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Brexit, verso la de-globalizzazione

caduta impero romanodi Rodolfo Ricci

Ciò che era iniziato lo scorso anno in Grecia e che era stato stoppato col ricatto mafioso di Bruxelles e con l’ipocrisia dei governi di tutti gli altri paesi, si ripropone a distanza di un solo anno, in Gran Bretagna; stavolta non si tratta solo di dire no al memorandum della Troika, ma di uscire hic et nunc  non dall’Euro, dove non era mai entrata, ma dall’Unione Europea; se si potesse fare rapidamente un referendum in ciascun paese è probabile che la maggioranza dei popoli europei si esprimerebbe nello stesso modo: fuori da questa Europa.

Che poi l’uscita dall’involucro neoliberista e mercantilista – imposto a suo tempo in una fase in cui le rispettive borghesie finanziarie e della rendita andavano d’accordo perché condividevano l’estorsione di valore praticata sul lavoro e sulla messa in concorrenza dei lavoratori – sia cavalcata dalle cosiddette destre populiste e xenofobe non è il centro della questione: ciò manifesta solo l’incapacità o la subalternità di prospettive alternative e “di sinistra” che hanno latitato qui come altrove.

Le socialdemocrazie europee sono state tra i primi e migliori artefici degli eventi che stiamo seguendo. La loro accondiscendenza alla chiamata alla fine della storia e all’offerta dei poteri multinazionali della globalizzazione di diventare classe dirigente privilegiata di questo processo è stata la variabile decisiva per lo scardinamento dell’idea di Europa come da tanti in più generazioni lo si era immaginato e ricorda non poco all’approccio interventista dei partiti socialisti nell’imminenza della prima guerra mondiale che distrusse l’idea di internazionalismo e le cui conseguenze sono note.

Con la crisi del modello economico fondato sulla tigre di carta della finanziarizzazione e della rendita nel tentativo di trovare una mediazione tra interessi delle elites finanziarie globali e di quelle nazionali, esse hanno infine sacrificato tutti i principi da cui storicamente erano nate, accettando di scaricare sul lavoro dipendente, sul lavoro autonomo, sulla piccola impresa subalterna e terzista gli effetti della crisi; l’esplosione del precariato come norma modernizzante e della nuova mobilità emigratoria in tutti i paesi e in particolare da quelli più deboli ne sono stati tra gli effetti più importanti. Insieme alla riduzione degli elementi di welfare, alla destrutturazione del tessuto di economia ancora in mani pubbliche, all’accentuazione di una concorrenza indotta all’interno del mondo del lavoro e di una competitività tra i presunti sistemi-paese, alla ricerca di un posticino al sole nelle spiagge monopolizzate dai grandi poteri globali.

Un modello che veniva da lontano, sperimentato prima sui paesi in via di sviluppo anche attraverso le dittature che dovevano espungere dai loro territori ogni elemento di emancipazione sociale e di autosufficienza perfino alimentare e applicato poi, quando la crescita cinese ed asiatica – sostenuta sempre dai massicci investimenti euro atlantici delle stesse elites finanziarie – cominciava a diventare competitiva, anche nei centri pulsanti dell’occidente, contro le rispettive popolazioni alle quali si è detto che per riuscire a portare a casa redditi sempre più ridotti era necessario sollevare la competitività agli asintoti e smantellare ciò che diverse generazioni di lavoratori aveva saputo costruire.

In Europa, questa nuova e vecchia dottrina ha prodotto uno dei paradossi storici più incredibili: per stare insieme bisognava farsi una concorrenza  interna sempre più dura e una volta raggiunta (sic) la medesima capacità di estorsione dalle rispettive classi lavoratrici e una analoga produttività del capitale, si poteva invadere il globo con merci e servizi made in EU rimettendo in forse il crescente potere cinese e dei nuovi emergenti (BRICS). Nel frattempo, operazioni geopolitiche di varia natura avrebbero assistito e sostenuto questo nuovo progetto imperiale, in accordo con l’altra sponda dell’Atlantico e riconfermando configurazioni egemoniche verso il resto del mondo.

Jobs act, svendita degli asset ritenuti non strategici, riduzione del welfare, costituzionalizzazione del principio di pareggio di bilancio, accentuazione delle prerogative degli esecutivi, riduzione della funzione parlamentare e quindi della rappresentanza, ecc. in varie declinazioni e in considerazione della diversità storico-culturale ed economico-sociale dei diversi paesi erano – sono – gli strumenti  da applicare.

