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Venezuela in Senato: un esempio di variegata competenza dei nostri rappresentanti

Il seguente testo stenografico  sull’informativa del Ministro degli Esteri Angelino Alfano di oggi, 17 maggio 2017 e la successiva discussione che si è sviluppata, costituisce un utilissimo documento per verificare il livello di conoscenza della storia, della situazione, dei fatti sul Venezuela degli ultimi mesi ed anni, nel Parlamento italiano.

(FONTE: http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=hotresaula)

Informativa del Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale sulla situazione in Venezuela e conseguente discussione (ore 15,07)

PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca: «Informativa del Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale sulla situazione in Venezuela».

Ha facoltà di parlare il ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, onorevole Alfano.

ALFANO Angelino, ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale. Signora Presidente, onorevoli senatori, il Venezuela è un Paese a cui teniamo molto, per i profondi legami storici – oserei dire di sangue – con l’Italia. Lo stesso presidente della Repubblica Mattarella, che ho accompagnato in una visita di Stato in America Latina la scorsa settimana, ha fatto stato dei suoi sentimenti di profonda e partecipata preoccupazione per le sorti del Paese. A fronte di una situazione che desta una grande preoccupazione, anche per i rischi che coinvolgono, tra l’altro, quasi 150.000 cittadini italiani residenti nel Paese, abbiamo continuato a cercare di favorire soluzioni politiche per fare fronte al gravissimo stallo istituzionale e alla situazione di crisi economica, sociale, di sicurezza e sanitaria in atto.

Purtroppo continua a mancare, in Venezuela, la volontà politica di superare lo scontro e di avviare un dialogo genuino. Ognuna delle parti dello scontro istituzionale ha le sue responsabilità per tale situazione. Ma, a prescindere da quelle che possono essere le legittime convinzioni politiche di ognuno di noi, appare chiaro che il Governo venezuelano non ha compiuto nessuno degli atti necessari a creare le condizioni minime per un dialogo sostanziale. Non è stata messa mano seriamente al calendario elettorale: le elezioni amministrative si sarebbero dovute svolgere nel 2016 e sono state rimandate sine die. Non sono stati liberati i principali prigionieri politici e Leopoldo López, leader dell’opposizione, continua a essere detenuto in isolamento. Nei giorni scorsi si è temuto anche per la sua vita, ma l’allarme è fortunatamente rientrato. Non si è cessato di assumere provvedimenti discriminatori nei confronti dei leader dell’opposizione, in spregio alla necessità di creare condizioni di dialogo e di garantire un regolare confronto elettorale, basti pensare all’interdizione dall’elezione, per i prossimi quindici anni, di Henrique Capriles, il contendente di Maduro alle ultime elezioni.

L’insieme di tali atti sembra aver rafforzato la determinazione e l’unità dell’opposizione parlamentare. E lo si è visto nelle ampie manifestazioni che, da quasi un mese, si succedono di giorno in giorno a Caracas e nelle altre città, che sono purtroppo represse con crescente violenza e con un bilancio di vittime che si accresce in maniera intollerabile. La protesta popolare chiede di potersi esprimere attraverso elezioni da indirsi senza indugio, la liberazione dei prigionieri politici, il riconoscimento delle prerogative del Parlamento eletto e l’accettazione degli aiuti della comunità internazionale. Di fronte a queste richieste, il Governo Maduro ha risposto annunciando la costituzione di un’assemblea costituente, secondo modalità considerate dall’opposizione in conflitto con gli strumenti di democrazia rappresentativa previsti dall’attuale Costituzione del 1999.

Nel pieno rispetto delle prerogative di uno Stato sovrano, non è certo mio compito valutare la legittimità costituzionale di tale decisione. Ciò non toglie che vi sia la fondata preoccupazione che si tratti di una iniziativa tesa a sottrarre prerogative al potere legislativo e a rinviare – anche in questo caso sine die – la indizione di nuove elezioni.

Nella comunità internazionale è ormai maturata la consapevolezza che siamo di fronte a una situazione in drammatica evoluzione, nella quale i rischi di una potenziale guerra civile sono concreti. Un fronte ampio di Paesi preoccupati per la stabilità della regione, oltre che per le condizioni di vita delle popolazioni, ivi comprese le numerose comunità straniere residenti, ha inviato al presidente Maduro messaggi convergenti. Le decisioni assunte dal gruppo Mercosur e da altri Paesi non membri sono inequivocabili: ben otto Stati della regione, la cui popolazione totale rappresenta la stragrande maggioranza dei cittadini sudamericani, hanno espresso un forte appello al Governo di Caracas e una condanna per le sue azioni. L’organizzazione degli Stati americani, che riunirà il 31 maggio una ministeriale dedicata alla crisi in Venezuela, sta discutendo una deliberazione che riconosca «la rottura dell’ordine costituzionale in base alla Corte interamericana dei diritti umani».

La situazione in Venezuela, per la prima volta dall’inizio della crisi, dovrebbe essere oggetto, proprio in queste ore, di una informativa in Consiglio di sicurezza dell’ONU.

Nonostante tali pressioni, il Governo venezuelano ha scelto, purtroppo, la strada dell’isolamento e del rifiuto del dialogo. L’annuncio del Paese di voler uscire dall’Organizzazione degli Stati americani è una decisione politicamente molto significativa.

Onorevoli senatori, in questo scenario abbiamo innanzitutto voluto esprimere in chiari termini la posizione italiana a seguito delle ultime evoluzioni della crisi in Venezuela; una posizione, la nostra, in linea con gli impegni assunti proprio in quest’Aula con la mozione del presidente Casini dello scorso gennaio. Nei giorni scorsi, ho reiterato la forte preoccupazione e condanna del Governo italiano per la crescente violenza con la quale vengono represse le dimostrazioni popolari di protesta in corso a Caracas e nel resto del Paese. La violenza non è la soluzione e la manifestazione del dissenso è un diritto inalienabile dei cittadini. Questo lo abbiamo già fatto presente alle autorità di Caracas e continueremo a farlo usando tutti gli strumenti diplomatici in nostro possesso.

In secondo luogo, ho esortato il Governo venezuelano a prestare ascolto alle istanze della popolazione e dei suoi rappresentanti eletti. Per riprendere le parole del presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella, «vediamo un’esigenza, che non può essere disattesa, di rispetto della volontà popolare, di rispetto della separazione dei poteri, di rispetto della democrazia autenticamente, tutte cose che sono messe fortemente in discussione».

Ho infine invitato il Governo di Caracas a non alimentare la contrapposizione interna, suscettibile di provocare ulteriori violenze, e a garantire che il popolo sia chiamato a esprimersi esclusivamente con suffragio universale, libero, diretto e segreto. Questo mio appello, peraltro in linea con la posizione espressa dalla comunità internazionale, è stato purtroppo respinto dalle autorità venezuelane, che hanno definito le mie dichiarazioni «perniciose e caratterizzate da finalità interventistiche», e il Governo lo ha ribadito con una comunicazione pubblica nei confronti delle mie dichiarazioni rese anche in quest’Aula.

Tutto ciò mi impone di ribadire nuovamente che non è nostra intenzione interferire negli affari interni del Paese e che l’Italia ha sempre collaborato in maniera costruttiva con ogni Governo legittimo, senza mai entrare sul piano di un dibattito politico e ideologico. Non possiamo, però, rimanere inerti dinanzi alla grave crisi che colpisce il popolo venezuelano. Per questo continueremo a essere in stretto contatto con la Santa Sede e a scambiare valutazioni e analisi. Il Santo Padre ha chiaramente detto che i gravi problemi del Venezuela si possono risolvere se c’è la volontà di costruire ponti, di dialogare seriamente e di portare a termine gli accordi raggiunti. Alla diplomazia vaticana continua ad andare tutto il nostro sostegno, nella speranza che possa contribuire a riaprire spiragli di soluzione.

Ci siamo attivati anche perché da Bruxelles possa essere indirizzato un messaggio chiaro, forte e autorevole. In Europa, ho promosso un coordinamento con Spagna e Portogallo, due dei Paesi, cioè, maggiormente interessati alla crisi, e su nostra proposta, sostenuta dai Paesi che condividono le nostre preoccupazioni, il Consiglio affari esteri dell’altro ieri ha provato un testo di conclusioni sul Venezuela.

