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Roberto Musacchio: considerazioni sul voto del 4 marzo

di Roberto Musacchio

Accade in Italia ciò che era già accaduto in Francia. Quelli che dovevano essere i protagonisti delle presidenziali francesi, l’uscente Hollande e il nuovo astro gollista Fillon, non arrivano neanche al voto o al ballottaggio. Hollande addirittura si ritira. Fillon viene azzoppato. E un intero sistema politico viene giù come un mazzo di carte. Da quel mazzo salta fuori il jolly Macron che spariglia i giochi. A contrastarlo una destra che va oltre i suoi limiti storici e un Melanchon che a sua volta spariglia a sinistra, e la sinistra stessa.

Qui in Italia una incredibile legge elettorale fatta in chiave anti grillini per rilanciare gli esausti protagonisti del vecchio bipolarismo in competizione o in grande coalizione premia invece un nuovo bipolarismo estremo, tra Salvini e Di Maio. Crolla il PD avvertito come l’architrave della governabilità di questo ventennio e si fa male anche Berlusconi che ne era stato l’alter ego.

Ho scritto spesso in questi anni di come l’impatto con l’Europa reale stava stressando gli equilibri sociali ma anche i sistemi politici. D’altronde in molti hanno sottolineato il divorzio che il capitalismo globalizzato stava maturando con la democrazia. Nella realtà europea questo diventa una crisi dei vecchi ordinamenti. Vale per quasi tutti i Paesi, mentre a livello della UE la governabilita’ e’ affidata non al consenso ma al cosiddetto pilota automatico.

Dietro tutto ciò naturalmente c’è un gigantesco riassetto del sistema capitalistico e i nuovi conflitti che esso innesca. Fino a partorire la mostruosità della globalizzazione nazionalistica foriera di guerra. Protagonista in Europa di questa ristrutturazione e’ il vecchio asse franco tedesco che si spartisce le aree da destabilizzare ( l’Est e i Balcani per la Germania, l’Africa per la Francia ) e ricerca permanentemente nuovi rapporti di forza al proprio interno.

La risultanza e’ una nuove forte conflittualità con gli altri nazionalismi globalizzati ( USA, Turchia ecc ), la rottura della Brexit e una pesantissima sofferenza sociale interna all’Europa, che colpisce in particolare il Sud, le aree marginali, il mondo del lavoro, i giovani. Il modello sociale europeo, produttore di equilibrio, democrazia benessere e pace, viene rovesciato nel suo contrario: un sistema non democratico permanentemente sotto stress e produttore di conflitti.

Politicamente ne consegue una crescita strutturale dei movimenti di destra xenofoba e una crisi dei soggetti progressisti o la fine della loro natura progressista. Laddove però si riesce a mettere in campo una sinistra radicale capace almeno di avvertire l’ordine dei problemi essa riesce ad esistere e anche ad incidere.

Nella realtà italiana questi processi hanno determinato le due Italie che si manifestano ora nel voto. Una del Nord ancora aggrappata al carro del mercantilismo tedesco ma con la paura di essere sganciata e perciò attraversata da pulsioni feroci. Una del Sud ormai convinta, a ragione, di essere stata sacrificata e dunque alla ricerca di una nuova rappresentanza politica che liquidi chi non è stato più in grado di garantire tutela. Per entrambe queste due Italie la “sinistra” e’ identificata col PD visto come la forza che più di ogni altra ha portato il Paese in questa dinamica senza garantire niente e nessuno.

Figuriamoci il mondo del lavoro e del non lavoro che è stato posto nella condizione di non potersi neppure riconoscere più come tale e finisce così per l’affogare dentro le realtà magmatiche dei due spicchi d’Italia in cui si trova a vivere.

La peculiarità italiana, purtroppo, e’ che quella sinistra che ha provato a resistere a questi processi si e’ trovata ad ingaggiare una battaglia in tempi anticipati rispetto al resto d’Europa e cioè nella fase in cui si palesavano le ” magnifiche sorti e progressive ” dell’edificazione dell’Europa reale. In questa battaglia anzitempo e’ stata sconfitta.

Per altro ciò si è accompagnato ad un’altra peculiarità ancora più spiazzante data da una sinistra storicamente ricca di autonomia politica e culturale che si è invece repentinamente trasformata in un pezzo della gestione della governance quasi a livello delle sinistre dei Paesi dell’Est.

Pure tentativi di ripartenza ci sono stati. Tra questi voglio citare l’esperienza dell’Altra Europa con Tsipras che colse la necessità di ripartire dal luogo della sconfitta, l’Europa reale, per fare della liberazione dell’Europa la ragione storica della fondazione di una nuova soggettività. Pure questa intuizione feconda si è però misurata con elementi che ne hanno frenato l’efficacia.

In primis che una lotta di liberazione europea non c’è ancora in campo. Ci sono lotte nazionali importanti ma non capaci di ingaggiare una battaglia complessiva. Così è il governo Tsipras. Così Corbyn. Così Melenchon.

Il secondo è che una parte delle forze recuperate ad un impegno comune intorno all’Altra Europa e’ rifluita quasi subito nella illusione di una scorciatoia politicista data dal rapporto con pezzi di ceto politico fuoriusciti dal PD. Tutta la sinistra non PD ha responsabilità ma non si può dire che tutte le responsabilità sono uguali.

