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Gallino, l’euro, lo spread, Salvini, Visegrad. L’impotenza della sinistra europeista

427af556 64b7 4d6a a399 eb049e3e332c largedi Enrico Grazzini

Luciano Gallino aveva denunciato i disastri prodotti dalla subordinazione dello stato al mercato, spiegando come uscire dalla gabbia dell’euro e dell’austerità senza rompere l’Unione europea. Una lezione inascoltata dalla sinistra italiana, che continua a difendere questa Europa liberista in nome di un europeismo acritico e illusorio. Con il rischio di consegnare così milioni di elettori alla destra xenofoba e anti-europeista.

La sinistra alternativa che quattro anni fa aveva promosso la lista Tsipras, anche con l’aiuto e l’adesione del compianto Luciano Gallino – senza alcun dubbio lo studioso più profondo e critico della sinistra –, non può certamente riproporre quello stesso progetto di uscita dall’austerità che molti (come me) considerano del tutto fallimentare, o che comunque, nella migliore delle ipotesi, certamente non può più costituire un riferimento esemplare! Dopo la capitolazione greca di fronte alla Troika (UE, BCE e FMI) oggi la sinistra europea e soprattutto quella italiana non hanno ancora elaborato una proposta credibile per l’Europa e per l’euro. Il problema è che la sinistra italiana non vuole neppure discuterne e si chiude nei suoi dogmi. Così si assume la pesante corresponsabilità di consegnare milioni di elettori alla destra xenofoba e anti-europeista.

La famigerata Troika non ha lasciato la Grecia, anche se formalmente ha terminato il suo programma di aiuti; il debito pubblico greco è ancora al 180% del PIL, e il programma europeo di austerità continua incessante sia nell’Ellade che in Italia e negli altri paesi dell’eurozona (a parte ovviamente la Germania). La Grecia è sotto il controllo straniero. La Banca Centrale Europea tuttora non include l’Ellade nel suo piano di Quantitative Easing perché giudica ancora insolvente lo stato greco. Mario Draghi non considera affidabili i titoli di debito greci, che non quindi sono sostenuti dalla BCE.

Non credo assolutamente che Tsipras sia un “traditore” perché non lo è: ma oggettivamente nessun obiettivo del programma annunciato da Tsipras e da Syriza prima di andare al governo è stato conseguito: il debito c’è, l’austerità anche, e la Troika domina – anche se in maniera più discreta – ancora e sempre sul Partenone.

Anche la crisi italiana potrebbe precipitare. La crescita dello spread è un sintomo eloquente. Molte forze finanziarie e politiche sono interessate alla crisi italiana, alla subordinazione dell’Italia alla Troika, ma il crack dell’Italia potrebbe trascinare con sé il crollo dell’euro.

Tra i numerosi errori della sinistra il più grave, quello centrale e strategico, quello che l’ha portata alla attuale irrilevanza politica, è l’avere accettato nel nome degli Stati Uniti d’Europa la politica ultra-liberista che fonda questa Unione Europea e l’eurozona. Di fatto, insieme all’euro, la sinistra ha promosso anche la libera circolazione dei capitali speculativi, la deregolamentazione, e la prevalenza del mercato finanziario sulla politica e sulla sovranità dello stato democratico.

Evocando il Manifesto di Ventotene e in nome degli Stati Uniti d’Europa, con la prospettiva di un unico stato federale centralizzato (che incubo!) per 28 Paesi europei, la sinistra – da Matteo Renzi a Laura Boldrini, da Massimo d’Alema a Fausto Bertinotti e Alfonso Gianni, da Pier Luigi Bersani a Piero Grasso – anche se con diversi accenti, di fatto ha accettato e accetta come un destino ineluttabile la subordinazione dello stato democratico alle agenzie di rating e ai mercati finanziari. Non c’è stata alcuna riflessione critica sul fatto che lo stato abbia ceduto uno strumento fondamentale – cioè la moneta – per impostare qualsiasi politica di sviluppo e di piena occupazione.