Dimostrando unità di intenti dell’Unione europea su tale crisi, le conclusioni chiedono la cessazione delle violenze e la ripresa di un dialogo urgente, costruttivo ed efficace tra il Governo e il Parlamento. Il Consiglio si attende che tutti gli attori politici in Venezuela lavorino in modo costruttivo per una soluzione della crisi nel Paese, chiedendo anche la scarcerazione degli oppositori politici.

Infine, nelle conclusioni del Consiglio vengono ricordati gli oltre 600.000 cittadini europei residenti in Venezuela e viene ribadito che l’Unione europea è pronta a cooperare con le autorità per assicurare assistenza, protezione e sicurezza a tutti i cittadini europei in Venezuela. Stiamo anche lavorando con i Paesi della regione.

Ho parlato di Venezuela con il ministro degli esteri argentino Susana Malcorra in occasione della sua recente visita a Roma. Il tema è stato affrontato anche la scorsa settimana accompagnando il presidente Mattarella nella sua visita in Argentina e in Uruguay.

Gli uruguaiani, non pregiudizialmente ostili al chavismo, hanno condiviso le nostre preoccupazioni e il nostro impegno e abbiamo convenuto di continuare a coordinarci su tale dossier. Lo stesso ex presidente Mujica, sincero amico del presidente Chavez, ha riconosciuto nei giorni scorsi che esiste oggi un problema di deficit democratico nel Paese.

Il Governo Maduro deve convincersi che nella comunità internazionale c’è una genuina preoccupazione per le sorti del Venezuela, legata all’assenza di progressi nel dialogo tra Governo e opposizioni e alla mancanza di una nuova legittimazione popolare nei confronti di coloro che governano il Paese.

L’impegno del Governo italiano è rivolto anche alla tutela dei quasi 150.000 italiani residenti nel Paese che condividono le difficoltà e i pericoli della restante popolazione venezuelana. Pur nella consapevolezza delle difficoltà di raggiungere un numero così ampio di italiani, ben radicati nella realtà del Paese, stiamo cercando di fornire loro sostegno e assistenza, nonostante i margini di azione consentiti dal Governo venezuelano siano molto limitati. Mi riferisco – ad esempio – alla nostra disponibilità, purtroppo fino a oggi inascoltata dal Governo di Caracas, a inviare aiuti alimentari e farmaci per ovviare alla carenza di medicinali salvavita che esiste nel Paese.

Di fronte all’impoverimento che ha colpito i nostri connazionali, in particolare quelli delle classi medie e i pensionati, la Farnesina ha predisposto – su mia indicazione – un piano straordinario di assistenza ai gruppi di connazionali più vulnerabili del valore di un milione di euro; un piano che va a integrarsi ai fondi già disponibili quest’anno e che incrementa notevolmente i fondi erogati a favore dei connazionali bisognosi nel 2016, pari complessivamente a oltre 400.000 euro.

Abbiamo anche deciso di rafforzare le risorse umane della rete diplomatica-consolare che opera nel Paese. L’amministrazione centrale sta individuando alcuni funzionari da destinare primariamente al rafforzamento dei servizi consolari e all’assistenza alla comunità italiana in loco. Per rafforzare gli uffici preposti all’assistenza ai connazionali, abbiamo inoltre assunto di recente quattro impiegati a contratto locale, e cioè il massimo purtroppo consentito dall’attuale contingente contrattisti del nostro Ministero, fissato per legge. Tengo a sottolineare che si tratta di personale che opera in condizioni di disagio e rischio elevatissimo.

Per garantire al personale delle nostre sedi in Venezuela di lavorare in sicurezza, stiamo anche rafforzando il contingente dei Carabinieri presso il consolato generale di Caracas. Nel corso degli ultimi nove mesi sono stati inoltre indirizzati numerosi interventi strutturali di rafforzamento della sicurezza dell’ambasciata, del consolato generale e dell’istituto di cultura a Caracas nonché del consolato a Maracaibo. Nei prossimi provvedimenti dovremo assicurare le risorse necessarie, la sicurezza e il personale sia in Venezuela sia nelle altre sedi.

Vorrei anche ricordare, onorevoli senatori, la questione dei crediti vantati dalle nostre aziende, alcune delle quali restano fortemente esposte in mancanza di pagamenti da parte delle autorità venezuelane. Le imprese italiane – ci tengo a sottolinearlo – non hanno abbandonato il Paese, e ciò nonostante il continuo deterioramento della situazione politica ed economica. Del resto, la presenza industriale italiana in Venezuela è di lunga tradizione e ha dato un importante contributo allo sviluppo del Paese, in particolare nel campo infrastrutturale ed energetico. Le nostre imprese auspicano, però, il pagamento dei crediti che vantano per lavori svolti e che ammontano a circa 3 miliardi di euro. Continueremo, quindi, a sollevare il tema dei crediti delle nostre aziende con le autorità venezuelane ai massimi livelli. È importante che le aziende italiane vengano compensate per l’impegno profuso nel Paese in tutti questi anni di storica presenza.

Parallelamente, in linea con l’impegno assunto in quest’Aula nel gennaio scorso, stiamo continuando a impegnarci per approfondire, tra gli strumenti risarcitori previsti dalla legge, le modalità affinché tali crediti siano recuperati.

In conclusione, desidero assicurarvi che il Governo italiano continuerà a seguire con la massima attenzione e priorità la crisi in Venezuela. Lo dobbiamo a un Paese cui siamo legati da una storica e solida amicizia. Lo dobbiamo ai tanti cittadini italiani o di origine italiana che vi risiedono. Lo dobbiamo alle nostre imprese, che hanno dato un contributo decisivo alla costruzione del Paese. E non mancheremo di raccordarci con le iniziative che – sono certo – continuerete come Senato a promuovere, nella consapevolezza del ruolo importante che può svolgere il dialogo interparlamentare. (Applausi dai Gruppi PD, AP-CpE-NCD e Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE).

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sull’informativa del Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale.

È iscritto a parlare il senatore Casini. Ne ha facoltà.

CASINI (AP-CpE-NCD). Signora Presidente, innanzitutto vorrei ringraziare il Gruppo del Partito Democratico, in particolare il senatore Sangalli, che ha chiesto nei giorni scorsi l’informativa del Governo sul tema del Venezuela, rinnovando l’impegno del Senato a tal riguardo.

Il Ministro degli esteri è stato così esauriente che merita, da parte mia, pochissime considerazioni.

Inizio il mio intervento ricordando a tutti voi ciò che la Santa Sede ha posto al centro della sua mediazione con le autorità venezuelane, in una lettera che, prima della fine dell’anno, il cardinale segretario di Stato Parolin pubblicizzò. I tre punti che la Santa Sede poneva al centro della possibile mediazione per impegnarsi erano: immediata liberazione dei prigionieri politici; fissazione di un calendario elettorale; arrivo certo e garantito degli aiuti umanitari e sanitari di cui il Venezuela ha bisogno.

Le risposte a queste tre richieste, ineludibili come base di mediazione, sono state semplicemente l’intensificazione della repressione; l’abolizione delle elezioni dei governatori; la sparizione da qualsiasi agenda politica di nuove elezioni, così come dovrebbero essere naturalmente fissate e come sono fissate in ogni Paese, e l’invenzione dell’Assemblea costituente, la cui base di elezione non è quella elettorale popolare, come sarebbe implicito nella parola stessa di «Assemblea costituente», ma è costituita da non meglio identificati comitati di base. Infine, continua a esservi la chiusura netta nel recepimento di qualsiasi aiuto sanitario.

Davanti a siffatte realtà, parteciperò la prossima settimana, su delega del Presidente, all’incontro dei Presidenti di Parlamento a Brasilia sul tema del Venezuela. E vi faccio notare che ha convocato questa riunione, a cui sono stati invitati solo i rappresentanti dei Parlamenti italiano e spagnolo, quel Brasile che, per sua tradizione, ha un rapporto di amicizia e di preferenzialità con il Venezuela. Vi dico questo per farvi rilevare quanto è cambiata la percezione della situazione in Venezuela, come ha testimoniato il ministro Alfano quando ha fatto riferimento a Mujica, l’ex presidente dell’Uruguay, e all’attuale presidente uruguaiano, che sono tradizionalmente sponsor dell’esperienza chavista in Venezuela.

