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“Globalizzazione e decadenza industriale”: una recensione del nuovo libro di Domenico Moro

domenico-morodi Giacomo Di Lillo (*)

Recensione del saggio “Globalizzazione e decadenza industriale”. Domenico Moro Globalizzazione e decadenza industriale: l’Italia tra delocalizzazioni,”crisi secolare” ed euro Edizioni Imprimatur Anno 2015 Pagine 249 16 euro.

Il tema del rigoroso saggio di Domenico Moro,”Globalizzazione e decadenza industriale”, è l’attuale crisi del sistema economico italiano. Il testo tratta inoltre tre rilevanti fenomeni che sono strettamente intrecciati a tale vicenda, e cioè la realizzazione del mercato mondiale, la “crisi secolare” del modello capitalista, l’integrazione valutaria europea.

Oltre che da una introduzione, il volume è composto da cinque capitoli. Il primo ed il secondo riguardano la misurazione dell’entità della crisi nelle aree periferiche e in quelle centrali dell’Europa e del mondo. Il terzo capitolo analizza le cause delle crisi cicliche e della “crisi secolare” del modello capitalista. Il quarto descrive le caratteristiche dell’ultima fase della globalizzazione economica ed interpreta le notevoli trasformazioni che essa ha determinato. L’ultimo capitolo prende in esame il passaggio dalla critica al neoliberismo a quella del capitalismo globalizzato e la prospettiva della realizzazione di un nuovo modello di economia e di società.

Nella parte introduttiva si evidenzia che il nostro Paese sta vivendo, dal 2007, la crisi economica forse più profonda della sua storia, addirittura più grave di quella legata alla Grande depressione degli anni ’30. Tra i vari indicatori economici con andamento negativo, spicca quello relativo alla capacità manifatturiera, che si sarebbe ridotta tra un quarto ed un quinto del totale.

L’autore del saggio sostiene che, a dispetto delle teorizzazioni sull’avvento delle società postindustriali, le attività manifatturiere restano determinanti per le economie avanzate. Ciò viene confermato, ad esempio, dai casi degli Usa e della Germania, che attualmente fondano la propria forza economica proprio su tali attività.

Il nostro Paese non sta invece realizzando adeguate politiche di rilocalizzazione industriale, continua a trasferire produzioni tipiche del “made in Italy” nell’Europa orientale, viene penalizzato dalle ridotte dimensioni delle imprese. A causa della globalizzazione, infine, sono notevolmente aumentati i flussi degli investimenti produttivi italiani destinati all’estero (Ide) e molte decisioni strategiche relative ai nostri settori economici sfuggono al controllo dell’Italia.

Il primo capitolo utilizza una mole considerevole di indicatori e numerosi grafici per analizzare l’evoluzione del Pil e delle attività manifatturiere, sia nei tradizionali Paesi forti che in quelli emergenti del nostro continente e del mondo, prima e dopo la crisi del 2007. Nel caso dell’Italia, viene segnalato che essa nel 2014 ha fatto registrare un Pil inferiore dell’8,9% al livello del 2007. Si tratta del peggiore risultato tra i paesi dell’area euro, ad eccezione della Grecia. Secondo il parere di Moro, l’andamento negativo del Pil in Italia è da attribuire al cattivo andamento dell’industria: il valore aggiunto della manifattura, tra il 2007 ed il 2014, si è infatti contratto del 16,7%. Nonostante ciò il valore aggiunto della manifattura italiana nel 2014 continua ad essere il secondo in termini assoluti in Europa.

Un altro fenomeno fondamentale che viene segnalato nel primo capitolo è l’andamento divergente, sempre tra il 2007 ed il 2014, del Pil tra Europa occidentale ed orientale, che sarebbe dipeso in larga misura dall’opposto andamento della produzione manifatturiera. Quest’ultimo, a sua volta, sarebbe stato determinato dallo spostamento di capitali industriali e di parti importanti della produzione manifatturiera, soprattutto di quelle ad alta intensità di manodopera, dall’Europa occidentale a quella orientale.

La crisi scoppiata nel 2007-2008 è da considerarsi, per l’intera economia del pianeta, la peggiore dalla fine del secondo conflitto mondiale. La diffusione della crisi non è stata però uniforme ed ha riguardato in particolar modo la Triade, e cioè l’Europa occidentale, gli Usa ed il Giappone. Per quanto riguarda i Paesi emergenti, alcuni di essi pur risentendo della crisi mondiale, hanno continuato ad avere alti tassi di crescita del Pil, come la Cina (9%) e l’India (6%). Solo nel 2015 questi Paesi hanno fatto registrare un sensibile decremento, con l’eccezione dell’India. Anche nel caso dei Paesi emergenti, i risultati economici positivi sarebbero legati al ruolo propulsivo dell’industria: essa è infatti cresciuta tra il 2008 ed il 2012, sebbene ad un tasso ridotto, rispetto al periodo precedente.