Come si può vedere, in attesa del fantasmagorico governo mondiale, la prassi della costituzionalizzazione della globalizzazione finanziaria e della rendita, contempla una serie di combinati disposti che continuano a servirsi dello stato nazione come elemento indispensabile di formalizzazione e di concreta attuazione della dottrina. Nell’ambito del riconoscimento degli spazi nazionali, delle lingue nazionali, delle culture nazionali deve avvenire ciò che altrimenti, senza tale mediazione, sarebbe praticamente impossibile realizzare in termini normativi e costrittivi, restando al massimo ad un livello di egemonia culturale.

Il paradosso europeo è che questo territorio continentale, da questo punto di vista è il più diversificato sul pianeta e uno dei più complessi da aggredire in senso egemonico. L’unica possibilità era rappresentata da un sapiente e scientifico uso strumentale del sogno europeo che legittimasse l’espropriazione progressiva della capacità di decisione delle regioni o paesi di cui il più ricco dei continenti è costituito; raggiunto questo obiettivo non vi sarebbero più ostacoli. E quelli eventuali che si dovessero ancora frapporre oltre l’Europa saranno espugnati con altri mezzi, cioè per le spicce.

L’egemonia tedesca sul continente, da questo punto di vista, ha costituito un limite insito al processo che si stava strutturando. E ha richiamato e risvegliato antiche paure ovunque.  Ciò in quanto, pur dentro la narrazione globale, ha riaffermato la specifica superiorità di un modello in cui il finanziario si afferma tramite la forza del mercantile e il mercantile (o globale) si afferma tramite elementi identitari che a rigore ne costituiscono l’antitesi.

Cioè, come in tutta la storia dell’ultimo secolo e mezzo, il modello di organizzazione e di mediazione tedesca supera quella anglosassone e al contempo riafferma qualcosa che confligge in modo strutturale con l’omogeneizzazione prevista dalle catene di comando tecnologico-burocratiche euro atlantiche.

Mentre la costituzione globale necessita di continui rilanci (o bolle) sul fronte della liquidità monetaria che consenta di riprodurre tassi di profitto soddisfacenti e disponibilità a debito per i consumatori, condizioni  che si realizzano nell’economia virtuale, il modello tedesco, molto più ancorato alla concreta realtà produttiva costituisce, come quello cinese, un ostacolo oggettivo alla sua affermazione urbi et orbi e, pur essendo sostenibile o sopportabile in periodi di crescita, diventa insopportabile in periodi di crisi, soprattutto nel momento in cui proprio l’economia virtuale manifesta successive e imponenti crepe.

Il referendum greco e quello britannico, da questo punto di vista, richiamano a differenti, ma analoghe radici e timori: il potere di dissuasione e di strangolamento seguito alla sconfitta della Grecia di Syriza deve aver lasciato senza fiato intere classi dirigenti nazionali. Il Regno Unito, che non è una periferia del sistema mondo, ma ne costituisce uno dei centri motori, non può non aver valutato che procedendo verso progressivi stadi di integrazione comunitaria, vince come è ovvio il più forte e rischia di scomparire anche la condizione di primus inter pares.

Il timore inglese, al di là delle scialbe chiacchiere sulla stratificazione del voto tra giovani e anziani (la quale potrebbe anche essere interpretata anche in termini di lungimirante saggezza che si addice ai più anziani che hanno visto molte cose nel corso del tempo), è quello di rimanere stritolato dalla normatività imposta dai tedeschi, inattaccabile sul piano del merito perché si avvale di una logica rigorosa mutuata dalla dottrina neoliberista, rispetto alla quale, la protesi finanziaria della City, tanto potente quanto limitata ad una elite transnazionale e che ha sostituito ogni velleità produttiva e manifatturiera del paese, in dipendenza degli incerti eventi, potrebbe dissolversi da un momento all’altro, relegando il paese in una oggettiva e duratura posizione di subalternità da cui sarebbe poi impossibile uscire.

L’alleanza manifestatasi nel voto referendario tra elementi di classe operaia e precaria e borghesia locale in decadimento, come mostra la ripartizione geografica del voto, con elementi di neonazionalismo antistraniero (finanche verso polacchi, rumeni, italiani immigrati) è il classico segno della paura e della constatazione che tutti coloro che sono esclusi o in via di esclusione dal tavolo imbandito, sono potenziali animali sacrificali e sacrificati anche se appartengono ad uno degli spazi territoriali dei centri vitali dell’impero.