Davanti a questa realtà devo esprimere la soddisfazione – da un lato – per quello che noi abbiamo fatto – i politici e le Assemblee parlamentari sono sempre criticati e, almeno in questa circostanza, in Europa siamo stati i primi – e – dall’altro – per come il Ministero degli esteri ha cercato di rispondere alle emergenze della nostra comunità locale. Mi sento in dovere però di dire, ministro Alfano, che bisogna comunque fare di più: é già molto ciò che si è fatto, ma bisogna fare di più e non sentirci appagati da quanto è stato compiuto.

L’ambasciatore Silvio Mignano e i suoi collaboratori fanno cose straordinarie. Io vorrei dire qui, in Senato, che una volta tanto dobbiamo ringraziare i nostri diplomatici e indirizzare loro un applauso. (Applausi dai Gruppi PD e AP-CpE-NCD e dei senatori Gambaro e Sonego), perché so cosa significa in questo momento, per gli impiegati del nostro consolato e della nostra ambasciata, recarsi il mattino al lavoro. Già recarsi al lavoro è una impresa e molti preferiscono rimanere negli uffici dalla fine della giornata di lavoro fino all’inizio del giorno dopo per evitare l’incognita dell’andare a casa e del dover tornare in ufficio. Noi dobbiamo, perciò, fare sempre di più.

Naturalmente rivolgo in questa sede un vivo ringraziamento anche al Presidente della Repubblica. Il fatto che nei suoi colloqui in Sud America il presidente Mattarella si sia fatto carico del disagio che esiste non solo nella comunità degli Stati, in Unione europea o in Italia, ma anche tra i nostri connazionali gli fa onore perché avrebbe potuto limitarsi a un ruolo più formale. Invece, questo dimostra come l’Italia stia seguendo con apprensione tutta la vicenda.

Ella ha menzionato, signor Ministro, il tema del risarcimento delle aziende italiane. Un ordine del giorno a prima firma del senatore Sangalli relativo a quel problema è stato approvato da quest’Aula. È chiaro che il problema è sul tappeto: quando abbiamo approvato l’ordine del giorno Sangalli era serio, mentre oggi è diventato serissimo, perché la situazione sta peggiorando invece di migliorare.

Avremo probabilmente in Italia il fratello di Leopolodo López e abbiamo avuto la figlia di Antonio Ledezma, che è agli arresti domiciliari. Dobbiamo intensificare le azioni di pressione verso il Governo venezuelano, perché vogliamo una cosa sola, rispettando Governo e Parlamento: la possibilità per i cittadini di quel Paese di votare, perché questo è il presupposto per qualsiasi evoluzione. E io credo che la linea indicata dal Ministro degli esteri mai come oggi rappresenti con efficacia la linea di tutto il Parlamento. (Applausi dai Gruppi PD, AP-CpE-NCD, Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE e del senatore Sonego).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Stucchi. Ne ha facoltà.

STUCCHI (LN-Aut). Signora Presidente, in effetti parlare del Venezuela significa toccare un argomento molto delicato che, per tanto tempo, è stato sotto l’attenzione di tutti noi, ma su cui poche volte la comunità internazionale ha realmente fatto sentire la propria voce chiedendo un cambiamento. Lo ha fatto spesso a parole, ma con atti concreti mi risulta non vi sia stata poi una frequenza assidua.

Basta guardare il contenuto delle rassegne stampa e i telegiornali dei mesi scorsi, che mostravano una situazione di caos totale e un Presidente incapace, un personaggio assolutamente non all’altezza di gestire una fase così delicata, come Maduro, che ha compromesso ulteriormente con la sua azione una realtà che già aveva tanti problemi.

Ricordo l’elezione di Chavez, avvenuta dopo la presidenza di Caldera, ultimo dei Presidenti cosiddetti democratici (parliamo, comunque, di realtà dove lo stesso concetto di democrazia è un po’ diverso rispetto a quello europeo). E Chavez, graziato dallo stesso Caldera dopo un tentativo di colpo di Stato, divenne Presidente con un programma rivoluzionario, socialista, bolivariano.

Egli trasformò il Venezuela nella Repubblica bolivariana del Venezuela e iniziò un percorso che ha portato sempre di più quel Paese verso una deriva cubana – definiamola così – verso quello che poi abbiamo visto, negli anni scorsi, non essere un modello proponibile, capace di garantire quel futuro di benessere che invece veniva venduto dalla propaganda chavista ai suoi concittadini. Naturalmente all’inizio egli ebbe un grande supporto popolare, che poi, però, a fronte di una mancanza di risultati, è venuto meno.

Oggi ci troviamo di fronte a una proposta del Presidente dell’Assemblea costituente per modificare la Costituzione che, se non fosse comica, ci dovrebbe costringere a piangere e a essere molto rattristati per la situazione del Governo di quel Paese. Questo tipo di proposta, che prevede un presidente a vita e solo poteri del Governo, un potere nullo per il Parlamento (quindi gli organi democraticamente eletti dai cittadini conteranno molto poco), e tutta una serie di altri interventi, dovrebbe far rabbrividire chi ha un po’ di spirito o di sangue democratico all’interno delle sue vene. Eppure, da parte della comunità internazionale – come ho detto all’inizio – non c’è stata una reazione fortissima, decisa e determinata. Facciamo discussioni, prendiamo posizioni, ci ritroveremo a Brasilia come rappresentanti dei Parlamenti per affrontare questo tema, ma serve fare altro: serve attivare la diplomazia per far arrivare un messaggio chiaro, deciso e determinato a Maduro. Il caos, i morti e la violenza sono inaccettabili. Non si governa un Paese con il pugno di ferro. Non si governa un Paese contro le regole democratiche. Non si governa un Paese con il terrore, perché è questo ciò che sta accadendo in Venezuela.

Devo dire che conosco abbastanza bene quella realtà, che ho visitato più volte, e conosco tante persone che si sono opposte al regime di Chavez in questi anni, con le quali mi sono confrontato anche recentemente. Mi hanno sempre sottolineato un fatto: per troppo tempo le grandi comunità democratiche occidentali hanno pensato che il problema si potesse risolvere da solo e trovare una sua soluzione con il passare del tempo. C’è stata una colpevole inerzia da parte dei grandi Paesi occidentali e delle grandi democrazie occidentali, che hanno tanti concittadini che vivono in quel Paese e che potevano sicuramente svegliarsi e intervenire prima ed essere più duri. Quando ci sono in ballo la democrazia e la vita delle persone, bisogna non solo utilizzare le parole, ma compiere atti concreti e utilizzare la diplomazia fino all’extrema ratio, con tutti gli strumenti che vengono messi a disposizione. Non sono accettabili una situazione di questo tipo in Venezuela e la nostra inerzia. Si deve assolutamente intervenire e cercare di attivare tutti gli strumenti, anche tramite le comunità e gli organismi internazionali, per poter far cambiare idea a Maduro e fargli capire che la democrazia deve vincere sempre.

Chiudo con un passaggio tratto da un articolo di Loris Zanatta su «Clarìn», un quotidiano argentino: «Che il chavismo e i suoi devoti diano del fascista ai loro oppositori mobilitati in difesa della democrazia è l’aspetto più comico o tragico, è ignoranza o è malafede». Questa è la cosa su cui riflettere. (Applausi del senatore Consiglio).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Sonego. Ne ha facoltà.

SONEGO (Art.1-MDP). Signora Presidente, signor Ministro, in primo luogo esprimo parole di apprezzamento reale per il profilo politico della diplomazia italiana, in primis del Ministro, e per gli atti concreti che il nostro Paese, tramite la nostra attività internazionale, sta compiendo per dare un contributo utile e saggio a uno sbocco positivo di una vicenda drammatica.

