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Il pianeta dei naufraghi

di Marco Revelli

Come tutti i momenti periodizzanti della storia, quelli che segnano i punti di svolta nelle vicende individuali dentro le vicende collettive – come l’8 settembre del ’43, ad esempio – anche questo primo di giugno ci mette nudi di fronte ai nostri fallimenti. E alle nostre responsabilità.
Il “nostro mondo” è caduto. Aggregazioni collettive, figure istituzionali, linguaggi, culture politiche e civili, persino i canoni elementari della logica giacciono a terra in pezzi. Spazzata via, polverizzata la possibile opposizione che un tempo si sarebbe definita “di sinistra” (il Pd patetico spettatore del proprio naufragio, LeU cancellata nelle sue ragioni d’esistere, Pap frammento gettato nel vento) e gli stessi mondi vitali che un tempo si sarebbero chiamati di resistenza morale, frastornati e divisi, compagni irriconoscibili ai compagni, amici incomunicabili con gli amici…

Cancellate le figure “di garanzia”, a cominciare da quella del Capo dello Stato che è riuscito a dilapidare, in un paio di minuti di speech – in quello sciagurato discorso sulla superiore autorità dei mercati e l’intangibilità dei voleri europei – il capitale di autorevolezza e d’imparzialità insieme al proprio ruolo di custode della volontà popolare (trasformato da arbitro super partes in anatra zoppa). Devastate le tavole elementari del sistema dell’informazione di fronte allo spettacolo inguardabile di un mondo giornalistico impudico e gaglioffo, talvolta simile alla folla che si aggrega per un linciaggio talaltra al pubblico snob di un club esclusivo, un po’ hooligans un po’ maestrine dalla penna rossa, pressoché mai – tranne rare eccezioni: il Fatto, il Manifesto – rigorosi nella descrizione dei fatti e nei giudizi. Spezzate anche le connessioni logiche (con una gaffe presidenziale trasformata in geniale mossa di un abile scacchista; le bestemmie di un Salvini sulle espulsioni di massa tollerate come minima immoralia di cui non curat praetor mentre i suoi timidi dubbi sulla sostenibilità delle regole europee diventavano, quelle sì, eresie degne del rogo; le idiozie di Di Maio sull’impeachment prima enfatizzate poi subito archiviate e stemperate nella cronaca mondana che sfuma dal giuramento al ricevimento al Quirinale; e nessuno a ricordare al Pd che invita a scendere in piazza in difesa di Mattarella mentre annuncia l’astensione verso il governo di Mattarella la patente contraddizione, mentre il reggente Martina inventa l’espressione “astensione attiva” per il Cottarelli già scaduto, senza che nessuno gli rida in faccia).

