dove si aspetta; questo ha, infatti, una immensa capacità di coinvolgimento ed egemonica, ma anche, e nella stessa logica produce una capacità di mobilitazione alle periferie, che di necessità ne devono pagare il prezzo. Lo schema della rivoluzione al culmine dello sviluppo delle forze produttive ne viene rovesciato: le condizioni dell’instabilità sistemica del capitalismo non si danno al centro, ma nelle sue periferie interconnesse e vitali per la sua sopravvivenza, nel senso specifico che senza l’estrazione di ‘surplus potenziale’ da queste esso resta condannato alla tendenza alla stagnazione e quindi non è in grado di riprodurre il consenso al suo interno. Questa forma di capitalismo, diretta e controllata dalle grandi imprese per azioni monopoliste e multinazionali, è quindi strutturalmente imperiale e organizzato di necessità per grandi catene di sfruttamento internazionali. Catene che determinano l’estrazione di valore e la contrapposizione tra la massima opulenza e la massima disperazione, entro e fuori le cittadelle assediate delle metropoli occidentali.

[4] – Ad esempio si legga questo famoso passo: “la produzione basata sul capitale crea da una parte l’industria universale, […] dall’altra crea un sistema di sfruttamento generale delle qualità naturali ed umane, un sistema della utilità generale, il cui supporto è tanto la scienza quanto tutte le qualità fisiche e spirituali, mentre nulla di più elevato-in-sé, di giustificato di per se stesso, si presenta al fi fuori di questo circolo della produzione sociale e dello scambio. … soltanto col capitale la natura diventa un puro oggetto per l’uomo, una pura cosa di utilità, e cessa di essere riconosciuta come forza per se; e la conoscenza teoretica delle sue leggi autonome si presenta soltanto come astuzia per subordinarla ai bisogni umani, sia come oggetto di consumo, sia come mezzo di produzione. In virtù di questa sua tendenza il capitale spinge a superare sia le barriere e i pregiudizi nazionali sia l’idolatria della natura e la soddisfazione tradizionale, orgogliosamente ristretta entro determinati limiti, dei bisogni esistenti, e la riproduzione del vecchio modo di vivere. Nei riguardi di tutto questo il capitale opera distruttivamente, opera una rivoluzione permanente, abbatte tutti gli ostacoli che frenano lo sviluppo delle forze produttive, la dilatazione dei bisogni, la varietà della produzione e lo sfruttamento e lo scambio delle forze della natura e dello spirito” (K. Marx, “Grundisse”, p.11)

Il tempo della storia, invece, non è il tempo astratto e vuoto della valorizzazione, ovvero il tempo in ultima analisi del capitale che, trascinando davanti a sé lo sviluppo tecnologico in direzione della massima autovalorizzazione e continuamente dissolvendo gli ostacoli, si produce attraverso di esso; ma è il tempo, dice nella 14° tesi, “quello pieno di ‘attualità’”. Ovvero è il tempo di ciò che si fa attuale (ad esempio la Roma antica durante la rivoluzione francese per Robespierre). Si arriva a dire che (15° tesi) “la coscienza di far saltare il continuum della storia è propria delle classi rivoluzionarie nell’attimo della loro azione”, infatti dalla “selva del passato”, nell’area in cui comanda la ‘classe dominante’ (diremmo in cui si esercita la sua egemonia che la fa dominante), il balzo di tigre che attualizza un ‘passato’, rendendolo nuovamente presente, fa sì che si possa restare “signore delle proprie forze” (In “Angelus novus”, p.83 e seg.). Emerge la concezione di una sorta di tempo granulare e discontinuo, in cui l’atto che costituisce potere (e quindi valore) diventa la scelta di cosa considerare contemporaneo, cosa attuale. Un tempo, quindi, politico.