Il nostro primo pensiero corre ovviamente ai connazionali, che condividono, insieme al complesso della comunità venezuelana, una situazione a dir poco impegnativa dal punto di vista economico, della libertà personale e delle più elementari condizioni di vita. Un pensiero di grande solidarietà cerchiamo di nutrire con la concretezza, proprio sulla base di una convincente iniziativa politica.

Una seconda riflessione riguarda lo sbocco politico – e speriamo che rimanga tale al momento – di quella crisi nazionale.

È lo sbocco politico, per certi aspetti inimitabile, di un’onda crescente di populismo; motivo questo che credo debba indurre tutti noi, e non solo la comunità venezuelana, a riflettere sulle derive populiste che si sommano, originando un picco di crisi nazionale e internazionale, con gli effetti devastanti della caduta del prezzo dell’energia. Quelle derive populiste, sommate al fatto che non sono più proponibili le condizioni economiche assolutamente particolari derivanti dall’alto prezzo del gas e del petrolio e anche dalla riduzione del prelievo deciso dai Paesi produttori non molto tempo fa, hanno contribuito ulteriormente all’aggravamento di quella situazione.

Credo sia giusto sottolineare un giudizio severo nei confronti del Governo venezuelano, così come è appropriata la sollecitazione a tutte le parti in causa affinché, ciascuna per quanto le compete, facciano uno sforzo per contribuire a uno sbocco utile, democratico e pacifico. Siamo ben consapevoli del fatto che la nostra sollecitazione potrebbe essere una specie di voce nel deserto, nel senso che potrebbe non essere intesa, e questo rafforza ancora di più la necessità che lo sforzo diventi comune a tutta la comunità internazionale.

Siamo contenti e orgogliosi del ruolo che l’Italia svolge, ma siamo altresì consapevoli che la funzione che esercitiamo, anche da Paese amico del Venezuela, non sarà sufficiente. Sarà pertanto essenziale che il nostro Paese esprima un’iniziativa importante, che proprio noi più di altri possiamo svolgere, per fare in modo che la comunità internazionale, anche con l’aiuto delle istituzioni europee, possa esprimersi con maggiore autorevolezza. Il cosiddetto soft power dell’Unione europea può diventare determinante, così come potrà essere essenziale la funzione delle Nazioni Unite.

Mi siano concesse due ultime brevissimi considerazioni prima di concludere. Nella nostra riflessione odierna non abbiamo menzionato, almeno sin qui, il ruolo degli Stati Uniti d’America. Sappiamo che quel Paese, soprattutto più recentemente, ha una relazione particolarmente complicata con quella Nazione e con il suo Governo. È però del tutto evidente che, se lo sforzo dovrà essere di una coralità convincente di larga massa della comunità internazionale, sarà abbastanza inevitabile lavorare anche per un coinvolgimento dell’amministrazione americana, che sappiamo essere caratterizzata, soprattutto da qualche mese, da incerti profili di politica economica. Quello è un Paese che, nei secoli, è passato dalla dottrina Monroe all’isolazionismo e all’interventismo planetario, approdando a una politica non del tutto chiara. Credo, però, che faremmo male a trascurare anche il ruolo dell’importante Nazione americana.

Da ultimo, signor Ministro, esulando dall’argomento di oggi, le sottopongo anche una questione che ci riguarda direttamente in quanto attiene all’Europa, e mi riferisco a un pezzo importante dell’Europa, ossia l’Europa sudorientale o i Balcani occidentali, come dir si voglia. Le chiedo la sua disponibilità, in vista del fondamentale summit triestino del prossimo 12 luglio, nel quale il nostro Governo avrà un ruolo fondamentale e ritengo anche molto positivo, ad affrontare una discussione – è un argomento che sottopongo a tutti i colleghi dell’Assemblea – proprio sulla questione dei Balcani occidentali. Ad essa dobbiamo guardare con grande preoccupazione per il risorgere di grandi tensioni interstatali, dentro le organizzazioni statuali e anche fra le etnie, che potrebbero diventare un seme velenoso, se non adeguatamente governato, non solo per quell’area che chiamiamo Europa del Sud-Est o Balcani occidentali, ma anche per tutta l’Europa, e in primis per l’Italia.

Non dimentichiamoci che in un passato non molto lontano siamo stati direttamente coinvolti in quella vicenda al punto tale da mettere a disposizione, anche operativamente, la nostra forza aerea. Dico questo a testimonianza del fatto che c’è un lungo ingaggio del nostro Paese che assegna a quella scacchiera un ruolo essenziale. (Applausi dal Gruppo Art.1-MDP).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Amoruso. Ne ha facoltà.

AMORUSO (ALA-SCCLP). Signora Presidente, signor Ministro, nella sua relazione lei ha detto due grandi verità: in primo luogo che in Venezuela si rischia la guerra civile e, in secondo luogo, che l’Italia tiene molto alla sua comunità in loco.

In effetti, oggi il Venezuela è uno Stato in profonda crisi economico – sociale ma, accanto a questo, vi è anche una crescente crisi politica e istituzionale, vi è un’Assemblea nazionale dove le opposizioni sono maggioranza, ma che ormai non viene più convocata, anzi, c’è stato il tentativo da parte del tribunale supremo di giustizia di sostituirsi all’Assemblea nazionale. Si parla, come diceva l’onorevole Casini, di questa nuova Assemblea costituente eletta non si sa come e non si sa da chi. Siamo veramente di fronte ad uno scenario che è molto, molto pericoloso, anche perché a tutto questo dobbiamo aggiungere che durante le manifestazioni che ci sono state in questi ultimi mesi, manifestazioni popolari molto accorsate, si sono contati quasi quaranta morti e oltre mille feriti: è il prezzo che il popolo sta pagando ad una dittatura che non lo rappresenta più, signor Ministro.

Questo non è il momento del politically correct, non è il momento di stare a vedere se un Governo è stato eletto tempo fa, perché di votazioni non se ne parla, ma di capire se oggi quel Governo rappresenta una realtà che è sull’orlo, come lei diceva, di una guerra civile.

La situazione è drammatica a livello politico e a livello umanitario a causa della mancanza assoluta di generi alimentari e di medicinali. A questo proposito, il Governo opera una distribuzione selettiva di tali generi per cercare di trovare consenso in quelli che saranno forse individuati come gli elettori dell’Assemblea costituente.

Si tratta di una situazione molto grave di fronte alla quale è necessaria una risposta chiara, forte e immediata; una situazione che ha visto, come lei ha ricordato, la Santa Sede sviluppare un’azione di mediazione secondo quello che è stato anche il tentativo italiano di mantenere sempre un canale aperto di dialogo per una soluzione pacifica. Abbiamo visto come questa strada non è stata utile, anzi è stata rigettata dal Governo. Da quel momento, signor Ministro, dobbiamo ricordare che la Chiesa è diventata il nemico del Governo Maduro. Basta leggere, sentire e vedere quello che dice la Conferenza episcopale del Venezuela sulla situazione e l’analisi che fanno del Governo Maduro. I vescovi denunciano un sistema totalitario, militarista, poliziesco, violento, peggiore del peggior socialismo del secolo XXI. Lo dicono i vescovi.

Il 21 maggio ci sarà una giornata di preghiera per la pace in Venezuela. Speriamo che non sarà una giornata bagnata ancora dal sangue di morti e feriti, e quindi dal sangue innocente del popolo venezuelano. Accade di tutto: le chiese vengono assaltate, i preti cacciati durante la celebrazione delle funzioni.

Addirittura immagini sacre vengono imbrattate con escrementi, peggio di quello che avviene nelle zone dell’ISIS. Questo avviene in Venezuela, solo perché è stato chiesto al Governo Maduro di liberare i prigionieri politici, restituire al Parlamento la funzione che gli spetta e indire nuove elezioni.

Allora, signor Ministro, questa è una crisi che non viene da vicino. Non è solo la crisi di un uomo, ma è la crisi di un sistema, perché quello che oggi succede in Venezuela è nato con la dittatura di Chavez e con una politica economica che dal 1999 ha distrutto quel Paese attraverso un centralismo statale, un’autarchia e politiche ostili all’impresa privata.