Per altro si consuma un doppio paradosso per cui chi voleva fare come Macron, cioè Renzi, si è trovato a gestire il PD. Mentre chi voleva fare il vero PD, i fuoriusciti, si è trovato fuori. Entrambi i soggetti del paradosso sono risultati colpiti o travolti poi dalla crisi del PD.

C’è poi un terzo elemento su cui penso  sia utile una riflessione e che riguarda le forze intellettuali della sinistra. Esse hanno giocato un ruolo molto importante in Altra Europa. Ancora di più nel referendum costituzionale. Lo hanno provato col Brancaccio. Però complessivamente se non siamo riusciti a realizzare una nuova costruzione, una nave capace di affrontare la tempesta, la questione interroga tutti, anche loro.

Vedo il rischio di una oscillazione tra una pur condivisibile denuncia del baratro in cui siamo e una sorta di accondiscimento verso i cinque stelle che proprio non mi convince.

Dico non mi convince perché per me gli attuali cinque stelle sono il soggetto che in modo insidioso destruttura le forme sostanziali della democrazia partecipata e rappresentativa. L’attacco alle Ong e alla indipendenza dei parlamentari a me questo dicono.

Certo la situazione è difficile e inquietante. I disastri fatti dal maggioritario sono devastanti. Mi consola che ne’ Salvini ne’ Di Maio abbiano i numeri per governare da soli ma sono terrorizzato di come si discuta di come farglielo fare o di come si pensi a soluzioni che spalancherebbero le strade di una loro ulteriore crescita. La centralità del governo ha distorto nel profondo la democrazia.

Mi appare chiaro che una sinistra alternativa non può che partire dalla opposizione e dal proporzionale. Che non è solo una legge elettorale ma un’idea di società e di politica che mette al centro la rappresentanza e la lotta per l’egemonia. Rappresentanza e lotta per l’egemonia che chiedono ad una sinistra nuova di avere si la capacità di pensarsi autonoma e di pensare autonomamente ma anche di avere corpo. Un corpo sociale ancora prima di un corpo elettorale perché senza il primo il secondo non si riconquista.

Questione che si lega a quella degli intellettuali che accennavo. Non c’è dubbio che qui sta la lezione gramsciana, il rapporto tra intellettuali, partito e popolo, come chiave di volta della rinascita di un Paese le cui classi dirigenti ciclicamente coinvolgono in  grandi rischi.

A me pare che l’impresa promossa da Je so pazzo  ha avuto un risultato elettorale minimo ma ha suscitato energie e pensieri ( anche intellettuali ) che in epoche come questa non si possano snobbare o liquidare come fossero una scempiaggine. È nata dopo il fallimento del Brancaccio, che ha misurato quella debolezza che dicevo nonché l’ostilità di chi anteponeva l’accordo con gli ex PD al bisogno di cambiamento. Potere al popolo ha messo in campo soggetti che vogliono una rappresentanza che non hanno e che  prova a far vivere una nuova generazione che ha il diritto di non essere gravata dei nostri errori.

Saranno i giovani, ne sono certo, a costruire la loro strada. E dunque parlo non a difesa loro ma mia, nostra. Per quel bisogno che io ancora avverto di evitare di essere costretti, come diceva Montale ( che mi è venuto alla mente perché  Revelli e Gianni lo hanno rievocato, in altri modi, sul Manifesto ) in una poesia ( da Satura, la sua ultima raccolta ) che ho molto amato proprio da giovane, a ” ..vivere non esistendo, emersi da una quinta, da un fondale, da un fuori che non c’è se mai nessuno l’ha veduto. So che si può esistere non vivendo. ”

Lo scenario europeo resta quello in cui ci muoviamo. I ” vincitori ” anomali del voto italiano danno segnali diversi.  Di Maio moltiplica i messaggi di disponibilità alla governance mentre Salvini scalcia. Abbiamo visto in questi anni di quale ” interventi ” sia capace il pilota automatico. Eppure anche la formula della ” stabilità instabile ” che caratterizza la gestione europea potrebbe ormai segnare il passo e interventi bruschi favorire in realtà una nuova affermazione dei soggetti espressi dal malessere italiano.

Gli assetti politici europei sono in fase di ristrutturazione. Macron lancia una doppia sfida. Quella francese e quella al duopolio popolari socialisti. La Germania e’ asserragliata intorno a ciò che resta di questo duopolio.

La Sinistra alternativa europea deve evitare un paradosso che sarebbe imperdonabile. Quello di dividersi mentre si accresce il bisogno e lo spazio di una sua presenza. Se la battaglia per la liberazione europea non è avanzata in questi anni e’ perché essa è difficile. Ci sono anche differenze su come interpretarla. Ma la divisione, le pretese egemoniche, le scorciatoie politiciste verso campi come quello socialista o verde attraversati per altro da crisi profonde, la renderebbero impossibile.

Anche qui la strada è quella imprescindibile di avere testa e corpo, di costruire le idee e il movimento reale per questa liberazione europea che è la vera questione per la rinascita di una nuova sinistra.

 

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