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Immigrazione: percezione, contraddizione reale, depistaggio

di Fabrizio Marchi

Il fatto che la domanda di contenimento dell’immigrazione se non (in parte) un’aperta ostilità nei confronti degli immigrati provenga dalla “pancia” dei ceti popolari, non significa affatto che questo “sentimento” di ostilità sia giusto e politicamente ben riposto per il solo fatto che provenga da quegli stessi ceti.

La differenza tra la destra populista da una parte e i comunisti e i socialisti dall’altra, è che la prima, a differenza dei secondi, sposa tutto ciò che arriva da quella “pancia”, tutte le contraddizioni e tutte le spinte e le controspinte di vario genere, siano esse “progressiste” o reazionarie, e le alimenta indipendentemente dalla loro natura, gettando benzina sul fuoco – perché il suo unico obiettivo è conquistare consensi purchessia – e mescolare queste spinte con quelle che provengono dai ceti medio e medio alto borghesi di cui sostanzialmente difende gli interessi.

Il populismo di destra (perché ne esiste anche uno di Sinistra, pensiamo a quello latinoamericano, ad esempio, che invece ha svolto e svolge un ruolo positivo perché non è affatto interclassista e rappresenta gli interessi delle classi proletarie e popolari e non a caso è combattuto sia dal grande capitale internazionale che dalle borghesie locali e nazionali alleate con quello), che in Italia è fondamentalmente rappresentato dalla Lega, rappresenta in ultima analisi gli interessi di quella parte di borghesia nazionale che non è riuscita (perché non ne aveva la forza e la “potenza di fuoco” economica) ad entrare a far parte del gotha del grande capitalismo transnazionale e allora si è “rifugiata” in una sorta di difesa del fortilizio, del proprio giardino di casa.

Questa difesa si traduce sostanzialmente nella richiesta di uno stato protezionistico e mercantilistico (e neocorporativo) in materia di politica economica, che appunto “protegga” le aziende (e gli interessi) della suddetta borghesia (e i suoi profitti) dall’aggressività del grande capitale transnazionale che tende strutturalmente a risucchiarle (non credo ci sia bisogno di scomodare i “grandi vecchi” per spiegare la tendenza del capitale al monopolio…).  Non tutte le borghesie nazionali, ovviamente, sposano questa linea. In America Latina, come già detto, le borghesie locali (quelle brasiliane e venezuelane in primis, che sono le più potenti in quel quadrante geopolitico) sono alleate con il grande capitale internazionale e naturalmente con gli USA dai quali prendono ordini.

In Europa la situazione è parzialmente diversa perché, appunto, una parte delle borghesie locali non sono riuscite a stare al passo con quello che viene definito il “processo di globalizzazione capitalista” dal quale sono state relativamente marginalizzate, sia dal punto di vista economico che politico, e sono penalizzate dal grande capitale finanziario che oggi si incarna nell’UE. In fondo, siamo in presenza di una sorta di “conflitto di classe” fra questa parte di borghesia nazionale e il grande capitale internazionale. Naturalmente, questa borghesia locale, ha necessità, in questa fase storica, di avere l’appoggio dei ceti popolari colpiti, in primis, anch’essi (molto più, di quanto non lo sia la borghesia…), dall’aggressione del grande capitale che si concretizza nelle politiche di austerity forzata e neoliberiste dell’UE.  Il compromesso, fra gli altri, che rende possibile questa alleanza è proprio la chiusura e l’ostilità nei confronti degli immigrati. Questa borghesia locale si guarda bene, ovviamente, dallo spiegare ai ceti popolari che l’immigrazione è una delle inevitabili e strutturali conseguenze dello “sviluppo” capitalistico che da sempre ha necessità del famoso “esercito industriale di riserva” che serve come strumento di pressione e di ricatto sui lavoratori stabilmente occupati. Del resto anche lei se ne è sempre servita, fin dai tempi in cui masse di meridionali emigravano al nord, sia successivamente quando un discreto numero di immigrati stranieri sono stati inseriti nel circuito produttivo. Non tutti, ovviamente, sia nell’uno che nell’altro caso, altrimenti sarebbe venuta meno la funzione dell’ ”esercito industriale di riserva”. Un certo numero di quei lavoratori immigrati (autoctoni e/o stranieri) deve restare senza lavoro perché in questo modo i lavoratori occupati restano in una condizione di costante ricatto. E’ una delle leggi elementari che sono alle fondamenta dell’economia capitalista.