All’inizio del secondo capitolo viene smantellata un’opinione sulle cause della crisi italiana molto diffusa, ma palesemente falsa. Secondo numerosi imprenditori, economisti e politici nostrani, l’economia italiana sta scontando il fatto che siamo in ritardo nell’attuazione delle riforme di struttura, imposte da Bce, Commissione Europea e Consiglio Europeo. Al contrario, l’Italia ha intrapreso già da molti anni le riforme volute anche dal Fmi e dall’Ocse: siamo al secondo posto in Europa per la privatizzazione delle imprese pubbliche, abbiamo ridotto il numero dei dipendenti pubblici e i nostri tassi di liberalizzazione di mercato, specie di quello del lavoro, sono tra i più alti del continente. Nonostante tutto ciò, non sono migliorati né l’incidenza del debito sul Pil e nemmeno i risultati economici complessivi. L’opinione dell’autore del saggio è che il rallentamento dell’Italia sia dovuto proprio alle politiche europee, che hanno finito con lo stravolgere una struttura produttiva e bancaria basata sulla partecipazione dello Stato e sull’integrazione tra questo ed il capitale privato.

Un altro fondamentale fenomeno esogeno che avrebbe determinato il “grippaggio” dell’economia italiana è stata la globalizzazione, cioè l’internazionalizzazione dei mercati, delle merci e soprattutto dei capitali. Sempre nel secondo capitolo, vengono riportate le analisi sulle cause della crisi globale di un autorevole economista statunitense, Laurence Summers. Secondo Summers, il vero problema dell’economia mondiale non sarebbe la carenza di liquidità, ma , al contrario, il suo eccesso. Le crisi finanziarie sarebbero una conseguenza della sovraccumulazione di capitale produttivo, determinata dall’incapacità delle imprese private a impiegarlo profittevolmente.

Nel terzo capitolo, grazie ad una disamina dei meccanismi di funzionamento del modello economico capitalista viene spiegato perché negli ultimi quaranta anni si sia verificata una riduzione progressiva della crescita degli investimenti. Moro evidenzia che l’andamento di tale modello è sempre stato caratterizzato da cicli , con un alternarsi di boom, stagnazioni e crisi. L’attuale crisi sarebbe frutto delle politiche economiche neoliberiste, che nutrono una cieca fiducia nel mercato autoregolamentato e danno la priorità al sostegno dell’offerta. Tali politiche sono state avviate negli anni ’70 dello scorso secolo, quando diversi governi ritennero che bisognava abbandonare le ricette keynesiane di investimenti pubblici a supporto della domanda, ampiamente applicate nel secondo dopoguerra.

Per interpretare il modello neoliberista, Moro utilizza le classiche categorie marxiane, calandole nel complesso contesto attuale. Viene evidenziato che il fine del capitalismo è la produzione di profitti e che per ottenerli esso deve estrarre il plusvalore durante l’attività di produzione delle merci. Sono inoltre definiti altri concetti basilari utilizzati da Marx nei suoi scritti, come il capitale variabile, il capitale costante, la composizione organica del capitale ed il saggio di profitto. Quest’ultima categoria finisce col rivestire una importanza fondamentale per la comprensione sia delle crisi cicliche, che di quella che viene definita la “crisi secolare” del capitalismo.

Il saggio di profitto è il tasso di valorizzazione del capitale complessivo e si riduce quando si verifica la tendenza all’aumento della componente del capitale costante, quella relativa agli investimenti per impianti e macchinari. Ciò avviene perché il plusvalore è prodotto solo dal capitale variabile, che consiste negli investimenti nella forza-lavoro. Si può ritenere che gran parte delle difficoltà che sta attualmente attraversando l’economia mondiale siano dovute proprio all’avverarsi della legge marxiana della caduta tendenziale del saggio di profitto.

I tentativi di frenare la tendenza alla caduta del saggio di profitto, inoltre, sono alla base delle misure adottate dalle imprese, nonché delle politiche economiche espresse negli ultimi decenni dai governi di quasi tutti i Paesi, sia quelli guidati da coalizioni politiche di centro-destra, sia quelli diretti da partiti di centro-sinistra. L’autore illustra tali misure: l’aumento del grado di sfruttamento del lavoro; la riduzione del salario al disotto del suo valore; la diminuzione di prezzo degli elementi del capitale costante; lo sfruttamento della disoccupazione di massa; l’aumento del capitale azionario; l’incremento del commercio estero.