[7] – Si tratta di una questione davvero difficile, la tesi riportata deriva in sostanza dalla proposta di Braudel. Naturalmente non si intende il “mercato” come la circolazione delle “merci” nel senso descritto da Marx perché questa presuppone i rapporti di produzione del capitalismo. Andiamo a Braudel, in particolare “La dinamica del capitalismo”, 1977, che riassume i concetti di “Civiltà materiale”, 1979: il “capitalismo” (ma sta parlando di quello preindustriale) vi viene individuato come sistema economico avverso al “mercato”. Il “capitalismo” si può costruire solo con il supporto dello Stato, il fenomeno è interpretato come effetto di una sorta di gioco di strategia in cui diversi poteri sfruttano le condizioni e le istituzioni del tempo per consolidare un predominio avverso alla grande maggioranza, inclusi i nuclei e frammenti di mercato e gli imprenditori in essi operanti. Questa lettura inquadra, insomma, il fenomeno cui si dà nome “capitalismo” distinguendolo, ed in qualche modo opponendolo, sia alla divisione del lavoro (lettura di Adam Smith) sia ad ethos culturali e religiosi (Max Weber). In questo libro, la cui lettura dovremo rimandare, le “socioeconomie” sono insomma influenzate sia da “chi possiede i mezzi di produzione, la terra, le navi, le materie prime, i prodotti finiti e le posizioni dominanti” (come sottolineava Marx che qui è citato), sia dallo Stato, che è “causa e conseguenza insieme” e turba, piegando anche involontariamente, i rapporti. diversa lettura del “capitalismo”, che vede addensarsi a partire dal 1200 e che non è letto, secondo la tradizione che risale a Smith, e non viene seriamente contestata neppure da Marx, come un fenomeno connesso con la concorrenza, la divisione del lavoro e la razionalizzazione, che è pervertito tardivamente da colonialismo e imperialismo (in Marx e nei suoi successori), deformato dai monopoli. Come abbiamo visto il “capitalismo” scaturisce dal commercio internazionale, di lunga percorrenza, e dalle lunghe catene di scambi in cui il medium “denaro” può esplicare la propria logica ed è quindi, dall’inizio, internazionale, volto a creare e sfruttare privilegi facendo leva sulla mobilità, scaturente dal monopolio. Parassitario di rapporti sociali locali e poteri politici nazionali (dei nascenti Stati o delle autorità semifeudali esistenti). Esso crea e rende possibili le “economie-mondo” (la cui lettura è una delle marche di Braudel e della sua scuola i cui continuatori sono Wallerstein e Arrighi), imponendo strutture piramidali e canalizzando in luoghi densi e privilegiati (le “città globali” di cui parla Saskia Sassen) i loro affari d’ordine e sfruttando quelle diventate marginali (qui si può andare a “Espulsioni, brutalità e complessità nell’economia globale”). Il capitale si forma e si sposta, si organizza intorno a centri in cui operano infrastrutture di servizio e reti di competenza, prima emergono in questa veste centri come Firenze, Milano, Venezia e Genova, poi nello scorrere dei decenni Anversa, Amsterdam e quindi Londra, infine New York fuori del perimetro temporale della ricerca.

Per Braudel, diamogli la parola: “la caratteristica fondamentale dell’economia preindustriale è la coesistenza delle rigidità, inerzie e lentezze di un’economia ancora elementare coi movimenti limitati e minoritari, benché vivi ed incisivi, caratteristici della crescita moderna. Da un lato, contadini che vivono nei loro villaggi e sviluppano forme autonome, quasi autarchiche di economia, dall’altra un’economia di mercato ed un capitalismo in espansione che, estendendosi a macchia d’olio, tracciano, a poco a poco, la configurazione del mondo in cui viviamo. Due universi, dunque, due generi di vita apparentemente estranei ma le cui masse rispettivamente rimandano tuttavia l’una all’altra” (p.26).

L’economia di mercato” nella tradizione storiografica che, appunto, risale alla sistemazione prodotta nell’ultimo quarto del settecento da Adam Smith, è la presenza che assorbe il nostro campo visivo, ma per Braudel essa “non è che un frammento di un più vasto insieme, a  causa della sua stessa natura che la riduce a giocare il ruolo di semplice area di collegamento tra produzione e consumo: fino al XIX secolo, l’economia di mercato costituisce soltanto un livello più o meno consolidato e resistente, talora una sottile intercapedine, tra l’oceano della vita quotidiana che si estende sotto di essa ed i movimenti del gioco capitalistico che, più d’una volta, la manovrano dall’alto” (p.49).