Questa subordinazione dello stato al mercato è stata invece denunciata apertamente da Luciano Gallino. Gallino ha spiegato in maniera analitica la feroce natura di classe dell’architettura monetaria europea per la quale gli stati, senza più alcuna forma di potestà monetaria, sono obbligati a supplicare soldi ai mercati finanziari e agli investitori finanziari, i veri padroni (e predoni) della moneta. Senza sovranità monetaria, accade che da decenni i cittadini e contribuenti italiani paghino più tasse di quanto lo stato spende per scuole, sanità, ricerca, ecc, (questo è il senso dell’avanzo primario di bilancio pubblico, che in Italia vale il 2% circa del PIL) e che comunque lo stato registri un deficit e sia costretto a chiedere soldi sul mercato finanziario solo per pagare gli interessi sul debito pubblico, che cresce proprio a causa del deficit dovuto agli interessi stessi. Una spirale micidiale che si alimenta da sola. Gallino ha colto la sostanza del fenomeno.

Scegliendo di entrare nella zona euro, lo stato italiano si è privato di uno dei fondamentali poteri dello stato, quello di creare denaro. …. In forza del Trattato di Maastricht soltanto la BCE può creare denaro in veste di euro… a fronte, però, del divieto assoluto, contenuto nell’art. 123 di prestare un solo euro a qualsiasi amministrazione pubblica, a cominciare dagli stati membri. … Al tempo stesso accade che le banche private abbiano conservato intatto il potere di creare denaro dal nulla erogando crediti o emettendo titoli finanziari negoziabili… Tutto ciò ha messo gli stati dell’eurozona in una posizione che si sta ormai rivelando insostenibile. Debbono perseguire politiche economiche fondate su una moneta straniera, appunto l’euro, ma se hanno bisogno di denaro debbono chiederlo in prestito alle banche private, pagando loro un interesse assai più elevato di quello che esse pagano alla BCE. Vari stati della UE – nove per l’esattezza, tra cui Regno Unito, Danimarca e Svezia – hanno invece scelto di restare fuori dall’euro e non a caso hanno affrontato con maggior successo la lotta alla crisi”.[1]

La sinistra ha difeso questa Europa dominata dalla finanza e dai governi stranieri in nome di un europeismo che definire acritico e utopistico è un eufemismo troppo generoso. Invece di opporsi decisamente alle sfrenate politiche liberiste e restrittive della UE e dell’eurozona, si è schierata a favore di un europeismo illusorio e astratto, a prescindere dalla realtà dei rapporti di potere all’interno dell’Europa e delle politiche che effettivamente promuove. La dottrina pan-europeista – a suo tempo indubbiamente nobile, ma attualmente impraticabile e dannosa – derivata dal federalista Altiero Spinelli ha funzionato da schermo ideologico di fronte alla cruda realtà. E’ un indubbio merito del Movimento 5 Stelle non avere indossato questo paraocchi ideologico nell’affrontare il problema dell’euro e delle suicide politiche di austerità imposte dall’Europa della moneta unica.

Rincorrendo una prospettiva federalista che in Europa non può assolutamente trovare alcuno sbocco reale – perché è impossibile federare 28 diversi stati in un unico stato, e perché Germania e Francia, i leader europei, non abbandoneranno mai la loro sovranità nazionale – le classi dirigenti italiane, ma anche e soprattutto la sinistra, hanno consegnato gli interessi nazionali al neo-colonialismo finanziario e ai governi dei paesi stranieri più forti. Germania e Francia impongono a tutti gli stati europei politiche antipopolari grazie alla copertura delle istituzioni intergovernative della UE che in larga parte controllano. Il risultato è disastroso.

L’Europa è ormai a pezzi e non ha più nessuna direttrice di marcia e nessuna vera strategia di integrazione. Non sa più dove andare, le divisioni tra le nazioni del centro-nord europeo e quelle del sud ed est Europa aumentano a dismisura e le fratture di classe all’interno degli stati sono diventate spaventose. La finanza ha stravinto e i profitti salgono, ma la povertà aumenta. L’euro è fragile e l’Europa unita è ormai una causa persa proprio a causa della moneta unica (e a causa di politiche dell’immigrazione non governate. E’ evidente che la politica dell’accoglienza da sola non basta a reggere l’onda d’urto di migrazioni di massa senza una efficace politica di investimenti per l’integrazione!).