Naturalmente, neanche la cosiddetta “sinistra” politicamente corretta, liberal o radical che sia, si è perigliata di spiegare ai ceti popolari le cause strutturali dell’immigrazione, limitandosi ad un atteggiamento “buonista”, caritatevole e genericamente solidaristico nei confronti degli immigrati. Non c’è da stupirsi, naturalmente. Questa “sinistra” (che in Italia si incarna nel PD e negli insignificanti cespugli alla sua “sinistra”) ha da tempo rotto ogni rapporto con una visione di classe, socialista e comunista della realtà diventando organica, politicamente e ideologicamente, al grande capitale e all’UE, e non è nelle condizioni di spiegare le ragioni strutturali del fenomeno dell’immigrazione. Se lo facesse verrebbe meno al ruolo che le è stato attribuito, quello cioè di garante della governance per conto appunto del grande capitale e dell’UE a trazione tedesca, che lei stessa ha fatto di tutto per ricoprire.  Fedele alla linea e al compito che le è stato assegnato, copre ideologicamente quello che è un gigantesco processo di sradicamento sociale planetario (fondato – non dimentichiamolo – sulla guerra imperialista e neocolonialista permanente ai danni di quegli stessi paesi e di quegli stessi popoli dai quali inevitabilmente prende corpo il fenomeno dell’immigrazione) finalizzato a moltiplicare quell’ esercito industriale di riserva a cui facevo cenno poc’anzi e a renderlo sempre più docile (perché sotto costante ricatto anch’esso). La presunta solidarietà, dunque, espressa da questa “sinistra” nei confronti degli immigrati non ha nulla a che vedere con una sacrosanta solidarietà di classe (cioè tra oppressi e sfruttati, indipendentemente dalla loro provenienza, appartenenza etnica e tanto meno pigmentazione della pelle), ma con un atteggiamento “buonista” che è soltanto la coperta ideologica che serve a giustificare quel processo di cui sopra.

Ora, come dicevo all’inizio, a differenza della destra populista, i socialisti e i comunisti non fanno proprie e non alimentano le contraddizioni in seno al popolo (e lo scontro fra lavoratori autoctoni e immigrati è senza dubbio una di quelle) bensì cercano di affrontarle, di governarle e di risolverle in senso appunto socialista.  E’ importante ricordare che tra gli anni ’50 e ’60 in Italia (ma anche in Europa) ci fu un gigantesco fenomeno migratorio che vide masse di uomini e donne meridionali (milioni e milioni…) riversarsi nel nord Italia (e anche allora, lo ricordo bene, si parlava di “invasione”) in cerca di lavoro e di una esistenza più dignitosa. Quel fenomeno non fu affatto indolore e provocò fortissime lacerazioni, anche in seno alla stessa classe operaia del nord. Forse ora molti non lo sanno ma è bene ricordare i famosi cartelli che venivano appesi fuori dai palazzi a Torino e a Milano in cui si scriveva “Affittasi ma non ai meridionali”, che ricordavano quelli che venivano appesi fuori delle legazioni occidentali e giapponesi in Cina (prima della benemerita rivoluzione maoista che pose fine a tale scempio e cacciò le potenze straniere dal paese) dove c’era scritto “Vietato l’ingresso ai cinesi e ai cani”. Qualcuno obietterà che i meridionali erano italiani e non stranieri. Dal mio punto di vista è ovviamente una obiezione priva di fondamento perché non distinguo certo gli esseri umani in base alla loro provenienza etnica o geografica, ma è bene sottolineare che in quegli anni tra i ’50 e i ’60 tra un immigrato calabrese, pugliese o napoletano da una parte e un milanese o un torinese dall’altra, c’era la stessa identica distanza culturale, di usi, costumi e linguaggio, che c’è oggi tra un immigrato maghrebino, africano o asiatico e un italiano. E chi lo nega è in malafede.

