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Ma la lezione francese è una vittoria di Pirro

torreeiffeldi Michele Prospero

Elezioni francesi. L’iper-leggera sinistra dei valori, come la destra delle passioni tristi che per crescere nelle urne amplifica sentimenti ostili e paure, evita di attaccare il capitale come fonte di sfruttamento.


Chi cede alla retorica potrà celebrare il redivivo patto repubblicano che ha allontanato il pericolo nero. Così però si evita di scoprire il nodo che il grande insediamento della destra in Francia solleva per la teoria politica: come ripensare la sinistra dopo lo scacco delle alternative pragmatiche alla crisi del comunismo.

Con i nuovi centri, con le suggestioni post-materialistiche e con i cataloghi dei diritti e dei valori, l’asse della cultura politica si è spostato in un luogo lontano dalle questioni sociali, non più viste come il fondamento delle appartenenze. Invece di ricalibrare una proposta aggiornata di critica del presente, la sinistra ha preferito estirpare ogni connessione della sua politica con gli interessi sociali dei ceti subalterni.

Le novità degli assetti post-industriali sono diventate il pretesto per la rimozione di ogni preoccupazione critica e per lo spegnimento di ogni obiettivo di eguaglianza. Il socialismo europeo ha così finito per rubricare nel catalogo delle cose inservibili, per un progetto politico di governo, tutte le manifestazioni di disagio verso le nuove esclusioni prodotte dal capitale. La crisi teorica del socialismo precede il crollo del comunismo. È dagli anni Settanta, quando furono archiviate le categorie della transizione al socialismo come frutto di escogitazioni troppo semplici di una razionalità lineare poco compatibile con i cardini della complessità, che una teoria politica del socialismo è fuggita dall’Occidente.

La difficoltà di prospettare, con il tempo breve del gioco elettorale, un’alternativa di società ha suggerito di riciclarsi come una variante delle correnti liberaldemocratiche, senza alcuna relazione con una lettura critica delle forme di dominio espresse dalle tendenze attuali del capitalismo che provocano diseguaglianze, spoliazione degli spazi pubblici e comuni.
Senza un’ideologia mobilitante, e alle prese con una coalizione sociale sfaldata dall’economia post-fordista, la sinistra ha dirottato le proprie antenne verso i nuovi diritti a costo zero, verso sensibilità estetico-ambientali-etiche che garantivano una presa in aree secolarizzate, colte, metropolitane dell’elettorato.

L’agenda politica è stata così modulata sulle esigenze valoriali di un ceto medio riflessivo disposto a forme di mobilitazione civica e un velo è stato steso sui bisogni di fasce di società condannate alla marginalità e lontane dalle attuali forme di partecipazione politica. Staccata dai conflitti sociali, la sinistra resta debole nelle sterminate zone della decadenza di uno spirito etico-politico. Qui ogni esclusione è accolta con l’impotenza dell’attore individuale.

La sinistra viene travolta dalla rabbia quando la crisi fa esplodere il disagio, diffonde sentimenti di paura, lascia percepire il senso dell’esclusione. Allora due città si fronteggiano, e però non sono quelle del capitale e dei lavori che si affrontano per questioni di eguaglianza. In un polo c’è chi si mobilita in nome del basso, degli esclusi, dei periferici e nell’altro, chi è abitante dell’alto, riposa tra i garantiti, i soggetti colti e centrali.

Le passioni cupe dei precari, delle classi medie sulla via della marginalità, dei ceti proletari meno qualificati non trovano più in campo un’attrattiva soggettività operaia, in lotta contro le esclusioni del capitale e portatrice di un’inclusione per tutti i bisogni nella cittadinanza sociale. E quindi i nuovi marginali si rivolgono contro i simboli, i valori di una società multiculturale insidiosa, ostile e insicura. I nemici contro cui scagliare la loro rabbia, li ritrovano tra gli esclusi, tra i diseredati che hanno i loro stessi disagi ma si presentano con altri colori della pelle, con altre credenze religiose, con altri abiti.

Come la iper-leggera sinistra dei valori, anche la destra delle passioni tristi evita di attaccare il capitale come fonte di sfruttamento, per crescere nelle urne amplifica sentimenti ostili e paure. La capacità ipnotica del capitale riesce a coprire i reali meccanismi di dominio che dovrebbero scatenare i conflitti sociali per l’eguaglianza, l’integrazione, e ciò avviene grazie all’attitudine egemonica delle sue fabbriche dell’immaginario deviante a dirottare il risentimento quotidiano e la sfiducia contro culture, credi, simboli, mentalità.

La questione sociale, rimossa dalla sfera pubblica, non trova interpreti politici adeguati e ciò facilita gli investimenti degli imprenditori della paura che colpiscono nemici immaginari, inseguono scorciatoie mitiche. Prima di trovare rifugio nelle simbologie regressive dei coltivatori delle passioni tristi, la Francia aveva sperato in un presidente socialista. E però dall’Eliseo la morsa del rigore e le ricette dell’austerità non hanno trovato un contrasto.

Con i governi di sinistra i segni del degrado urbano, i focolai di malessere e le tracce di violenza urbana non si sono affievoliti, sono cresciuti, senza trovare alcuna effettiva risposta. Le regionali francesi confermano il fallimento del moderatismo socialista, rivelatosi incapace, in ogni paese europeo, nel determinare svolte efficaci nelle politiche sociali. Nel vuoto di istituzioni e soggetti europei, le destre sono più attrezzate nell’assecondare il grido di false ribellioni o scontri di culture che scuotono le coscienze critiche ma non disturbano i signori del capitale.

Con i loro media spazzatura, i poteri economici costruiscono un senso comune deviato, primitivo, attratto dai miti securitari e quindi già preparato alla seduzione populista. Le domande di sicurezza trovano una risposta illusoria nei dialetti securitari della destra perché la sinistra francese, incapace di lenire con lotte e iniziative politiche la disperazione metropolitana e periferica, crede di recuperare il consenso perduto sganciando bombe sulla Siria. La destra vince non per la paura islamica, ma per la povertà sociale e culturale cui i ceti periferici sono condannati. La sinistra perde perché impotente a governare il disagio e la precarietà con la sicurezza sociale, con la crescita culturale, con una sensibilità per le questioni materiali del vivere e per la dignità dei soggetti postmoderni.

Sarebbe una sciagura per la sinistra gonfiarsi il petto per la ritrovata disciplina repubblicana che ha dato scacco al nero.

FONTE: il manifesto 15.12.2015

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