La grande finanza che vive prosperando sui debiti pubblici pianifica di fatto, con l’intermediazione delle istituzioni europee, la politica economica dei paesi più deboli e indebitati. Praticamente tutta la politica economica italiana è dettata dalla grande finanza e dalla UE. L’Europa dell’euro ha imposto ai Parlamenti nazionali democraticamente eletti di attuare una unica ricetta, quella illustrata sfacciatamente nella lettera della BCE al governo italiano, spedita il 4 agosto del 2011 e firmata da Mario Draghi e Jean-Claude Trichet. La UE e la BCE hanno promosso politiche rovinose di soppressione dell’intervento pubblico in economia, di precarizzazione del mercato del lavoro, di abbattimento del welfare, di privatizzazione ad oltranza di tutti i beni pubblici e dei beni comuni.

L’Italia dell’euro nell’arco di pochi anni ha raddoppiato la disoccupazione, perso un’intera generazione di senza lavoro, e abbandonato a sé stesso il Mezzogiorno. Il reddito medio italiano è sceso paurosamente ed è pari a quello dei primi anni ’90. La produzione industriale è calata del 25%. L’Europa ha appoggiato tutti i tentativi autoritari di manomettere la Costituzione e ha fatto introdurre nella nostra Legge Fondamentale un articolo insensato e suicida per il pareggio del bilancio pubblico.

Questa UE regala miliardi di euro alla Turchia del dittatore Erdogan per fermare milioni di profughi. Non ha una politica dell’immigrazione e una politica comune di integrazione degli immigrati, e progetta persino di dislocare esercito e polizia in Africa per fermare con le armi milioni di disperati. In buona misura la sinistra italiana ha sottovalutato e giustificato queste politiche autoritarie perché l’Europa è stata sempre considerata più moderna, democratica e avanzata della nostra povera Italia. Come se gli italiani fossero figli di un Dio minore e come se la Germania e la Francia facessero i nostri interessi e ci portassero gratis sulla strada della modernità! Così la sinistra senza statisti e senza leader lungimiranti ha colpevolmente lasciato che fosse la destra più becera a difendere (apparentemente) gli interessi nazionali.

Eppure Gallino aveva maturato idee chiare sulla natura della crisi europea e della moneta unica.

L’euro non funziona e non funzionerà mai. … Non si tratta però di continuare le invettive contro la finanza, ma di mettersi a studiare cosa fare per migliorare l’euro, per affiancarlo a monete parallele o dissolverlo in maniera consensuale. Così com’è l’euro è una camicia di forza che rende la vita impossibile a tutti, tranne che alla Germania ….I trattati, oggi, non sono modificabili, se non all’unanimità. È il segno dell’impossibilità pratica di intervenire: come si fa a far votare 28 paesi insieme? Questo è il funzionamento di un’unione nata male, fondata sulle necessità economiche e non su quelle democratiche, dove la partecipazione non conta nulla.”.

Questa citazione è presa da un’intervista di Luciano Gallino al Manifesto (7 luglio 2015). Gallino è però rimasto inascoltato, anzi è stato praticamente silenziato, nessuno ha voluto seguire la sua lezione. Gli ultimi scritti di Gallino sono significativamente raccolti nel libro “Come (e perché) uscire dall’euro, ma non dall’Unione Europea”.[2] Praticamente nessuno a sinistra ha raccolto la sfida (il Manifesto per primo!). Gallino è stato ignorato, se non censurato. La sinistra non ha compreso che la moneta non è mai neutrale e che la politica monetaria dell’euro è lo strumento principale del dominio parassitario della grande finanza speculativa sull’economia reale e sulle nazioni.

Eppure anche la sinistra più critica verso l’Europa dell’euro, quella guidata da Yanis Varoufakis, si illude di potere riformare la moneta unica e tutta l’Europa grazie a movimenti di lotta (?) e di opinione paneuropei. Ma ci vuole ben altro per condizionare positivamente le istituzioni intergovernative europee e rovesciare le politiche antipopolari europee! Tuttavia dovrebbe essere chiaro che denunciare le politiche anti-popolari e autoritarie dell’eurozona e della UE non significa promuovere automaticamente soluzioni immediate di rottura unilaterale della UE – come nel caso della Brexit – o di uscita immediata dall’euro. L’Italexit potrebbe essere troppo dolorosa e avrebbe esiti molto incerti. La storia è molto complicata e le soluzioni vanno ponderate in modo approfondito. Gallino però ha indicato alcune strade possibili, diverse dalla uscita unilaterale dall’eurozona.