Quelle contraddizioni non esplosero non solo perché c’era lavoro in relativa abbondanza (l’esercito industriale di riserva è sempre esistito e sempre esisterà in un qualsiasi contesto capitalistico…), ma soprattutto perché esisteva ancora un movimento operaio, socialista e comunista, in grado di esercitare egemonia e di governare e risolvere quelle contraddizioni. I partiti comunisti e socialisti – sebbene non fossero di certo rivoluzionari (anche il PCI era in via di “socialdemocratizzazione”) – mantenevano però una visione di classe, erano fortemente radicati fra le masse e seppero affrontare, governare e risolvere quelle “contraddizioni in seno al popolo” spiegando ai lavoratori e ai ceti popolari del nord che gli immigrati non erano nemici ma solo dei lavoratori e degli sfruttati come loro, e che si doveva lavorare e lottare uniti contro i veri padroni, e non farsi la guerra. Se non ci fossero stati quel movimento operaio e quel grande Movimento Comunista e Socialista in grado di esercitare quel ruolo e di spiegare alle masse come stavano le cose, non so come sarebbe andata a finire, ed è assai probabile che avremmo assistito a conflitti anche devastanti, dal momento che l’impatto di milioni di immigrati meridionali in uno spazio relativamente piccolo (le città del nord Italia) e in un lasso di tempo molto breve era, a mio parere, anche più forte di quello dato oggi dal fenomeno migratorio diluitosi in tutto il paese e in tutto il continente europeo (quindi in uno spazio molto più ampio) e in un lasso di tempo molto più lungo. E’ bene ricordare che l’afflusso massiccio di immigrati negli ultimi anni è stato causato dalle devastanti guerre imperialiste mosse alla Libia e alla Siria, quindi sarebbe giusto e coerente prendersela con chi ha provocato quelle guerre, cioè la NATO e l’UE e non con chi da quelle guerre e da quelle condizioni di sfruttamento e povertà è in fuga.

Questo è quello che dovrebbero fare i socialisti e ci comunisti, se esistessero ancora. Siccome però non esistono più, le masse popolari, del tutto sprovviste di coscienza di classe, incapaci di produrre una autonoma narrazione politica e giustamente schifate da una pseudo “sinistra” di cui hanno ormai capito la reale natura, finiscono per essere inevitabilmente preda del populismo di destra. Il quale non ha, ovviamente, nessuna reale velleità di classe, anticapitalista e antimperialista (altrimenti non sarebbe tale…) e si guarda bene dal portare avanti, al di là delle chiacchiere, una vera battaglia contro l’Unione Europea e tanto meno la NATO. Del resto, quella borghesia locale e nazionale che quel populismo di destra rappresenta non ha nessuna vera intenzione di rompere con i “mercati” (figuriamoci…) e fondamentalmente neanche con l’UE con la quale vuole solo rinegoziare alcuni questioni. Non è un mistero che l’attuale governo legastellato sia stato “benedetto” dall’attuale amministrazione USA che nella fase attuale è in competizione con la Germania e gioca al “divide et impera” in ambito europeo per impedire il rafforzamento dei rapporti economici e commerciali (e quindi anche politici) con la Russia e in prospettiva anche con la Cina. Cose che non si dicono ma si sanno a meno di non prendere come oro colato le veline che ci vengono propinate dai tg dei media ufficiali …

Il M5S, all’interno di questa alleanza populista gioca un ruolo diverso, perché, a differenza in parte della Lega, rappresenta anche legittime esigenze popolari di protezione e sicurezza sociale, il che non cancella la sua natura ideologicamente interclassista (anche il PCI era un partito interclassista in quanto a composizione sociale ma non lo era ideologicamente e la classe operaia, per lo meno fino ai primissimi anni ’70, era ancora in grado di esercitare una certa egemonia politica). E’ per questo che prima o poi le legittime spinte sociali (salario, reddito di cittadinanza, sicurezza del lavoro e contrasto al precariato) che esso si è comunque in questa fase trovato, a torto o a ragione, a rappresentare, potrebbero entrare in conflitto con gli interessi di quella borghesia locale che costituisce il blocco sociale trainante di questa alleanza nonché lo zoccolo duro della Lega e quindi anche a costituire un fattore destabilizzante all’interno della neo compagine di governo. Ma questo è un altro discorso che richiede una riflessione ad hoc che farò prossimamente.

Un’ultima considerazione che potrebbe sembrare contraddittoria con quanto appena detto e probabilmente, almeno in linea teorica lo è. Però sono convinto che ciò che conta è la prassi, l’effettiva e concreta determinazione delle cose.

