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La missione italiana in Niger si insabbia prima di partire

 

di Andrea Vento

Avevamo già denunciato a fine anno attraverso queste pagine (https://cambiailmondo.org/2017/12/28/la-mia-africa-la-missione-italiana-in-niger/) i rischi della missione militare italiana in Niger individuandone le non indifferenti criticità. Provammo ad entrare nel merito dell’intervento stesso, apparso sin dall’inizio agli analisti di questioni militari incongruente rispetto al fine di bloccare i flussi migratori a sud del confine libico ma, ne evidenziammo anche l’inadeguato iter legislativo, in quanto approvata dal governo il 27 dicembre a poche ore dal decreto presidenziale di scioglimento del parlamento e convertita in legge con ampia maggioranza bipartisan alla Camera (ormai sciolta) il 17 gennaio. Una missione che dovrebbe portare in Niger 140 soldati entro giugno per poi raggiungere a pieno regime le 470 unità con una spesa per le casse dello stato di 50 milioni di euro annui.

La spedizione presentata dal governo italiano come frutto di una precisa richiesta avanzata da Niamey con finalità di addestramento delle truppe nigerine, da inizio marzo sta invece creando imbarazzo crescente al governo Gentiloni. Il Niger infatti bloccando i primi 40 tecnici inviati in pratica si rifiuta di accogliere il contingente italiano. Una situazione geopolitica e diplomatica che si va complicando sin dalla fase preparatoria e che, come da noi ventilato, allunga un’ombra inquietante sull’intera operazione progettata forse con una certa superficialità dal governo italiano e dai vertici delle Forze Armate, non valutando adeguatamente sia i rischi operativi che le implicazioni geopolitiche dettate dalla consolidata presenza francese nella macroregione. Nel tentativo di comprendere le dinamiche geopolitiche ed i retroscena diplomatici prendiamo in considerazione i passaggi più significativi dell’articolo dell’analista esperto di questioni militari Gianandrea Gaiani uscito il 13 marzo sul sito specializzato http://www.analisidifesa.it dall’eloquente titolo “Niger, il pasticcio della missione italiana”[1].

Nella su analisi Gaiani rivela che le prime avvisaglie iniziarono  manifestarsi già “a gennaio quando Radio France Internationale aveva diffuso le dichiarazioni di un anonimo funzionario nigerino che negava l’esistenza di un accordo per l’invio di truppe italiane a Niamey. Dichiarazioni commentate negli ambienti governativi romani come indicatori dell’insofferenza di Parigi per l’intraprendenza di Roma nella sua ex colonia. Il 9 marzo il ministro dell’Interno nigerino Mohamed Bazoum ha però rincarato la dose in un’intervista a Rainews 24 in cui ha riferito che non ci sono mai stati contatti tra Roma e Niamey per schierare truppe italiane in Niger e ha affermato di aver appreso la notizia dai media.  Il ministro nigerino, politico di spicco considerato da molti il prossimo premier, ha fatto riferimento alla presenza militare francese e statunitense in Niger precisando che è in atto “una verifica dei rapporti con questi partner” ma aggiungendo che il suo governo “non è oggi nello stato d’animo per prendere in considerazione rapporti di questo genere con altri partner come l’Italia”. Frasi che sembrerebbero chiudere ogni spiraglio ma Bazoum ha aggiunto che “se dobbiamo avere una relazione militare con l’Italia sarebbe nel quadro di una missione di esperti che consenta di rafforzare le capacità del nostro esercito, quindi non una missione che preveda la presenza di militari italiani con una vocazione di tipo operativo. Mi sembra difficile – ha concluso Bazoum – che possiamo esprimere una necessità dell’ordine di 400 militari italiani come è stato annunciato dai media, non mi sembra proprio concepibile”.

Evidente la contraddizione nelle affermazioni di Bazoum che prima nega addirittura che la missione italiana sia mai stata discussa col suo governo ma poi apre a un tipo di intervento militare italiano che è in linea con quello approvato in gennaio dal parlamento e che dovrebbe svilupparsi entro il prossimo giugno. Cioè 140 militari senza compiti operativi ma solo di addestramento per potenziare le forze locali.

Le fonti citate dall’Ansa hanno sottolineato che in Niger “sono già presenti una quarantina di militari italiani, un nucleo di ricognizione e collegamento, che da tempo hanno preso contatto con le autorità locali e stanno preparando il terreno alla missione”. Se militari italiani sono già a Niamey come può il ministro Bazoum negare che vi sua un accordo bilaterale per dare il via alla missione? Le fonti italiane hanno poi aggiunto che “il primo modulo addestrativo di un centinaio di uomini è previsto che raggiunga il Niger a giugno: noi siamo pronti ma per schierare i militari sul campo aspettiamo ovviamente il via libera del governo nigerino”. Tutto come preannunciato nelle due lettere citate dal ministro della Difesa, Roberta Pinotti e firmate dal suo omologo nigerino Kalla Moutari, in cui si chiede formalmente a Roma cooperazione per l’addestramento e il controllo dei confini del Niger.

Per valutare il senso delle dichiarazioni giunte da Niamey che hanno il chiaro obiettivo di ostacolare l’avvio della missione italiana occorre prendere in esame alcune ipotesi. Da un lato non si può escludere che a motivare le contraddittorie dichiarazioni di Bazoum (ministro che non è mai stato accondiscendente con la Francia) abbiano influito le critiche sempre più accese emerse nella politica e nella società nigerine per la crescente presenza militare straniera. Dall’altro è inevitabile prendere in esame le resistenze francesi all’arrivo dei militari italiani non solo perché Roma “sconfina” nell’area africana sotto influenza di Parigi ma anche perchè i militari italiani stanno realizzando la loro base a Niamey accanto a quella statunitense, non a quella francese o a quella tedesca in fase di ultimazione.