 

La rotta del socialismo europeista

La sinistra propugna inutilmente da anni le riforme dell’euro, gli eurobond, un ruolo diverso della BCE che dovrebbe essere messa in grado di contrastare la speculazione in caso di necessità, la cooperazione finanziaria tra gli stati, ecc. Ma le riforme dei trattati richiedono l’adesione unanime di 28 Paesi europei, come ha ricordato Gallino. E la Germania non accetterà mai di cooperare sui debiti altrui e di ridurre, per esempio, il suo enorme surplus commerciale. La lotta per modificare dall’interno assetti istituzionali intergovernativi è perdente. La sinistra riformista non ha compreso che il terreno fondamentale della lotta politica è quello nazionale. Pensare di potere vincere a livello europeo senza vincere sul terreno sociale e politico nel proprio paese è un segno di grossolano velleitarismo politico, di infantile senso di onnipotenza.

La socialdemocrazia di Tony Blair, di Gerhard Shroeder, dell’ex presidente francese Francois Hollande e di Matteo Renzi, si è autodistrutta perché è stata complice attiva delle politiche di austerità dettate dalla finanza. Ma sul terreno delle politiche europee anche la sinistra alternativa ha seguito ciecamente la socialdemocrazia. La sinistra cosiddetta radicale continua – a parte la France Insoumise di Jean Luc Melenchon – a non volere denunciare la natura di classe delle istituzioni dell’eurozona, e a censurare il dibattito sull’euro regalando così munizioni e decine di milioni di voti alla componente della destra più becera del governo giallo-verde.

La sinistra ha confuso l’europeismo con l’internazionalismo e la solidarietà tra i popoli. Un abbaglio colossale.[3] Ha rinunciato alla sacrosanta e doverosa difesa dell’interesse nazionale di fronte alla germanizzazione della UE per il timore (assurdo) di essere accusata di nazionalismo patriottardo. Un caso clamoroso di suicidio non solo politico ma anche intellettuale ed ideologico.

L’europeismo unisce nell’impotenza politica l’intera classe dirigente del centrosinistra e della sinistra: personalità come Romano Prodi, Matteo Renzi, Pier Luigi Bersani e Laura Boldrini sono uniti in una sorta di “fronte comune” pro-Europa che, volente o nolente, è costretto a difendere – o comunque a non contrastare – politiche decisamente anti-popolari. Questo fronte comune ha però già perso ed è destinato a perdere ancora. E’ ora che la sinistra si liberi definitivamente dell’europeismo dogmatico e del sogno (incubo) dello Stato Federale europeo. Questa Europa – e soprattutto questo euro, che è la vera sostanza della UE – non fa parte della soluzione del problema ma è il problema. Senza capire questo, l’onda nera che sta montando in tutti i Pasi europei, a est come a ovest, e a nord come a sud, non si fermerà. L’ideologia parafascista di Visegrad sta marciando rapidamente anche nell’Europa occidentale.

In Italia sembra che sia Salvini a guidare il governo giallo-verde con le sue manovre repressive anti-immigrati che somigliano drammaticamente a quelle dettate dalle leggi “contro i poveri” dell’800 descritte da Marx nel Capitale; in Germania il partito Alternativa per la Germania (AFD) vicino ai neonazisti punta a superare la SPD come secondo partito nazionale, e in Francia, dopo la grande delusione delle politiche europeiste-liberiste di Macron, il Front National di Marine Le Pen potrebbe avere nuove chances di andare al governo.

Il popolo abbandonato dalla sinistra europeista – a parte il caso francese di France Insoumise, che avversa apertamente questa Europa della grande finanza – si getta nelle braccia di chi fa la voce grossa contro le elite del potere e offre (false) speranze di riscossa nazionalistica. Come in Polonia il popolo schiacciato dal socialismo reale era costretto a cercare rifugio e speranza nella Madonna di Czestochowa, oggi una parte ampia e consistente dei cittadini europei oppressa dalla crisi è praticamente obbligata a dare fiducia alla destra xenofoba per mancanza di alternative. La responsabilità è anche di gran parte della sinistra che non ha saputo e non sa difendere gli interessi popolari.