Tuttavia questa presenza ubiqua, che connette e collega aree diverse, e nella quale rifornimenti, prezzi, flussi, produzioni, sono messi in contatto, a volte manipolati, influenzati, fatti oggetto delle prime “politiche economiche”, protetti o sfidati, osservati e razionalizzati, appare ai contemporanei come il vero elemento decisivo. L’equilibratore, fondato sul meccanismo che appare agli occhi della “concorrenza”, che riesce di superare i dislivelli. Le carenze dell’offerta, quelle della produzione, della domanda. “Il mercato diventa così un dio nascosto e benevolo, la <mano invisibile> di Adam Smith, il mercato autoregolato del XIX secolo, chiave di volta dell’economia per tutto il periodo in cui ci si è attenuti al principio del laisser faire, laisser passer”. Che ne pensa Braudel? Lo dice subito, “in tutto questo c’è, senza dubbio, una parte di verità, una parte di malafede, ma anche di illusione”. Intanto il mercato è manipolato, alterato, dal potere politico, dai monopoli, poi questo è incompleto ed imperfetto come legame tra produzione e consumo. Braudel tiene “a sottolineare la parola incompleto”, e continua: “mentre credo nelle virtù e nell’importanza dell’economia di mercato, ciò che non mi convince è la sua funzione di fattore assoluto, esclusivo”. Questo è semplicemente “un mito”.

Oltre a questa cosa c’è? Intanto, ovviamente, le strutture del quotidiano, della vita materiale, ma anche “il capitalismo”. Braudel lo dice chiaramente, il termine è scelto per avere una diversa etichetta che si distingua dall’economia di mercato. Si tratta di “forme di attività molto differenti”. È chiaro che si tratta di un termine ambiguo e pericoloso; lanciato (anzi, come dice prudentemente, oggetto “del suo primo vero <lancio>” nell’opera maggiore di Sombart nel 1902) è “praticamente ignorato da Marx” e viene connesso normalmente alla rivoluzione industriale. Ma questa è contaminata dal passato, si stava delineando da tempo, da molto prima del XVIII secolo. Questo, il “capitalismo” è dunque “in linea di massima … il modo in cui è gestito, con finalità generalmente poco altruistiche il gioco della costante immissione” del capitale nel processo di produzione. Dove “capitale” non è solo il denaro, ma anche i beni o le infrastrutture (le case) o la natura (ad esempio le foreste) nel momento in cui sono sfruttati e partecipano al processo di produzione.

[8] – Ovvero i tre libri sulla ricostruzione del ciclo del capitalismo che abbiamo citato.

[9] – Nella controversia tra Bernstein e Kautsky, alla quale partecipò anche una giovane ma già determinata Rosa Luxemburg si attiva la divaricazione tra posizioni riformiste-compatibiliste e posizioni rivoluzione-crolliste. Per come la mette Luxemburg, “o la trasformazione socialista continua ad essere una conseguenza delle contraddizioni obiettive del sistema capitalistico, allora insieme a questo sistema si sviluppano anche le sue contraddizioni, e un crollo, in questa o in quella forma, a un certo momento, ne è il risultato; ma allora anche i ‘mezzi di adattamento’ [Bernstein] sono inefficaci e la teoria del crollo è giusta. Oppure i ‘mezzi di adattamento’ sono in realtà tali da impedire un crollo del sistema capitalistico, rendono quindi il capitalismo in grado di esistere, sopprimono le sue contraddizioni; ma allora il socialismo cessa di essere una necessità storica, e sarà tutto quel che si vuole tranne che un risultato dello sviluppo materiale della società. Questo dilemma conduce ad un altro dilemma: o Bernstein ha ragione per quanto riguarda il corso dello sviluppo capitalistico, e allora la trasformazione socialista della società si muta in un’utopia, oppure il socialismo non è un’utopia e allora la teoria dei ‘mezzi di adattamento’ non deve essere valida. That is the question, questo è il problema”, Rosa Luxemburg, “Newe Zeit”, 1896.

[10] – Robert Brenner, “The economics of global turbulence”, New Left Review, I/229 maggio 1998

[11] – Fu allora, sul finire del giorno, che Nixon disse “adesso siamo diventati tutti keynesiani”.

[12] – Si veda, “Francoise Mitterrand e le svolte degli anni ottanta”.