Qui dobbiamo ricordare quello che sta succedendo – come lei diceva – alla nostra comunità: una comunità forte di 150.000 persone che è stata spogliata di tutto e che ha visto suoi uomini uccisi. Basta ricordare alcuni esempi: Roberto Annese, ammazzato nel 2014 a Maracaibo, e non si è ancora saputo né il perché, né il come; la stessa cosa è avvenuta nel 2016 per Matteo Di Francescantonio. Sono due esempi, ma potrebbero esservene anche altri. È una comunità, quella italiana, che ha pagato, attraverso la perdita dei propri beni, del proprio lavoro e del contributo che aveva dato per rendere il Venezuela un Paese ricco e florido.

Allora dobbiamo avere il coraggio e la forza oggi, signor Ministro, di rivolgerci alla comunità internazionale, invitandola a far sentire forte la sua voce. Non ci dobbiamo preoccupare del fatto che questo è un Governo che tanto tempo fa è stato eletto dal popolo. Oggi questo Governo non rappresenta il popolo venezuelano, che sta pagando con il suo sangue un sacrificio immane. Allora, per difendere quel popolo, per difendere la nostra comunità e per difendere quel Paese, l’Italia si deve fare forte, per la sua storia e i suoi rapporti – che lei ha ricordato – con questo Paese, a spingere la comunità internazionale a prendere misure decise e chiare per salvaguardare il futuro del Venezuela e della sua popolazione. (Applausi dal Gruppo ALA-SCCLP).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Orellana. Ne ha facoltà.

ORELLANA (Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE). Signora Presidente, ringrazio il Ministro per essere venuto qui a riferire sulla tragica situazione in Venezuela.

Voglio esporre velocemente quanto avviene in Venezuela. Temo infatti che a pochi sia chiaro quanto grave sia la crisi economica, sociale, politica e istituzionale che vive il Venezuela. Non si tratta di uno scontro politico, sia pure aspro, fra due visioni politiche contrapposte. È molto di più e di peggio.

Oramai, senza più remore, l’attuale Governo del presidente Maduro reprime ogni forma di manifestazione pubblica che i cittadini esasperati attuano. Nell’ultimo intervento che ho fatto qui in Assemblea avevo parlato di 27 morti: è stato a fine aprile. Si tratta ora di oltre 40 morti e centinaia di feriti. Gli arresti non si contano più. La signora di mezza età che si è interposta davanti al blindato in una manifestazione e che a tutti ha ricordato le repressioni di piazza Tienanmen a Pechino è stata arrestata, colpevole solo di voler fermare con il suo corpo la violenza della Guardia nacional.

Le marce di protesta sono quotidiane, ma vengono represse in modo violento. Sono marce pacifiche, come la marcia delle donne o la marcia dei nonni: tutte forme per cercare di sensibilizzare il regime. Ma l’attuale regime – dispiace usare questo termine, ma si fa fatica a trovarne altri – ha esautorato il Parlamento, la Asamblea nacional, poiché composta in maggioranza da membri delle opposizioni.

Le note sentenze di fine marzo scorso del Tribunal supremo (l’equivalente della nostra Consulta) hanno reso esplicito quanto però avveniva oramai da tempo. Ogni decisione, ogni pronunciamento, ogni legge approvata dal Parlamento venezuelano è stata sistematicamente annullata dal Tribunal supremo e mai promulgata.

Vi segnalo – forse a pochi è noto – che ben 12 giudici effettivi e 21 supplenti del Tribunal supremo sono stati nominati a dicembre 2015 dal precedente Parlamento decaduto, ma prima dell’insediamento del nuovo.

In quel periodo in cui finiva il vecchio e iniziava il nuovo, quello vecchio si è permesso di cambiare così fortemente la composizione. Si è trattato di una mossa scaltra, ma sicuramente poco rispettosa della democrazia. Da allora, quindi, ogni decisione del Tribunal supremo è allineata ai desiderata del presidente Maduro.

In questi ultimi anni di presidenza Maduro si sono susseguiti gli arresti – come è stato già detto – e le condanne degli oppositori. I casi più noti sono quelli del sindaco di Caracas Antonio Ledezma e di uno dei più noti oppositori, ovvero Leopoldo Lòpez. Ve ne sono però tanti altri, centinaia meno noti che ora sono in carcere, spesso giudicati da tribunali militari pur trattandosi di civili. Nelle carceri venezuelane si verificano continue violazioni dei diritti umani denunciate da vari organismi internazionali.

Va inoltre detto che la opposizione al presidente Maduro è composta da un fronte ampio di partiti grandi e piccoli, storici e di recente costituzione e, soprattutto, di differente collocazione politica: si va, infatti, dal socialismo (alcuni sono iscritti alla Internazionale socialista) al centro (democratico cristiano e liberale) e alcuni anche a destra. Si tratta di un fronte ampio raggruppato nella Mesa de la Unidad Democrática (MUD) che sollecita, tra le altre cose, la ripresa del confronto democratico elettorale. Ciò a conferma che non si tratta di un normale confronto politico fra una destra di opposizione e una sinistra di governo (come alcuni anche qui in Italia raccontano), ma fra oppositori democratici e un Presidente che comprime la democrazia. Infatti, in Venezuela non si sono tenute le elezioni a dicembre 2016 per il rinnovo delle cariche di governatore degli Stati che compongono il Paese, elezioni importanti ma non più convocate, né si è ancora tenuto il referendum, previsto dalla Costituzione, per la revoca del Presidente. Si tratta del cosiddetto recall che molti auspicano venga introdotto anche in Italia, ma che poi però sono gli stessi (e mi riferisco esplicitamente al Movimento 5 Stelle) che, quando la Costituzione lo prevede come in Venezuela e le firme richieste sono state raccolte dai cittadini, non ne sollecitano la applicazione: una incoerenza per me inspiegabile.

Chi però fa più le spese di questa crisi politica e istituzionale sono i cittadini venezuelani, che soffrono per la crisi economica che ha portato il Venezuela, Paese ricco di risorse naturali (in primis di petrolio), a essere ora povero e con ampie fasce della popolazione che soffrono la fame. I venezuelani soffrono per la mancanza di medicine che sta portando all’aumento del 30 per cento della mortalità infantile e di malattie una volta quasi completamente debellate (tubercolosi, malaria, zika, difterite), come riportato recentemente dalla Società di medicina interna del Venezuela.

Credo che in questa situazione l’Italia debba mantenere una posizione ferma di condanna di quanto sta avvenendo in Venezuela. In tutte le sedi internazionali bisogna porre la questione della crisi venezuelana nell’auspicio che la pressione internazionale possa fermare la deriva autoritaria impressa da Maduro. Ho ricordato le sentenze della fine di marzo e in quell’occasione le ferme prese di posizione di tanti Paesi in tutto il mondo alla fine hanno contribuito anch’esse al ritiro di quelle decisioni. Ad ogni modo, le occasioni per un dibattito internazionale che veda presente il Venezuela si vanno riducendo. Il Venezuela ha iniziato, a fine aprile, la procedura per lasciare l’Organizzazione degli Stati americani (OEA), non accettandone le critiche.

L’Italia non può più essere timida nella condanna della situazione venezuelana, ma deve portare il caso in tutti i consessi internazionali. Se ho ben compreso le parole del Ministro, sarebbe opportuno che l’Italia portasse il caso anche al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, di cui siamo membri, sia pure non permanenti.

Non è più comprensibile la giusta prudenza legata alle sorti della nostra comunità italiana in Venezuela o ai crediti vantati dalle nostre imprese in quel Paese, che forse in passato hanno frenato una presa di posizione del nostro Governo. Adesso la posizione non può che essere quella di ferma condanna e di richiesta di una soluzione che può solo essere democratica. (Applausi del senatore Zin).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore De Cristofaro. Ne ha facoltà.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore De Cristofaro. Ne ha facoltà.

