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“Via dall’Italia in centomila”. Falso: sono quasi il triplo.

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 04-11-2015 Roma (Italia) Politica Programma tv "Porta a Porta" Nella foto Giuliano Poletti, Susanna Camusso Photo Roberto Monaldo / LaPresse 04-11-2015 Rome (Italy) Tv program "Porta a Porta" In the photo Giuliano Poletti, Susanna Camusso

Foto Roberto Monaldo / LaPresse
04-11-2015 Roma (Italia)

di Gianluca Roselli – (da Il Fatto Quotidiano 24 dicembre 2016)

Fuori dai piedi – Secondo la Federazione lavoratori emigranti quelli che vanno via sono di più di quelli che Istat riesce a censire: ecco perché.

Causa l’infelice uscita del ministro del Lavoro Giuliano Poletti, si è tornati a parlare della fuga degli italiani all’estero. Un esodo di massa, iniziato con i primi vagiti della crisi economica tra il 2007 e il 2008, che non sembra arrestarsi. E nel 2017, saranno trascorsi dieci anni. I numeri, però, sono ben più alti di quelli certificati dall’Istat. Secondo l’Istituto di Statistica, gli emigranti italiani sono stati 101mila nel 2014 e 107mila nel 2015. In realtà, nell’ultimo biennio, sarebbero emigrate tra le 250 e le 300mila persone all’anno.

Questi numeri arrivano da Filef (Federazione italiani lavoratori emigranti e famiglie), uno dei principali organismi a radunare associazioni e circoli di italiani all’estero. La differenza sta nella modalità di calcolo. L’Istat, infatti, elabora i dati basandosi sul numero di persone che si cancellano dal comune italiano di residenza. Il cambio di residenza, però, in media arriva dopo quattro anni di vita e lavoro all’estero. Filef, invece, si basa sulle registrazioni effettuate appena arrivati nel nuovo Paese.

In Germania, per esempio, per lavorare si deve segnalare la propria presenza alla polizia e quel dato va subito al ministero dell’Interno. In Gran Bretagna, occorre avere un “national insurance number”, una sorta di codice fiscale. E anche in questo caso i dati vengono registrati immediatamente. Così, per prendere questi due Paesi, i primi come emigrazione italiana in Europa, nel 2014 in Germania i dati tedeschi parlano dell’arrivo di 57.523 italiani contro un dato Istat di 11.731; mentre nel 2015 ne sono arrivati 70.338 (mentre Istat parla di 14.270): 45mila in più nel 2014 e 56mila nel 2015. Lo stesso conteggio si può fare sulla Gran Bretagna: nel 2014 si sono trasferiti 42mila italiani, per l’Istat solo 12.933; nel 2015 sono 57.600, per Istat solo 13.425. I dati reali parlano dunque di 29 mila ingressi italiani in più nel 2014 e 44 mila nel 2015. Una bella differenza. E proprio l’immigrazione selvaggia è una delle cause di Brexit.

“Le persone cancellano la residenza italiana solo quando si sono stabilizzate – spiega Rodolfo Ricci, coordinatore nazionale di Filef -. Per questo motivo quella dell’Istat rischia di essere una fotografia sbiadita, che coglie un momento già passato da 4 o 5 anni. I dati, invece, vanno incrociati in tempo reale con quelli registrati negli altri Paesi: oltre a Germania e Gb, anche Francia, Olanda, Belgio e Svizzera, le mete preferite dei nostri connazionali”. Ricci reputa di “assoluta gravità” le parole di Poletti. “Il ministro del Lavoro non può dire cose del genere. Significa ricoprire un ruolo senza sapere nulla di quello che gli accade intorno, roba da dimissioni”.

Dopo il grande flusso migratorio di inizio secolo (‘900) e quello degli anni ’50 e ’60, dal 2006 siamo di fronte a un fenomeno che si può definire di “nuova emigrazione italiana”, che in dieci anni ha portato fuori dal Paese moltissimi connazionali. Secondo l’Aire (l’anagrafe dei residenti esteri), dal 2006 al 2015 il numero degli italiani oltre confine è passato da 3.106.251 a 4.636.647, con una crescita del 49,3 per cento. Circa 1 milione e 450 mila in più. Di questi, coloro che si sono trasferiti effettivamente all’estero sono il 52,7 per cento, più della metà. Facile presumere che, con i dati aggiornati al 2016, si arriverà al milione di persone in fuga dall’Italia. Basti un dato: l’emigrazione verso l’Australia negli anni 2011-2012 è stata di 20 mila persone, più che negli anni Cinquanta (18 mila).

Inoltre, a differenza del passato quando l’Italia forniva soprattutto manodopera per fabbriche e miniere, il 65 per cento dei nuovi emigrati è diplomato o laureato: hanno tra i 20 e i 45 anni, si spostano singolarmente o con famiglia e pochissimi, circa il 5% torna indietro, al contrario degli anni ’80 e ’90 quando molti ragazzi facevano esperienza all’estero per poi rientrare in patria. “Si parte per cercare occasioni lavorative che in Italia sono precluse: quando si trovano, ci si stabilizza, anche per sempre”, sottolinea il coordinatore della Filef.

Il problema è che tutto ciò arricchisce sempre più Paesi come Francia, Gran Bretagna e Germania e impoverisce Italia, Spagna, Grecia e est Europa. Ogni nostro laureato che se ne va, infatti, equivale a regalare i soldi investiti per la sua formazione (una media di 160 mila euro a persona, dato Ocse) ai Paesi stranieri. Un capitale umano che poi, in quei Paesi, aumenta la produttività (PIL), muove i consumi e contribuisce ad aumentare il differenziale tra il Paese raggiunto e quello lasciato.

A meno che tutto ciò, comprese le parole di Poletti, non risponda ad un piano (diabolico) ben preciso: incentivare l’emigrazione in periodo di crisi per disinnescare quelle tensioni sociali che si genererebbero da una sovrabbondanza di lavoro che l’Italia non è in grado di assorbire.

 


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Discussione

Un pensiero su ““Via dall’Italia in centomila”. Falso: sono quasi il triplo.

  1. è vero io che sono impegnato nel sociale arrivano arrivano italiani ed io sono contento e cerco di aiutarli come posso se tutti crediamo e difendiamo la Nostra Europa ún giorno ci troveremo meglio l’euforia di uscire dura poco dopo c’è solo depressione i Romani sono stati più di mille anni uniti ed Hanno lasciato ottima storia e civilizzazione noi europei ci siamo adeguati dobbiamo stare attenti ai paesi arabi e ai nord africani che non non vogliono questa civilizzazione.

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    Pubblicato da mario noce | 01/01/2017, 16:19

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