Attualmente solo le tendenze progressiste all’interno del Movimento 5 Stelle e del governo giallo-verde riescono a difendere gli interessi popolari e del ceto medio impoverito dall’austerità e a salvaguardare le istituzioni democratiche. C’è una sinistra politica e culturale che fortunatamente è presente e attiva nel Movimento 5 Stelle. Ma non basta per tutelare efficacemente la Costituzione e la democrazia e per promuovere il benessere della popolazione. Diventa sempre più urgente costruire un nuovo soggetto politico autonomo radicalmente riformista in grado di difendere l’interesse nazionale, che oggi però non esiste soprattutto per mancanza di una leadership all’altezza della gravità dei tempi.

La minuscola sinistra italiana – coagulata in alcune sette politiciste prevalentemente romane – continua a suggerire riforme impossibili di un sistema europeo strutturalmente fallito. Dovrebbe invece contrastare e denunciare apertamente questa UE dell’euro e puntare a recuperare forme democratiche di sovranità nazionale. Solo successivamente si potranno proporre nuovi e efficaci assetti di cooperazione europea. Melenchon per esempio propone tra l’altro di abbandonare la moneta unica e di reintrodurre la sovranità monetaria nei singoli stati, ma di realizzare anche una moneta comune europea che possa competere con il dollaro e le altre valute internazionali.

La discussione sul probabile fallimento dell”euro è da tempo molto accesa in tutti i giornali della finanza e della politica: ma non nei giornali della sinistra. Gli economisti europei discutono apertamente di Piani B per contrastare la possibile (probabile) crisi dell’euro, mentre l’Italia è completamente impreparata in caso di crollo della moneta unica. Da noi è proibito studiare le soluzioni alla crisi dell’euro. Si viene tacciati di populismo! Ma è crollato un sistema eccellente, condiviso e consolidato come Bretton Woods e si è sciolto il legame decennale tra dollaro e oro: non si vede quindi perché non possa crollare anche la fragile moneta europea appesa al nulla di uno stato pan-europeo che (per fortuna!) non esiste.

 

Gallino: come uscire della gabbia dell’euro

Uscire dalla gabbia dell’euro oggi è tutt’altro che semplice, è come rimettere il dentifricio nel tubetto: non si può tornare indietro in modo semplicistico. Ma non si può neppure andare avanti così, anche perché ormai tutti affermano che la crisi europea potrebbe precipitare e che l’Italia è l’anello debole della catena. Gallino aveva cercato di avviare la discussione – assai difficile e complessa, e quindi molto controversa – su come uscire dalla gabbia dell’austerità imposta dalla moneta unica europea. Ma a sinistra solo pochissimi politici, come Stefano Fassina, e alcuni intellettuali ed economisti, come, tra gli altri, Alessandro Somma, Sergio Cesaratto, Tonino Perna, hanno avuto la lucidità e il coraggio intellettuale di denunciare le politiche distruttive legate all’adesione alla moneta unica e al completo abbandono della sovranità monetaria.

Gallino era convintamente a favore del progetto di introduzione da parte dello stato di titoli fiscali con valore di moneta per superare la crisi e recuperare parte della sovranità monetaria pur restando all’interno dell’eurozona. Il grande studioso italiano aveva aderito in maniera convinta e meditata alla proposta di “moneta fiscale”, cioè di intervento pubblico in campo monetario basato sull’emissione e diffusione gratuita da parte dello stato di titoli di sconto fiscale negoziabili e convertibili in euro. Riporto qui di seguito un brano tratto dalla sua prefazione all’ebook sull’euro edito da MicroMega: “Per una moneta fiscale gratuita. Come uscire dall’austerità senza spaccare l’euro” a cura di Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Enrico Grazzini e Stefano Sylos Labini, con la prefazione di Luciano Gallino.in cui illustra l’illustre studioso del finanzcapitalismo indica i vantaggi del progetto di Titoli Fiscali, con un’avvertenza necessaria per comprendere il testo che segue: lui nel testo si riferisce ai Certificati di Credito Fiscale, CCF, che io oggi chiamo più correttamente Titoli di Sconto Fiscale. In pratica i lettori possono equiparare i CCF ai TSF.