L’impressione è quindi che l’Italia non porrà i suoi militari sotto il comando francese che peraltro aveva espresso apprezzamento per l’arrivo di truppe italiane ma chiedeva che queste combattessero i jihadisti al loro fianco e alle dipendenze dell’Operation Barkhane. Del resto la rinuncia ad assumere ruoli di combattimento (caratteristica che ormai accomuna tutti gli impegni militari italiani oltremare) contribuisce a rendere anche questa missione del tutto marginale sia per i nigerini sia per gli alleati francesi e statunitensi. In ultima analisi le dichiarazioni degli esponenti governativi nigerini risultano funzionali alla volontà francese di indurre il prossimo governo italiano a desistere dall’inviare truppe a Niamey”.

A quanto rileva Gaiani siamo quindi in presenza di una situazione delicata e ancora in fase di stallo come ha ammesso il ministro degli esteri Alfano in una conferenza stampa il 15 marzo[2]: Il progetto di missione italiana in Niger è stato autorizzato dal parlamento e, “per qualsiasi ulteriore sviluppo e decisione”, occorre attendere il consenso “necessario” delle autorità di Niamey. “Tale progetto di missione”, ha aggiunto, “è al vaglio delle autorità nigerine, il cui consenso è necessario per qualsiasi ulteriore sviluppo e decisione”.

Sembrerebbe dunque un bel pasticcio davvero: i nostri militari andrebbero in Niger, senza combattere, mal tollerati sia dagli ‘alleati’ francesi che dalla popolazione e dal governo locale. La finalità sbandierata in origine, del contrasto dei flussi migratori transahariani, sta dunque perdendo sempre più  consistenza, vista anche la netta riduzione degli sbarchi registrata da inizio anno (dal 1 gennaio  al 28 marzo 2018 addirittura  -80,38% rispetto allo stesso periodo del 2017[3]), lasciando progressivamente emergere il reale obiettivo:  la strategia di penetrazione della principale multinazionale italiana, l’Eni, all’interno di un’area, quella del Sahel, ricca di risorse (uranio, oro, argento fosfati, ferro, sale ecc) ma fino ad oggi zona di influenza esclusiva francese.

Va dunque delineandosi un ulteriore terreno di scontro fra gli interessi economici di due potenze neocoloniali (una consolidata – la Francia – e l’altra con velleità espansive – l’Italia) che, iniziato nel gennaio 2011 con l’appoggio italiano alla Primavera araba tunisina che scalzò il filo francese Ben Alì, e proseguito in Libia con l’intervento militare Nato, guidato dalla Francia di Sarkozy che ha abbattuto il nostro ‘alleato’ Gheddafi, va ora ampliando il proprio raggio dalle coste del mediterraneo all’area Subsahariana.

Le missioni militari all’estero ancora una volta risultano funzionali alle politiche di sfruttamento delle risorse dei paesi del Sud del mondo, che benché presentate sotto mentite spoglie nel tentativo di camuffarne l’essenza all’opinione pubblica nazionale, rischiano di trasformarsi in un clamoroso boomerang, non solo di immagine, alla luce dei rischi e dei contrasti che presenta. Considerando che si tratta dell’area meno sviluppata, sia dal punto di vista economico che da quello sociale, della Terra e alla quale dietro agli altisonanti progetti di aiuti allo sviluppo dei vertici comunitari e dei governi delle potenze europee, si scopre che sia il Fondo per l’Africa stanziato dall’Italia ad inizio 2017[4] (200 milioni di euro) che il Fondo Fiduciario d’Emergenza dell’UE per l’Africa istituito dall’Ue nel 2015 (3 miliardi di euro) vengono utilizzati in modo secondo il parere di ActionAid – “da creare problemi di costituzionalità e di possibile violazione di norme europee e internazionali, oltre a questioni di tipo politico e di trasparenza”.

Fra le varie fonti riportiamo un estratto dell’indagine della ONG Global Health Advocates in base alla quale gli europei privilegiano soluzioni rapide a problematiche nazionali europee, senza un reale coinvolgimento dei governi locali e della società civile in Africa… Usando i soldi degli aiuti allo sviluppo come merce di scambio per forzare la collaborazione dei paesi africani sulle questioni migratorie, l’UE sta macchiando la propria immagine di attore di primo piano delle politiche di cooperazione e sviluppo… Ancora più preoccupante è il fatto che alcuni paesi hanno per queste ragioni aumentato il proprio bilancio per la sicurezza e la difesa, a discapito di investimenti in settori chiave come istruzione e salute”. 

E’ il modello di cooperazione 2.0: da un lato si promettono aiuti per lo sviluppo che poi vengono destinati a progetti finalizzati all’immediato contrasto dei flussi migratori, dall’altro si inviano i contingenti militari ad aprire la strada all’arrivo delle multinazionali per aumentare ulteriormente il processo di saccheggio delle risorse in atto ormai da decenni. Con queste strategie gli illuminati governi europei credono realmente di promuovere lo sviluppo dei paesi africani oppure le stesse rappresentano un ulteriore capitolo dell’indegna storia dello sfruttamento europeo del Continente nero?

 

Andrea Vento – 28 marzo 2018

Giga – Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

 

 

 

[1] http://www.analisidifesa.it/2018/03/niger-il-pasticcio-della-missione-italiana/

[2] http://www.askanews.it/esteri/2018/03/15/alfano-in-attesa-consenso-di-niamey-per-missione-italia-in-niger-pn_20180315_00275/

[3] http://www.interno.gov.it/sites/default/files/cruscotto_statistico_giornaliero_27-03-2018.pdf

[4] http://www.repubblica.it/solidarieta/cooperazione/2017/12/18/news/fondo_africa-184514509/

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