Il fatto che la propaganda di questi settori maggioritari di popolazione usi antichi richiami identitari, non cambia la faccenda. Questi richiami sono gli ultimi disponibili alla fine di una percorso che ha distrutto o depotenziato non solo a parole, ma in modo oggettivo, tutti quelli precedenti, a partire dall’identità di classe la quale, tuttavia persiste in settori minoritari e che anzi torna a manifestare occasioni di risveglio e di nuova modulazione, un po’ ovunque.

Il Brexit è dunque il segnale più chiaro e inequivocabile che la globalizzazione ha subito il suo più forte stop e l’arroccamento sul fronte nazionale appare come l’ultima trincea su cui necessariamente attestarsi nel conflitto che prevede da una parte la totale e inderogabile mobilità di enormi quantità di capitali (e di merci) e la loro piena indifferenza ai territori e alle genti che li abitano.

E’ per questo che lo shock del Brexit è uno shock dell’immaginario collettivo mondiale e insieme uno shock strutturale, come mostrano e mostrerà  l’evoluzione degli indici di borsa a ogni latitudine.

Con il Brexit si chiude dunque una fase e se ne apre un’altra caratterizzata da neoprotezionismo o comunque da elementi di conflittualità e di tentativi di riassestamento di equilibri e di relazioni geopolitiche che è destinato a durare molto tempo e che probabilmente può riservare molte sorprese rispetto ai quadri di riferimento attuali a cui siamo stati da lungo tempo abituati. Il fatto che stata sia proprio la patria del neoliberismo a varare il nuovo tempo, aggiunge alla questione elementi di forte pregnanza storica. Nuove alleanze fino ad oggi inimmaginabili, saranno possibili, ivi incluso un possibile rapporto privilegiato anglo-asiatico con la Cina che rinverdisca antiche relazioni.

Adesso, nell’immediato, ogni classe dirigente sarà chiamata a fare delle scelte; cadranno molti riferimenti ideologici ritenuti intoccabili e dogmatici anche se permarrà una lettura emozionale e accusatoria dei britannici per il tradimento perpetrato; la tenzone che si apre a livello europeo, non necessariamente o non tanto a favore di nuove exit, sarà di natura geopolitica; la ricontrattazione di accordi e parametri sarà solo la copertura della ricerca dei possibili equilibri interni, se si riuscirà a raggiungerli. La Germania e i suoi satelliti debbono rapidamente decidere se e in che misura sono disposti a cedere ricchezza (eurobond, ecc.) per costruire uno spazio europeo più equilibrato, oppure se vogliono andare da soli seguendo in modi diversi, l’esempio britannico, magari voltandosi verso l’Eurasia. Nell’ambito delle nuove ricomposizioni, Francia, Italia e Spagna possono decidere se sedere tutte insieme da una parte del tavolo oppure se preferire nuove relazioni bilaterali, ma subalterne, con la Germania. In caso positivo, ci sarà la cosiddetta Europa a più velocità. In caso negativo, neanche quella.

A meno che l’evento Brexit non si trasformi in rapida valanga, torna dunque in campo la razionale opzione geopolitica con cui tutti i paesi dovranno misurarsi. Che dovrebbe essere di lungo termine; rischiare nuove exit tra cinque o dieci anni sarebbe imperdonabile. Vi sono classi dirigenti europee in grado di interpretare questa fase non solo a favore delle rispettive frazioni nazionali delle borghesie globali, ma delle loro popolazioni ? Se non vi sono, se non vi sarà questa capacità, esse saranno sostituite ovunque.

Dopodichè si aprono le cosiddette terre incognite e perigliose che potrebbero essere risolte – positivamente – soltanto dall’emergere di un movimento popolare e di classe transnazionale, cosciente della sua attuale debolezza, ma anche della sua potenziale forza e parimenti del ruolo storico che deve assumere, quello di essere interprete di un socialismo del XXI secolo, cooperativo, solidale, anticompetitivo e comunitario. Ma per questo processo, a meno di un miracolo, c’è bisogno di molti anni e di ricostruire una solida cultura di riferimento. Nel frattempo, può davvero accadere di tutto.  Perché la crisi sistemica ha raggiunto un nuovo quanto e con esso, la qualità delle situazioni è cambiata radicalmente.

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Discussione

Un pensiero su “Brexit, verso la de-globalizzazione

  1. Grazie Rodolfo
    Pierre, Marsiglia.

    Mi piace

    Pubblicato da PIERRE ASSANTE | 25/06/2016, 12:27

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