Ora, se è senz’altro vero che oggi gli immigrati costituiscono potenzialmente quell’esercito industriale di riserva funzionale a mantenere i lavoratori autoctoni più o meno stabilmente occupati in una condizione di pressione e di ricatto, tuttavia non c’è alcun dubbio – lo dice la realtà e non il sottoscritto – che fino ad ora non si è mai, e dico mai, verificato un conflitto fra lavoratori autoctoni e immigrati sul lavoro e per il lavoro. Mai. Tutti i conflitti, peraltro molto limitati rispetto alla narrazione prodotta da una parte dei media di regime (quelli controllati dalla destra) sono stati e sono di natura territoriale, quasi “tribale” e il più delle volte gonfiati mediaticamente, come alcuni episodi accaduti ad esempio a Roma dove i fatti reali sono stati scientemente deformati. E’ il caso del Tiburtino dove un immigrato etiope tempo fa fu accoltellato non è ancora ben chiaro da chi per poi essere accusato di aver aggredito un bambino e molestato una donna.   La qual cosa (del tutto inventata) ha provocato la reazione di alcuni abitanti del quartiere e l’intervento della “volante nera”, cioè di “quei bravi ragazzi” di Casapound (ammanicati con la peggiore criminalità organizzata romana) la cui attività principale è quella di fare scorribande contro gli immigrati per “difendere gli italiani”.

Naturalmente, ciò non significa che anche fra gli immigrati non ci sia chi delinque, ma questo è tutt’altro discorso che riguarda la più che legittima esigenza di sicurezza da parte delle persone (tutte, autoctone e immigrate) e non ha specificamente a che vedere con la presenza degli immigrati. E’ bene sottolineare che la criminalità organizzata in Italia è prevalentemente autoctona (mafia, camorra, ‘ndrangheta, sacra corona), controlla pezzi interi di territorio e organizza decine e decine di migliaia di persone. Poi ci sono anche le mafie straniere che agiscono sul territorio nazionale (penso a quella russa, ad esempio) ma quella legata alla presenza degli immigrati (come quella nigeriana) è sicuramente marginale rispetto alle altre (il che non significa che non debba essere combattuta con la stessa determinazione).  Dopo di che esiste anche una violenza spicciola, agita da alcuni immigrati, così come esiste quella agita da alcuni autoctoni. Ma, anche in questo caso, come vediamo, la questione è quella della sicurezza, della prevenzione e della repressione della violenza e della criminalità, e non ha nulla o solo in parte (nel senso che su milioni di persone immigrate è fisiologico che ci sia chi delinque…) a che vedere specificamente con l’immigrazione. L’equazione immigrazione/criminalità è, dunque, chiaramente una forzatura politica e ideologica.

Vediamo ora quegli aspetti “tribali” a cui facevo cenno sopra perché la questione è assai più complessa di quanto possa sembrare. Lo farò con un esempio di vita vissuta e di esperienza empirica. Del resto sono un empirista convinto, da sempre sostengo che in tema di “scienze sociali” quelli che hanno fatto vera scienza si contino sulle dita, forse, di un paio di mani, e che non c’è nulla di più vicino al vero dell’esperienza diretta, naturalmente confrontata e confutata con quella degli altri, altrimenti si scivola nel soggettivismo.

Il sottoscritto, che non vive a Beverly Hills né tanto meno a Vigna Clara o ai Parioli, abita in quartiere piccolo e piccolissimo borghese come tanti altri che si trova proprio davanti ad un parco. Alcuni anni fa, per circa due anni, un gruppo di immigrati ha dormito sotto un grosso albero, proprio davanti a casa mia, d’estate, d’inverno, sotto la pioggia, la grandine o il sole battente. Non hanno mai dato fastidio a nessuno e non hanno mai commesso alcun reato, al più hanno rubato un paio di biciclette ma non è neanche sicuro che siano stati loro. Personalmente, nutrivo un moto spontaneo di solidarietà nei loro confronti, provando ad immedesimarmi (senza riuscirci) nella loro miserabile condizione. Nel mio stesso palazzo e in quello accanto, c’erano altri condomini che invece hanno cominciato a rumoreggiare, a chiamare la polizia municipale senza nessun motivo se non per ragioni di “decoro”, invocando al “Non se ne può più, è uno schifo, fanno la pipì davanti a tutti, il quartiere si degrada, le case si deprezzano” e in procinto di dare vita ad un “comitato di cittadini”, sul tipo di quelli che tutte le sere o quasi vanno in onda su una becera trasmissione di Rete 4 di cui non faccio il nome per ragioni di decenza. Da rilevare che il quartiere è stato degradato per decenni, dal momento che quel parco, il Parco della Caffarella, è stato per molto tempo una sorta di deposito di armi per la malavita organizzata e gruppi estremisti di destra, nonchè luogo di spaccio e consumo massiccio di droga. Molti giovani venivano anche trovati morti con una siringa in vena e il tutto si risolveva con un trafiletto di due righe (due) sulle cronache locali, tanto il fenomeno era diffuso. Nessuno però, mai si è preoccupato in quegli anni di dare vita ad un “comitato di cittadini indignati”. Al contrario, la presenza di un, peraltro ridotto, gruppetto di immigrati, ha invece aperto le cataratte di quelli che “proprio non se ne può più, è ora di farla finita”. Gli stessi, naturalmente, che abbozzano tutti i giorni i rimbrotti del capoufficio (che se potessero squaglierebbero nell’acido muriatico), che pagano zitti e mosca la rata di Equitalia maggiorata con interessi degni del peggiore strozzino della camorra e la rata del mutuo della casa che fingono essere di loro proprietà ma in realtà è della banca che gli ha “prestato” i soldi e che li tiene per le palle per una vita intera. Difficile ribellarsi al sistema, molto più facile prendersela con il gruppetto di immigrati che dorme sotto l’albero. Ma questo lo sappiamo già; la miseria umana è forse superiore a quella della filosofia…