[13]– Robert Brenner, “The economics of global turbolence. The advanced capitalist economics from long book to long downturn”, 2002

[14] – Si veda Massimo d’Angelillo, “La Germania e la crisi europea”, la politica di Brandt, l’unica fase keynesiana della storia tedesca (nella quale politiche di crescita vengono portate avanti ‘dal lato della domanda’) si interrompe quando nel 1974 l’economia che era fino all’anno prima in piena occupazione (tasso di disoccupazione 0,6%) rallenta bruscamente, cresce solo dello 0,6% (anno prima +4,3%), e, inoltre, una opaca operazione di spie lo coinvolge in uno scandalo che porta il cancelliere alle dimissioni a maggio 1974, gli succede Helmut Schmidt che abbandona il keynesismo per puntare sul “modell Deutschland”, che cerca di fare della Germania il perno dei flussi finanziari internazionali, fondata su un marco “forte” e la compressione della domanda interna per favorire le esportazioni.

[15] – Tra “base” (termine che viene usato per “struttura” da Marx, nell’”Ideologia tedesca”, infatti userà struktur e basis) e la “soprastruttura” (uberbau, tutte metafore architettoniche come si vede, si tratta di ciò che è edificato sopra e del fondamento), in una condizione nella quale evidentemente ci vogliono entrambe, c’è una relazione molto più stretta di quella, pur complessa, della vulgata marxista. Il concetto di egemonia è per espressa ammissione, ripreso da Gramsci (che lo rileva da Lenin, ma lo estende molto) che lo impernia in una critica della vulgata marxista del rapporto tra “struttura” e “soprastruttura” nella loro reciproca influenza. I due concetti sono una unità, in senso dialettico. Ma avviene in qualche modo in Gramsci, nell’intreccio di concetti che si rimandano, un passaggio che è colto molto più da Arrighi che da Negri: la struttura, la base, è in un rapporto con la soprastruttura che ad essa si innerva e intreccia, quasi confondendosi, in un modo che ricorda quello tra storia ed evento. Cioè quel rapporto, nella lettura storica che Gramsci compie in tutta la sua opera, tra passato e presente. Affondare le radici nella storia, che è la stessa mossa nell’interpretazione del presente che compie la tradizione degli Annales (forse non a caso avviata nel ’29 e a conoscenza del nostro), significa per Gramsci liberarsi di ogni trascendenza residuale, di ogni teologia. Il concetto compare nei primi mesi del 1930, nei Quaderni del Carcere, e precisamente nell’ambito del discorso sul risorgimento (che abbiamo letto per ora qui) e resta praticato fino alla fine, ogni volta con una qualificazione: politica, culturale, linguistica, intellettuale, morale, … l’egemonia è in qualche modo, proverei a dire, uno strumento ed un effetto, che opera nel garantire e realizzare la prevalenza di uno verso l’altro. Sia esso una classe, o un blocco storico, una nazione (come del caso). Il concetto, per essere compreso, va connesso con la sua assenza, ovvero con il puro e semplice “dominio”. Dove il potere è nudo, privo della necessaria componente del consenso, si ha quindi solo l’esercizio brutale del “dominio”. Ma il vero potere non si limita alla costrizione; si estende alle menti ed ai cuori, si fa seguire in qualche modo volontariamente, coinvolgendo insieme: la rappresentazione di sé che si costruisce, l’immagine del mondo, e la meccanica dei valori e obiettivi, con la loro gerarchia. Si radica inoltre nella “base” degli interessi, e dei bisogni, cui in qualche modo (secondo il filtro delle rappresentazioni) l’egemone risponde, facendosene almeno in parte carico. Il vero potere è dunque egemonia. Abbiamo, ad esempio egemonia tedesca in Italia, quando volontariamente si sceglie di seguire la logica della moneta stabile e forte, della deflazione come orizzonte, dell’austerità suo mezzo. L’egemonia ha sempre un suo campo e, per chi vi appartiene, un coerente insieme di desideri, effetti di dominio (verso qualche subalterno) inseparabili da effetti identitari, e sempre risponde almeno a parte ai suoi interessi e bisogni secondo la loro percezione.