DE CRISTOFARO (Misto-SI-SEL). Signora Presidente, signor Ministro, nel suo intervento introduttivo lei ha citato le parole di Papa Francesco. Ha detto il Pontefice: «Sono convinto che i gravi problemi del Venezuela si possano risolvere se c’è la volontà di costruire ponti, di dialogare seriamente e di portare a termine gli accordi raggiunti». È una voce di saggezza purtroppo poco ascoltata, anche dalla stessa conferenza episcopale e dai vescovi venezuelani. Come sappiamo, anche ieri ci sono stati scontri e vittime e ogni giorno avvicina di più quel Paese a una vera e propria guerra civile.

Mi dispiace però, signor Ministro, doverle dire che la sua informativa a noi non sembra costruire ponti di dialogo; ci sembra invece squilibrata nell’analisi di quello che sta accadendo in Venezuela in queste settimane.

Noi crediamo che ci sia una sola via per impedire questo esito tragico, peraltro indicata dai quattro ex Presidenti ibero-americani, tra cui Zapatero, come sappiamo, che si stanno prodigando per arrivare a una mediazione. Papa Francesco sul Venezuela ha detto: «Si cerchino soluzioni negoziate alla grave crisi umanitaria, sociale, politica ed economica che sta stremando la popolazione». Credo che chiunque si dica amico del popolo venezuelano debba perseguire in queste ore tale obiettivo.

Noi pensiamo che sia doveroso dire che ad adoperarsi perché quell’obiettivo non sia raggiunto siano in molti, in troppi, ma non solo da una parte, come si legge troppo spesso nelle cronache dei media italiani ed europei. Anche in questo caso, ancora una volta spicca la voce limpida e oggettiva del Pontefice: «Parte dell’opposizione purtroppo non vuole il dialogo. La stessa opposizione è divisa».

Io vorrei che in questo mio intervento non fosse lasciato nessuno spazio ad alcuna ambiguità di sorta. Noi crediamo che la repressione delle manifestazioni popolari non sia mai accettabile, in nessun caso. Se c’è una cosa che la sinistra ha imparato dalla lezione del secolo scorso – e se non l’ha fatto deve farlo – è che nulla giustifica il sacrificio della democrazia; che non esiste un interesse superiore che renda lecita la rinuncia alla democrazia, perché quel sacrificio e quella rinuncia si ritorcono sempre a svantaggio degli oppressi, anche quando fossero decise in nome degli oppressi.

Però credo che tale affermazione, che vogliamo pronunciare senza ambiguità, non debba rendere ciechi, come invece spesso o quasi sempre accade nella davvero un po’ singolare cronaca nostrana. In Venezuela non si sta combattendo, così come viene raccontato, una guerra tra la libertà contro l’oppressione. Sono anche in ballo giganteschi interessi economici (da molti anni, non da oggi), che usano indifferentemente l’appello alla democrazia o il ricorso alla dittatura a seconda di un interesse contingente. Quante volte lo abbiamo visto in questi anni nella storia dell’America latina?

Nella coalizione delle forze d’opposizione ci sono forze realmente democratiche, ma ce ne sono anche altre che cavalcano il malcontento con gli stessi intenti golpisti che avevano perseguito già nel lontano 2004. Tali forze dispongono di milizie che non possono essere confuse con la legittima protesta e non disdegnano nemmeno l’uso del sabotaggio per rendere ancora più difficili le condizioni materiali della cittadinanza, con l’intento di portare l’esasperazione ai massimi livelli.

Io credo che chiunque oggi cerchi di fare un ragionamento non ideologico sul Venezuela e che voglia invece la salvezza del Venezuela dalla guerra civile deve partire da una considerazione non faziosa: il Venezuela è un Paese spaccato in due, e forse lo è già dai giorni immediatamente successivi alle elezioni, che – ce lo ricordiamo – videro la vittoria di Maduro con il 50,3 per cento dei voti. Quando un Paese è così diviso, chiedere la resa incondizionata dell’una o dell’altra parte significa marciare spediti verso la guerra civile.

La sola alternativa a questo esito tragico è il dialogo, e per il dialogo devono battersi l’Italia democratica e l’Europa democratica, esattamente come cercano di fare nel corso di queste settimane le voci più autorevoli del Continente latino-americano. È evidente che il primo passo debba essere fatto dal Governo. I prigionieri politici devono essere liberati, la repressione del dissenso deve finire, ma anche da parte dell’opposizione devono venire dei segnali di totale contraddizione e contrasto rispetto a quello che è accaduto in queste settimane, innanzitutto mettendo fine alle violenze delle milizie dell’estrema destra.

All’Assemblea nazionale deve essere restituito il suo ruolo e su questa base va certamente definito un calendario per arrivare a nuove elezioni, dopo la necessaria e inevitabile fase di decantazione rispetto a quello che accadendo. Immaginatevi cosa sarebbe una campagna elettorale nella situazione attuale: un’irreversibile passo verso la guerra civile. Il Venezuela non vive soltanto una tragica emergenza politica, ma anche, come è stato ricordato, una tragica fase di sofferenza umanitaria.

L’80 per cento circa degli abitanti vive in condizioni di povertà e l’inflazione ha raggiunto livelli che ricordano quelli della Repubblica di Weimar. Persino il pane non è più reperibile e la mancanza di farmaci ormai è così evidente che sono disponibili solo al mercato nero ed è aumentata finanche la mortalità infantile. Crediamo dunque che in questo stato e in questa situazione l’Europa e l’Italia abbiano un solo dovere: offrire ogni aiuto possibile per impedire che la crisi umanitaria degeneri in una tragedia ancora più pesante. (Applausi dal Gruppo Misto-SI-SEL).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Bertorotta. Ne ha facoltà.

BERTOROTTA (M5S). Signora Presidente, il Paese attraversa una fase davvero allarmante della sua vita politica. Il referendum del dicembre scorso, che ha bocciato la riforma costituzionale promossa dal Governo, doveva portare ad elezioni, che sono state invece rimandate al 2018. Il debito pubblico aumenta a dismisura e il Parlamento subisce continue richieste dì fiducia e lavora solo sui decreti del Governo, mentre i deputati che protestano vengono sospesi in massa per settimane. Un Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio è accusato di aver favorito una banca di famiglia, mentre la centrale degli acquisti è sotto inchiesta per corruzione. La disoccupazione giovanile è aumentata oltre il 40 per cento e le persone a rischio povertà sono circa 17 milioni. Undici milioni di cittadini non possono curarsi perché le spese sanitarie sono troppo elevate. La pressione fiscale reale è aumentata a dismisura, causando la chiusura di migliaia di piccole e medie imprese. Uno dei leader dell’opposizione è stato interdetto dai pubblici uffici e non potrà candidarsi. Le manifestazioni vengono sistematicamente caricate. Il Governo ha addirittura previsto delle corti speciali per giudicare i cittadini stranieri.

Scusate, ho sbagliato foglio: questa era l’Italia… (Ilarità. Applausi dal Gruppo M5S. Commenti dal Gruppo PD).

MIRABELLI (PD). Non è l’Italia, grazie al cielo e fortunatamente per te!

BERTOROTTA (M5S). Veda signor Ministro, volendo ogni Paese può trovare ragioni per mettere sotto torchio, con accuse gravi, un altro Paese. Ovviamente non possiamo paragonare la situazione di uno Stato latinoamericano con uno europeo, né dal punto di vista delle condizioni economiche, né tanto meno da quello dello stato della democrazia parlamentare o presidenziale che sia. Ragioniamo dunque rispetto alla complessità della situazione latinoamericana evitando inutili paragoni. Il Movimento 5 Stelle è a fianco del popolo venezuelano in questa difficile fase politico-economica. Come sapete, supportiamo la democrazia diretta e ogni forma di espressione pacifica di contestazione, in Italia come in qualsiasi altro Paese al mondo. Noi non cambiamo registro in base al Paese!

I problemi in Venezuela sono sempre gli stessi, da ben diciotto anni: dall’elezione di Chavez alla crisi del 2002, dalle guarimba del 2014 ad oggi, i problemi sollevati dalle opposizioni erano e sono esattamente gli stessi. II Governo ha commesso errori economici e politici davvero gravi, che hanno esasperato gli animi: non diversificare le esportazioni, basando tutto sul petrolio e non riuscire a garantire un adeguato approvvigionamento di medicine e alimenti, ha fatto sì che oggi, con il prezzo del petrolio in caduta libera, la situazione sociale ed economica è difficilmente gestibile.