Il quarto capitolo del saggio è dedicato alla verifica empirica, attraverso l’utilizzo di dati storico-statistici, dello sviluppo del mercato mondiale, nonché dell’andamento del commercio estero e dell’esportazione di capitale. Da un lato l’allargamento del mercato mondiale rimanda la crisi, interrompendo momentaneamente la caduta del saggio di profitto, dall’altro lato la globalizzazione finisce per velocizzare il diffondersi delle crisi, rendendole più profonde e difficili da gestire.

La crescita del mercato mondiale e, in particolare dell’esportazione di beni si è verificata dal termine della Seconda guerra mondiale, fino ad oggi. Dal 2010 in poi si è invece registrato un rallentamento. Il contributo fornito dalle varie aree è risultato differenziato: tra il 1950 e il 1970 la velocità d’incremento dell’export è stata maggiore nei Paesi sviluppati ed in quelli socialisti, mentre i Paesi in via di sviluppo sono cresciuti più velocemente tra il 1970 ed il 2014, con l’eccezione del decennio 1980-1990.

Il sopracitato rallentamento dell’espansione commerciale ha molteplici cause che sembrano confermare la validità delle teorie marxiane, anche quando vengono applicate all’attuale contesto . Gli indicatori economici testimoniano infatti fenomeni di sovraccumulazione di capitale e sovrapproduzione di merci anche nelle regioni periferiche, come conseguenza dell’aumento esponenziale degli investimenti fissi degli ultimi anni.

Altri rilevanti fenomeni, dovuti all’affermazione di politiche neoliberiste, caratterizzano gli ultimi decenni della storia economica mondiale. Tra di essi vanno menzionati gli effetti dell’aumento degli Ide in uscita di molti Stati: il passivo commerciale di numerosi Paesi avanzati, ed anche di quelli emergenti, con le eccezioni della Cina e della Corea del Sud, nonché la tendenza alla deindustrializzazione degli Stati avanzati.

Per quanto riguarda l’Italia, è uno dei pochi Paesi europei ad aver registrato nel 2015 un surplus commerciale. Essendo ben inserita nella globalizzazione, tuttavia, sta registrando un aumento delle importazioni dalle filiali estere delle proprie imprese.

Paradossalmente, fa notare Moro, la nostra bilancia commerciale sembra migliorare quando l’economia e la società italiana vanno peggio, specie nei periodi di “austerity”. Ciò è dovuto in particolar modo alla compressione dei salari diretti ed indiretti e quindi alla riduzione del potere d’acquisto. La riduzione del costo del lavoro, inoltre migliora le competitività delle merci italiane, specie delle macchine utensili, dei farmaci e dei mezzi di trasporto, e quindi incrementa le nostre esportazioni.

Nella seconda parte del quarto capitolo viene sottolineato che la globalizzazione è dipesa soprattutto dalle esportazioni di capitale produttivo, che sono diventate più importanti dell’export di merci, a partire dagli anni ’80. Negli ultimi 30 anni il peso degli Ide in uscita sull’economia mondiale è cresciuto in maniera esponenziale, specie nei paesi avanzati, mentre dal 2000 al 2013 c’è un parziale riequilibrio tra Paesi avanzati e Paesi in via di sviluppo.

Questi ultimi hanno quasi raddoppiato la loro quota di Ide in uscita, rispetto al totale mondiale. Come conseguenza del forte processo di accumulazione verificatosi nella periferia ed anche come segnale di una sovrapproduzione di capitale in tali aree, negli ultimi 15-20 anni si è verificato un flusso di investimenti di capitale dalla periferia verso il centro del sistema.

L’Italia, dal canto suo, ha avuto tra il 1980 ed il 2013 un notevole aumento dello stock di Ide, che indica un accentuarsi della sovraccumulazione di capitale e che ha ulteriormente rallentato la crescita, poiché importanti risorse sono state sottratte alla nostra economia. Gli Ide hanno riguardato i più svariati settori: dalle estrazioni minerarie, alla manifattura, alle banche ed ai servizi.

Un altro fenomeno che ha riguardato l’Italia nel periodo più recente, è stato il passaggio di industrie private e soprattutto pubbliche sotto il controllo estero: gli esempi sono numerosi e vanno da Carapelli a Indesit, da Zanussi a Valentino, per il settore privato, a Terni, Ansaldo Breda e Sts, per le aziende pubbliche.

L’attuale fase della globalizzazione ha determinato anche la trasformazione di molte imprese multinazionali in società transnazionali. A differenza delle multinazionali che conservano ancora una base nazionale, l’impresa transnazionale è partecipata da capitali di provenienza internazionale. Le transnazionali, inoltre, esercitano un controllo su più cerchi o livelli delle imprese del proprio network. Si intuisce che le società transnazionali, tra le quali vanno ricordate anche la Fca, la Benetton e la Ferrero, abbiano finito col dare un’impronta nettamente oligopolistica al mercato mondiale delle merci e dei capitali.