Cosa voglio dire? Voglio dire che c’è un problema di PERCEZIONE diversa dello stesso fenomeno e che varia da persona a persona.  Ma qual è l’impatto reale di quello stesso fenomeno sulla vita delle persone, al di là e oltre la percezione? Personalmente (ma anche per qualcun altro), l’impatto reale di quel gruppetto di immigrati sulla mia vita era pari allo zero. Per altri, nella mia stessa identica condizione economica, sociale e abitativa, sembrerebbe invece che fosse molto alto.  Qual è la realtà vera al di là delle singole percezioni? Fondamentale ricordare che nel mio stesso quartiere, l’Appio Tuscolano, sono migliaia e migliaia gli immigrati che vivono e lavorano più o meno regolarmente e che non procurano fastidio a nessuno.

Ora, non sono uno scienziato sociale (figuriamoci…) né ambisco ad esserlo, ma ho la presunzione di essere un attento e lucido osservatore della realtà (e Roma è una città campione da questo punto di vista, la metropoli italiana per eccellenza, a metà strada fra Napoli e Milano) e credo di poter affermare con un margine di sicurezza decisamente alto che il problema della presenza degli immigrati sia legato in larga parte ad una questione di percezione più che di impatto reale. Certo, ci sono quartieri dove la presenza di immigrati è massiccia e questo talvolta crea indubbiamente dei problemi di convivenza che nessuno intende negare. Ma non mi sembrano tali da giustificare il clima di emergenza che si è costruito e che è stato in larga parte costruito e alimentato e sulle quali alcune forze politiche hanno costruito le loro fortune. Mi sembrano, in tutta sincerità, ben altre le emergenze e resto convinto che l’emergenza immigrazione sia in gran parte un depistaggio.

In conclusione, mi rivolgo soprattutto ai miei amici scienziati sociali, intellettuali (senza virgolette…) e teorici e analisti della complessità chiedendogli di interpretare la realtà non sulla base dei libri letti ma sulla base della realtà concreta.  Cosa ne pensate? Ne vogliamo parlare? La discussione è aperta e, per quanto mi riguarda, non pretendo di essere portatore di nessuna verità. Però mi pare che le questioni messe sul piatto non siano così peregrine e mero frutto della mia fantasia.

In ultimo rivolgo un appello ai sovranisti di destra, ai vetero e neo reazionari, ai complottisti, ai teorici del fantomatico “piano Kalergi” e a quelli “che la causa di tutto è da individuare nelle ONG che lucrano sul traffico di immigrati”. Che ci siano ONG che lucrino sul traffico degli immigrati è scontato, del resto siamo in un sistema capitalista dove TUTTO è mercificato e quindi è ovvio che ci sia anche chi specula sugli immigrati camuffandosi da salvatore di vite. Ma non c’è alcun dubbio che il fenomeno dell’immigrazione sia strutturale al sistema capitalista, al di là di quelle ONG taroccate e dei Soros che ci mettono lo zampino (e ce lo mettono).

Evitate, dunque, per favore, di aprire querelle interminabili perché tanto non vi rispondo, non perché vi snobbo, sia chiaro, ma semplicemente perché sono cose di cui abbiamo dibattuto fino allo stremo delle forze e sulle quali nessuno riuscirà a convincere l’altro per la semplice ragione che i nostri approcci sono troppo distanti per poter arrivare ad una sintesi condivisa.

 

FONTE: http://www.linterferenza.info/attpol/immigrazione-percezione-contraddizione-reale-depistaggio/

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