Ci sono anche politiche monetarie completamente sbagliate, che hanno aumentato l’inflazione ai massimi livelli, tanto che oggi il Venezuela non è in grado di pagare nemmeno le pensioni all’estero.

Centinaia di migliaia di persone, giustamente, stanno manifestando per chiedere un cambio di passo. Purtroppo però, come sempre accade quando si riempiono le piazze, accanto a manifestanti pacifici e responsabili, sguazzano veri e propri black bloc, che aumentano il clima di violenza attaccando ospedali, scuole, tribunali, mezzi pubblici e dando alle fiamme addirittura depositi di medicine e di alimenti. Le manifestazioni continueranno ancora per molto tempo, ma è inutile nascondersi che la situazione difficilmente potrà cambiare solo tramite la piazza, vista la fedeltà di esercito e polizia e di un pezzo di Paese a Maduro. Per questo Papa Francesco, voce suprema della Chiesa cattolica, ha criticato anche l’opposizione per la poca volontà di dialogo e le troppe divisioni. Un’inchiesta indipendente del 3 maggio ha sottolineato come il 70 per cento dei venezuelani intervistati veda l’opposizione come fortemente divisa, senza un leader credibile, ma soprattutto senza un programma per uscire dalla crisi.

C’è quindi un forte rischio di ulteriore instabilità che non gioverà al Paese. Abbiamo già visto in Libia, in Siria ed in Ucraina che la degenerazione delle proteste più che verso la democrazia, porta sempre alla guerra civile, scenario peggiore in assoluto, che la comunità internazionale ha il dovere di aiutare a scongiurare, soprattutto dopo gli errori del passato. Nel 2018 sono state convocate nuove elezioni, vero banco di prova per la politica, dove il popolo venezuelano potrà esprimersi nelle urne e decidere non solo se cambiare Governo, ma anche quale forza politica dovrà andare a governare il Paese. Il problema, infatti, è offrire un’alternativa vera al Paese.

Signor Ministro, la invitiamo quindi a lavorare affinché la comunità internazionale si faccia promotrice del dialogo, nonostante le enormi difficoltà che questa via comporta.

Noi siamo assolutamente contrari a qualsiasi ingerenza internazionale militare e sosteniamo sempre il principio di autodeterminazione dei popoli. L’Italia dia forza a chi, come il Papa, chiede di riprendere il processo di dialogo che vediamo come l’unica via per impedire che l’America latina diventi un nuovo Medio Oriente. (Applausi dal Gruppo M5S).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Malan. Ne ha facoltà.

MALAN (FI-PdL XVII). Signora Presidente, signor Ministro, onorevoli colleghi, la situazione del Venezuela è molto al di là del drammatico. Un Paese che gode di una potenziale enorme ricchezza, con un sottosuolo tra i più ricchi del pianeta, si trova nella situazione che in molti, e lei stesso, signor Ministro, hanno illustrato: la mortalità infantile è aumentata a livelli inverosimili, vi è una carenza del latte in polvere per i bambini che ne hanno bisogno e in generale gravi carenze alimentari affliggono gran parte della popolazione, non certo coloro che dominano su questo caos e che evidentemente non lo patiscono. È una situazione che corrisponde a quella istituzionale. Io non sarò equidistante come la senatrice del Movimento 5 Stelle che mi ha preceduto, ma credo che quando c’è un Presidente che si fa attribuire tutti i poteri del Parlamento da una Corte costituzionale che egli stesso ha nominato; quando diversi dei principali leader dell’opposizione sono in carcere (Leopoldo López è stato condannato a tredici anni e nove mesi di reclusione due anni fa, accusato di essere responsabile dei disordini che sono accaduti parallelamente ad una manifestazione effettivamente da lui promossa, senza che si sia dimostrato alcunché sui reali contatti tra Leopoldo López ed i violenti che hanno dato luogo a questi atti sicuramente esecrabili, in un processo nel quale non c’è stata la possibilità di portare testimoni da parte della difesa, ma solo da parte dell’accusa); quando la condotta di questo Governo è stata ritenuta impropria da numerosi documenti di organismi nazionali ed internazionali; quando il sindaco di Caracas è in carcere da due anni, anche lui con accuse di carattere chiaramente politico, non ci può essere né l’equidistanza del Movimento 5 Stelle, né la timidezza.

Io apprezzo, signor Ministro, le esortazioni che lei ha pronunciato nei confronti del Governo venezuelano, ed apprezzo naturalmente quelle del Presidente della Repubblica. Credo che in questi casi, proprio per il fatto che c’è una forte comunità italiana in Venezuela, che ci sono investimenti e grossi crediti italiani in quel Paese, sia necessaria un’azione decisa, di fronte a chi non rispetta la propria Costituzione, quella che egli stesso ha fatto approvare. Osservo, infatti, che è stato il Governo a ritenere nullo il milione di firme raccolto per chiedere quello che si chiama tecnicamente il recall, la destituzione del Presidente, istituto che per esempio in Italia non esiste, ma che è stato introdotto nella Costituzione proprio dai chavisti.

Ebbene, di fronte a questa situazione, non può esserci timidezza e possiamo anche rischiare di essere accusati di qualche ingerenza perché abbiamo prova di ben altre ingerenze che sono state fatte in altri Paesi con ben altri presupposti.

La nostra comunità, i nostri interessi non possono essere tutelati in modo timido; non possiamo certamente tutelarli se si mostra un eccessivo timore nei confronti di ciò che, a tutti gli effetti, è un regime.

Ritengo anche positiva la collaborazione, come ha detto il Ministro, con la Santa Sede, ma ricordo che la Conferenza episcopale del Venezuela è stata assai meno prudente della Santa Sede dichiarando apertamente che quello di Maduro è un regime totalitario marxista. Lo ha detto la Conferenza episcopale del Venezuela, che penso conosca la situazione venezuelana ancor più degli apprezzabili e stimati diplomatici che ci sono al di là del Tevere.

Accanto all’apprezzamento per le parole e i principi – che condivido pienamente – che il Ministro ha menzionato, auspico che ci sia una presenza istituzionale più forte – lei stesso, Ministro, forse altre figure istituzionali – in quel Paese proprio a tutela della nostra comunità.

Ricordo peraltro che esattamente due settimane fa l’aspirante presidente del Consiglio del Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio ha auspicato che il Venezuela e Cuba, proprio in quanto esponenti di questa bella alleanza bolivariana, partecipino e facilitino le trattative per la pace in Libia.

Sono esterrefatto da queste dichiarazioni, su cui non ci sono state marce indietro. Esprimo la preoccupazione gravissima di ciò che sarebbe del nostro Paese se fosse governato da chi pensa che per risolvere la situazione caotica e disastrosa che c’è in Libia, debba intervenire chi nel suo Paese ha la situazione che tutti conoscono.

Ho sentito anche altre cose bizzarre. Credo che tutti noi abbiamo ricevuto un messaggio di posta elettronica da parte dell’onorevole Giovanna Martelli del Gruppo Articolo 1-MDP che ci mandava la visione del Governo, che ho sentito echeggiare nell’intervento della senatrice Bertorotta del Movimento 5 Stelle, dove si accusa l’opposizione di avere messo in atto violenze. Guarda caso, i 48 morti sono tutti dalla parte degli oppositori e non ci sono poliziotti o altri morti dall’altra parte. Di fronte a questa situazione, la preoccupazione e la vicinanza nei confronti della popolazione di quel Paese impongono anche a noi – io lo chiedo al Governo – di mettere al bando la timidezza.

Invito tutti a considerare ciò che il Movimento 5 Stelle propone, e cioè di promuovere il Venezuela – che ha questa situazione – come facitore e facilitatore della pace in Libia. Lasciamo stare. Che il Governo venezuelano rispetti la sua Costituzione e cessi di perseguitare l’opposizione, la Chiesa cattolica e le altre chiese e risolva i suoi problemi. Dobbiamo esigerlo a costo di essere accusati di ingerenze. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Sangalli. Ne ha facoltà.