Dunque le potenze realmente egemoniche, come sono state quella olandese, inglese e americana al loro meglio, quando si sono fatte carico, anche se diversamente, di produrre e distribuire beni pubblici e senso, o come la Russia sovietica, che esportava una egemonia potente, hanno riorganizzato in parte per effetto della loro base di potere, ma in parte altrettanto importante (e inseparabile) per effetto della loro struttura di valori, rappresentazioni coerenti, tecniche e regole, intorno a sé porzioni decisive del mondo, rendendolo “sistema”. Cioè rendendolo capace di funzionare insieme e creare le premesse per una accumulazione che ha anche disciplinato, in qualche modo, i capitali incorporati entro le loro strutture e quelli mobili (che fin che dura l’egemonia sono limitati). I capitali sono, infatti, una sorta di rapporto sociale.

[16] – La divisione della potenza doveva vedere in sostanza tre poli industriali dominanti nel campo occidentale (Usa, Germania e Giappone) e uno nel campo sovietico (Urss). Poi, a completare si potrebbe citare i poli secondari e subalterni (Italia, Francia e nel campo socialista la Germania dell’Est) e quelli declinanti (Inghilterra).

[17] – Si veda, ad esempio, questa altra descrizione della crisi in Massimo Amato e Luca Fantacci “Fine della finanza”.

[18] – Si veda “Gig economy o sharing economy?” e “Amazon e il suo monopolio”. Quando Walmart apre un nuovo punto di vendita nel territorio le reti di commercio di prossimità, anche le più forti ed organizzate, cedono, non riuscendo a stabilire con i fornitori la stessa relazione di potere schiacciante. La grande catena nata pochi anni fa da un solo punto vendita nello stato di Bill Clinton e divenuta una delle multinazionali più grandi al mondo, di cui abbiamo molte volte parlato (ad esempio qui), basa il suo potere nell’unione perfetta di un monopsonio (di fatto diventa, per la sua grandezza l’unico possibile acquirente per i suoi fornitori) e di un monopolio (con i suoi prezzi diventa l’unico a vendere su un territorio), che si fondano letteralmente l’uno sull’altro, e nel farlo devasta insieme la rete del piccolo commercio, desertificando le città, e il mercato del lavoro, verso il quale il monopsonio si estende. Se si ha la sfortuna di essere un lavoratore debole in un territorio nel quale c’è uno dei giganti di WalMart, si può scegliere tra essere senza lavoro ed esserne schiavo. Qualcuno potrebbe dire, a questo punto, che è il capitalismo. In effetti lo è; il capitalismo è una forma di organizzazione sociale per sua natura predatoria. La famiglia Walton, che lo ha fondato nel 1962, ed ora è più ricca di 100 milioni di americani con i suoi oltre 80 miliardi di dollari di patrimonio, ha solo applicato il modello. Man mano che il lavoro si è indebolito, a partire dalla rivoluzione reaganiana, un modello che mobilita capacità rese sottoutilizzate dal crollo delle agenzie che proteggevano il lavoro dallo strapotere del capitale ed al contempo offre alle stesse popolazioni marginali riduzioni di costo (ottenute dallo sfruttamento selvaggio della debolezza di lavoratori e fornitori), si è fatto progressivo ed irresistibile. Più si allarga lo strato di lavoratori impoveriti, più una catena che offre salari di stretta sussistenza per vendere prodotti a basso prezzo (e qualità), strangolando i fornitori e costringendoli a loro volta ad abbassare i salari, è in vantaggio. La competizione come unico criterio legittimo, essenza dello spirito del capitalismo, alla fine porta alla concentrazione nelle stesse mani delle due forme interrelate di monopolio.

[19] – Si veda, Paul Baran, Paul Sweezy, “Il capitale monopolistico

[20] – Al momento si stima che il 64% delle riserve valutarie mondiali siano detenute in dollari, il 26% in euro, il 4% in sterline e il 3,3% in yen. Di quelle in dollari 3.700 miliardi sono detenuti dalla Cina, 1.200 dal Giappone, solo 430 complessivamente dall’eurozona e 400 dalla Russia (che ne sta vendendo il 10%), seguono Taiwan (300), Brasile (250), India (250), Corea del Sud (200), Hong Kong (180), Singapore (165). Insomma il sud-est asiatico nel suo complesso ne detiene 6.200 miliardi, i principali paesi del resto del mondo 1.000.

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