Nell’ambito europeo, la moneta unica ha rappresentato il fattore essenziale per realizzare la riorganizzazione generale dell’economia del continente e del nostro Paese in direzione della internazionalizzazione e della centralizzazione della organizzazione produttiva. Molteplici sono stati gli effetti che l’introduzione dell’euro, moneta forte, ha comportato per l’Italia. Basti ricordare che esso ostacola le esportazioni, che favorisce gli Ide, che penalizza le piccole imprese, poiché esse non possono più ricorrere alle svalutazioni competitive.

Rilevanti sono risultate anche le conseguenze dell’applicazione delle normative europee per l’Italia. Le leggi dell’UE hanno incoraggiato la riduzione del peso pubblico nell’industria e nelle banche ed hanno eliminato la possibilità, da parte della Banca d’Italia di finanziare il debito pubblico tramite l’acquisto di titoli di Stato.

Nel prossimo futuro, inoltre, è prevedibile che le norme europee contro il debito e il deficit pubblico sposteranno grosse quote del risparmio nazionale verso il mercato azionario e verso le imprese multinazionali e transnazionali.

Nel quinto capitolo viene ripercorsa la storia economica del nostro paese. Viene sottolineato che fin dalle origini il nostro capitalismo è stato caratterizzato da sovraccumulazione di capitale e sovrapproduzione di merci che, in differenti periodi, hanno determinato fenomeni di caduta del saggio di profitto. A loro volta, tali cadute hanno comportato l’adozione di decise misure di contrasto che vengono dettagliatamente illustrate, insieme ai loro effetti, relativamente alle fasi della globalizzazione, dell’unificazione monetaria europea e dello scoppio della crisi mondiale.

Una sezione del quinto capitolo è dedicata, sempre avendo come riferimento le vicende economiche italiane, allo studio del passaggio dal capitalismo monopolistico di Stato al capitalismo globalizzato. Moro evidenzia il fatto che le mutazioni del capitalismo stanno determinando anche una trasformazione dell’imperialismo. L’attuale imperialismo, denominato globale, è infatti fondato su un grado di interdipendenza fra economie, imprese e capitali molto più forte di quello che caratterizzava le precedenti forme di imperialismo. Sull’evoluzione dell’imperialismo globale inciderà anche il ruolo che assumeranno gli Stati nazionali. Nonostante nel recente passato si sia constatato un ritiro dello Stato dall’economia, testimoniato dall’ondata di privatizzazioni, è ipotizzabile che gli Stati nazionali continueranno a svolgere importanti funzioni a sostegno delle imprese. Essi, probabilmente, entreranno sempre di più in competizione tra di loro per attrarre le società multinazionali e transnazionali.

Le ultime pagine del saggio trattano gli scenari futuri della crisi e le possibili soluzioni. Secondo le previsioni di autorevoli studiosi, come quello di Krugman (vincitore del premio Nobel per l’economia nel 2008), la fase di depressione sarà lunga e produrrà effetti devastanti per milioni di persone. Appaiono inoltre inquietanti i rimedi alla crisi improntati ad un’ ottica di conservazione del modello economico capitalista. Per rialzare il saggio di profitto sarà necessario distruggere capitali. Ciò si potrebbe ottenere in due modi: o chiudendo impianti e quindi eliminando innumerevoli posti di lavoro, oppure attraverso il ricorso ad una guerra endemica, come è già successo, ad esempio, per superare la Grande depressione del ’29.

E’ ipotizzabile che la fuoriuscita dall’attuale “crisi secolare” si realizzerà attraverso il superamento del capitalismo e la creazione di un modello economico alternativo. Un modello che sia in grado di ricondurre le forze di produzione sotto il controllo della società, ovvero dei produttori liberamente associati, in funzione del benessere collettivo.

Il presente testo rappresenta un valido strumento di conoscenza per i militanti di quelle organizzazioni politiche e sindacali che vorranno fornire un contributo per l’affermazione di una prospettiva socialista. Un grande merito di Moro è quello di aver dimostrato che le categorie marxiane sono ancora estremamente attuali e ci permettono di interpretare in maniera rigorosa i complessi processi dell’economia nell’era della globalizzazione. La riscoperta della forza del pensiero di Marx ci consente ancora di sperare razionalmente nella possibilità di trovare uno sbocco alla crisi e di fare in modo che l’utopia di oggi diventi la realtà di domani.

 

*) del Coordinamento del Giga (Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati)

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