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Situazioni internazionali in filigrana

di Tonino D’Orazio

Mentre siamo occupati morbosamente da giorni, nel mese di ottobre, dall’indignazione, giusta, contro il produttore-magnate cinematografico, Weinstein, con comportamento immorale verso attrici del bel set, nel mondo avvenivano altri fatti molto importanti. E magari in Italia allo spostamento dei prepensionati lavoratori “usurati” in mano all’Ape, cioè al mutuo bancario, perché la Fornero non si tocca.

La cancellazione del “debito” verso la Russia sia per i paesi africani che per il Venezuela, stimati a diversi miliardi di dollari. Secondo: la strana “guerra”  nel triangolo Usa-Arabia Saudita-Cina in merito al futuro petrolifero. Terzo: esercitazioni di “guerra” nel mare di Cina e della Corea. Quarto: lo scandalo al Tribunale Penale internazionale.

Il primo fatto importante per i paesi in via di sviluppo è la cancellazione del debito, contratto con la Russia, di alcuni paesi africani (20 miliardi). Anche al Venezuela per circa 1 miliardo di dollari, dopo la stragrande vittoria di Maduro alle democratiche elezioni regionali venezuelane. E al Kirghizistan. Ovviamente da noi questo non fa notizia, solo se la Lagarde del FMI promette ma non fa.

Secondo fatto. La “Saudi Aramco” è la compagnia petrolifera più importante del mondo; non è una società pubblica, non ha azioni nel mercato borsistico e non pubblica i suoi bilanci finanziari. Possiede più di 100 campi  petroliferi e di gas in Arabia Saudita, con riserve che rappresentano un quarto di quelle mondiali e una flotta immensa di superpetroliere. Non si hanno dati precisi, eccetto la produzione di 3,4 miliardi di barili nel 2013, che rappresenta il doppio della più grande impresa petrolifera americana, la “Exon Mobil”. La società è impegnata soprattutto nell’estrazione del greggio e non nella sua trasformazione. Nel 2016 annuncia la sua intenzione di privatizzare una quota del 5% (stima: 100 miliardi di dollari) e di esporla alla borsa di New York o di Londra, tra l’altro facendo litigare ferocemente i due competitori cugini.

Ma ecco la difficoltà. La Cina, primo importatore mondiale di petrolio, e primo acquirente del petrolio saudita, non vuole più pagarlo in dollari ma in yuan. Come avviene in Nigeria, Iran e Russia, aspettando l’accordo con  il Venezuela. La Cina sta imponendo la sua decisione e la sua moneta non solo sul petrolio ma anche sul mercato delle materie prime.  Gli statunitensi hanno già fatto tre guerre feroci contro chi voleva cambiare il loro metro di misura: Iraq, Libia e Siria. (E a seguire ci sarà sicuramente il Venezuela). Stretta tra l’incudine e il martello, viste le minacce americane, l’Arabia ha rifiutato, con il rischio di perdere il suo migliore cliente. Tra l’altro la Cina è già diventata primo importatore del petrolio russo, pagando una volta in yuan e una volta in rublo. E’ l’accordo del “paniere delle monete” del Brics. (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa). In questo gioco a scacchi la Cina ha vinto, comperando l’intero pacchetto azionario del 5% della Saudi Aramco in vendita per 100 miliardi di dollari, permettendo in questo modo le transazioni in yuan anziché in dollari e in contemporanea di liberarsi di una moneta sempre più carta straccia e senza avvenire.

Anzi il re saudita si è recato a Mosca per la prima volta da decenni, sicuramente per una mediazione. In realtà è importante costatare che ultimamente tutti si recano a Mosca per risolvere i loro problemi, come se fosse diventato il “centro SOS dei problemi internazionali”. Se si pensa poi in Europa che è un paese “isolato” ….

Terzo fatto importante è quello del sorvolo dei caccia cinesi intorno all’isola di Guam, base americana a nord del Giappone. Pur sapendo che è diventata, a causa della Corea del Nord, un area ad alta tensione con le minacce continue di Trump e le provocazioni di Kim Jong. Ai caccia cinesi si sono aggiunti in esercitazioni anche caccia russi lungo i loro confini. Ma forse è tutta una scenografia, visto che Trump è alla corte imperiale di Xi Jinping, che gli abbona qualche miliardo di dollari del debito pubblico americano (tramite accordi commerciali) e gli consiglia che i “problemi vanno risolti con il dialogo”. Inoltre è da registrare la minaccia della Nato ai libici ribelli di Tobruk affinché questi non concedano la possibilità alla Russia di istallare un secondo porto militare, dopo quello siriano, nel Mediterraneo. Propongono di andarci loro, sicuramente abbandonando qualche base militare in Italia. Ormai tutto il Mediterraneo, o quasi, è proprietà Nato.

Quarto fatto: lo scandalo alla Corte Penale Internazionale, (TPI), dove il primo procuratore, l’argentino Luis Moreno Ocampo viene accusato di varie parzialità e gravi reati. Diceva Coluche, noto comico francese: “Ci sono due tipi di giustizia: l’avvocato che conosce bene la legge o l’avvocato che conosce il giudice”.

Sulla base di 40.000 documenti ufficiali ottenuti e condotti da European Investigate Collaborations, (composto da otto media internazionali: Mediapart, Der Spiegel, NRC Handelsblad, The Sunday Times, El Mundo, Le Soir, ANCIR e The Black Sea), la figura di Ocampo, invece di essere moralmente compatibile, ne esce profondamente vergognosa e corrotta per svariati motivi. Intanto per i suoi conti correnti in vari paradisi fiscali per non pagare le tasse, ma questo magari è in ottima compagnia con mezzo mondo; quasi una “normalità”. Avrebbe difeso un noto miliardario americano, sostegno di criminali di guerra, in relazione alla caduta del colonnello Ghedaffi. Si ingerisce, insieme a un noto studio di avvocati newyorkesi, nelle decisioni del TPI al fine di alleggerire i carichi di crimini contro l’umanità del presidente keniano che egli stesso aveva messo sotto accusa. Risulta implicato in vari dossiers per conto di una banca di investimento newyorkese. Ha lasciato che Hollywood (Angelina Jolie, George Cloney), dirigenti della Silicon Valley e vari Stati utilizzassero documenti riservati per le loro attività. Altre informazioni potrebbero arrivare prossimamente, quelle sulle ingerenze e le pressioni fatte dai governi sul TPI strumentalizzandolo a fini politici. Insomma ha messo ancora più a rischio la credibilità dell’istituzione, che già ultimamente non brillava per errori vari, e in fondo anche la sua  legittimità nel perseguire i criminali su basi non discriminatorie.

Che il TPI fosse già spesso criticato non deve stupire. Vi aderiscono solo 120 paesi su 200 e soprattutto mancano all’appello Stati Uniti, Israele, Russia, Cina, che hanno fatto di tutto per non riconoscerne, o farne riconoscere, la giurisdizione e la legittimità. Molti paesi africani si sono dimessi e lo scandalo non è finito. E forse è stato pilotato al momento opportuno.

Ma facciamo finta che non succede nulla, eccetto gli incendi in California e la perpetua risurrezione di Berlusconi.

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