Forse era inevitabile tutto questo. E a suo modo naturale. Perché è appunto questo che accade dopo uno sconvolgimento di magnitudo eccezionale – una vera e propria “apocalisse culturale” -: che nulla riesca ad essere più al proprio posto. E il voto del 4 di marzo è stato, a tutti gli effetti, un fenomeno “catastrofico”, di quelli che mutano radicalmente il paesaggio consueto, ne sconvolgono i punti cardinali, scuotono i corpi e le menti. Così come il governo che ne è seguito non fa che trasferire nel cuore dello Stato e nei palazzi delle istituzioni, quell’onda d’urto squilibrante e perturbante. Sarebbe stato in qualche modo contro natura, se la superficie istituzionale del Paese fosse rimasta liscia e senza increspature. Se non avesse registrato l’urto deformante di quella spinta proveniente dal profondo della società mentre i meccanismi normalizzanti del sistema ne neutralizzavano il potenziale esplosivo.
Diciamolo subito. Alcuni aspetti di questo governo sono dichiaratamente orrendi (Matteo Salvini agli Interni è un oltraggio all’etica e anche all’estetica prima che alla politica). Altri hanno caratteri di continuità in esplicito contrasto con le retoriche trasgressive della vigilia (Esteri, Economia…) e un segno inequivocabile di destra. Ma resta il fatto – tragico – che questa è l’unica maggioranza possibile che non si ponga in esplicito, offensivo contrasto con l’esito di quel voto, dopo il gran rifiuto (l’esibizione di delirante mania suicidaria) da parte di un Pd ancora in mano al fantasma del renzismo di dialogare con il “famigerato” Movimento 5 Stelle e di impedirne la deriva destrorsa. E’ la conseguenza più diretta della lunga catena di errori, inadeguatezze, atti mancati e misfatti compiuti, diserzioni e abbandoni che sul fronte del centrosinistra e della sinistra-sinistra hanno costellato l’ultima fase di auto-liquidazione e di masochismo. E rispetto alla quale nessuno, nemmeno noi, può considerarsi innocente.
Potremmo dire che questo fragoroso irrompere a Palazzo dei nuovi padroni, è una sorta di giudizio di dio davanti al tribunale della storia che condanna chi, anche con poco, senza particolare fantasia, solo provando a restare se stesso, e mantenendo un minimo di rispetto per il proprio “popolo”, avrebbe potuto evitarlo. Costa dirlo, fa davvero male, ma questa “cosa” bicolore, gialla e verde con molte sfumature di bianco e anche di nero, è in fondo, tra tutte le formule possibili, la più consonante con gli umori “del Paese”, così come si sono espressi nel voto (nel suo carattere devastante di “apocalisse culturale”). Tra le possibili, sottolineo, non tra le desiderabili. Peggio sarebbe stato un “governo del Presidente”, imposto sopra e contro il messaggio elettorale. Un “governo di tecnici”, formula improponibile e odiosa dopo il 2011. O un “governo di tutti”, vincitori e perdenti confusi insieme, fuori da ogni possibile mandato elettorale. Alternative, tutte, che sarebbero suonate come sonoro schiaffo in faccia a un elettorato già esasperato dal senso di frustrazione e di emarginazione da parte di decisori pubblici indifferenti al volere dei cittadini e irresponsabili di fronte ad essi. E avrebbero finito per alimentare e ingigantire quell’onda nera che si sarebbe voluto arrestare (o quantomeno tener fuori dalle mura merlate del governo).

Forse era “necessario” che si arrivasse a questo. Al punto zero della rispettabilità pubblica in cui siamo precipitati e a questa tabula rasa di tutte le esperienze e di tutte le tradizioni, perché la scelta ritornasse a ciascuno, nella sua piena, personale responsabilità. Sappiamo quanto sarà difficile. E quanta solitudine ci aspetta. Ma a quella responsabilità non ci sottrarremo, mettendoci in gioco direttamente, per contendere palmo a palmo il terreno dei diritti sociali e umani, con l’azione concreta (per questo abbiamo costituito l’Associazione Volere la luna – Laboratorio di culture politiche e di buone pratiche) e con l’esercizio del pensiero critico (a questo serve il Sito web che state leggendo).
Quello che invece non faremo è iscriverci al fantasmatico e sedicente Fronte repubblicano, accolita patetica di tutte le sconfitte e di tutti i responsabili del cattivo stato attuale, di quelli che hanno svenduto a Marchionne le vite dei suoi operai spingendoli al voto leghista e pentastellato per stigmatizzarli poi come populisti, ignoranti, deplorables; quelli che hanno picconato i diritti e i redditi conquistati nei decenni precedenti dal mondo del lavoro e della cultura, con il Jobs Act e la Buona scuola, la riforma dell’art. 81 della Costituzione e il tentativo di manometterla. Non ci iscriveremo alla tardiva resistenza di sua maestà del partito democratico e dei suoi cespugli e proiezioni mediatiche, perché – come ha scritto Tomaso Montanari – “la miccia non può diventare l’opposizione alla bomba, la causa non può opporsi al suo effetto, la radice all’albero”.
Scriveva nel novembre del 1922 Piero Gobetti ne La Rivoluzione liberale: “Combattere Mussolini per sostituirgli Nitti, Cocco-Ortu, Orlando o Giolitti, no e poi no”. Analogamente potremmo dire oggi – si parva licet – che combattere il ministero Salvini e Di Maio per rimettergli al posto Renzi e Gentiloni o Minniti e Alfano non fa per noi. Anche “le nostre – ripetiamo pure noi – sono antitesi integrali”. E preferiamo lavorare quasi soli, se necessario, a lunga scadenza, per un’alternativa reale, che confonderci col coro sfiatato di chi fin qui – au bout di questa “notte lunga e nera” – ci ha portato.

 

FONTEhttps://volerelaluna.it/

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