“Questo (progetto di moneta fiscale, ndr) osa proporre, nientemeno, che allo scopo di combattere la disoccupazione e la stagnazione produttiva in corso lo stato, massima istituzione politica, si decida a fare in piccolo qualcosa che le banche private fanno da generazioni in misura immensamente più grande: creare denaro dal nulla erogando crediti o emettendo titoli finanziari negoziabili….. Oltre ad essere erogato gratuitamente dallo stato, il denaro potenziale costituito dai CCF presenta diversi vantaggi rispetto a quello emesso a fiumi dalle banche private in forma di derivati o altro. Proverò a indicarne alcuni:

1) Il loro valore non è soggetto ad alcun rischio di svalutazione sul mercato dei titoli, sia quello borsistico che quello OTC (dove si scambiano i titoli “al banco”). Un CCF da 100 euro alla fine varrà sempre 100 euro, qualsiasi cosa accada sui mercati. Dove invece può accadere che una CDO o un CDS che al momento dell’emissione valevano 100, tempo dopo, quando si vuole rivenderli, valgano la metà o meno.

2) Il denaro potenziale rappresentato dai CCF è denaro legalmente “pieno” (nel senso che si applica all’espressione “legal tender”) poiché essi vengono per definizione accettati per pagare le tasse allo stato. Che è il maggior riconoscimento a cui qualsiasi forma di denaro possa pretendere, quale che sia la sua apparenza o denominazione come moneta circolante in una nazione.

3) I CCF rappresentano una prima riconquista da parte dello stato (modesta, ma l’importante è cominciare) del potere di creare denaro a fronte del potere assoluto che finora hanno detenuto le banche private. Questo non sarebbe soltanto un fatto tecnico: sarebbe un evento politico di prima grandezza.

4) I CCF costituirebbero un primo passo indolore, o se si vuole sperimentale, in direzione di una riforma incisiva del sistema finanziario in essere, resa indispensabile dai suoi gravi difetti strutturali (su questo punto essenziale ritorno poco oltre per concludere).

5) Diversamente dai comuni crediti bancari, per i quali la destinazione del credito erogato da parte del debitore è quasi sempre indifferente, fatta salva (e non sempre) la solvibilità di quest’ultimo, i CCF verrebbero emessi per finanziare specifici progetti di utilità collettiva.

Questa proposta keynesiana comporterebbe la fine immediata dell’austerità, l’aumento della circolazione monetaria e della domanda aggregata, l’incremento (finalmente!) dei redditi famigliari e degli investimenti pubblici e quindi la ripresa dei consumi e degli investimenti, delle attività produttive e dell’occupazione. Tutto questo senza dovere necessariamente lasciare l’eurozona e nel pieno rispetto delle (pur stupide) regole della UE, evitando così di provocare nuove dolorose e gravi crisi ai cittadini italiani. E’ chiaro infatti che la pura e semplice uscita dell’Italia dall’euro avrebbe contraccolpi economici e politici immediatamente negativi nel breve periodo, e avrebbe esiti molto incerti nel medio e lungo periodo. Introdurre i Titoli di Sconto fiscale è assai meno rischioso e tuttavia molto efficace. Lo stato potrebbe per la prima volta emettere una quasi-moneta a favore del popolo e dello sviluppo senza però rompere il monopolio della BCE sulla moneta unica.

Con la crisi della globalizzazione, l’avanzata della destra e dei populismi, dei nazionalismi anti-democratici, e dopo la tragedia dell’economia greca, occorre che la sinistra italiana riprenda la discussione sull’euro e sulla UE. In Italia manca un forte capitalismo nazionale in grado di contrastare il neo-colonialismo finanziario. Toccherebbe ai partiti progressisti e alla sinistra di difendere efficacemente gli interessi nazionali. Se però questa povera sinistra italiana non riuscirà a risvegliarsi dai sogni europeisti, si condannerà alla sua fine definitiva, e soprattutto ci condannerà a conoscere il probabile trionfo della destra più pericolosa e autoritaria.


NOTE
[1] eBook edito da MicroMega e scaricabile gratuitamente sul sito web di Micromega: “Per una moneta fiscale gratuita. Come uscire dall’austerità senza spaccare l’euro” a cura di Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Enrico Grazzini e Stefano Sylos Labini, con la prefazione di Luciano Gallino.
[2] Luciano Gallino “Come (e perché) uscire dall’euro, ma non dall’Unione Europea” Editore Laterza, 2016
[3] Sergio Cesaratto “Sovranità democratica e internazionalismo autentico” su il Fatto Quotidiano e Micromega, 22 agosto 2018

 

 

FONTE: https://www.sinistrainrete.info/europa/13171-enrico-grazzini-gallino-l-euro-lo-spread-salvini-visegrad.html

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