SANGALLI (PD). Signor Presidente, anche a nome del Partito Democratico ringrazio il ministro Alfano per la puntuale e rapida informativa che ci ha dato, su nostra richiesta, sulla questione del Venezuela.

Ci ritroviamo nelle sue parole: sono parole di saggezza, che si riscontrano con la realtà. Ci ritroviamo con il popolo venezuelano, che vive una situazione drammatica, sull’orlo della guerra civile. Ci ritroviamo nell’impegno per i nostri 150.000 connazionali. Ci ritroviamo con il nostro Governo a tutelare gli interessi economici del nostro Paese in quel Paese: investimenti importanti fatti per favorire lo sviluppo del Venezuela in una fase in cui le scelte economiche di quel Paese sono state, purtroppo, sbagliate. Ci ritroviamo anche nell’idea di democrazia che noi esprimiamo. Non ci ritroviamo, invece – lo dico con molta franchezza – in nessun paragone assurdo che possa essere fatto, neanche da lontano, neanche ironicamente, tra la situazione venezuelana e quella italiana.

Trovo che questa cosa sia offensiva per il nostro Paese (Applausi dal Gruppo PD), per i nostri cittadini, per il nostro modo di vivere la democrazia, per l’impegno che abbiamo sempre profuso nei confronti di tutti i Paesi che si battono per la democrazia. Pensiamo che francamente abbiamo tutti noi maturato un’esperienza sufficiente – e se non lo abbiamo fatto è ora di studiare un po’ – in virtù della quale – lo dico anche a dei cari amici – non confondiamo Maduro con Salvador Allende: sono due film diversi, due mondi diversi, condizioni diverse, è un’America Latina diversa, è una divisione del mondo diversa; è un’altra storia quella che stiamo vedendo adesso. (Applausi dal Gruppo PD).

È la storia di un regime che nasce con un forte consenso popolare, quello di Chávez; un regime che nasce in un Paese che ha bisogno di costruire la propria modernità e, per la propria costruzione, fa perno sulla grande risorsa che ha: la risorsa energetica. Il Venezuela è uno dei nodi mondiali dell’energia. Purtroppo quel regime ha sbagliato fondamentalmente in questo punto: nel non comprendere che l’utilizzo esclusivo delle fonti di energia per costruire forme di galleggiamento sociale non avrebbe resistito all’andamento dei mercati. E quando il petrolio da 160 dollari al barile è passato a 40 dollari al barile quel Paese, che non ha costruito alternative o altre imprese quando poteva farlo, che non ha costruito altri modi di produrre, si è trovato in una delle più gravi crisi economiche che esistano.

Badate, è questa la strada che imboccano tutti coloro che fanno leva sul sentimento esclusivamente popolare, che non hanno una visione strategica del proprio Paese. Certo, rispondere ai bisogni immediati di quel Paese era un modo per rispondere a un Paese che era del Terzo mondo. Ma oggi si vede che quella è stata una politica miope, in Chávez in buona fede, ma miope; oggi, in Maduro, è una politica continuamente miope, ma certamente non in buona fede: è una politica che segue e persegue, invece, l’interesse di un’oligarchia di comando. Chiamiamola con il proprio nome, perché quando qualcuno nega la democrazia è un’oligarca e, qualunque colore si metta addosso, anche le bandierine della pace, colui che nega la democrazia è sempre un dittatore, non un democratico. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Orellana).

Proviamo a uscire da questa storia per cui ci sono dittature buone e dittature meno buone; alcune dittature sono sempre nell’immaginifico della grande congiura internazionale dei media globali. Ho sentito che anche oggi ci sono manifestazioni e ci sono 40 morti nelle manifestazioni. Ho capito che i morti sono stati causati dai manifestanti e non dal regime; in tutto il mondo avviene il contrario, ma – per l’amor di dio – ho capito che quelli che sono morti non erano manifestanti: è una notizia.

La notizia vera, caro signor Ministro, oggi ce l’ha data lei, perché proprio oggi lei ci ha detto che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite si riunisce per un’informativa sul Venezuela; finalmente il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite prende parte al destino di un Paese che rischia di distruggere se stesso e il proprio popolo dietro il demiurgo dell’idea populista. Bene: oggi il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, forse, con l’informativa, comincerà a prendere provvedimenti. Perché le dittature si chiamano dittature e chi ha una cultura democratica non ha molta facilità a distinguere tra una dittatura buona e una cattiva; una dittatura potrà essere buona perché c’è qualcosa che la giustifica a livello mondiale, qualche sogno che viene infranto?

No, quando il popolo non può contare sulle libere elezioni, quando il Parlamento viene sciolto, quando i parlamentari vengono arrestati, quando il Presidente, attraverso la Corte costituzionale che a lui risponde, è in grado di inficiare il volere del Parlamento, signori miei, non ci sono discussioni che tengano: siamo di fronte ad un regime dittatoriale, che va combattuto con le armi della democrazia.

È questo che noi chiediamo alla comunità internazionale: intervenire, non invadendo un Paese che riteniamo, tra l’altro, un Paese a noi fraternamente amico, ma neanche dicendo che quel Paese sta vivendo la sua primavera. Quel Paese non sta vivendo la sua primavera ma sta vivendo un autunno pesante e, forse, un inverno drammatico.

Penso che abbia fatto bene il nostro Presidente della Repubblica, assieme ad altri Presidenti degli Stati latinoamericani, a prendere posizione circa la questione del Venezuela. L’esigenza della volontà popolare, della separazione dei poteri e del rispetto democratico non sono soltanto contenuti nell’azione positiva e importante, che sosteniamo, della Santa Sede, ma sono un monito comune delle Nazioni Unite: i Paesi sono democratici quando rispettano la volontà popolare, hanno una forte separazione dei poteri e c’è un forte rispetto della volontà democratica. Non siamo in questo caso. Non lo siamo. E – lo devo dire a tutti quelli che fanno gli italiani per finta – che non lo siamo soprattutto per i nostri 150.000 connazionali che sono lì, ai quali cerchiamo di mandare medicinali per la sopravvivenza e che non possono essere raggiunti da questi medicinali; ai quali cerchiamo di mandare aiuti economici e non possono essere raggiunti da questi aiuti economici. Lo debbo dire in nome di quelle imprese che hanno investito miliardi di euro, come lei ci ha ricordato, signor Ministro; grandi imprese che hanno fatto il canale di Panama, che hanno realizzato le grandi infrastrutture nei Paesi, che sono cresciuti, dell’America Latina, che stanno costruendo le ferrovie venezuelane e che oggi si trovano nella condizione di non essere riconosciute da un Paese amico nei propri interessi e di essere messe sull’orlo del fallimento.

No. Non va così. Noi siamo amici del Venezuela, ma siamo amici del Venezuela democratico, con dei nomi come Leopoldo López ed Henrique Capriles, che sono i nomi della democrazia venezuelana. (Applausi dal Gruppo PD).

Noi siamo dalla parte di coloro che ora sono in carcere in Venezuela ma non siamo contro il popolo del Venezuela; siamo a favore di un Venezuela che sviluppi la propria condizione democratica.

Il presidente Maduro dovrebbe avere avuto buon consiglio dal sommo Pontefice, quando con lui si è incontrato, a percorrere una strada di democratizzazione di quel Paese. Noi siamo perché la strategia intrapresa dalla Santa Sede di pacificazione nazionale venga sviluppata.

Noi non siamo per interferire, a livello internazionale, in quel Paese ma, davanti ai prigionieri politici e ai morti per strada, di cui ci si deve vergognare e di cui si devono vergognare tutti quelli che non li hanno visti fino ad ora, davanti a tutto questo non possiamo dire che siamo neutrali. Noi siamo perché il Venezuela si sviluppi nella sua condizione civile e democratica quale quel Paese merita, un Paese al quale riconosciamo totale dignità. (Applausi dai Gruppi PD, AP-CpE-NCD e Aut (SVP, UV, PATT, UPT)-PSI-MAIE).

PRESIDENTE. Dichiaro chiusa la discussione sull’informativa del Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, che ringrazio per la disponibilità.


FONTE: 

http://www.senato.it/Leg17/3818?seduta_assemblea=953

http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=hotresaula

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